Rusina e la carusedda: storia di grano e di ciucci

Caro Diario, l’autore del meraviglioso racconto che stai per leggere purtroppo non sono io, ma Angelo Avagliano, che vive, pensa, lavora e innova a Tempa del Fico, località dove sorge la casa che è il nucleo principale dell’attività di accoglienza e ospitalità rurale, nel comune di Pruno di Laurino, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento.
Il racconto fa parte di un lavoro più ampio che puoi trovare qui  mentre se vuoi vedere con i tuoi occhi almeno un po’ delle cose che fa Angelo, tra biodiversità, trekking, ciucciopolitana e tanto altro ancora, c’è qui  un elenco di video tra i quali curiosare.
Detto ciò, non mi resta che augurarti buona lettura.

Rusina e la carusedda: storia di grano e di ciucci
di Angelo Avagliano

Era il ’43 e in tutte le campagne del Sud c’era la miseria, la carestia, la fame, la guerra.
Zi Angelo, u’ sinnaco re (di) Pruno, tornava da Laurino con il suo ciuccio: Cappella di S. Elena a Gorgonero, Scanno del tesoro, ‘u Chiano r’a (della) funtana, la Grava di Vesalo, ‘u Chiano r’a Cappella e finalmente la Croce di Pruno.
Prima che con gli occhi ingannati dalla neglia (nebbia), zi Angelo s’accorse dell’aria di casa con il naso: dal valico che immette nella valle di Pruno, arrivava, a rassicurare il cuore, il profumo del pane di granurinio (granturco) che cuoceva avvolto nelle fronne (foglie) di verza.
Ad annasare meglio, zi Angelo sentiva anche l’odore acre del fumo della legna di fringo (ginestra), con la quale le donne del feo (feudo) cuocevano il pane nei loro forni fatti con le grastole (pezzi di embrici frantumati) di irmicio (embrice, coppo).
E si sentiva pure l’odore del pane fatto con il grano carusedda, mescolato con il jurmano (segale).
A Pruno, Horreum di Rofrano Vetere, anche in quell’anno il grano era cresciuto e le spighe si erano riempite fino a piegare a terra l’alta paglia. Zi Peppe era stato attento a mietere il grano al momento giusto, per non farlo jettare (allettare, piegare a terra) dalla pioggia o da una tempestata del Salerno o ru viento ca vene ra Menzana.
Quell’anno, parecchia gente veniva da tutti i pizzi (da ogni parte) per chiedere ai contadini di Pruno un po’ di grano per fare il pane per i propri figli. Portavano, in cambio, castagne, alici salate, olio, fichi secchi e pannucci, a seconda della loro provenienza.
Arrivavano da Palinuro, da Camerota, da Laurito, da Celle, da Torre, da Salerno.
Da Salerno venivano anche i signori con i soldi e volevano cambiare carta con grano. I Prunesi non erano contenti di questo baratto, però per ospitalità e umanità non facevano tornare a casa nessuno a mani vuote; certo preferivano le castagne, l’olio, le alici salate, i copertoni vecchi di automobili per fare i zambitti (calzature povere fatte a mano).
Nel loro cuore di indigeni certamente sapevano, come in altri luoghi e altri tempi gli indiani Cree, che soltanto quando avrà abbattuto l’ultimo albero, avrà avvelenato l’ultimo fiume, catturato l’ultimo pesce e cacciato l’ultimo bisonte, soltanto allora, l’uomo scoprirà che il denaro non si mangia.
E allora aprivano i loro cascioni di fao (faggio) o di castagno, o meglio li apriva chi li possedeva, ed i loro cuori, e scambiavano un tomolo (unità di misura del grano e anche della superficie dei terreni) di grano con qualche mercanzia che avesse la caratteristica di commestibilità.
Qualcuno dalle marine, si presentava con le sciuscelle (carrube), ed i prunesi accettavano anche quelle, perché a quei tempi erano il carburante più prezioso ed energetico per i ciucci, unici mezzi di locomozione dei contadini e dei pastori più fortunati della valle.
td1 Ma ritorniamo a Zi Angelo che, a fiuto, aveva capito di essere vicino casa.
Dalla Croce di Pruno al Feo Sottano, parecchie erano le soste che doveva fare, perché da Laurino egli portava le ‘mmasciate (notizie; generi alimentari e vari) per parecchie persone a Pruno.
Una sosta per una veppeta (bevuta) r’acqua leggera alla fontana del Valiota, nel dialetto locale il vagabondo, il perditempo. Nella Valle dei Monaci, un fischio, un sibilo particolare, segnalava al ciuccio che anche lui poteva bere, dopo che gli era passato il cauriamiento per aver portato il pesante carico.
Quando Zi Angelo caricava il ciuccio a Laurino si ricordava sempre di quel cunto che ricìano gli antichi: e chesto che pesa? Niente! E chestato che pesa? Niente! E niente dopo niente il ciuccio veniva caricato sempre più, fin quando sotto il peso di “tanti niente”, si spezzava la schiena e stramazzava a terra .
Allora si fermava, allentava un po’ le torze (funi di canapa utilizzate per fissare il carico al basto) che fissavano il carico al mmasto e lasciava nu panaro re ova che gli avevano dato a Laurino per zi Giovanni.
Più giù ‘nu pannuccio di lino tessuto a Laurino lo lasciava a zia Lena, e così via fino alle festole (sorgenti di acqua; fistole; fessurazioni della roccia) al Feo sottano.
Finalmente a casa, i criame (bambini) gli si affollavano intorno.
I parenti aspettavano notizie fresche dalla capitale, Laurino, mentre zi Angelo, stanco per le quattro ore di viaggio nel fango a piedi quasi nudi, mpizzati ne li scarpuni fatti cu le strefe e le curriole (legacci in cuoio per gli scarponi), pensava già al fatto che il giorno successivo, all’alba, si sarebbe dovuto trovare a Rofrano, al mulino Tosone, per macinare il grano e riportare la preziosa farina a casa.
Tolse il ‘mmasto (basto) dal ciuccio, appese il saccone (cuscino imbottito che si metteva sotto il basto) in un angolo della stalla, e diede una treccia di fieno al quadrupede, che riconoscente lo guardò con i suoi grandi occhi dolci, proprio dritto nei suoi. Prima di andarsi a stendere per qualche ora sul paglione (materasso) imbottito di scorie di granurinio, aveva però ancora qualcosa di importante da fare: doveva riempire i sacchi di lino grezzo o cannavo (canapa) con la preziosa granella che doveva portare al mulino di Rofrano. Per fare ciò doveva andare a scavare di notte, e cavare da sotto terra il grano che era stato ammucchiato in grosse buche foderate di pietre e di felci secche. In quel periodo infatti, questa era una pratica comune nelle campagne del Sud.
Il grano, come altri prodotti della terra, si doveva portare all’ammasso e ogni capo famiglia aveva la tessera per la macinazione al mulino, di una determinata quantità di cereali che a stento riusciva a soddisfare le necessità alimentari della famiglia.
Tutto il resto si faceva di contrabbando, con il rischio che molti contadini perdessero il loro grano per sventurati avvenimenti.
Ad esempio  a zi Angelo u’ Faliano, una volta era capitato che mentre stava macinando un po’ del suo grano, nu garzone, che era stato messo a guardia dal mulinaro che stava macinando di contrabbando, si mise a gridare “arrivano le guardie” e così tutti i “cospiratori” erano dovuti fuggire mentre qualche altra persona faceva sparire i sacchi pieni.
In tutto questo a pagare era sempre la povera gente, mentre lo Stato nazionale, molto lontano da queste montagne, pensava ancora alla guerra, all’impero sognato e perso.
Mentre pensava a tutto questo, zi Angelo alzò gli occhi verso il cielo che intanto si era assirenato (era diventato sereno, terso) e tinto di quel particolare blu di inizio inverno.
Volse lo sguardo verso il Perale, e dal canalone della Menzana, dietro la Faiatedda, nasceva la luna piena. In pochi momenti, la valle, iniziando dalla Tempa del porco, alla Fornace della Tempa d’astore, si illuminava a giorno.
Si illuminarono, poi, gli scanni rossi e la costa di Santa Lena, le pietre bianche del Rutunno e la Tempa r’la fica. Nello stesso momento il frauluso (termine generico per indicare tutti i grandi rapaci notturni) lanciava il suo flautato richiamo d’amore, ritto sul posatoio nei pressi dell’omonima ancestrale grotta. Fu proprio in quel momento che arrivò tutta affannata e scarmigliata la sorella zeca (piccola, qui nel senso di minore) r’zi Peppe. Era rossa in viso perché se l’era fatta di corsa da Pretajonda fino a lu Feo. Veniva in cerca d’aiuto perché non riuscivano a far uscire la ciuccia ingravata dallo sdirrupo (dirupo).
E questo non era tutto! La Ciuccia stava per partorire e si era zuvellata (era caduta, si era rovesciata rotolandosi) proprio perché era pesante ed aveva perso l’equilibrio.
Zi Peppe e zi Angelo erano molto amici, e per questo, in una simile occasione zi Peppe l’aveva mandato a chiamare, e poi anche perché zi Angelo era famoso per la sua forza: era capace di sollevare e trasportare due quintali di grano, uno per lato, e a zi Peppe serviva un valido aiuto per imbracare la ciuccia e tirarla fuori senza danno dal fosso in cui era caduta.
Zi Angelo non se lo fece dire due volte e prendendo il carraro m’pere a lu iume (sentiero ai piedi del fiume), attraversò l’acqua tumultuosa e passando per le Scaledde acchianò (salì) per la collina, attraversò il Chiano dei Vaccari e si diresse verso Pretajonda.
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Intanto per zi Peppe si era fermato il tempo. Non riusciva a suspirare (respirava con affanno) e un po’ imprecava con se stesso contro la mala ciorta sbinturata (la sfortuna, la mala sorte) che, in un momento solo, rischiava di sottrargli Rusina e la staccaredda (piccola puledra) che doveva nascere, dopo un lungo anno di attesa da quando aveva portato la ciuccia che ammagliava (masticava ripetutamente a vuoto in segno di calore), a farla zombare (montare per la copula riproduttiva) dal ciuccio maschio. Per fortuna riuscì piano piano a spostare la ciuccia che stava ‘ncatastata (incastrata) a testa sotto e già questo lo tranquillizzò un po’ perché gli animali in quella posizione dopo una mezzora al massimo sono destinati a morte sicura.
Se ne stava accucculiato (accovacciato) vicino a Rusina e cercava di calmarla con voce suadente e carezze sulle orecchie e in mezzo alla testa. La ciuccia ogni tanto tentava di rialzarsi, ma così facendo non faceva altro che peggiorare la situazione. A un tratto, girando la testa all’indietro e roteando gli occhi, iniziò ad emettere un raglio acuto e penetrante.
A zi Peppe gli si gelo’ il sangue nelle vene, e attassò (si spaventò) al pensiero che la sua Rusina potesse lasciarlo per sempre. In un attimo gli si affollarono alla mente tanti pensieri e tanti ricordi. Erano molti gli anni e le avventure che avevano passato insieme lui e Rusina senza contare la disgrazia che si abbatteva sulla sua famiglia dato che la ciuccia partecipava a pieno titolo al sostentamento della stessa.
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Si ricordò innanzitutto di come Rusina era stata indispensabile al momento della mietitura del grano, e ancora prima, al momento di portare il fumiere (letame in fermentazione che, sprigionando calore, fuma) sul terreno, prima dell’aratura con i vuoi calavrisi (buoi calabresi di grande forza e dimensione) per la semina.
Ricordò di come, dopo aver sterrato il craparizzo (rotto il suolo di letame nel ricovero degli animali da pascolo) aveva caricato di fumiere le cofane (sporte, ceste) ai lati della ciuccia, poi di come Rusina l’avesse trasportato e scaricato, aprendo lu culo della cofana, sul campo dove era cresciuta rigogliosa la carusedda.
Pensava alla fatica delle donne che avevano zappuliato (zappato intorno) e accauzate le chiantuledde (rincalzate le pianticelle per agevolare l’emissione di fusticini secondari)  con la zappedda fatta dai forgiari di Alfano.
Le stesse donne, sua madre e le sue sorelle, la moglie, che, cantando canzoni d’amore e di sdegno, munnavano il grano, antico metodo manuale di diserbo e contenimento delle erbe selvatiche. E poi finalmente le spighe si erano riempite e il grano si era indorato. Ancora una volta  si era ripetuto il miracolo del seme che si moltiplicava e dava da mangiare all’uomo.
Pensava alla mietitura, alle cantate alla cilentana, e rivedeva l’antico movimento sincronizzato che gli uomini facevano attirando a se con la falce, nell’atto di reciderne lo stelo, il grano, dopo aver infilato le cannedde e lo jiritale, i pezzi di canne sagomati che si mettevano a protezione delle dita quando si mieteva.
Ed ecco le prime iermete, i fasci di grano, legate con gli stessi steli del grano con un movimento particolare. Operazione questa, che si poteva fare solo nelle prime ore del mattino,o la sera dopo il tramonto con la luce della luna quando c’era l’acquazza e i lunghi steli della carusedda si piegavano senza spezzarsi.
Sei o otto iermete legate insieme con lo stesso sistema facevano una gregna. Man mano, le gregne si portavano in un posto e tutte messe in piedi, sempre in numero dispari da 15 a 21 formavano la vurredda, con quella da 15 che aveva la base sa 5 poi 4, 3, 2, 1 e quella da 21, la vurreddona, che aveva la base di 6 poi 5, 4, 3, 2, 1.
A quel punto appariva Rusina bardata con una particolare sedda (sella, basto) in uso nella zona di Rofrano che aveva i cancieddi laterali, era fatta di legno di gelso bianco, scelto, già curvato in modo naturale, per non spezzare con un taglio le venature del legno, perché era molto resistente all’acqua. Per costruire la sedda si utilizzavano anche l’acero, l’olmo e l’orniello, che venivano curati (custoditi) sotto il letame o sotto la paglia per non fargli prendere il vento e quindi spaccarsi. Famosi ‘mmastari (artigiani che fabbricavano i basti, le selle) della zona era la famiglia Castello di Sanza, mentre le sedde con i cancieddi erano fatti dai Saggiomo di Rofrano.
A Laurino c’era Tommaso Mautone che conciava le pelli con la mortella e la corteccia di quercia da cui ricavava il tannino, elemento essenziale del procedimento conciario.
Queste pelli erano utilizzate da Iase (Biagio) r’spizzio (soprannome familiare intraducibile) che faceva tutti i varnimieddi  (l’insieme delle bardature; i guarnimenti per il governo dell’asino) per ciucci e muli nella sua poteca (bottega) artigianale sotto la chiesa di S. Maria a la Chiazza nei pressi del teatro.
Tagliava tutte le cegne (cinture di cuoio): il sottopanza che si attacca da sotto la coda, passa sotto la pancia e si stringe sotto la fibbia; alcuni facevano il sottopanza di lino o con strisce di sacchi di canapa tagliati e cuciti, perché dicevano che le suatte (pelle di bufala conciata) strecavano (strofinando creavano abrasioni e fiaccature con conseguenti ulcerazioni) e piagavano il ventre del ciuccio. Lo straccuale, che cingeva il deretano del ciuccio sotto la coda, rappresentava l’imbracatura di dietro. Il nnanti pietto, che andava dalla coda avanti al petto, era stretto al ‘mmasto con una fibbia.
A richiesta Mautone confezionava anche i sacconi che si mettevano sotto al ‘mmasto ed erano imbottiti di lino grezzo o di picerno (erba acquatica a stelo lungo). Altri accessori importanti erano le torze che erano di 2 metri o 2 metri e mezzo, e le funi vere e proprie, lunghe anche 10 metri, che servivano ad assicurare il carico al ‘mmasto, erano fatte di canapa ma qualcuno, molto pacienzioso, le faceva di peli di capra intrecciati. In tutto questo la ciuccia si fermava e aspettava pazientemente di essere caricata di gregne che dovevano essere portate all’area di trebbiatura.
Zi Peppe si rivedeva, nel calore di luglio, nel momento in cui scaricava le gregne, dopo aver allentato le torze, e le riponeva ben allineate in terra, a formare l’ausieddo (catasta rettangolare di gregne). E intanto cominciava a disperarsi sempre di più perché ancora non arrivava nessuno a dargli una mano per far alzare Rusina.
Poi però si calmava, e allora rivedeva Rusina che carriava (trasportava) le altre gregne dal campo e si rivedeva lui stesso che faceva il pignone (cumulo di grano). Si disponevano le gregne circolarmente con l’accortezza di mettere le spighe di grano verso l’interno e con il susseguirsi di strati si arrivava al colmo dove si incuppulava il pignone con un cappello di paglia di Jurmano o di steli di grano più lunghi, selezionati dalle donne in virtù di questo utilizzo finale di copertura impermeabile del manufatto.
La funzione del pignone era di proteggere dalla pioggia, dalla umidità e dai cocenti raggi di sole, le preziose spighe di grano. Infatti esse venivano disposte sempre all’interno della sapiente costruzione vegetale allo scopo di garantire al seme una lenta maturazione ed un’essiccazione graduale che dava garanzia di conservabilità del cereale.
E poi, all’epoca, ancora non erano disponibili i copertoni di plastica che pur avendo il pregio di proteggere dagli agenti atmosferici il raccolto, non riesce a garantire una ottimale traspirazione alla massa vegetale innescando fenomeni di fermentazione della stessa che certamente vanno ad inficiare la conservabilità dei chicchi.
Dopo appignato il grano si preparava l’area per la trebbiatura. A Pretajonda l’area si faceva con gli escrementi di vacca diluiti a crema. Veniva delimitata una superficie circolare su cui venivano pennellati vari strati di questa crema che, seccandosi e indurendosi formava il suolo di trebbiatura. A questo punto si incapulavano i vuoi (si metteva il giogo ai buoi) con il giogo di 10 palmi, che permetteva di girare agevolmente a cerchio. In mezzo al giogo si legava la catena che era lunga da un metro a un metro e mezzo e si regolava man mano per evitare che rimanessero spighe piene di chicchi tra la paglia. All’estremità della catena si attaccava il triglio, che era la pietra per pesare, e che serviva a scagnulare (separare, far fuoriuscire i chicchi di grano) la spiga e separare il seme dalle glumelle, il rivestimento esterno dei chicchi dei cereali.
L’area di trebbiatura si doveva bagnare ogni sera dopo il lavoro. Il suolo di letame veniva ioscato, veniva cioè coperto di iosca, la pagliuzza fine che si ricavava dopo la trebbiatura, per evitare il disseccamento e la screpolatura del suolo di lavoro.
Dove non c’era l’acqua come a Petrajonda, l’area di trebbiatura si faceva lastricata di pietre, preferibilmente vive, calcaree e non morte, arenarie, che si sferecugliavano (sgretolavano) facilmente non resistendo all’abrasione. Il luogo designato doveva essere un punto ventoso in quanto questo elemento della natura serviva a separare il grano dalla paglia con un operazione di ventuliamento. Il grano si ventuliava con la forca costruita con legno di fascio (frassino). Si annettava (puliva) lanciandolo in aria con un movimento repentino, sempre contro vento, usando una pala, quadrata davanti, costruita in legno di faggio.
Arrivata la sera se il tempo non prometteva bene e c’era ancora grano da trebbiare, si copriva il tutto con le lenzuola d’aria, tessute con lino grezzo e fermate ai lati dalla iosca. C’era chi, non possedendo animali da traino, trebbiava a mano con lo srruoto, attrezzo rudimentale composto da cuvernalecorniolo o scandamano-erica (due mazze di legno) che si articolavano tra di loro tramite una catena, con il quale si marzucculavano (battevano) le spighe di grano per favorire la separazione dei semi.
Era uso formare delle vere e proprie squadre di marzucculatori che misuravano il loro affiatamento dando luogo ad una particolare musica data dal ritmo del loro incessante lavoro di battitura. I più bravi riuscivano a sincronizzare i movimenti e battevano il grano al ritmo dei loro cuori che palpitavano per lo sforzo.
Intanto il montone di grano cresceva e zi Peppe riusciva a dare una stima anche se approssimativa della quantità del cereale regolandosi con il metodo del manico delle pala, che si infilava al centro del cumulo dorato. Come unità di misura si usava nu parmo e na chiecatura di ierito (poco più di un palmo), che corrispondeva ad una sarma di grano. Una sarma di grano corrispondeva a 16 stuppedde. Otto stuppedde formavano il tomolo. Quattro stuppedde formavano il menzetto. Quattro misure formavano nu stuppieddo. Ogni misura era di circa due chili.
Si trattava in ogni caso di unità di misura volumetriche, che corrispondevano a contenitori tipo mastelli costruiti in legno. Lo stuppieddo alla varra (raso) era sei chilogrammi; lo stuppieddo ad aceno caruto (colmo) era di otto chilogrammi.
E quante volte zi Peppe si era fatto e rifatto questi conti: un tomolo era circa 50 chili e una sarma circa un quintale. E però, quando zi Peppe lo seminava al Feo, questo conto non era più valido perché, a parità di volume, la carusedda risultava più pesante e da ciò nasceva il detto “grano di preta grano segreto”.

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Nella contrada di Pruno oltre alla Carusedda si seminavano altri grani duri: ‘u Cicirieddo, con spiga grande, acino tondo, puca (guscio) niuredda, paglia alta che non si iettava; Serpendina, con la puca zeca bianca e spiga ondulata; Curdone, con la spiga a quattro facce con puca; Vietro, che era basso, puca corta, con chicco che fuoriusciva facilmente dalla spiga; Marzuto, che si seminava a marzo dopo il disgelo ed era basso con puca rossa; Cappello e cappellino con puca alta, come cicirieddo; Ianculiddo, alto come l’orzo con la puca e ad acino bianco; Maccarunaro, alto, con spiga grande acino allungato; Saravodda, con spiga tozza e quadrangolare, puca niuredda e acino lucente e allungato: E poi c’erano i grani teneri: Carusedda rossa, che aveva i capiddi (ariste) corti e colorazione rossiccia della spiga; Quattuciento, che era come il grano avietto (precoce) primitivo; Ramato, con la spiga verde – blu senza puca; Granuorio, alto come l’orzo con 4-5 acini per spiga; Maionica, bianco e peloso, capiddi corti alto come carusedda; Peteniedda, che era un tipo di carusedda che si coltivava alla tempa r’ lu puorco; Risciola, grano tenero con cui veniva bene anche la pasta ma in particolare i dolci; Quarantino che si seminava nella Valle della Quarantana e si contraddistingueva per l’alta resa, per ogni tomolo seminato se ne raccoglievano quaranta.
Tornando con il pensiero all’aria di trebbiatura, la paglia rimasta veniva caricata ai lati di Rusina in apposite cofane, o se erano disponibili lenzuole d’aria, e veniva portata alla pagliera.
Quando la pagliera era piena di riglia (insieme della paglia) ed il grano, dopo  essere stato misurato, era riposto nei casciuni (cassoni) di legno di fao o di castagno con le fronne di noci in mezzo per non farlo attaccare dalle poddulecchie (farfalline), tutti tiravano un sospiro di sollievo. Per un altro anno si poteva sfamare la famiglia, si potevano fare il pane e i fusiddi. Cadeva la tensione ancestrale del momento della raccolta del seme-alimento e tutti si rilassavano, compresa Rusina, che veniva lasciata libera di pascolare nel restuccio (il pezzo di terra dopo la mietitura) del grano dopo che le donne avevano spigolato (raccolto i chicchi) il campo. La ciuccia si scialava (mangiava a soddisfazione, con godimento) con tutta quella paglia e i pochi chicchi di grano che sfuggivano alle mani e agli occhi dei bambine e delle bambine che facevano l’ultima passata nel campo, perché loro la facevano per bene, perché i genitori le dicevano che più spighe trovavano e più cuonzi (utensili da cucina, pentole e contenitori di terracotta) potevano avere in cambio quando passava il “cunzaro” che portava li ciarlitieddi e li mummulieddi (contenitori di terracotta) dove si conservava l’acqua che veniva travasata dai varrili (barili) di legno che Rusina portava pazientemente ed instancabilmente dalle festole.
E  le bambine e i bambini, pensate un po’, si animavano per questo, perché fin da piccoli si sentivano chiamati a contribuire al sostentamento della famiglia.

Mentre tutti questi pensieri-ricordi formavano un vortice che faceva girare la testa di zi Peppe ecco arrivare zi Angelo.
Pè, mo’ la salvamo a Rusina toia.
Ed infatti in un attimo zi Angelo si impostò (fece perno) vicino ad uno scanno e con uno sforzo immane riuscì a sollevare da terra la ciuccia, tirandola per la coda e facendo leva con una pannola (bastone) di legno. Rosina barcollò per un momento ma poi si rimise saldamente sulle zampe e piano piano si avviò verso la stalla.
Quella notte stessa, assistita da zi Peppe con l’intera famiglia e da zi Angelo, la ciuccia sgravò, dando alla luce una bella staccaredda, Ngiulina, la futura nonna di Catarina.

Tanti anni dopo i tempi di questo cunto Catarina ha partorito Rocco, il primo ciucciariello nato a Pruno, alla vigilia di Sant’Elena 2008, dopo 35 anni.
Dopo  millenni in cui è stato è stato attaccato l’asino dove voleva il padrone sarà u’ ciuccio che attaccherà u’ padrone? O potranno finalmente camminare assieme ciuccio e padrone?