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Generazione vulnerabile

31 Agosto 2016
Caro Diario, mentre mettevo un po’ d’ordine nei miei pensieri digitali ho ritrovato questo post di Vincenzo Risi, al quale un pò di anni fa ho avuto il piacere di fare da correlatore alla tesi per l’esame di laurea specialistica. Il post è del Settembre 2011 ma nonostante il tempo trascorso le riflessioni del mio giovane amico mi sono sembrate di una straordinaria attualità e così ho pensato che potevano essere l’occasione per una discussione sul lavoro ben fatto di genitore, un po’ come stiamo facendo con lavoro di mamma, mamma che lavoro, visto però da un’altra e complementare angolazione, sia perché Vincenzo in un certo senso dà voce ai figli di Manuela Lozza e delle altre mamme quando saranno adulti e avranno la capacità critica per dire consapevolmente la loro, sia perché la sua riflessione presenta aspetti sociali e politici che ci investono come generazioni di genitori oltre che come singoli. Per non farla lunga ho scritto a Vincenzo, gli ho chiesto se aveva nulla in contrario a che io rilanciassi questo suo post e lui che è sempre affettuso con me mi ha detto che potevo procedere, aggiugendo solo: «quella riflessione l’ho un po’ affinata, nel corso degli anni, come è giusto che sia;
il tempo cambia le cose e smussa anche i pensieri». Ecco, questo è tutto, amico Diario. Spero siano davvero in tante e in tanti a partecipare, magari cercando di non smussare troppo, perché forse ai genitori tocca mettere il dito nella piaga un po’ di più. Per quanto mi riguarda conto di dire la mia nei prossimi giorni, ma intanto la discussione è aperta.

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SIAMO VULNERABILI di Vincenzo Risi

Ho un amico dall’intelligenza vivida. Una di quelle persone che non vedo spesso, ma la cui presenza mi riempie di gioia. Quando parlo con lui mi sembra di avere la capacità di esprimermi meglio, di tirare fuori quei pensieri che difficilmente riesco a condividere. Forse è la sua calma, il suo non voler imporsi per forza, il suo saper ascoltare e il mio sapere che lo fa sempre con estrema attenzione…
Lui è una delle pochissime persone con cui io riesca a parlare con disinvoltura di politica e società. Spesso sono argomenti tabù anche con gli amici più cari, anche con quelli con cui hai condiviso tanto e che ti capiscono con uno sguardo. Sono argomenti tabù perché toccano delle strane corde, tese dalla superficialità o dai preconcetti o convinzioni ataviche e sedimentate. Sono corde che spesso non permettono di generare interesse nel creare assieme un pensiero condiviso.
Qualche giorno fa ho rivisto questo mio amico. Seduti al tavolino di un bar abbiamo bevuto del pessimo caffè americano e fumato tante sigarette. Il discorso si è dispiegato naturale, forte e potente.
La domanda di partenza ruotava attorno al perché ci sentiamo così a disagio, stranieri a casa nostra. E’ vero o no che, anche se probabilmente non consapevoli, ci sta stretta la realtà in cui viviamo, la mancanza di progettualità, i farabutti al potere, il non sapere cosa fare della propria vita e il brancolare nel buio? E la politica, che dovrebbe lavorare nell’ombra, senza farsi sentire, sussurrando e nel contempo cementando la coesione tra tutti noi, avendo sempre come ultimo fine il nostro bene…com’è possibile che riesca solo ad urlare, sbraitare, ronzare?
Io e il mio amico abbiamo avanzato sospetti su chi possano essere i colpevoli. E questi colpevoli, secondo noi, ora stanno iniziando a rendersi conto di esserlo.
Noi pensiamo che la colpa, forse, potrebbe essere di coloro che più ci amano e che più ci hanno amato: i nostri genitori.
Così attenti a noi e a noi totalmente dedicati, così intelligenti, facenti parte della classe dirigente italiana, han permesso che il nostro paese arrivasse ad una deriva così totale. Hanno permesso che gente senza scrupoli si appropriasse di tutto, anche del nostro futuro.
Loro, che han raggiunto posizioni anche importanti nel lavoro, nella ricerca e nello studio, avevano l’obbligo morale di frenare e arginare questo arenamento. Potevano farlo. Anche nell’ombra dove hanno sempre vissuto, avevano strumenti per agire.
Spesso son riusciti solo ad indignarsi.
Han pensato a noi, con amore totale e dedizione infinita. E quello che accadeva fuori dal nido? Che sdegno, ma, vabbè, per fortuna era qualcosa di lontano, per loro l’importante era che noi potessimo crescere al meglio, felici, senza pensieri.
Ora, cresciuti così, ci sentiamo fuori dal mondo, stranieri a casa nostra, incapaci di affrontare la vita da soli, spauriti e storditi.
Siamo vulnerabili.

risi
INTERVENTI
Laura Ressa
Siamo leve vulnerabili, ma pur sempre leve, FrasiVolanti

Irene Gonzalez
Ho letto con attenzione e piacere i nuovi commenti, tutti, mi pare di capire, provenienti dalle tastiere di attuali ventenni, da cui, quindi, mi distanzia una decina d’anni. A caldo mi ha colpito la vena positiva dei ventenni di oggi rispetto al loro sentirsi vulnerabili, spaesati, estranei, e la ventata d’ottimismo che si percepisce nelle loro parole. Ventata che spero possa tradursi in cambiamenti effettivi e che possa travolgere anche chi vulnerabile si sente ancora.
Eppure, ai miei 33 anni quasi compiuti, le ventate di ottimismo mi fanno venire un certo principio di acidità di stomaco, un pizzicore di diffidenza, forse perché a 20 anni (ed anche a 26, a 27) ero così entusiasta anche io, forse per qualcosa che non mi torna troppo.
Quello che non mi torna troppo cammina su due sentieri, che cercherò di riassumere con la maggior chiarezza possibile.
Comincio dall’ultima frase di uno dei commenti: “perché è solo nelle vostre gambe riuscire o meno.” Che poi è la stessa cosa che parlare di daimon, di carattere, di determinazione. Da un po’ di tempo a questa parte quando sento/leggo/dico frasi come queste mi comincia a pulsare una vena nel cervello, che non so se è un aneurisma lì lì per esplodere o una spia della diffidenza di cui sopra. Per farvi capire di cosa sto parlando vi racconto brevemente una cosa che mi è successa proprio qualche giorno fa. Giovedì mattina sono stata invitata alla cerimonia di consegna dei premi straordinari di fine studi con cui vengono premiati ogni anno gli studenti dell’Università di Siviglia (città in cui vivo) che hanno ottenuto i migliori voti. Io ero tra i premiati per un doppio master in formazione docente e studi letterari e linguistici e, sì, quel premio me lo ero proprio meritato. Rimettermi a studiare a 30 anni, in un altro paese, in un’altra lingua, dovendo affiancarlo alla vita di coppia e al lavoro, mentre il mio compagno intraprendeva un’attività imprenditoriale dal nulla a cui ho finito per partecipare anche io. Sono stati due anni tostissimi: facevo lezioni private di italiano tra una lezione e l’altra, studiavo tra la spesa e la cena e il fine settimana prima di lavorare nella caffetteria del mio compagno come cameriera. Quindi sono stata felice che i miei sforzi siano stati premiati, anche perché per il 100 e lode alla maturità e i 110 e lode alla triennale e poi alla specialistica nessuno mi aveva mai dato nessun premio. Durante la cerimonia però, in pompa magna in una chiesa con tanto di organo, coro e tappeti rossi, ascoltando i discorsi delle istituzioni e dei miei stessi compagni ho cominciato a provare un tremendo disagio e ho desiderato che terminasse quanto prima. Si parlava di eccellenza, di élite, di come i nostri sforzi fossero stati ricompensati. E ho cominciato a provare una tremenda rabbia. Rabbia perché continuano a farci credere che chi arriva primo è meglio degli altri, che noi il premio ce lo siamo guadagnato, che è giusto che abbiamo vinto e che lì ci fossimo noi e non gli altri, perché noi siamo stati più bravi. L’insostenibile ingannevolezza della meritocrazia. E chi il premio non l’ha ricevuto? Che fine fa? E perché al voto più alto non ci è arrivato? Siamo davvero stati più bravi degli altri? Cosa sarà di chi nella vita non arriverà al tappeto rosso, di chi non vincerà mai nessun premio? Dov’erano i non premiati nel discorso del rettore e dei miei compagni? Dove sono i non premiati nella vita?
Non è che le Irene, i Vincenzo, i Mario, le Stefania non si sappiano dare da fare. Si danno da fare e alla fine arrivano dove vogliono. Perché vengono da famiglie che hanno insegnato loro proprio questo: che se riescono o non riescono sta a loro e ai loro sforzi. Poi però per ogni Irene, Vincenzo, Mario e Stefania ci sono 100 Antonio, 100 Lorena, 100 Martina e 100 Andrea che non arrivano da nessuna parte. E di cui nessuno parla. Forse sono stati meno bravi, forse non hanno avuto le stesse opportunità degli altri. In entrambi i casi dobbiamo dimenticarli? Dobbiamo silenziarli, colpevolizzarli delle loro sconfitte? E la loro sconfitta non è forse anche la nostra? Che succede con chi non ce la fa a stare al passo, a conciliare famiglia e lavoro, a sopportare un dolore d’amore, questo senso di estraneità? A chi si perde, a chi sceglie una strada sbagliata, a chi non regge e vola giù da una finestra? Era questo, credo, parte del senso della riflessione originale di Vincenzo.
E passo rapidamente al secondo sentiero: non credo che Vincenzo odiasse i suoi genitori, non li odiamo io o i miei fratelli o i miei cugini. Ma comprendere chi riteniamo responsabili di questa nostra fragilità generazionale è fondamentale per diventare adulti. Stimiamo i nostri genitori per ciò che sono riusciti a fare, per l’esempio che ci hanno dato. Ma è necessario anche vederli dal di fuori, nelle loro miserie, nelle loro rinunce, nelle loro sconfitte. È necessario saperli guardare con distanza, non umana né emotiva, ma con quella che offre lo spirito critico di chi sa che viene da lì. Se non mettiamo in dubbio il loro modello finiremo per ripetere i loro stessi errori.
Dice Slavoj Zizek che per essere davvero rivoluzionari non basta adattare la realtà ai nostri sogni, bisogna cambiare la nostra capacità stessa di sognare. E questo si può fare solo distruggendo, in parte, i nostri legami di appartenenza.
Forse appartengo davvero a una generazione diversa. O forse sono solo una vecchia babbà fissata con l’ortografia.

Irene Gonzalez
Scorrendo i commenti più recenti mi pare di percepire una ventata di maggiore ottimismo rispetto a quello che scrivevamo un paio di anni fa noi trentenni. E non posso che rallegrarmene. Magari è cambiato il chip generazionale… chissà! In ogni caso spero, e davvero tanto, che i ventenni di oggi siano davvero più consapevoli e meno vulnerabili di noi trentenni, e che trascinino anche noi nel loro entusiasmo rivoluzionario!

Flavia E. Cantiello
Prof, se lo ricorda quel mio intervento sui Credit Hunter?
Sul fatto che siamo una generazione in corsa, in lotta contro la crisi economica, il precariato e l’impotenza in una società per il quale contiamo meno di zero?
Ecco, il pensiero di Vincenzo Risi me lo ricorda molto. E sono d’accordo con lui, perché a parole facciamo tutti i progressisti, quelli che vogliono cambiare il mondo, le cose, abbattere le ingiustizie, le differenze. Ma poi? Nisciuno fa niente!
Il cambiamento parte da noi, è un po’ come ha detto lei mercoledì “Anche un viaggio di diecimila chilometri inizia con il primo passo”. Il passo lo compiamo solo noi! E se non c’è la volontà per farlo, non si arriva proprio da nessuna parte.
La generazione dei nostri genitori non ha fatto molto, anzi diciamocelo, ha fatto proprio ridere. E mi fa ridere ancora, specie quando i miei genitori guardano mio fratello di diciotto anni che ogni tanto, un venerdì si sveglia presto, si veste e scende al volo. E qualche ora dopo sento uno dei due che fa ‘Ehh, quello è andato alla manifestazione, è proprio uno sfaticato eh!’
E va bene che mio fratello poi così diligente non è, ma il punto non è questo. Il fatto è che lui ancora ci crede, io neanche lo so se ci credo più, e questo dice tanto. Che poi papà è il primo a lamentarsi della situazione, ad ‘indignarsi’ come dice Vincenzo. E quando glielo dico, quando gli dico durante le elezioni “Papà, domenica sto alla scuola, vieni a votare” e lui mi risponde, con tono sconfitto “Ma che dobbiamo votare qua, tanto decidono tutto loro’ oppure ‘Tanto sono uno peggio dell’altro”. E qualche volta gliel’ho anche detto che le cose si potevano sempre cambiare e lui mi ricorda che è nato e cresciuto a Secondigliano pure lui, e che per farsi largo ci ha messo un po’ e che altro doveva fare? E allora io mi arrabbio ancora di più, perché chi poteva fare qualcosa se non quelli che vivono di più una situazione che ha bisogno di essere cambiata?
“Mica siamo negli anni sessanta!” e vabbè, diciamo sempre così. Ma intanto poi le cose chi le cambia?

Giuseppe Borgomeo
Mi trovo in parte d’accordo con le riflessioni di Vincenzo. È vero, i nostri genitori ci hanno sempre difeso, fatti sentire al sicuro, ma questa eccessiva “protezione” ci ha reso vulnerabili? Ho visto e vedo mio padre farsi in due, anzi in quattro ogni giorno per andare avanti. Guardandolo mi dico: “Sarò mai come lui?”, e vedo il futuro pieno di incertezze e di dubbi. Forse si, sono vulnerabile, però tra le tante cose che ho imparato da mio padre, la più importante è quella di affrontare la vita senza paura, senza timore, nulla è precluso, bisogna solo darsi da fare, darsi da fare e darsi da fare.

Gabriella Mirra
Sono d’accordo. Siamo tutti vulnerabili, spesso penso che è così per l’età, un’età in cui crediamo di essere cresciuti troppo in fretta, veniamo trattati da adulti ma con nostalgia guardiamo al passato. Abbiamo paura di tuffarci nella società. Tutti almeno una volta abbiamo sentito di non farcela, talvolta gli obbiettivi appaiono così lontani, irraggiungibili. Allora capisco che non è l’età, è l’uomo che non smette mai di essere figlio, neanche a quarant’anni, sempre circondato da troppe premure e sicurezze.

Nicola Chiacchio
Ho letto un po’ di commenti dei miei “colleghi”, e mi hanno lasciato positivamente sorpreso tutte le considerazioni sul credere in sé, sulla voglia e la convinzione di farcela, ma non mi ci ritrovo molto. Sarà che ho vissuto sulla mia pelle una situazione paradossale (chi ha letto la mia storia sa di cosa parlo, un padre che dopo tanti anni si ritrova senza lavoro); sarà il carattere e la tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto; sarà non so bene cosa, ma dietro un ottimismo forsennato (ed anche qui chi mi conosce sa che cerco di tenere il morale alto in tutte le situazioni, non solo a me ma soprattutto a chi mi sta intorno), si nasconde la perenne paura di fallire. Nonostante l’impegno, nonostante lo studio, nonostante le numerose privazioni nel tempo. Vivere nella convinzione che forse, nonostante tutto, potrebbe non essere abbastanza. Ed in questa situazione, i miei genitori non si sono certamente posti da scudo. Quando un giorno dissi a mio padre che avevo vagamente pensato di non studiare più perché non convinto del percorso, mi rispose: «A me che interessa, se lo fai, lo fai per te. Io ti darò da mangiare finché posso ma poi…». Non mi è stato mai imposto nulla, così come non penso di aver mai vissuto nel mondo dei balocchi per mano loro. Non mi ritrovo molto quindi con quanto dice il ragazzo, sul fatto che avrebbero potuto fare qualcosa. Un mondo di favoritismi, ingiustizie, non è nato mica 40 anni fa e loro sono stati inermi. È una realtà che l’essere umano si è sempre portato dietro, da secoli. Se proprio dobbiamo essere estranei a casa nostra in qualità di vittime dei nostri genitori, è solo perché questi a loro volta sono stati vittima di chi è venuto prima.

Ilaria Bernardo
Il mondo in cui viviamo spaventa un po’ tutti, a chi più e a chi meno. Siamo costantemente proiettati in una lotta tra ciò che desideriamo realmente e ciò che invece il mondo ci offre facilmente. La competizione, il raggiungimento del successo e della notorietà ci rendono vulnerabili, ci mostrano un mondo diverso, migliore, all’interno del quale veniamo proiettati dimenticando i nostri sogni. I genitori non ci rendono vulnerabile, ci mostrano solo la realtà. Loro sono le persone che ci amano davvero e desiderano soltanto la nostra felicità.

Chiara Vasciminni
Sì è vero che siamo tutti vulnerabili. Per quanto mi riguarda mi sento così per ogni singola decisione che devo prendere, figuriamoci per quei momenti della vita in cui la vulnerabilità deve essere messa da parte per prendere con coraggio delle decisioni. Spesso non ci riusciamo. Forse anche perché il nostro futuro non è stato deciso del tutto da noi, ma dalla società , dai nostri genitori e da tutto quello che abbiamo intorno. Forse è per questo che abbiamo così tanta paura di fare passi in avanti, perché non sappiamo realmente dove vogliamo e dove stiamo andando, poiché la decisione iniziale di incamminarci verso una strada, non è stata del tutto nostra. Vorrei che tutti noi ci guardassimo dentro o dietro o davanti e ci chiedessero se davvero stiamo facendo quello che abbiamo deciso di fare, perché se così fosse, sono sicura che la vulnerabilità di cui tanto ci sentiamo schiavi, scomparirebbe, lasciando spazio alla volontà e alla determinazione di seguire i nostri sogni.

Alessia Mariani
Spesso mi sono chiesta come sia possibile che le cose funzionino in un modo così obsoleto. Oppure come sia possibile che, a un certo punto, la normalità sia diventata qualcosa da non poter pretendere, né difendere, e l’abitudine, la conformità hanno preso il sopravvento. La mediocrità in cui viviamo, le sicurezze che non abbiamo, sono la nostra anormale normalità. Non so dire quali siano le colpe dei nostri genitori. I miei mi hanno sempre lasciata libera di scegliere e sbagliare. Dopo esserci trasferiti in Svizzera nel 2013, mi hanno chiesto solo di finire gli studi, poi avrei deciso io cosa farne del mio futuro. Io sono tornata, e mi piace pensare che, no, non sono stupida a tornare in questa tanto spaventosa Italia, ma faccio parte semplicemente della minoranza dei casi di ‘‘ritorno di cervelli’’ che non voleva rinunciarci in partenza, senza provare. Mi sento talvolta anche io un po’ vulnerabile, ma credo sia una condizione per cui passiamo tutti; anche con le più svariate possibilità e i più adatti sistemi, noi giovani avremmo sempre delle insicurezze su che strada scegliere, su chi vogliamo essere. L’unica differenza è che noi, in particolare, non abbiamo margine d’errore. Abbiamo la pressione del ‘non poter sbagliare’ perché già il percorso è eccessivamente tortuoso e difficile, la meta non è assolutamente assicurata, se ci mettiamo anche ad aspettare i tempi giusti per capire le nostre inclinazioni, sentire i nostri stimoli e approfondire le nostre passioni, nessuno ci assumerà più, avremmo perso tempo prezioso. Ed inoltre non abbiamo una culla adatta per la nostra crescita, siamo derubati dal nostro diritto, o necessità, di essere coltivati con l’attenzione con cui si coltivano dei veri e propri semi, che necessitano di fruttare. Diciamo che veniamo più che altro lanciati in un terriccio casuale, poco fertile, senza i giusti concimi, e se germogliamo o marciamo, poco importa. Così inevitabilmente, la coltivazione intera, risulta un disastro. E io, più che vulnerabile, mi sento frenata.

Antonio Frappola
Vulnerabile indica ciò che può essere ferito, facilmente attaccato e sopraffatto. Dopo questa premessa, penso proprio che nella società in cui viviamo siamo tutti vulnerabili. Una società che insegna a raggiungere risultati con la forza, sotto forma di violenza, anzichè con l’impegno e con i sacrifici, una società che porta avanti, per assurdo, tutto ciò che si allontana dall’essere giusto. Non so dire con certezza di chi sia la colpa, sembra troppo facile dare la colpa ai nostri genitori, perchè per me nel bene o nel male hanno sempre agito pensando più al nostro, che al loro bene. Detto questo, penso che tutte le generazioni sono state vulnerabili, non siamo noi l’eccezione, non siamo noi i primi che hanno avuto e hanno paura del proprio futuro,delle proprie idee e non saremo gli ultimi. Bisogna assumersi più responsabilità e cercare nel nostro piccolo di porre le basi per trasformare questa vulnerabilità nella nostra forza.

Giovanni Imperatore
È vero, noi siamo vulnerabili ed è difficile non esserlo. In una società come la nostra in cui il disonesto ha sempre più spazio rispetto a noi e dove la violenza diviene una chiave per risolvere i problemi. La nostra vulnerabilità è alimentata, inconsciamente, dai nostri genitori. Un bambino o un ragazzino deve crescere in un nido però con delle aperture che affacciano sulla realtà. Secondo il mio parere il bambino è tale all’interno del suo nido, dove si realizza e vive da bambino, solo che il concetto di nido viene estremizzato. La vulnerabilità nasce dal troppo amore che viene trasmesso ai figli senza pensare che l’eccessivo affetto li rende vulnerabili, probabilmente mi comporterei nello stesso modo con i miei figli. Sappiamo tutti che il cambiamento, soprattutto per i bambini, è una cosa complicata e quindi bisogna saperlo dosare. In realtà c’è mancanza di anticorpi in grado di farti affrontare la realtà non sempre positiva. Ciò non permette che una volta rientrato nel mio mondo, chiusa la porta alle mie spalle, la mia vulnerabilità non ha senso di esistere fino all’indomani quando, mio malgrado, devo affrontare il mondo.

Alessandra Martino
Tanta verità nelle parole di Vincenzo, oggi un po’ tutti non si sentono “adatti” in questo mondo, io per prima. Ma non mi sento vulnerabile, anzi, trasformo questo mio disagio in forza, ho voglia di stravolgere e migliorare questa vita, perché si può sempre migliorare,questo mondo può ancora farlo, è molto più semplice non rimboccarsi le maniche e dare colpa alla società se tutto va a rotoli. Se pensassimo solo ai cambiamenti che sono avvenuti nel tempo, ed il progresso che si è avuto. Settantuno anni fa se la donna si fosse arresa dinanzi alle ingiustizie forse oggi non avrebbe ancora diritto al voto, per esempio. Questo è il mio pensiero, la forza che ho è dovuta all’educazione che ho ricevuto dai miei genitori, loro mi hanno sempre insegnato a non rimanere in silenzio dinanzi alle ingiustizie, a puntare sempre più in alto e soprattutto a non arrendermi mai. Forse quando avrò trent’anni non avrò lo stesso pensiero ma sicuramente non avrò il rammarico di non aver provato a cambiare nel mio piccolo qualcosa.

Serena Petrone
Siamo vulnerabili. In una società in cui non tutto funziona come dovrebbe, in cui la criminalità è all’ordine del giorno e spesso viene messa in relazione con “il diverso”, in cui il lavoro è quasi sempre sfruttamento, in cui vige l’abusivismo, in cui vanno avanti prima di tutto i raccomandati.
Sí, siamo dei giovani vulnerabili. E abbiamo sonno. Tanto sonno. In ognuno di noi si nasconde un lato anticonformista, “straniero” e ribelle che ferme dalla voglia di uscire fuori ma che ci spaventa da morire e che, per questo motivo, lasciamo addormentato.
Probabilmente i colpevoli sono i nostri genitori, come sostiene Vincenzo, i quali per quieto vivere ci hanno insegnato a nasconderci dai mostri che stanno sotto al letto anziché a difenderci. Ma io non li biasimo, o almeno non del tutto perché credo che il loro intento è stato quello di proteggerci da una società che fondamentalmente non lo fa.

Giulia Rinaldi
Siamo vulnerabili, è vero. Ma lo siamo come lo è stato il ventenne di ogni generazione. Io non credo nella società di oggi come quella di cui tanto si parla. Insomma di quella società che non ti permette di pensare, di quella società che non ti offre lavoro, di quella società che ti rende invisibile. Credo che oggi in particolare sia diventato più un luogo comune.
Forse è vero, la colpa è dei nostri genitori. Ci trasmettono costantemente le loro ansie e paure rispetto il nostro futuro. Ma lo fanno con noi, proprio come i loro genitori hanno fatto con loro e così via.
La nostra generazione è nuova. Lo è a 360 gradi e siamo pieni di opportunità. Dobbiamo solo capire come staccarci dal nido e imparare ad usare queste nuove ali che abbiamo a disposizione. Siamo nati a cavallo tra il vecchio e il nuovo. Abbiamo soltanto bisogno di un pò di tempo in più per scollarci di dosso il vecchio che ci siamo trascinati dietro.

Gianmarco Auri
Purtroppo è vero che ci sentiamo estranei in casa nostra, ma rimanere seduti a riflettere su chi incolpare serve veramente a poco. Io non mi sento per niente vulnerabile, ho una voglia di stravolgere le cose non indifferente, e se sono così lo devo anche ai miei genitori. Loro mi hanno sempre insegnato a non rimanere in silenzio dinanzi alle ingiustizie, a puntare sempre più in alto e soprattutto a non arrendermi mai. Non posso negare di sentirmi fuori da questo mondo, ma non credo che sia una cosa negativa, anzi, questa sensazione mi dà un incentivo a lottare senza abbassare mai la guardia. Non so se questi sono i pensieri “rivoluzionari” che tutti i giovani fanno, non so se a trent’anni la penserò ancora così, ma so che è sbagliato sottovalutare questa generazione. Qualcosa mi dice che non faremo peggio di chi ci ha preceduti.

Alessia Capone
Caro prof., io ho vent’anni, non lo so come mi sentirò dopo aver soffiato le candeline del mio trentesimo compleanno, ma per ora mi piace pensare di essere indistruttibile, di poter fare ancora qualche tipo di rivoluzione, magari anche solo una silenziosa rivoluzione del mio essere donna, ma mi piace pensare di essere forte. Ecco, ho vent’anni e mi sento forte, non vulnerabile. Mi guardo attorno, guardo il mondo, guardo la società e la mia città e qualche volta mi dico che ci sono troppe cose che non vanno per il verso giusto, che questi anni sono complicati, difficili, incerti, ma tendo lo sguardo un po’ più indietro e mi rendo conto che ogni anno, ogni età ed epoca passata, a modo suo, è stata difficile. Ma grazie a chi ha avuto il coraggio di fare e non solo di guardare immobile e spaventato, c’è stato qualche tipo di cambiamento, qualcosa che ha cambiato le menti.
In un libro, tempo fa, ho letto una frase che ha cambiato il mio modo di vedere, a tratti di sentire e di percepire le cose, la frase è questa: “Ce la prendiamo con il destino che ci ha fatto nascere qui e non li perché con qualcuno dobbiamo prendercela. Perché non c’è nulla di peggio del pensiero che, partendo da presupposti diversi le cose sarebbero andate ugualmente.”
Questa frase, se posso, la vorrei dedicare al ragazzo che a trent’anni si sente vulnerabile e la colpa la da ai genitori, alla generazione che ci ha tenuti per mano, che ci ha fornito i libri per conoscere, che ci ha aperto lo spazio per esplorare, che ci ha lasciato dei problemi ma che forse ci ha anche lanciato una sfida, quella di non restare chiusi all’interno delle nostre comode e sicure case ma di uscire e riprenderci il futuro che desideriamo e magari anche il presente che vogliamo vivere.

Daniele Fierro
È vero, siamo vulnerabili, ma anche io credo che non è solo colpa dei nostri genitori. C’è da dire che è complice anche il “nuovo” mondo con internet e tutte le tecnologie che ci permettono di fare quasi tutto con troppa facilità e comodità, senza “conquistarsi” le cose con impegno ed ingegno. Con un semplice click si possono ottenere tante cose senza alcun sforzo. Ovviamente noi giovani non siamo esenti da colpe, infatti già per quanto riguarda il discorso sulla politica, pensiamo che i politici sono tutti ladri, tutti corrotti e che pensano solo a se stessi e alle loro tasche, sarà vero oppure no, ma già partiamo con un presupposto negativo. Dettò ciò, credo che la nostra vulnerabilità sia dovuta a volte anche dalla mancanza della consapevolezza delle nostre abilità e delle nostre capacità.

Vincenzo Cicala
Effettivamente siamo un po’ tutti vulnerabili perché ognuno a seconda della propria esperienza ha dei punti deboli che non sono per forza di cose rimandabili all’educazione ricevuta. I genitori hanno un compito importante ovvero quello di crescere ed educare i propri figli che andranno ad essere i nuovi adulti. Va da sé quindi che se vogliamo un buon adulto, rispettoso delle regole e in grado di essere considerato buon cittadino, bisogna educare con particolare attenzione: pertanto i genitori hanno il lavoro e la mansione più difficile che esista al mondo. È da considerare anche che la formazione dell’individuo è data anche dalle istituzioni scolastiche e dal contesto sociale in cui si vive; detto ciò si può comprendere ancora di più quanto sia complicato il lavoro del genitore. Egli deve educare con una serie di variabili che non molto spesso vanno a combaciare fra di loro. Ciò porta a pensare che è quasi impossibile che si abbia un’educazione perfetta o quasi perfetta, però se riusciamo a capire quali sono le falle nella nostra educazione e nell’educazione sociale possiamo affermare che ciò che abbiamo ricevuto non è poi così cattivo. Rifletto che se capita alle volte che qualcuno si senta “estraneo a casa propria” è perché forse è stato educato con insegnamenti non corrotti: la società subendo costantemente una corruzione di valori, e di conseguenza anche di essa stessa, fa sì che ci sia un conformismo di corruzione esasperato tale da far sentire chi ha i cosiddetti valori “puri” estraneo a casa propria. È la società ad essere vulnerabile “nell’autocorrompersi”. Concludo con una citazione: «Solo così si cambia il mondo: con le brave persone che crescono bene i propri figli.»
Catherine Avery, Grey’s Anatomy

Francesca Maglione
Oggi purtroppo viviamo in una brutta realtà, fino a quando siamo nella cosiddetta “campana di vetro” tutto sembra andare bene, poi cresciamo e ci ritroviamo a dover affrontare un qualcosa che è più grande di noi. Ma non credo che i colpevoli siano solo i nostri genitori, perché anche noi siamo complici; i ragazzi oggi partendo dal presupposto che non c’è futuro in questa società si trasferiscono all’estero, spesso riescono a sistemarsi, quindi “fuggono”. È una scelta che in molti fanno e che anche io non ho escluso, ma è questo il problema: se i nostri genitori sono colpevoli, noi abbiamo contribuito e lo stiamo ancora facendo. Quindi si, siamo vulnerabili, proprio come lo sono stati i nostri genitori.

Andrea Lagomarsini
Ho un pensiero un po’ discordante in merito. La vulnerabilità è certamente un dato di fatto, ma la ritengo frutto di un mondo troppo facile, troppo scontato, con tante facilitazioni, comodità e tanta, troppa cultura che assopisce invece di risvegliare gli animi. In passato c’era la convinzione che dopo aver completato il ciclo di studi fosse un diritto indiscutibile il lavoro e la posizione economica che continuasse a garantire, anzi migliorasse lo status di nascita. Lo scontro con la malattia per me è più arduo quando non si hanno gli anticorpi e non ci si vaccina per la presunzione di saperne di più della scienza. Io ho avuto dei genitori che mi hanno coccolato e fatto esplorare il mondo, ma nulla è stato mai scontato, lotto tutti i giorni per migliorarmi e mi sono inventato un lavoro che mi porta in giro per il mondo. Questo manca ai giovani, la fiamma interiore del riscatto e dell’affermazione personale, perché la perdita di uno status porta alla frustrazione. Per riassumere se vivi in un posto come quello in foto non hai tempo di pensare alle balene blu! Quindi cari giovani occorre che prendiate coscienza di quanto siete fortunati e sfruttiate la posizione più elevata del trampolino da cui partire e fate il tuffo nella vita più lungo possibile, perché è solo nelle vostre gambe riuscire o meno.

lagomarsini
Irmacristina De Angelis
La lezione che viene da un figlio è più amara, ma contiene un’esortazione a lasciare che i figli vivano di luce propria e affrontino autonomamente il mondo che si è incarognito ancor di più in questi pochi ultimi anni. Impareggiabile rimane la riflessione del giovane Vincenzo.

Raffaele Di Lorenzo
Da soli siamo vulnerabili, in gruppo no. A Vincenzo basta incontrarsi col suo amico, quello intelligente, per ritrovarsi e sentirsi meno vulnerabile. Guarda caso, l’intelligenza può essere vista solo da occhi intelligenti. Sarà che la fiducia, l’intesa tra due, tre o più persone crei dei momenti intelligenti superiori? Sarà? Questa generazione è geneticamente più vulnerabile o qualcuno a questa generazione ha fatto credere che da soli si può, da soli il successo insistendo arriverà, da soli si può tutto. Forse i nostri genitori non ci hanno insegnato questo, anzi ne sono sicuro, lo ricordo bene.

Alberta Cappelli-gajano
Sono una di quelle mamme a cui si rivolge Vincenzo Moretti e riconosco che Vincenzo Risi nella sua interessante riflessione ha ragione; dobbiamo riconoscere che noi abbiamo consentito il prevalere di personaggi ignoranti ed avidi di soldi e potere perché anche noi ci sentivamo fuori dalla “realtà” e, quindi, ci siamo tirati indietro lasciando spazio ai suddetti personaggi, ma, chiedo a Vincenzo, come potevamo e dovevamo arginare la deriva di cui ci incolpa? Noi stessi non lo sapevamo.

Vincenzo Risi
Come dicevo a Vincenzo, questa mia riflessione, scritta quando non avevo ancora 30 anni, adesso mi suona sin troppo dura in alcuni aspetti.
Comunque, rispondendo ad Alberta, ovviamente non so come si poteva arginare la deriva, e sono convinto che anche per voi era estremamente difficile scoprire quali potessero essere gli strumenti giusti (che pur ci dovevano essere).
Oggi direi che il senso è proprio questo, ovvero che, consapevoli di non saper che fare, avete cercato in tutti i modi di tenerci al riparo dal mondo reale che c’era lì fuori. Dicono che i bambini nei primi mesi e anni di vita non debbano vivere in ambienti troppo sterilizzati, privi di batteri, perché così rischiano di non sviluppare un efficiente sistema immunitario. Questo può portare, da adulti, ad avere patologie quali, ad esempio, l’asma. Ecco, la generazione dei nostri genitori, forse, ci ha eccessivamente protetto, coccolati in una casa felice e fin troppo sicura, non permettendoci di sviluppare abbastanza anticorpi per non ansimare in un mondo che “si è incarognito ancor di più in questi pochi ultimi anni”, come dice Irmacristina.

Geremia Pepicelli
Non so bene ma un misto di sensazioni forti mi ha preso leggendo questo questo post. Il caso e la necessità: il caso, mi ha portato a leggerlo colpito dall’immagine che avevo prodotto pensando alla serenità; la necessità, di capire perché le parole di Vincenzo mi abbiano fatto spuntare qualche lacrima ed un groppo in gola. Per ora rimango sulle sensazioni, spesso trascurate, lasciando l’analisi razionale a quando si saranno sopite. Di una cosa sono certo, non c’è una sola cosa scritta da Vincenzo che non mi senta di sottoscrivere.

Marisa Risi (mamma di Vincenzo)
Sognavamo di cambiare il mondo, trascorrevamo ore a parlare di politica, tutto sembrava a portata di mano, tutto sembrava possibile grazie al nostro entusiasmo, ma poi, poi qualcuno ci ha rubato i sogni: spaventati abbiamo visto che questo tutto ci sfuggiva di mano. Qualcuno ha pensato che la violenza, il sangue, potessero essere il mezzo per ottenere ciò che chiedevamo. No! Non era questo ciò che noi volevamo, non erano questi i nostri ideali! E allora ci siamo ritirati nel nostro guscio, abbiamo pensato che studiando e lavorando onestamente avremmo potuto fare ancora qualcosa per la società. Quanto ci siamo sbagliati!
È vero, Vinci, abbiamo lasciato il posto ai prevaricatori, agli arrivisti, ai delinquenti: ci siamo ritirati nel nostro guscio sentendoci sempre più impotenti.
Abbiamo cercato il dialogo con i nostri figli: per ogni diniego c’era una spiegazione, una motivazione, e abbiamo sbagliato anche qui! Non avevamo certezze e non vi abbiamo dato certezze! Meglio, molto meglio hanno fatto i nostri genitori, che non si mettevano in discussione: ci hanno consentito di contestarli! Noi non vi abbiamo consentito neanche questo.
Vorrei aggiungere una cosa, però: certamente abbiamo sbagliato, ma in buona fede abbiamo cercato di formarvi, di farvi capire che potevate contare solo sulle vostre forze, non vi abbiamo difeso contro ogni evidenza, come si vede spesso fare oggi da chi è più giovane di noi. Abbiamo cercato di farvi capire che non ci sono, né potranno esserci, sempre mamma e papà a proteggervi. Ci siamo riusciti? Pare di no.
Coraggio!, Ora spetta a voi fare ciò di cui noi non siamo stati capaci.

Manuela Lozza
C’è un’atroce domanda che capita di farsi da genitori: se tu avessi solo un secondo e potessi salvare da una catastrofe 5 bambini oppure solo tuo figlio, che faresti?
Che casino, Vincenzo! Guardare solo in casa propria, dedicando tutte le attenzioni ai nostri cuccioli perché siano loro un giorno a fare un mondo migliore o uscire di casa e farglielo noi, sperando che non siano poi però troppo ineducati per goderne e non mandino magari tutto a ramengo?
Se entriamo nello specifico (come mi sembra intendessero Vincenzo e mamma Marisa), queste 2 generazioni, il ’68, mani pulite, le olgiatine, allora temo di non essere d’accordo. La politica è costellata di stronzi anche perché il mondo è pieno di pessimi genitori, che hanno insegnato ai figli la lussuria del potere e non il sacrificio del mettersi a servizio.
O forse sono io che preferisco pensarla così, per sentirmi meno responsabile visto che negli ultimi 4 anni il mio impegno civile/politico è calato vorticosamente e, ogni volta che una vocina nello stomaco me lo ha fatto notare, l’ho liquidata con un’alzata di spalle: «ora sono mamma: devo pensare a crescere bene i miei figli o questo mondo finirà male».
Lo so, ho le idee confuse, molto confuse. La verità è che il tuo amico Vincenzo mi ha obbligato ad una riflessione che mi illudevo di poter rimandare fino all’adolescenza di Cecilia. Perché purtroppo, cara Marisa, la buona fede non so se basta. È che se sbagliamo in questo lavoro facciamo proprio un disastro e scoprire da tuo figlio Vicenzo che essere bravi dentro casa non basta, mi ha mandato parecchio in crisi. Mannaggia quanto l’hai fatto sensibile e intelligente: se continuavi ad occuparti delle cose del mondo, magari ti cresceva un po’ piu scemotto e io stasera non ero qui ad arrovellarmi. Sarebbe stato meglio. Oppure no?
Insomma, il concetto è che se mamma Marisa fosse stata diversa, forse oggi suo figlio non sarebbe capace di riflessioni di questa profondità, magari sarebbe una persona acritica, capace di bersi qualunque slogan elettorale e di conseguenza corresponsabile del disfacimento generale.
Ecco, questa la mia riflessione da genitore, poi domani la faccio da figlia, visto che io e Vincenzo siamo in realtà della medesima generazione.

Giuliana Carano
Caro Vincenzo, ho letto con molta attenzione il post. Mi sento in sintonia con la mamma di Vincenzo. A noi hanno rubato i sogni! Eppure ne avevamo e abbiamo fatto tanto!

Antonella Romano
Iera sera guardavo vecchie foto di famiglia. Mio padre con il megafono davanti ad un corteo e mia madre al suo fianco con un pancione enorme. Mia sorella primogenita sarebbe nata di lì a poco e i miei genitori erano in piazza per darle un futuro migliore. Riflettevo sui miei anni univeristari, a quanto era stato difficile per me convincere i miei colleghi a partecipare alle manifestazioni.
Probabilmente Vincenzo ha ragione quando dice che siamo vulnerabili però io aggiungerei anche che siamo anche un bel pò viziati e codardi. Siamo cresciuti nel benessere credendo che sarebbe durato per sempre e quando la crisi è arrivata ci ha colti impreparati.
Non siamo abituati a lottare, i nostri genitori devono lottare per noi. E’ un pò come la storia del ”io non cerco un lavoro, tanto non c’è, è tempo perso, mio padre lo troverà per me”.

Vincenzo Moretti
A Secondigliano, da ragazzi, quando rispetto a qualcosa si diceva «voglio piglià ‘na questione» era per dire che non si era disponibili a mediazioni o passi indietro, che si voleva tenere il punto, costi quel che costi. Ecco, io su questa cosa della generazione vulnerabile «voglio piglià ‘na questione», scelgo di essere più provocatorio che convincente, perché insomma se ne vogliamo parlarne meglio farlo fino in fondo. Sapete che faccio?, non le argomento proprio le cose che dico, le metto in fila e basta, ipse dixit, come se fosse una lista di cose da comprare al supermecato, come se non ci fossero dietro idee, usi, culture, generazioni, differenze. Perché faccio così? Perché per me questa avviata da Vincenzo Risi è una discussione molto seria. E mi piacerebbe che ne parlassimo con educazione ma fuori dai denti. E perché se faccio così io naturalmente potete fare così anche voi e magari la discussione riprende slancio.
Allora, quello che penso io è questo:
1. Per me Vincenzo ha in larga parte torto. Quello che lui è, nel bene e nel male  – e naturalmente vale lo stesso per ciascuno di noi -, dipende dal suo carattere, dal suo daimon, dal suo codice dell’anima.
2. Per il poco in cui Vincenzo ha ragione, una metà dipende dal fatto che è nato maschio. Da un po’ di anni, le ragazze corrono e i ragazzi camminano, le ragazze hanno più voglia di emergere, più voglia di rendersi indipendenti, più voglia di scoprire e percorrere la propria strada. Naturalmente ci sono le eccezioni, ma si chiamano eccezioni proprio per questo.
3. L’altra metà del poco in cui Vincenzo ha ragione dipende dai genitori, e magari anche dai nonni quando hanno un ruolo troppo importante nell’educazione dei bambini – ragazzi, che sono tutti presi a risolvere i problemi dei figli o nipoti. Ogni tanto, quando ancora riesco a parlare con i miei figli di queste cose, ricordo loro che io la zuppa di latte l’ho fatta con il pane e loro l’hanno fatto con i biscotti. In tempi di pace, rimane il fatto che loro hanno vissuto e vivono meglio di noi, grazie anche ai nostri sacrifici e al nostro amore. In tempi di guerra noi resistiamo di più, siamo più resilienti come si dice adesso. Naturalmente anche qui ci stanno mille eccezioni, ma sempre eccezioni sono.
Ciò detto, aggiungo solo altre due cose:
1. Quando scrivo Vincenzo non intendo Vincenzo Risi ma tutti i Vincenzo, gli Antonio, i Ciro, i Mario, ecc. d’Italia.
2. Se anche mi sbagliassi di grosso, e il 95% del «siamo vulnerabili» dipendesse dai genitori e solo il 5% dai Vincenzo sugggerirei a questi ultimi di concentrarsi esattamente su quel 5% che riguarda se stessi, perché è l’unica parte – piccola o grande che sia – sulla quale hanno la possibilità di determinare un qualche cambiamento.

Andrea Danielli
Caro Vincenzo, sulla tua bacheca succedono sempre cose interessanti. Tocchi spesso temi che mi riguardano. Sui problemi della mia generazione ero intervenuto 3 anni fa qui. Riprendendo il punto confermo che a volte mi viene da criticare la generazione dei miei genitori: beccano grandi pensioni, hanno alimentato il debito pubblico, hanno distrutto la politica. Ma poi penso che il problema principale siamo noi, perché non siamo capaci di organizzarci e di fare blocco (ci ho provato, in questo caso ne avevo scritto su un blog al momento offline).
Ci sono mille ragioni e magari le riprendo in mano. In questo commento vado al cuore. Mia madre mi ha allevato seguendo le idee di igiene che andavano per la maggiore: ora ho parecchie allergie, devo forse ritenerla colpevole? No. E’ colpevole come i chirurghi che, prima di Pasteur, uccidevano i pazienti di setticemia. Ha cercato il meglio per me in base alle informazioni di cui era in possesso. Penso che lo stesso si possa dire per molte scelte sbagliate. Non tutti gli errori sono in malafede. E’ molto più grave che la mia generazione non trovi il coraggio di risolvere questi errori.
Sono appena tornato da una breve vacanza a vela. Il mare e il vento mi danno modo di ragionare: prendere la decisione di una virata richiede preparazione, tempo, strategia; eseguirla richiede pochissimo tempo, lucidità, precisione. Nella vita bisogna essere allo stesso tempo saggi e svegli. La mia generazione (mi riferisco a quelli bravi) spesso confonde saggezza e reattività: è bravissima a inventare scuse per rallentare la propria azione (se sbaglio mi criticano, gli altri sono gelosi, la psicanalista mi ha detto, non ho tutti i dati per muovermi, che ne sarà di me se perdo un anno di università ecc.) e perde il tempo della virata: la barca (vita) si sposta e le condizioni sono cambiate. Lo vedo ora in politica, dove continuo a virare rapidamente mentre in barca in tanti si stanno ancora domandando in che direzione soffi il vento. Poi, a un certo punto, uno è così bravo a regatare che se ne va altrove.

Vincenzo Risi
Ho letto con interesse tutti gli interventi. Al di là del contenuto e dell’essere in accordo o in disaccordo con la mia riflessione, quello che un po’ mi ha colpito è che siano state diverse le persone che si sono prese la briga di esprimere la propria opinione. Farlo, per di più in maniera argomentata, significa spendere del tempo materiale e mentale che non si dedica a qualsiasi cosa. Questo indica, secondo me, che c’è della verità di fondo in quella riflessione scritta 5 anni fa, perché essa non lascia del tutto indifferenti. Poi è normale che ci sia chi è più o meno d’accordo o chi voglia “piglià ‘na questione”. Volevo poi aggiungere due cose.
La prima è che nel mio post mi sono sempre riferito esplicitamente a delle “generazioni”, con tutta la generalizzazione e provocazione che questo comporta. Traslare su di un piano individuale non è corretto, secondo me. Persino io mi rispecchio, a livello personale, solo in minima parte con quanto ho scritto. La mia era una riflessione generale, forse approssimativa, ci sono mille eccezioni ed è banale sottolinearlo. Avevo solo cercato di elaborare quello che osservavo all’epoca, di inserire una serie di informazioni in un discorso logico che per me avesse un senso.
La seconda cosa che volevo dire è che il mio post si limitava a fotografare un aspetto (tra i tanti) della condizione generale della mia generazione nel momento in cui essa stava iniziando a camminare sulle sue gambe, ovvero a cavallo tra questo ed il decennio scorso. Non capisco molto chi esprime disaccordo con i contenuti dell’articolo affermando che siamo noi stessi colpevoli della nostra vulnerabilità, che ci conviene concentrarci sulle nostre colpe, che siamo codardi o viziati. Semplicemente, non è quello di cui parlavo. Credo che nel frattempo la mia generazione è cresciuta, si è organizzata, ha necessariamente reagito ad una condizione iniziale di vulnerabilità, e sta trovando una strada, con difficoltà e nel bene e nel male. Ma questo sarebbe argomento di un altro post.

Irene Gonzalez
Questo ultimo post di Vincenzo Risi mi sembra molto utile, perché credo che aiuti a riportare la discussione, che forse si era un po’ dispersa, sul binario giusto, che è quello di una riflessione sulla generazione degli attuali trentenni e sul ruolo che l’educazione che i genitori gli hanno dato riveste nella loro capacità di stare nel mondo.
Io appartengo alla generazione di Vincenzo e mi riconosco in pieno nella sua riflessione.
È vero, siamo una generazione vulnerabile, indipendentemente dall’essere nati maschi o femmine, e indipendentemente dal daimon personale di ognuno di noi. La nostra fragilità deriva dall’educazione che ci hanno dato i nostri genitori che, sia ben chiaro, non hanno nessuna colpa: io parlerei piuttosto di responsabilità. Evidentemente il mondo in cui noi trentenni siamo nati non l’abbiamo fatto noi, ci è stato consegnato dalla generazione precedente. E di sicuro non è un bel mondo. Ma il mondo, bello, non lo è stato mai, e bisogna riconoscere che i nostri genitori ci hanno dato anche molta felicità, serenità, benessere materiale ed emotivo, tutte cose che nelle famiglie della loro generazione non erano per nulla scontate. In qualche modo loro erano più preparati al mondo cattivo che li aspettava, perché i loro genitori non avevano potuto, o voluto, o saputo proteggerli come loro hanno fatto con noi. Da lì, in parte, deriva la nostra fragilità: siamo meno pronti di loro ad affrontare lo schifo che abbiamo intorno perché veniamo da ambienti mediamente sereni, mediamente felici, mediamente facili.
Secondo me non ha molto senso cercare il colpevole o esprimere un giudizio di valore su chi ha fatto bene e chi ha fatto male: è ovvio che i nostri genitori hanno fatto quello che ritenevano più giusto per noi, impegnandosi ad offrirci, tra l’altro, molte delle cose che a loro furono negate e che furono costretti a conquistare con le unghie e con i denti, a volte facendo scelte difficili, allontanandosi dai loro affetti, e, nei casi più estremi, mettendo a ferro e fuoco quello che volevano cambiare. Avevano grandi ideali, molti di loro avevano in testa di cambiare tutto, ma proprio tutto. E poi? E poi molti si sono arresi. Alcuni si sono venduti, altri, inorriditi dalle esperienze più estreme, si sono ricreduti, i più si sono semplicemente arresi all’evidenzia che il mondo non si cambia, che i poteri forti restano forti, e che l’unica cosa possibile è cercare di fare il meglio nel proprio piccolo, lavorando bene, vivendo onestamente, trasmettendo ai propri figli quei valori che hanno animato la loro gioventù.
Credo che dai nostri genitori abbiamo ereditato questo senso di resa, di deriva individualista che ci impedisce di pensare in grande su tutto: in ambito politico, sociale, culturale… fa’ del tuo meglio nel tuo piccolo, ma non ti illudere troppo che il mondo cambierà per questo. Alla grande Rivoluzione è succeduta la piccola, personale rivoluzione quotidiana.
Se evitiamo di giudicare e di ridurre tutto in termini manieristici di bene e male e ci concentriamo invece con serenità su quello che siamo oggi e sul perché siamo così, secondo me potremmo anche provare a proporre una visione alternativa di questa fragilità generazionale: chissà che in essa non si nasconda una risposta diversa al mondo dei poteri forti.

orco_male.

disegno di Stefano Bonora