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Lavoro di mamma, mamma che lavoro

Manuela Lozza, giornalista freelance e scrittrice, anche quest’anno ha trovato una maniera creativa e originale per essere presente alla nostra nuttata ‘e sentimento. Trovo incredibili, anzi no, straordinarie, le cose belle che si possono mettere in piedi a partire dal lavoro, e come il lavoro rappresenti oggi più che mai un collante necessario per tenere assieme le case, le comunità, le nazioni, il mondo. Ma adesso basta con le mie chiacchiere, godetevi piuttosto il racconto di  Manuela, e poi magari se volete dite la vostra, come si fa lo sapete, inviate i vostri commenti, le vostre opinioni, le vostre idee a partecipa@lavorobenfatto.org e poi ci penso io a pubblicarle.

Racconto
Manuele Lozza con Micol Santambrogio, Anna Guenzi, Alessandra Mantriota, Vittoria Paolini, Marianna Piddu.
Interventi
Isa Maggi; Fiorentina Picano; Vincenzo Moretti; Vittoria Paolini; Paola; Concetta Tigano; Manuela Lozza; Anna; Francesca; Alessandra Polverino.

mamme

Manuela Lozza con Micol Santambrogio, Anna Guenzi, Alessandra Mantriota, Vittoria Paolini, Marianna Piddu Torna all’indice

LAVORO DI MAMMA, MAMMA CHE LAVORO!
Varese, 27 Aprile 2016
Caro Vincenzo, quest’anno l’avvicinarsi della nostra notte mi ha spinto ad una riflessione: chi sono io professionalmente in questo momento della vita? Io freelance, che, oltre a Cecilia, ora ho un bimbo fresco di fabbrica, di appena 5 mesi. Sono una mamma in temporaneo stand by lavorativo? Sono una mamma di professione? Ma poi, quella di mamma può essere definita professione? E se così è, possiamo dire di star facendo un #lavorobenfatto? Possiamo dire che, in ogni momento, poniamo in tutto la stessa cura che useremmo per affrescare la Sistina? Allora ho chiamato altre 6 mamme tra i 35 e i 40 anni, con almeno un figlio in età prescolare, per festeggiare #lanotte insieme e vedere se anche loro si pongono le mie stesse domande. Ci saranno: mamme a tempo pieno per scelta, mamme a tempo pieno perché la vita ha voluto così, mamme che lavorano part time, mamme che lavorano da casa, mamme che lavorano full time. Mamme con 1, 2 o anche 3 figli. Mamme con ben 6 nonni a dare una mano, mamme che fanno tutto da sé. Ci troviamo a casa mia, ma presto, se “le mie mamme” vorranno ancora seguirmi, le nostre chiacchiere diventeranno uno speciale radiofonico, che purtroppo non è stato possibile organizzare per sabato 30 aprile e che, se ti va, rappresenterà un po’ una voce della #notte in differita.
Ma non vogliamo parlare solo di noi, infatti la serata avrà anche un altro filone: poiché molte di queste mamme sono anche libromani, lettrici onnivore e voraci, abbiamo pensato di dedicarci alla lettura ad alta voce di brani tratti da romanzi, che narrino di lavoro, per poi confrontarci e capire se, a nostro avviso, i vari autori sono stati in grado di rendere il lavoro, per come noi stesse lo pensiamo. E intanto mangiamo, beviamo e se ci va cantiamo pure. Per una sera, “tutte insieme, tutte alla stessa ora”, tutte senza figli.
Da Varese, le mamme della #notte.

Varese, 3 Maggio 2016
Caro Vincenzo, scusa la lunghezza, ma questo non è solo il racconto di come sia andata la nostra Notte, è anche, soprattutto, una lettera d’amore dedicata ai figli, alle amiche speciali, ai nostri compagni. E a un’altra persona, senza la quale, vedrai, quello che scrivo non avrebbe senso.
Noi sei, tutte con esperienze e vite diverse, siamo mamme di una generazione fortunata, quella nata una trentina d’anni fa. Fortunata perché, come dice Anna, abbiamo accanto uomini consapevoli del valore del loro ruolo emotivo e sentimentale, prima che pratico ed educativo. Fortunate perché, ci ha ricordato Micol (insieme a Concita De Gregorio), siamo la prima generazione ad aver avuto, su larga scala, madri che hanno saputo insegnarci con l’esempio l’importanza di essere, oltre che una buona mamma, una donna realizzata. Ma forse, proprio per questo tripudio di possibilità, siamo anche una generazione che sente, costante, la richiesta del mondo di giustificare la propria scelta: criticata se lavora, perché non dedica abbastanza tempo ai figli, criticata se fa la mamma full time, crriticata come Vittoria, che di bimbi ne ha 3 e si è più volte sentita dire “tu che non lavori”, “tu che non fai niente”, “tu che hai tanto tempo libero”.
Ma torniamo al punto di partenza: fare la mamma è un lavoro? Sì, lo è, almeno per noi. Così, chi fa la mamma a tempo pieno lavora 24 ore al giorno (perché quando i figli sono a scuola, tu prenoti visite, compri quaderni, frulli verdure, allestisci il mercatino di natale, raccogli fondi per l’asilo…). E chi lavora fuori casa? E beh, qui il discorso è completamente diverso. O no? Chi lavora fuori casa lavora lo stesso 24 ore al giorno: 8 fuori casa, 16 dentro casa.
Mi ero preparata una domanda: “avete pregiudizi verso le mamme che hanno fatto la scelta opposta alla vostra?” Mi ero preparata anche allo scontro e invece ho scoperto che vigeva la stima più assoluta, a volte, al limite, un po’ d’invidia.
Anna, che lavora part-time e che al lavoro fuori casa non rinuncerebbe mai, dice che in ufficio comunque stai facendo qualcosa per te, e lo stai facendo in mezzo ad altri adulti, mentre ammira la capacità delle mamme casalinghe di passare tutta la giornata in un mondo di pappe e costruzioni lego, dove, scherzano Marianna e Vittoria, alle 18 ti accorgi che ormai parli solo il bambinese. Ma d’altro canto, come non invidiare il doppio stipendio? La donna lavoratrice che, pur nelle traversie di oggi, può disporre di una certa autonomia economica?
Essere mamme a tempo pieno vuol dire anche vivere, a volte, con senso di colpa il proprio accesso al denaro di famiglia e ci si accorge che piano piano non si acquista più niente che serva soltanto a te, per puro piacere: la quadrilogia di quell’autrice che ti piace tanto te la farai prestare da un amico quando l’avrà finita; le scarpe solo quando quelle vecchie sono sciupate; il pesce crudo no perché a casa lo mangi solo tu. E invece, alcuni piccoli dolori, alcune consapevolezze, sono comuni, quasi che gli esseri umani (e anche le mamme) dovessero per forza flagellarsi con qualche senso di colpa. Micol ci ha fatto piangere perché ha cercato – la commozione gliel’ha quasi impedito – di leggerci una poesia intitolata “i figli delle mamme che lavorano sono super eroi”. Micol è una mamma che lavora full time e la paura di non dedicare abbastanza tempo alla sua piccolina la tiene sveglia la notte. Ma il suo stipendio in casa è fondamentale. E poi c’è un problema – ammette a denti stretti – «io sono ambiziosa». Ma non intende la smania di far carriera, intende (sì, le ho scelte bene le mie mamme) che quando fa un lavoro, lo deve fare al meglio, con tutto l’impegno e l’energia. E quando questa cosa la dice riferendosi al lavoro fuori casa, la dice con rammarico, come fosse una colpa. Allora Vittoria, quasi per consolarla, si asciuga le lacrime che la poesia le ha fatto versare e ci legge lei un brano, della Baruffaldi, che ha il coraggio di svelare l’inconfessabile: le mamme a volte, nel fare la mamma, si annoiano. Anche mentre giocano alla casa delle bambole e le bambole devono fare sempre le stesse tre azioni, sempre con la stessa vocina e ce ne deve essere sempre una cattiva e una buona, le mamme, a volte, si annoiano.
Davvero? Pensavo succedesse solo a me e mi sentivo tanto, ma tanto in colpa. Allora forse raccontarci queste cose, non solo stasera, ma più spesso, come una vera comunità, forse ci fa bene, ci fa sentire più giuste, più adatte. Ma dai, le mamme a volte si annoiano! Posso anche non sentirmi in colpa. Non per questo almeno.
Marianna – pensa, con Marianna seriamente non mi era mai capitato di parlarci, cosa mi perdevo Vincenzo – ha detto una cosa terribile e bellissima, ha detto che la sua mamma, che faceva un lavoro pesante per otto ore al giorno, aveva due figli e faceva le universali rinunce economiche ma non glielo ha mai fatto notare, non le ha mai detto «non sai come sono stanca», oppure, «ma ti rendi conto di che sacrifici facciamo io e il papà». E io, lo dico ai miei figli? Sì. Glielo dico anche se non hanno nessuno strumento per capire cosa sia un sacrificio, glielo dico anche se non lavoro in fabbrica otto ore al giorno, glielo dico per dirlo, perché voglio che capiscano che brava mamma che sono, quante cose faccio per loro. Eppure adesso non glielo dirò più, e sai perché? Perché la mia mamma, una donna single e lavoratrice, mai, ti giuro Vincenzo mai, mi ha fatto sentire pesante, stressante, non amata. La mia mamma fingeva bene quando giocava per tre ore con la bambola buona e quella cattiva e io, finché non sono stata madre a mia volta, non ho mai sospettato che fare la mamma potesse essere anche faticoso. La mia mamma, nel lavoro e a casa, ha fatto proprio come sabato ci ha consigliato Micol, con una bellissima immagine: è stata un fosforo, ha portato la luce facendo al meglio il Lavoro che la vita le chiedeva di fare, nonostante la fatica, la noia, i sensi di colpa.
 La vuoi sapere Vincenzo la mia risposta alla domanda da cui siamo partite? Penso che chi ama non sbaglia mai, perciò tutte le mamme fanno un lavoro ben fatto.

mamma

INTERVENTI
Isa Maggi Torna all’indice
Caro Vincenzo, voleva segnalarti due link per questa bella narrazione sul lavoro di mamma. Il primo è il racconto di due mamme «speciali», lo trovi qui. Il secondo è la raccolta di storie dedicate da D la Repubblica alle mamme italiane nel mondo, e la trovi qui.

Fiorentina Picano Torna all’indice
La lettera che mia madre ci ha fatto avere dopo la sua morte, tre anni fa. L’ho ritrovata mettendo a posto un po’ di carte, penso che in questa discussione ci stia proprio bene, perché davvero il lavoro di mamma non finisce mai.   v. m.
«Cari figli, nipoti, nuora e genero,
se state leggendo questa lettera significa che io non sono più tra voi. Vi starete chiedendo il perché sia stata scritta questa lettera, semplicemente perché voglio lasciarvi un bel ricordo di me, anche se solo poche parole. E vi starete chiedendo anche perché ho scelto proprio F. per scriverla, altrettanto semplicemente perché in questo periodo di tristezza è l’unica che riuscirebbe a scriverla.
Ritornando a noi, vorrei ringraziarvi tutti, nessuno escluso, per l’amore che mi avete dimostrato durante questi lunghi anni e farvi capire che per me eravate le persone più importanti, con questo inizio a scrivere il vero cuore della lettera.
Per prima cosa voglio ringraziarvi uno ad uno e trasmettervi l’amore che nutro nei vostri confronti. Sarebbe stupido non cominciare dai figli, sono la parte più importante della mia carne, e ora come ora sono la parte più importante di me, soprattutto quella viva.
Partiamo dal più grande, V., sei sempre stato un uomo pieno di virtù e di amore, sai fare dei tuoi difetti dei punti di partenza per creare qualcosa di stupendo che nessuno ha mai visto prima, sei il figlio che ogni madre vorrebbe avere, ed ora che non ci sono più, ti affido il compito più difficile di tutti: fare il capofamiglia. Ama tuo fratello e tua sorella come se fossero parte del tuo stesso corpo, comportati da padre e falli vivere come non hanno mai fatto fino ad adesso, e comportati da madre (tu che a volte ti senti più donna) e falli sentire come se io non me ne fossi mai andata.
Poi A., figlio mio, sei sempre stato un uomo buono e coraggioso, che ha sempre imparato qualcosa di meraviglioso dai propri sbagli, a te affido un compito altrettanto difficile, quello di fare del tuo dolore un’arma che possa autodistruggersi e permetterti di non soffrire più.
G., carne della mia carne, mio dolce bambino ti hanno strappato da me prima che io potessi raggiungerti e salvarti. Per me vederti morire è stato il dolore più grande, mi ha lasciato senza respiro, sarei voluta morire io al tuo posto, tu eri un uomo saggio ed eri l’anima della nostra famiglia, potremmo dire che eri il nostro sorriso e lo sarai sempre, so che in questo momento e fino a quando non giunga il loro momento tu sari vicino ai tuoi figli e alla tua amata moglie e li ami, ora, come non l’hai mai fatto.
Infine c’è N., la mia piccola N., che tu sei sempre stata una donna di carattere e determinata a raggiungere i propri obiettivi. Ora come ora sono certa, anzi me lo sento nelle ossa, sei quella che sta soffrendo di più, ma sei anche quella che non vuole mostrarlo perché si sente in dovere di tenere sulle proprie spalle la sofferenza di un’intera famiglia. Allora il mio desiderio è solo uno, mia mata figlia, alle volte lasciati andare, piangi se ti serve, ma non tenerti tutto dentro ti fai solo del male.
Ed ora mi rivolgo a voi nipoti cari: S. e D., L. e R., J. e V., F. e A. E., abbiate cura dei vostri genitori ora che siete più grandicelli e ripagateli con l’amore di quello che hanno fatto per voi.
Ed infine mi rivolgo a P., A., C., I. e L., voi secondo la legge non siete i miei figli, ma per me lo siete dalla prima volta che ho incontrato i vostri sguardi, dalla prima volta che vi siete presentati come coloro che sarebbero stati al fianco dei miei figli per tutta la vita, il mio desiderio è uno, che voi amiate i miei figli e li aiutate nelle difficoltà, come molti di voi stanno già facendo.
Concludo questa lettera dicendovi che nonostante io non sia al vostro fianco durante il vostro cammino, nonostante io non abbia più le facoltà di abbracciarvi, baciarvi, io, anche se voi non mi vedrete, sarò lì a sostenervi con le mie braccia, quando la vita sembrerà avervi abbandonato io vi terrò per mano così forte da farvela sanguinare, e quando sarete tristi vi abbraccerò cosicché voi non sentiate la mia assenza. Vi amo tutti e vi amerò per sempre, perché anche per chi non ci crede il per sempre esiste, l’amore batte la morte.
Firmato: la vostra amata Madre, Nonna, e Suocera
Fiorentina»

Vincenzo Moretti Torna all’indice
Toc, toc, toc, scusate care mamme, è permesso? Posso entrare? Ieri sera mi è successa una cosa che prima mi ha fatto pensare a quanto ha scritto qui Concetta Tigano e poi mi ha portato un po’ più in là, e insomma vorrei condividerla anche voi anche se sono «soltanto» un papà.
Veniamo alla cosa, anche se me ne vergogno un po’. Ero alla fermata Garibaldi della metropolitana collinare di Napoli, si, proprio quella più bella d’Europa alla fermata in cui scendo io che poi diventa normale man mano che va verso i quartieri di periferia e diventa brutta assai alla fermata di Secondigliano Scampia -, e c’era tantissima gente che aspettava il treno. Io ero in terza – quarta fila ma dietro di me ce n’erano altre due o tre. A un certo punto due ragazzine di dodici – tredici anni si fanno largo al grido di: «permesso, permesso». Arrivate alla mia altezza mi giro verso di loro e dico: «se vi dovete buttare sotto al treno passate pure, se invece dovete soltanto salirci su guardate che questa è una fila e non ha senso chiedere permesso per andare avanti, basta aspettare il proprio turno che tanto saliamo tutti.» Giuro che l’ho detto con il sorriso sulle labbra, in maniera simpatica e niente affatto incazzata, infatti anche loro mi hanno sorriso, però l’ho detto, e di questo mi sono naturalmente pentito. Il senso di colpa mi ha portato a pensare prima «ma le mamme e i papà di questi ragazzi che fanno? Ha ragione Concetta, troppi genitori fanno male il loro lavoro» e poi «bisogna tornare in fretta a dare valore alla risorsa educazione, dal rispetto delle persone e delle regole al rispetto delle idee, della diversità, del pluralismo.» Si, ho pensato questo, e mi sono detto anche, semplicimente ma non banalmente, che le famiglie – proprio così, al plurale, le famiglie di ogni tipo, senza discriminazioni di sorta – hanno in questo contesto insieme alla scuola un ruolo fondamentale. Mi azzardo a dire che oggi come oggi – nel mondo, non solo in Italia – un 9 in educazione civica dovrebbe valere di più di un 9 in italiano, inglese, cinese, matematica, fisica, ecc.
Si, io penso proprio che la risorsa educazione sia un antidito fondamentale, mi viene da dire il più importante, contro le mille forme di intolleranza e di violenza che infestano la nostra vita e quella dei nostri figli.
Ecco care mamme, volevo cogliere l’occasione di questa vostra discussione per rilanciare questo tema. Che dite, vi va di raccontare che cosa ne pensate? Per la cronaca: quando la metropolitana super affollata è partita da Garibaldi le due ragazzine stavano comodamente sedute e le mamme con bambini, le persone anziane e i vecchietti stavano in piedi. Piccole cose. Ma piccole cose che dicono un mondo. O no?

Vittoria Paolini Torna all’indice
Io penso che il lavoro più bello del mondo sia quello che ti piace fare e che fai con amore e passione. Quale lavoro può essere più ricco di amore e passione se non quello della mamma?? È vero anche però che dopo aver fatto il lavoro di mamma, è difficile trovarne un altro altrettanto appagante e socialmente utile.

Paola (mamma di Paolo di quasi 6 anni e di Luca, 3 anni) Torna all’indice
Buongiorno Vincenzo, ogni volta che nella mia vita accade un evento sincronico provo un grande stupore ed, al tempo stesso, un immenso piacere. È lei, lo so, quella piccola che fa parte di me o forse farei meglio a dire “quella piccola parte di me” grazie alla quale oggi, sogno, mi stupisco, rido, gioco e sono in grado di provare sfumature di emozioni indescrivibili. Grazie piccola Paola! Grazie a te ora scrivo, dopo aver chiesto un’amicizia su facebook a Manuela Lozza ed aver appreso che il tema del mio cuore, quello che mi ha consentito di rimettere insieme il puzzle della mia vita personale e professionale è qui trattato, con delicatezza, spirito critico ed Amore. Ecco, di questo abbiamo bisogno, di Amore, una risorsa semplice, non scontata, faticosa, ad alto contenuto e dispendio energetico. Amore prima di tutto per noi stesse, per tutte quelle piccole parti di noi che ogni giorno ci mettono alla prova, ci espongono, ci rendono inermi, soggette a critiche ma al tempo stesso Umane; Amore per i nostri cuccioli che ci guardano con i loro grandi occhioni e ci copiano ci modellano più di quanto noi immaginiamo non solo nei modi di dire e nei gesti ma soprattutto nei comportamenti e principalmente nel modo di Amare e rispettare se stessi e gli altri; Amore per chi ci sta accanto ed insieme a noi vive di notti insonni, di giornate imperfette e di una relazione che cambia, stravolta da un evento, che richiede ed a volte reclama tempo per trovare un suo nuovo equilibrio; Amore per un mondo imperfetto in cui i nostri piccoli diventeranno grandi, un mondo che forse ci fa paura, vorremmo fermare, ricostruire, cambiare, rendere migliore, ma la verità è che quel mondo, per loro, siamo noi! E così, ho iniziato a fare un esercizio: abbandonare, mio malgrado, l’idea di diventare una mamma perfetta per poter Semplicemente Essere una mamma Responsabile. Una mamma che quando sbaglia dice: “Amore la mamma ha sbagliato” liberando se stessa dai sensi di colpa, liberando la piccola Paola dall’ansia di prestazione, dal mito della perfezione e lasciando ai miei piccoli la libertà di sbagliare, fallire per poi ricominciare. Il mondo del lavoro ha le sue logiche, dove un fallimento, un errore spesso sono vissuti come qualcosa di definitivo e pesante, dove fare scelte diverse che portino alla conciliazione della propria vita con il lavoro a volte è proprio un’impresa ed è così che ho deciso di imbarcarmi in questa impresa nella ferma convinzione che il cambiamento possa avvenire solo a partire da noi.

Concetta Tigano Torna all’indice
Lo dico subito, scelgo di essere polemica, anche se naturalmente anche il mio è solo un punto di vista. La maggior parte delle mamme che conosco fanno male il loro lavoro. Per me fare la mamma non vuol dire lasciare fare al pargolo (da zero a trenta anni) tutto quello che vuole. Faccio degli esempi.
Asilo, in presenza di capricci la giustificazione è che sono segno di intelligenza.
Alle elementari se non fanno i compiti sono cattivoni i maestri che ne assegnano troppi.
Alle scuole medie se sono protagonisti di episodi di bullismo la giustificazione è che il ragazzo stava solo scherzando.
Alle superiori se non studiano è colpa degli insegnanti che non sanno spiegare e vanno a simpatia, quando prendono brutti voti poverini, stanno passando un brutto periodo, sono da comprendere.
In pizzeria, a tutte le età, possono sbraitare a voce alta, se sono piccoli possono correre tra i tavoli, ognuno è libero, siamo in un luogo pubblico, che male c’è.
Dulcis in fundo, sempre a tutte le età, possono essere cafoni verso le persone anziane, possono non aver idea del rispetto dei ruoli, possono essere possessivi nei rapporti personali, possono pensare «tutto è mio.»
Si, basta così, anzi no, perché lo so che noi mamme non siamo tutte così e mi piace sperare che sia una minoranza, però non ditemi che non esistono. Ciò detto, si accettano critiche a valanga.

Manuela Lozza Torna all’indice
Caro Vincenzo, mi dispiace ammetterlo ma anche la tua amica Concetta dice la verità: esistono anche i figli viziati, bulli e maleducati. E di certo, qualche colpa mammà la tiene! Del resto è il lavoro con il maggior carico di responsabilità, non solo verso il proprio pargolo, ma soprattutto verso la società e il suo futuro. Detto questo, ci tengo anche a sottolineare che fare la mamma è molto di più di quello che si vede a scuola, al ristorante ecc. Fare la mamma è un lavoro comunque a tempo pieno (indipendentemente che si abbia o meno un’occupazione fuori casa) e questo lo rende anche molto difficile, a volte estenuante. Quello che gli altri vedono per esempio al ristorante, non è solo il risultato di un metodo educativo valido o pessimo, è anche l’effetto delle notti insonni, dei capricci, dei ritmi estenuanti. Io stessa, che sono considerata una mamma severa, permetto ai miei figli cose che, 4 anni fa, mi sarebbero sembrate raccapriccianti (per dirne una, ero certa che non avrebbero guardato la televisione e mangiato caramelle fino alla scuola elementare:ho retto 28 mesi).

Anna Torna all’indice
Il lavoro a casa mia potrebbe avere come titolo «derby in Famiglia».
Io sono INTERISTA, mio marito MILANISTA da tutta la vita e la nostra incompatibilità calcistica è il paradigma della nostra vita: io sempre in movimento, lui uno serafico, da latte alle ginocchia; io pazienza zero lui sempre “ma si, dai, dopo, con calma”,
soprattutto io IMPIEGATA lui OPERAIO, due mondi agli antipodi, due pianeti di universi paralleli.
Io la mattina parto precisa, capelli a posto, vestiti in ordine, un filo di tacchi e una spruzzata di profumo perché comunque in ditta all’immagine ci tengono, lui sporco ma cosi sporco che il venerdì sera a momenti i panni in lavatrice ci entrano da soli.
Lui suda io “pigio” i tasti. Lui usa la chiave inglese per avvitare bulloni, io alzo la cornetta e dico parole a vanvera. Lui spalma grasso sugli ingranaggi io inoltro le mail alla collega seduta alla scrivania accanto a me!
Questa ovviamente è la SUA visione, ma intendiamoci bene, non è che me lo dice, è un pensiero che si tiene per se, solo che ogni tanto si tradisce.
La sera uno dei due cucina, l’altro apparecchia la tavola, finalmente le bambine si silenziano davanti ad un DVD e noi scambiamo due parole su come è andata la giornata al lavoro: qualche pettegolezzo sui colleghi, pessime impressioni sui datori di lavoro e a volte anche qualche commento sulle condizioni di lavoro. Il caldo ad esempio: Luca lavora in tessitura, d’estate quando fuori ci sono 30 gradi dentro, con le macchine in funzione, ne percepisci 40, effettivamente provo ad immedesimarmi e mi dispiace saperlo li 8 ore a lavorare senza nemmeno avere il tempo di passare l’asciugamano sulla fronte che si è già sudati un’altra volta. Mi dispiace si, fino a quando nel raccontare aggiunge: “e poi tu sei li, sdraiato sotto al telaio a sistemare i fili con 40 gradi che stai male dal caldo e viene giù una delle stronze, fancazziste, pigiatasti degli uffici sta li 30 secondi e si lamenta della temperatura; poverina la principessa, lei è abituata all’aria condizionata degli uffici!!”
Io sto girando il risotto, mi giro e lui è li, si è già bloccato, gli occhi sbarrati per l’incredulità, le dita stringono il bicchiere di vino e mi pare persino di sentirlo il neurone che, nella sua testa, gli comunica che mi ha appena dato della STRONZA FANCAZZISTA PIGIATASTI. Deve immediatamente rimediare, ma non sa come fare, sa che deve trovare le parole giuste perché è ben consapevole di cosa gli verrà negato per tutta la settimana per via di questa ingiuria!
Lo guardo con odio, vorrei ucciderlo, ma mi trattengo quando aggiunge “non tu amore, io lo so che tu lavori tanto e fai fatica, le stronze sono solo le mie colleghe”.
Che lecchino! Va beh, dai, sorvolo, solo e unicamente perché, effettivamente, in ufficio da me l’aria condizionata è una gran figata. Poi alla fine la cena è pronta, chiamiamo a tavola le bambine, “cosa vorresti fare da grande?” ormai è una domanda che salta fuori spesso.
Elena ormai ha 9 anni, a scuola sta studiando inglese e le piace tantissimo. Io voglio studiare lingue – risponde – risponde e girare tutto il mondo. Io la guardo sognante, la immagino con la sua valigia piena di meravigliosi sogni, avventurarsi per paesi esotici mentre Luca nel frattempo sta cercando di calcolare in che anno finiremo di pagare la rata della Punto. Ce lo darà l’AGOS l’ennesimo finanziamento? D’altronde per pagare l’università sarà inevitabile, mannaggia a te Elena!
Speriamo almeno in Laura. Ha solo 5 anni ma sarà così brava da dare retta al suo papà e fare massimo massimo la terza media? Così poi si trova un bel lavoro, uno di quelli dove impari a usare le mani mica come tutti ‘sti scienziati laureati tutto fumo e niente arrosto (qui vi ho citato una delle sue massime preferite).
Insomma a casa mia il lavoro presente e futuro è un vero derby, una lotta continua tra bianco e nero, destra e sinistra, Sheldon e Penny, Zanetti e Maldini. Però una cosa io e mio marito in comune sul lavoro ce l’abbiamo: calcoli renali, otiti perforanti, febbre
gialla, in nessun caso, mai e poi mai per nessunissima ragione al mondo andare dal medico per farsi dare I GIORNI DI MALATTIA!!! Perché seppur diverso, il nostro lavoro è per entrambi un dovere, il piu assoluto di tutti!

Francesca C., Mamma di Marghe Torna all’indice
Mi sono occupata di risorse umane e di gestione del personale per più di 15 anni prima di diventare mamma a tempo pieno in attesa di idee e tempi migliori. Se dovessi oggi da selezionatrice tracciare il profilo ideale della “professione di mamma”, le sue
caratteristiche, le competenze e le conoscenze specifiche di questo ruolo, dovrei essere oltre il trasversale; perché la mamma deve saper fare tutto: il biologo, il chimico, l’ingegnere, l’architetto, l’insegnante, lo psicologo, il commercialista, l’artigiano, l’operaio e molto di più!
Il suo orario lavorativo sarebbe ben oltre i limiti consentiti dalla legge italiana (almeno per ora!) e il suo compenso, i benefits e i bonus annuali dovrebbero superare nettamente quelli dell’amministratore delegato di una grande multinazionale.
La verità è che essere mamma è “IL LAVORO”, quello che ti porterai dietro dal momento in cui lo concepirai un figlio (o in caso di adozione, nel momento in cui riceverai il tanto anelato nulla osta dal Tribunale dei minori), al momento in cui lo guarderai per la prima volta negli occhi, fino al momento in cui chiuderai i tuoi – auspicandoti la più rosea delle vite e degli epiloghi – con al tuo fianco un figlio.
Ebbene, il mio capo…(!) lavoro si chiama Margherita, mi ha assunta quattro anni fa: è il datore di lavoro più esigente che abbia mai avuto, ma proprio per questo motivo il nostro legame si è rafforzato giorno dopo giorno! L’ambiente in cui mi fa lavorare è confortevole, gli obiettivi che mi pone quotidianamente sono tanti e difficili, sono sfide incredibili, ma sono pronta con e per lei, a superare ogni difficoltà con gioia ed entusiasmo!
Il giorno in cui mi ha palesato la sua intenzione di assumermi, avevo firmato in buonafede un contratto a tempo determinato (finalmente, dopo il trasferimento da Roma a Varese, per seguire il mio compagno di vita e un primo contratto a Milano, mi ero avvicinata professionalmente a Varese): feci il test di gravidanza e scoprii dopo 10 anni di convivenza e 3 di attese disattese, che ero incinta. Dopo un mese e mezzo, quel puntino di pochi millimetri mi mise a letto per qualche mese, convincendomi senza indugio a lasciare il mio “secondo” lavoro da impiegata, con la promessa di assunzione come “mamma”. Mi fidai per la prima volta dopo tanti anni di una semplice “promessa”, paga della sua sola esistenza dentro di me, e dopo 9 interminabili mesi di prova, finalmente il fatidico contratto a tempo indeterminato arrivò!
Era il 17 dicembre 2012 quando ci stringemmo la mano per sancire il tutto: lei afferrò con tutta la sua forza il mio indice e lo strinse così tanto che da quel momento non sono riuscita a fare altro che occuparmi di lei, o meglio, ho provato anche a svolgere ad interim il mio ruolo di impiegata e di mamma, delegando 3 tate a rotazione e il nido a copertura delle mie “assenze”, ma anche in questa occasione Margherita ha posto il suo veto alla mia decisione di allontanarmi 12 ore da casa: tra virus e malattie esantematiche, notti insonni, un papà super impegnato, nonni e famiglia tutta a 700 km, sensi di colpa e paura di non farcela, ho deciso di abbandonare definitivamente il mio vecchio status di impiegata del personale per accettare la sua ennesima proposta. Così, ufficialmente, da marzo 2015 sono stata promossa “Direttore generale della famiglia”, in attesa di un part time subordinato, o di una brillante idea imprenditoriale che mi consenta di gestire un’attività professionale senza ricatti, senza rinunciare al mio amato e desiderato ruolo di mamma!
Se diverse donne riescono a sviluppare carriere brillanti ed essere madri meravigliose
contemporaneamente, per i motivi suddetti ed anche per altri più intimi, io ho deciso piuttosto di mettere in stand by la mia vita professionale per dedicarmi al 100% alla mia piccina.
Non è stato semplice decidere, non è tutt’ora facile sentirmi dire che ho rinunciato ad una carriera, perché in realtà ne ho solamente intrapresa un’altra, in attesa di rinascere professionalmente come la Fenice! Con umiltà sono arrivata ai giorni d’oggi e so di essere ancora all’inizio: studiando, leggendo, confrontandomi con altre “colleghe” (e ovvio col papà!) su tutti i temi possibili ed immaginabili, dall’allattamento allo svezzamento, dal suo sviluppo intellettivo a quello motorio, dalla scelta del nido piuttosto che della scuola materna, dalle attività extrascolastiche a quelle ludiche, dalla ricerca e lettura dei libri più adatti ad ogni fase della sua vita alla vita sociale e a quella familiare a distanza!
Essere mamma per me significa anche e quotidianamente imparare ad essere chef e dietologo insieme, scegliendo menù gourmet settimanali bilanciati e sani, diventare personal shopper e hair-stylist, improvvisarmi attrice e regista di spettacolini teatrali da sole o con i suoi amici, portarla ad una mostra di pittura e scoprire che i bambini ti insegnano molto più di un’audioguida, o al teatro dei burattini e accorgermi solo alla fine di aver guardato lo spettacolo attraverso i suoi occhi per carpirne le emozioni.
Esser mamma significa anche soffrire e sbagliare, bilanciare i miei egoismi, fare i conti con i miei conflitti, dire no e dare regole che ho odiato con tutta me stessa alla sua età ma di cui conosco il valore e l’importanza, rendermi conto di un errore e chiederle scusa, passare notti in bianco quando sta male e settimane chiusa in casa con lei, sapendo che quando starà meglio l’influenza arriverà anche a me e che in quel momento non starò certo a letto!
Essere mamma significa non rinunciare, infine, ma ottimizzare il poco tempo che mi resta per pensare al mio futuro, al mio compagno e alle relazioni sociali ed essere qui alle 2 di notte a scrivere senza rendermi conto parole su parole!
Questo e molto altro è il lavoro di mamma. Ciò che ho scritto è frutto del mio vissuto, quindi ognuna potrà aggiungere o togliere qualcosa! Per questo, chiudo e lascio spazio ad altre, sperando di non aver annoiato nessuno, con un’immagine cinematografica che racconta una mamma attraverso la voce dei suoi figli: “Guarda che la nostra è una mamma molto importante, per raccontare la sua storia ci vorrebbe un romanzo di 3/400 pagine. Per raccontare la storia di questa madre e di noi due, fratello e sorella e di tutte
le nostre avventure ci vorrebbe uno di quei filmoni di una volta…”
(La prima cosa bella – P.Virzì)

P.S.: Ho conosciuto Manuela Lozza il giorno del primo vaccino a mia figlia. La sua primogenita era poco più grande della mia cucciola, eravamo sedute vicine in sala d’attesa e parlammo della nostra vita precedente e di come fosse cambiata con la maternità, dei nostri lavori passati e di ciò che ci saremmo aspettate dal futuro. Se ci penso oggi mi commuove l’immagine, perché avevamo quei fagottini in braccio e quello sguardo un po’ stanco, un po’ fiero e un po’ smarrito di tutte le neo mamme alle prese con il primo figlio!
E’ stato bellissimo leggere a distanza di 3 anni il suo articolo, perché ho visto nelle sue parole la forza, l’orgoglio e la gioia di essere mamma e di sentirsi una donna pronta a mettersi continuamente in gioco con ottimismo!
Le auguro tanta fortuna nel suo lavoro di mamma, di giornalista e scrittrice, come auguro a me e a tutte le mamme di avere il coraggio di fare le scelte più giuste da madri e da lavoratrici, di non farsi condizionare dai pregiudizi e dai luoghi comuni sui ruoli sociali della donna/madre, di avere la forza di reinventarsi e mai fermarsi!

Alessandra Polverino Torna all’indice
Caro Vincenzo,
ho letto e riletto l’articolo di Manuela Lozza e mi sono molto identificata con  il suo  racconto. […] In allegato ti inoltro quanto ho sentito di scrivere di getto e senza troppa razionalità, e mi dirai che si vede! Se lo ritieni opportuno puoi pubblicarlo anche a mio nome, sono contenta di partecipare.
Un affettuoso saluto.
Alessandra
«Tutto comincia quando due occhi acquosi ti scrutano e tu tra lo sgomento e la gioia cominci lentamente a realizzare che qualcosa sta cambiando. Per i primi 9 mesi mi ero chiesta e provavo a immaginare, anche con l’aiuto dei racconti delle altre mamme, cosa e come fare per essere una buona mamma, per fare un lavoro ben fatto e sentirsi orgogliosi al solo pensiero dei propri figli.
Tutto é facile quando immagini, poi leggi libri, ti documenti, ti informi, vedi anche tutorial su come si cambiano i pannolini o si lava il naso dei piccini, ma quando arriva il momento dimentichi tutto e anche la donna più forte e sicura di sé si piega sotto il peso di quei 2,860 o 3,080 chilogrammi.
Io sono fortunata perché dopo la prima figlia ho potuto scegliere di averne un’altra, e se fosse per me ne farei ancora ma mio marito mi ha consigliato di trovarmene un altro.
Sono fortunata anche perché ho potuto scegliere di dedicare maggior tempo alle bimbe, diventando in questo modo una mamma che lavora part time. Corro tutta la settimana, sono in continuo movimento fisico e mentale, anche quando sono in metro sto correndo. La mattina penso alle cose da fare in ufficio, al  pomeriggio penso a come organizzare le cose da fare al mio rientro in casa senza togliere tempo alle bimbe. Mi prendo cura anche del gattino virtuale con cui gioca mia figlia così quando vorrà giocare con lui sarà subito disponibile a farlo.
Cerco di fare il mio lavoro al meglio, ottimizzo i tempi in casa e a lavoro, ho anche pensato che con una prolunga al cavo dell’aspirapolvere non sarei dovuta andare avanti e indietro per casa a staccare ed attaccare la presa. Il mio motto é diventato «se devo fare una cosa la devo fare al meglio perché non ho tempo per poterla rifare», ma queste cose le capisci davvero solo quando le vivi.
Giusto se ami non sbagli mai e io le mie bambine le amo. Le vedo crescere e mi commuovo. Non voglio fare l’elenco dei sacrifici o delle gioie dell’essere mamma, sono tanti ma ne vale la pena. Sono grata alle mie figlie perché grazie a loro scopro dimensioni del mio carattere che non sapevo di avere e ne nascondo altre. Sono loro grata perché ho capito che essere madre significa anche creare una relazione tra te e un pezzo di te, che senti tuo ma non lo é. Significa saper accettare, accogliere, essere disposti a mettere il proprio corpo e la propria mente a completa disposizione dell’altro. Significa stare sulle cose in modo più consapevole, vivere a pieno con tutti i sensi quello che si fa.
Significa sapere che per le tue figli tu sei una specie di mito, te ne accorgi quando parli al telefono e loro ti imitano anche in questo. Significa saper dosare forze e debolezze, sorrisi e sguardi seri al solo scopo di aiutarle a crescere. Significa essere consapevoli  e saper accettare che da quel preciso momento in cui quegli occhi ti guardano la tua vita cambierà e tutto quello che accadrà sarà sempre fatto bene perché lo farai per amore.»