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Tiziano, Bianciardi e il battonaggio del lavoro intellettuale

Caro Diario, il nostro amico Tiziano Arrigoni è tornato a sfruculiare. Lo sai, lui è fatto così, c’è chi sfruculia i foruncoli lui invece i pensieri, insomma ‘a capa non a fa soffrì, una volta è Primo Levi e il lavoro ben fatto un’altra volta, questa, è Luciano Bianciardi e il lavoro precario.
Ora è bene che io ti confessi che nella mia somma ignoranza io – prima che lui me ne parlasse – il suddetto Bianciardi nemmeno sapevo chi fosse, e naturalmente glielo ho detto, ma Tiziano ha fatto come avrei fatto io, non si arreso, ha continuato a raccontarmi del lavoro di ricerca che sta facendo e insomma a un certo punto mi è venuta un’idea: gli ho chiesto di scrivere un breve articolo, gli ho detto che l’avrei condiviso con te e che da lì saremmo partiti per lanciare una nuova discussione che coinvolgesse te e i nostri lettori.
Come è finita lo puoi immaginare, l’idea gli è piaciuta e mi ha mandato l’articolo che segue. Ah, come sempre per partecipare basta scrivere a partecipa@lavorobenfatto.org . Alla prossima.

Italia che vai precariato che trovi
di Tiziano Arrigoni
Certe volte ci sono romanzieri che ci dicono molto più sul nostro paese di alcuni saggisti. Uno di questi è Luciano Bianciardi, conosciuto da molti per il suo romanzo più famoso, La vita agra.
Bianciardi è stato testimone attento dei cambiamenti della società italiana durante gli anni del miracolo economico e ne ha visto i tarli e le contraddizioni, aldilà di un facile ottimismo imperante, pur senza nutrire nostalgie inutili per un “mondo che fu”, spesso duro per vivere.
Uno degli aspetti che fa da filo conduttore nelle sue opere è proprio il lavoro. Da una parte c’è il lavoro tradizionale, quello dei braccianti, quello dei minatori di Maremma, fatto di fatica, sudore, sfruttamento, voglia di riscatto, insomma il modello che fu in buona parte travolto dall’Italia del boom; dall’altra invece c’è il lavoro intellettuale, compreso quello creativo e qui i paragoni con l’oggi si fanno più stimolanti, anche se il contesto varia molto.
Bianciardi nel 1954 passò da una città provinciale come Grosseto a una Milano in piena espansione per lavorare nell’industria culturale (nel suo caso alla Feltrinelli). Certo, prima era stato anche insegnante e parlava (siamo nei primi anni Cinquanta) di “professori non di ruolo che si possono definire come altrettanti braccianti intellettuali, reclutati stagione per stagione, quando fanno comodo per le faccende, e poi lasciati senza lavoro”. A Milano, dopo il breve passaggio alla Feltrinelli, farà il traduttore, un traduttore eccezionale, ma pur sempre pagato a cottimo.
Rispetto ad oggi eravamo in un periodo diverso, di espansione e di speranza (allora si migrava in un contesto di espansione, oggi di contrazione), ma come non riflettere quando Bianciardi definisce questo lavoro intellettuale a cottimo un vero e proprio “battonaggio”? Prima pagavano a cottimo il bracciante agricolo, oggi il lavoratore precaro intellettuale, non più casse di pomodori (e in questo caso ci sono diversi e più feroci sfruttamenti), ma una somma immateriale di byte, tanto a battuta. E se i coetanei di Bianciardi potevano sperare in un futuro migliore, oggi il “battonaggio” intellettuale è diventato una condizione di vita in un mondo del lavoro sempre più frammentato. Spesso questi nuovi lavoratori culturali provengono da famiglie operaie e finiscono per avere livelli di vita inferiori a quelli del padre operaio: vivono di lavoretti che sono diventati un modello di vita sempre più precario. Una società di lavoretti. Mi piacerebbe discuterne, anche sulla base di esperienze dirette.

foto di Virginia Baccella
foto di Virginia Baccella

INTERVENTI
@ Matteo Bellegoni
@ Vincenzo Moretti
@ Antonio D’Amore
@ Tiziano Arrigoni
@ Flavia Restuccia
@ Laura Ressa

Matteo Bellegoni Torna agli Interventi
Caro Vincenzo, ho letto l’intervento di Arrigoni e l’ho trovato davvero stimolante, ho provato a mettere giù qualche riga, spero possano aiutare la discussione.
Secondo me c’è un filo conduttore invisibile che anima lo sviluppo mondiale, dall’era dell’avvento della società industriale, arrivando a quella digitale, che determina le principali condizioni di precarietà dell’uomo sulla Terra: massimizzare l’accumulazione di capitale privato, sfruttando non solo le due risorse principali, l’uomo e la Terra, ma anche la società, la “infrastruttura” che dovrebbe coniugare la salvaguardia e lo sviluppo di questi due “fattori di crescita esistenziale”.
La società crea plusvalore culturale e capitale di ricerca ed innovazione che non vengono messi a disposizione del pieno e massimo sviluppo dell’uomo, che pure li ha prodotti nella sua dimensione collettiva, ma vengono impiegati per la ricerca del massimo profitto e l’uomo viene “privato” dalla sua dimensione pubblica e utilizzato come “frammento” della produzione privata, sia essa materiale o immateriale.
Spesso discutiamo della precarietà concentrandoci solo a valle del processo che la produce, giudicando di volta in volta le leggi sul mercato del lavoro come uniche portatrici di maggiore o minore precarietà, mentre il ragionamento andrebbe svolto a monte, laddove la società viene saccheggiata delle proprie intelligenze e vista come un patrimonio da sfruttare, foss’anche per lo sviluppo collettivo delle macchine che, così come l’uomo, sono portatori di plusvalore sociale che viene sottratto e trasformato in rendita privata.
Pertanto siamo tutti arruolati o arruolabili in un “esercito di riserva” che combatte una guerra non propria, quella del capitale privato, ecco perché “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.
Se secoli di accumulazione di conoscenza fossero considerati il patrimonio sociale sul quale investire e la fonte di accumulazione di capitale sociale da redistribuire, l’uomo e la terra diverrebbero “produttori e consumatori” di un bene pubblico in grado di valorizzare l’unicità e l’autonomia di ciascun essere umano e territorio, mutando pertanto alla base il rapporto di precarietà che si determina inevitabilmente con lo sfruttamento di queste risorse e la loro privazione dalla dimensione pubblica.

Vincenzo Moretti Torna agli Interventi
Io per adesso ho solo due citazioni a mo’ di background e una domanda:
La prima citazione è di Merton, che ricorda che il suo incontro con il concetto di serendipity «fu chiaramente il risultato della convergenza di perlomeno quattro interessi che coltivavo da tempo: […] e il mio perdurante interesse per i neologismi che si rendono necessari per descrivere fenomeni appena scoperti e idee appena emerse.»;
La seconda è di Ludwig Wittgenstein, che nelle prime pagine delle sue Ricerche filosofiche, scrive che «[…] ogni parola ha un significato. Questo significato è associato alla parola. È l’oggetto per il quale la parola sta.».
La domanda invece è questa: siamo proprio così sicuri che precarietà sia ancora la parola giusta per definire e dare significato al rapporto tra l’uomo e il lavoro e che non abbiamo bisogno di un neologismo che ci permetta di ridefinire questo rapporto e con esso le relazioni con altre parole per noi eredi dell’illuminismo fondamentali come diritti, tempo, durata, merito, opportunità, talento, ecc.?
Non è una domanda retorica, è una domanda vera, nel senso che non solo non ho la risposta, non sono neanche certo di aver formulato la domanda nella maniera giusta.

Antonio D’Amore Torna agli Interventi
Secondo me precarietà è un termine troppo “antico” in questa modernità della nostra società. Io credo che sia un concetto superato. Da noi mode e variazioni sociali arrivano con un bel po’ di anni di ritardo rispetto ai Paesi che invece sono evoluti. In America difficilmente stazioni lavorativamente nella stessa società per più di due anni.
Io credo che semplicemente il mondo del lavoro è cambiato. Bisogna farsene una ragione, il “posto fisso” dei nostri genitori non esiste più e non ha modo di esistere.
Oggi siamo in un sistema che si evolve in maniera rapida. Se abbiamo competenze, istruzione e attributi lo cavalchiamo; viceversa veniamo schiacciati e ce ne lamentiamo.

Tiziano Arrigoni Torna agli Interventi
Mi fa piacere precisare che nessuno parla di “posto fisso per tutta la vita”, il contesto si è talmente modificato che anche il cambiamento è diventato valore positivo, al posto della staticità del posto fisso.
Il problema è che i “lavoretti” e quindi la mancanza di un percorso che talvolta vada oltre l’anno è diventato anche una caratteristica di chi ha competenze, istruzione e attributi. Il “lavoretto” come funzione strutturale per intenderci. Allora la differenza fra quella che è la giusta dinamicità e lo sfruttamento a cottimo del lavoro qualificato diventa un filo sottile.

Flavia Restuccia Torna agli Interventi
Meglio “battone” libere e appassionate del proprio lavoro (sicuramente non gratificate dal punto di vista economico) che schiave frustrate e vestite a modino. A parte gli scherzi (ma non troppo), bellissimo spunto di riflessione, conosco poco Bianciardi e sicuramente andrò ad approfondire!
Dal mio punto di vista lo stato delle cose è generalmente questo: chi svolge lavori che hanno a che fare con intelletto, cuore e creatività si trova davanti una strada in salita con tanto di macigno sulle spalle (un pò come nel mito di Sisifo).
Stare al mondo e scegliere di fare “battonaggio”, oggi, credo sia una maniera di praticare la vecchia resistenza partigiana.
Ci sarebbero davvero tante cose da dire in merito a quanto ha scritto Tiziano. Trovandomi in questa condizione, come tanti miei coetanei, cerco di godermi comunque il viaggio e la raccolta dei semi che getto quotidianamente. Perché se si semina in maniera costante i frutti si raccolgono, eccome. Bisognerebbe, a mio avviso, rimanere concentrati sulle proprie sensazioni, sui propri pensieri, darsi dei piccoli obiettivi e non ascoltare assolutamente le voci dei pessimisti, cinici e arrendevoli.
È tosta e il contesto sociale, politico, i media etc non aiutano di certo, ma essendo una la vita, se non ci si prova ora a essere un pò felici, allora quando?

Laura Ressa Torna agli Interventi
Parlare di lavoro purtroppo non sempre vuol dire parlare di dignità.
Il lavoro oggi è una chimera in molti territori, e con esso anche la dignità di un professionista viene svilita. Il lavoro, che nel suo significato primordiale dovrebbe nobilitare l’uomo, spesso invece lo svilisce, lo deprezza, lo rende una pedina nella grande scacchiera del gioco “tanto lo trovo un altro più disperato di te disposto a farlo”.
Solitamente guardo al lato positivo e romantico delle cose, anche in una cultura com’è quella italiana fatta di tante contraddizioni: di passioni e cadute di stile, di comunicazione osannata e poi vilmente calpestata. Siamo fatti di contraddizioni, e forse sono proprio le nostre contraddizioni a dare ancor più sapore ai nostri lati migliori.
Apprezzare il lato positivo: sì, è questo che ci ripetiamo mille volte, anche quando si tratta di lavoro. In fondo potevamo stare peggio: è questo il pensiero sottinteso di chi vive oggi il lavoro in un contesto totalmente nuovo rispetto al recente passato del boom economico. Spesso ci si deve accontentare perché chi si accontenta gode, come recita il vecchio detto, ma soprattutto perché “c’è tanta gente che non ha nemmeno quel poco”.
È come quando la mamma da bambini ci diceva di mangiare tutto quello che c’era nel piatto perché ci sono tante persone che muoiono di fame e che quel cibo se lo sognano. Ecco, ogni giorno che penso ai doni che ho, ripeto a me stessa quelle parole e rifletto sul fatto che molti non hanno neanche il poco. Questo però è un alibi bello e buono, spesso usato per accontentarci e che rischia di appiattirci sotto il suo peso. Un alibi usato anche da chi sfrutta il lavoro, sottopagandolo o semplicemente considerandolo come un atto dovuto e totalmente privo di anima.
In alcuni casi accontentarsi significa scivolare nelle sabbie mobili, e lo sanno bene tanti giovani lavoratori che oggi si ritrovano a lottare per quel poco di cui poter esser fieri. Accontentarsi di quel che si ha è un conto, ma essere felici con quel che si ha è un altro paio di maniche. I due concetti sono opposti, e se sei davvero soddisfatto quelle maniche le tiri su con molto più entusiasmo.
Dunque non mancano solo le motivazioni, ma anche le opportunità per misurarsi con se stessi. L’opportunità di dimostrare che sappiamo fare meglio e di più in un contesto che non ci veda appiattiti e assuefatti al minimo sindacale solo portare lo stipendio nella tasca. L’opportunità di migliorare e la costante ricerca di nuove sfide con le quali condire le nostre vite.
Ci vorrebbero politiche di inserimento più attente, un rinnovato sistema scolastico e universitario che non abitui le persone sin da adolescenti a lavorare senza essere giustamente pagate e ricompensate. Come sempre, ogni cosa inizia e finisce con la cultura e con un cambio di paradigma politico e sociale. Tutto comincia dalla lotta, ma se nessuno la ascolta e la pratica è difficile pensare al cambiamento come un risvolto possibile.
I nuovi braccianti siamo noi ogni volta che ci accontentiamo, ogni volta che ci facciamo rubare l’anima (lavorativa) e ogni volta che perdiamo quella luce negli occhi che solo una bella soddisfazione personale e condivisa sa donarci. Perché possiamo avere mille stimoli e hobby lì fuori, ma il lavoro è parte indissolubile di noi, espressione ancestrale di un modo di vivere la società che sia fatto di impegno e dedizione. Di contributo al miglioramento della nostra vita e di quella degli altri.
Cosa si fa dunque? Come ci si comporta in un contesto fatto di realtà frammentate, stimoli spesso azzerati e lotta a chi è più disposto a fare tutto pur di avere poco? Si divulga, si comunica, si scrive, si parla, si propone uno stile nuovo. Si coltiva la propria mano, si coltiva la mano affinché sia capace di fare cose nuove. Si coltivano relazioni, networking, ascolto, lettura. Insomma il lavoro in fondo è anche tutto questo: il lavoro siamo noi che ci muoviamo nel mondo e il mondo che ci mostra a volte il suo lato migliore e a volte il suo lato peggiore.
La società è la nostra immagine riflessa allo specchio: non cambia se siamo disposti ad accettarla così com’è.
diego4