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Il vino di Raffaele, che fatica ‘nfaccia a ‘na muntagna

Caro Diario, non lo so se una persona che tu non hai mai visto in vita tua e ci hai parlato una sola volta a telefono ti può entrare nel cuore, eppure Raffaele Moccia mi è entrato nel cuore.
Guarda, sono così contento che questa volta parto dalla fine, da quello che mi ha risposto quando gli ho chiesto “per te che cos’è il lavoro, perché è importante, vale”.
“Vincenzo, per me il lavoro è il motivo dell’esistenza dell’uomo, a prescindere dai risvolti economici. Il lavoro è lo spazio che c’è tra la tua aspettativa quando lo cominci e il risultato. Mi posso spiegare con un esempio?”.
“Certo che sì!”
“Perfetto, però prima di farti l’esempio ti devo dire che mio padre si chiama Gennaro e che abbascio (giù) Agnano, nella nostra zona, quando si vuole dire a qualcuno che il lavoro richiesto è troppo impegnativo si usa dire “E chi song, Gennaro Moccia?”.
“In pratica il nome di tuo padre viene utilizzato come parametro di riferimento per le imprese considerate impossibili.”
“Esatto!, adesso ecco l’esempio, si riferisce all’ultimo ettaro che ho terrazzato per le mie vigne. Vincenzo mi devi credere, era peggio di un bosco, molto peggio, perché nel bosco ci puoi entrare mentre il mio terreno era un groviglio di spine e di piante selvatiche di alto fusto, piante che quando anno pigliato pere (letteralmente preso piede, in senso figurato messo radici) non ce n’è per nessuno. Naturalmente prima di mettere mano l’avevo fatto vedere a mio padre, il Gennaro Moccia di cui sopra, e vuoi sapere che cosa mi aveva detto?”
“E per forza che lo voglio sapere!”
“Tiene presente che glielo avevo fatto vedere da sotto, perché al tempo il posto era praticamente inaccessibile. Ebbene, papà prima guardò bona bona (con attenzione) la montagna e poi mi disse tu sei pazzo. Lieve mano (desisti),  nun è cosa (non si uò fare), puorteme a terra mia ca tu sì pazzo. Vincenzo, non appena mi vieni a trovare ti faccio vedere che cosa è diventato quel posto, con l’uva ci facciamo della falanghina che è una meraviglia.
È la mia forza: anche nelle situazioni più difficili mi immagino il lavoro finito ancora prima di incominciarlo, e non mi importa quanto tempo e quanta fatica ci vuole per finirlo, e neanche quando comincerò a guadagnarci. Per me il lavoro è questo, l’impegno che c’è tra cominciare e finire quello che hai deciso di fare”.
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Come dici amico Diario? Questo Raffaele Moccia è un personaggio incredibile?
Se colgo il senso sono d’accordo con te, basta che ci capiamo, perché Raffaele non è un personaggio è una persona, lo vedi già dal lessico, dalla semplicità mai banale delle sue parole, dalla profondità delle cose che dice. Ti giuro che mi è costato persino dirgli di darci il “tu”, perché nel suo modo di rivolgersi a me con il “voi” c’era un rispetto che non scade nella riverenza che mi piaceva un sacco. Comunque, adesso che ti ho raccontato la fine possiamo tornare al principio, nel senso che ti faccio leggere quello che mi ha scritto all’inizio, prima che gli telefonassi, quando eravamo ancora la tempo del “voi”.

“Gentilissimo Vincenzo, sono Raffaele Moccia, sono nato il 28 gennaio del 1963, mi sono diplomato nel 1982, sono quindi un’agrotecnico iscritto all’albo anche se fin da subito ho abbandonato l’idea di svolgere la libera professione per seguire la mia azienda da vicino.
La mia presenza in vigna è iniziata all’età di quattro anni e la mia mansione principale era quella di raccogliere le erbe spontanee per alimentare i conigli del nostro allevavamento. Subito dopo iniziai a svolgere le altre attività di vigna. Quando avevo 7 anni papà si assentò dalla vigna per oltre quattro mesi per motivi di salute e al ritorno dall’ospedale la trovò in ordine.
Allora coltivavamo solo un paio di ettari degli attuali dieci ettari e mezzo in quanto la restante parte (facente parte anch’essa della vigna storica di famiglia) oggi lo conduco io personalmente attuando un piano di recupero del territorio attraverso il ripristino sia dei vecchi vigneti che dei terrazzamenti.
Una cosa che non sopporto in riferimento ai lavori agricoli è quando un’attività viene svolta solo ed esclusivamente per ottenere dei vantaggi economici. Dovete sapere che è per questo motivo che i terreni difficili come questo mio oggi sono stati completamente abbondonati; in pratica se anch’io fossi appartenuto alla filosofia del tutto, maledetto e subito non mi sarei mai dedicato a questo tipo di lavoro laddove oggi attendo ancora i risultati di un lavoro da me condotto di ripristino manuale di parte dei terrazzamenti iniziato circa 15 anni fa.”

Come dici caro Diario? Questo Raffaele sta entrando nel core anche a te? Ci credo, comunque dopo un messaggio così stamattina gli ho telefonato per farmi dire un altro po’ di cose, facciamo così, te le metto in fila come le ho trascritte, però tieni conto che con una mano tenevo il telefono e con l’altra scrivevo, perciò delle cose me le sono perse.

1. A Raffaele piace la Natura, sì proprio quella con la “N” maiuscola. Quando può segue documentari, viaggi, tutto quello che ha a che fare con la Natura e con il rapporto dell’uomo con essa.
Ah, gli piacciono anche il Medioevo e il Rinascimento. Anche nei film, preferisce quest’epoca a quella dei Greci e dei Romani, dice che le cose imperiali non lo attirano e che al Colosseo o al Tempio di Serapide preferisce Gubbio o Spello.

2. Non sopporta le persone che si vantano di fare cose che non sono vere, che dicono cose che non gli appartengono. “Capisco che a volte dire la verità può essere doloroso, può far male”, mi ha detto, “però le bugie e le falsità non le sopporto”.
E non sopporta neanche chi desiste perchè i risultati non si possono avere sul breve periodo o perché i soldi non arrivano subito. “Sì, anche questo non l’ho mai sopportato”, ha aggiunto.

3. Da giovanotto per essere autonomo – “Vincenzo non è che papà ci pagava per il lavoro nei campi, non esisteva proprio” – ha fatto e si è inventato diversi lavori, in particolare durante il periodo estivo, quando non si andava a scuola.
Ha fatto il muratore, tra tavole ‘e ponte e trociole per 20 mila lire al giorno. “Vincenzo, 120 mila lire ogni settimana chissà che mi sembravano. Con questo lavoro misi ‘o pizzo una cosa di soldi (misi da parte un po’ di soldi) e con l’aiuto di mio padre mi comprai un tre ruote con lo sterzo con il quale portavo il concime – letame maturo di mucca e maiale – ai contadini. Guadagnavo 15 mila lire a viaggio, certi giorni facevo anche 3 o 4 viaggi, erano soldi, come ti ho detto mi piaceva essere autonomo, non volevo gravare troppo sulle spalle di mio padre”.

4. Con l’università non ce l’ha fatta, causa lavoro, anche se il padre era disposto a ogni sacrificio per la laurea. “Ricordo che mi feci comprare un walkman alla Nato, mi registravo le lezioni e me le sentivo la notte mentre dormivo, ma non funzionò, e come ti ho detto lasciai”.

Come dici amico Diario? C’è tanta fatica nel lavoro di Raffaele? Glielo ho detto pure io, sai cosa mi ha risposto? “È vero, però quando fatichi ‘nfaccia a ‘na muntagna comme ‘a mia dopo non c’è lavoro che ti spaventi”.
A proposito, si è capito ma io ufficialmente non te lo ho detto ancora che Raffaele i suoi vigneti se li prende dalla montagna, con la zappa, giorno per giorno, peggio dei centimetri di Al Pacino in Ogni maledetta domenica.
“Vincenzo, qui il terreno è friabile, bastano 5 – 6 anni e perde la forma del terrazzamento e ridiventa scosceso, è una battaglia continua. Se mi chiedi perché lo faccio ti rispondo perché non saprò mai vivere diversamente. Non ti credere, pure io certe volte mi avvilisco, però poi quando mi domando ma tu puoi stare senza mi rispondo ogni volta di no”.
“C’è tanta fatica ma ci sono anche tante soddisfazioni”.
“Se non cerchi un equilibrio tra fatica e soddisfazioni sì. Le mie soddisfazioni solo il Per ‘e Palummo (Piedirosso), la falanghina e gli altri vitigni a bacca bianca dei quali alcuni superano tranquillamente i 100 anni come Catalanesca, Caprettone, Muscarella, Gelsomina, detta pure uva “cupello” perché la produzione è molto generosa e si riempiva rapidamente “o cupiello”, il piccolo tino in cui si vinificava. Infine c’e la Biancolella e ancora qualche vecchia vite di uva “rurata” e Sanginella”.

Ecco caro Diario, questo è un poco ma solo un poco di Raffaele Moccia, ti debbo dire solo che la sua azienda agricola si chiama Agnanum e che se vai su Google vedi che il vino del nostro Raffaele va in tutto il mondo e che lui è stato raccontato in tutto il mondo.
Come dici? Però non come l’ho raccontato io qui?
Mò non sfottere, che mi fai diventare rosso.
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