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Comme vai cu ‘o core, Dio accussì t’aiuta: il lavoro ben fatto di don Tonino Palmese

Caro Diario, oggi ti racconto una storia diversa da quelle che sono solito raccontare, una storia con un protagonista e un lavoro molto particolare, ammesso e non concesso che in questo caso si possa parlare di lavoro e non, come di certo sarebbe più appropriato, di vocazione.
Per cominciare devi sapere che don Tonino Palmese l’ho conosciuto a Cip un paio di anni fa grazie ai Fiscina, era in compagnia di Luciano e Patrizio e ricordo che ce ne restammo a chiacchierare fino a notte inoltrata.
Quest’anno però siamo diventati amici, ci siamo frequentati di più, mi ha raccontato dell’amata madre che ogni qualvolta lui le diceva “sai, oggi ho conosciuto questa bella persona oppure è successa questa bella cosa” lei rispondeva “comme vai cu ‘o core, Dio accussì t’aiuta”. Sì, quest’anno è stato diverso, abbiamo anche pianto insieme, tra poco lo stesso don Tonino ti racconterà perché.
L’idea di raccontare la sua storia mi è venuta ieri, mentre seduti al bar ragionavamo del più e del meno e così gli ho chiesto se aveva voglia di essere mio complice e questo sacerdote salesiano di 61 anni alto quasi quanto me e con una sensibilità e una umanità fuori dal comune mi ha detto di sì, cosicché nel pomeriggio l’ho raggiunto a casa di Luciano e mi sono fatto raccontare un po’ di cose.
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Come dici amico Diario? In che senso ha una sensibilità e un’umanità fuori dal comune? Se hai un poco di pazienza te ne accorgi da solo, io che potrei dirti? Forse che Tonino è una persona vera e sempre disponibile; che appena si è accorto che le mie dita facevano fatica a correre dietro alle sue parole ha cominciato a parlare con lentezza; che quando ti racconta che gli piaceva baciare la pancia della sua mamma perché quella è stata la sua prima casa e poi ti sorride e aggiunge “Vincenzo, se ci pensi è così per ciascuno di noi” ti fa commuovere. Sì, io potrei dirti questo e anche parecchio altro, però senti a me, è meglio se leggi e ti fai un’idea tua.

Allora, tornando al punto, per prima cosa don Tonino ha voluto che gli spiegassi un po’ meglio che cosa volevo sapere, cosa che naturalmente ho fatto con così tanto piacere che a un certo punto mi sono preoccupato che la stavo facendo troppo lunga e gli ho detto che poteva fermarmi quando voleva.  Mi ha risposto di no, che anzi le mie parole lo stavano aiutando a vedere le cose che voleva dire.
“Mi accade così Vincenzo, ancora più che pensarle le cose le vedo e poi le racconto, è vedendo e rivedendo storie, volti e luoghi che mi si attivano i ricordi. Per esempio guardando i bicchieri con l’acqua che abbiamo davanti mi viene in mente una iniziativa per i poveri a Murano di tanti anni fa e la visita che mi hanno portato a fare in una fabbrica. Ti assicuro che sono rimasto incantato come un bambino quando si trova di fronte a qualcosa di magico e di misterioso nonostante sapessi bene che di magico non c’era niente, solo tanta maestria.
Secondo me le persone che hanno vissuto come noi le cose non le immaginano, le vedono. Per me è così, e perciò finisce che il bicchiere mi ricorda che ho 61 anni e che adesso più che l’immaginazione e la fantasia mi accompagnano le esperienze che ho vissuto nel mio percorso di vita”.

Come dici caro Diario? Questo don Tonino ti piace? Pure a me. E quando gli ho detto che per cominciare avrebbe potuto raccontarmi un po’ delle cose che gli piacciono e un po’ di quelle che invece no mi ha risposto che preferiva partire da quello che gli dà fastidio, che così lo avremmo tolto di mezzo e non ci saremmo tornati più.

“La cosa che più non sopporto fin da piccolo – ci sono ricordi che addirittura ho metabolizzato in psicoterapia – è il formalismo ipocrita, quello che in napoletano usiamo sintetizzare con l’espressione “pare brutto”.
Pensa che “pare brutto” mi ha dato fastidio anche quando è stato pronunciato da mia madre, la persona che amo di più, perciò persino con lei ho dovuto spiegarmi, ci siamo dovuti chiarire, perdonare a vicenda e infine riconciliare sulla necessità di togliere questa categoria dalle nostre vite. Con mia madre è stato così, con gli altri lo pratico, lo pretendo, nei casi limite prendo le distanze.
Vedi Vincenzo, il “pare brutto” è la dimensione di ipocrisia che fa parte non solo dei comportamenti umani ma anche e soprattutto del modus operandi delle organizzazioni, tra queste anche la Chiesa, nella quale l’ipocrisia diventa spesso un’occasione per impedire agli uomini di vedere oltre il visibile.
Nell’uomo è possibile cadere nella trappola dell’ipocrisia, si può comprendere, come dicevo ci si può confrontare, come dicevo perdonarsi a vicenda; nei sistemi è un poco più difficile, il sistema pur di consolidare lo status quo è come se dicesse “fa finta che non stia accadendo nulla e restiamo così come siamo”.
Non a caso la Chiesa si deve confrontare con l’elemento più sacro che ha nel suo bagaglio culturale, la coscienza della persona. A fronte di un potere di sistema che attraverso l’ipocrisia consolida la sua forza, deve necessariamente fare i conti con il principio costitutivo rappresentato da questa coscienza”.

“E dunque?”
“E dunque al primo posto viene il dovere di dar conto alla proprio coscienza più che alle norme che possono stabilire un modo di essere o un costume all’interno di una comunità, compreso quella cristiana.
Per quanto mi riguarda forse è stato questo l’elemento che più mi ha fatto amare la scelta di Don Bosco e della vita salesiana, la scelta di dedicarmi con particolare impegno a un interlocutore che si chiama giovane.
Vedi Vincenzo, secondo me “giovane” è una categoria che impone un principio morale, che anche se vale per tutte le età nel giovane è connaturato: mi riferisco alla categoria della gradualità.
Il fatto che l’etica, e di conseguenza anche la morale, si confronti con la gradualità, significa secondo me una cosa meravigliosa, cioè che il giudizio sulla persona, naturalmente tra virgolette, può essere espresso soltanto tenendo conto del punto di partenza e del valore ultimo che si vuole offrire alla persona”.

“Scusami Tonino, che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che tutti possiamo diventare santi, che non c’è nessuna condizione al mondo che possa precludere a qualcuno di diventare santo, con o senza Dio, che per me è la risposta al famoso “solo problema concreto” di Camus, se si può essere un santo senza Dio. È questa la via che è stata scelta non solo da don Bosco ma anche da don Milani. Il punto di riferimento è quello da dove si parte, non quello dove si arriva”.

“Scusami, ti interrompo solo un attimo per dirti che mi sento molto vicino a questo punto di vista. Tra i miei riferimenti culturali più importanti ci sono John Rawls e la sua teoria della giustizia, e naturalmente Salvatore Veca; questa concezione che parte dagli ultimi la sento molto anche mia”.
“Non a caso nell’etica della tradizione cristiana Gesù ha privilegiato due categorie per i processi di santificazione: i ladroni e le prostitute. E bada bene che non ha detto “poiché ho pena di voi vi porto in alto”, ha detto “poiché avete cercato di dare il meglio di voi per seguirmi io vi porto con me”.
Il primo in realtà è un uomo, il ladrone di cui non si sa neanche il nome. La seconda è un’intera categoria, che non a caso Egli egli contrappone a un’altra categoria, quella degli ipocriti. Questo significa che Gesù non benedice la condizione di disagio in quanto tale ma benedice la persona che nonostante il disagio decide di restare persona. Secondo me non a caso l’esegesi del vangelo più autentica, insieme a quella dei Grandi (san Girolamo, san Ireneo, sant’Agostino, san Tommaso, il cardinale Martini) l’ha fatta Fabrizio De André affermando che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fiori”.

“Tonino, è incredibile dove ci hanno portato l’ipocrisia, il “pare brutto”. Prima di passare alle cose che ti piacciano me la dici un’altra cosa che non ti piace più comune, più pop?”
“Non lo so, più che non mi piace direi che tra le cose che mi fanno diventare poco reattivo o apatico c’è il calcio. Naturalmente capisco che è una passione popolare che va rispettata però ti devo dire che a me tutte queste persone che troppo spesso nel privato non meritano applausi e stima e che debbono la loro notorietà e i loro soldi al fatto che corrono appresso a un pallone non mi dicono molto. Mi piace molto di più avere che fare con persone che sono migliori di me, e per fortuna sono tante”.

“Mio padre me lo ripeteva spesso: fattelle cù chi è meglio ‘e te e fance ‘e spese”.
“Appunto. Tornando alla tua domanda iniziale mi piace anche rivedermi amato e gratificato attraverso l’incontro con le persone. In questi mesi spesso ho pianto pensando alla dipartita di mia madre e a tutti veniva giustamente da pensare che era il ricordo che mi commuoveva; invece no, ciò che mi commuove di più è che guardando un altro e parlando di mia madre io penso che mia madre mi sta proteggendo e amando attraverso l’altro che ho incontrato, quasi come se fosse stato mandato da lei. Basta o vado ancora avanti?”
“Vai ancora avanti!”
“Mi piace ascoltarmi attraverso la musica, quando ascolto musica mi rivedo, mi piace ascoltare l’oboe perché mi ricorda la voce, l’appello e il grido degli innocenti. L’ho percepito la prima volta attraverso il bellissimo brano di Morricone dedicato, nel film Mission, all’oboe di padre Gabriel. All’inizio del film lui suona l’oboe per entrare in comunicazione con la tribù dei guaranì, alla fine la vita di Gabriel è così tutt’uno con i guaranì che l’oboe diventa durante l’esecuzione la voce dei bambini che cantano. Mi commuove sempre pensare che quei bambini stavano pregando e gridando giustizia davanti a Dio e davanti agli uomini.
Sulle note di questa colonna sonora ho deciso di approfondire la storia e la teologia latina americana ritrovandomi guarda caso con un gesuita (non è usuale che un salesiano e un gesuita stiano insieme) che si chiamava padre Piersandro Vanzan de La Civiltà Cattolica, diventando io un po’ gesuita e facendo diventare lui un po’ salesiano. Ricordo che seguimmo insieme fino al mio dottorato la quarta conferenza della chiesa latino americana celebrata nel 1992 a Santo Domingo”.

“Ecco Tonino, adesso raccontami un poco di te e del tuo “lavoro” di prete, per esempio nel contrasto delle mafie”.
“Vincenzo, l’impegno nella lotta alle mafie ha un solo limite per un prete, quello di etichettarsi o di essere etichettato come prete anticamorra.
La verità è che se la camorra esiste, se le mafie esistono, come esistono, è prima di tutto per motivi culturali e dunque un credente anche se prete non può stare fuori dalla battaglia tesa a debellare la cultura delle mafie. L’anticamorra, l’antimafia, la può fare un gruppo specializzato della magistratura e delle forze dell’ordine, ma tutto ciò che è animazione culturale dentro la società deve essere caratterizzato dall’impegno personale di ciascuno.
Dentro questo contesto posso dire che il movimento antimafie di Libera e oggi anche la Fondazione Polis, che presiedo, coincidono con alcuni aspetti essenziali della mia vocazione sacerdotale.
Sono diventato prete nel 1985 e non a caso mi consacrò un cardinale latino americano che è stato per me come un padre, si chiamava Rosalio Castillo Lara. E sia chiaro che quando parlo di vocazione mi riferisco alle due parole chiave di Libera che don Ciotti circa 20 anni fa volle come linee guida dell’associazione: la memoria e l’impegno.
Un prete celebra ogni giorno attraverso la memoria il memoriale, cioè la riattualizzazione della presenza di Gesù Cristo e un prete ogni giorno deve rispondere alla domanda che pone il Vangelo: da che parte stai? Questo è l’impegno. La grande intuizione di don Luigi è stata quella di recuperare da queste dimensioni così evangeliche la possibilità di mettere insieme credenti e non credenti in un grande movimento culturale e sociale.
Per quanto mi riguarda in 15 anni ho incontrato, quasi sempre nell’ambito di progetti, non in maniera estemporanea, migliaia e migliaia di persone, soprattutto nel periodo in cui mi accompagnavo con due donne speciali: Elisa Springer, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, e Rita Borsellino, sorella di Paolo. Ecco, direi che sul piano personale questi incontri mi hanno dato affetto, coraggio e soprattutto la possibilità di non essere un prete conosciuto bensì un prete riconosciuto.
È in questo percorso che è venuto un momento nel quale ho desiderato con tutto me stesso di mettere al primo posto non più le parole ma la carne e il sangue delle persone e così è nato, insieme a Geppino Fiorenza, il coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità. Posso dire un’altra cosa?”
“Certo che puoi.”
“Anche questo non bastava, bisognava andare oltre, e con gli stessi familiari abbiamo iniziato a lavorare per far sì che vittime e colpevoli si incontrassero.
Vincenzo ho fatto da talpa, ho fatto da ponte per favorire l’incontro con il mondo delle carceri, perché la dimensione più mistica di una società e della nostra stessa Costituzione è fare qualcosa per evitare che vittime e colpevoli diventino la stessa cosa, ambedue rassegnati al male – quello che si è fatto o quello si è subito – e vendicativi – verso il mondo o verso chi ci ha fatto del male – .
Naturalmente non sono mancate le difficoltà, però spesso siamo riusciti a fare in modo che vittime e colpevoli si riconoscessero. Secondo me per certi versi il riconoscimento dell’altro va anche oltre il perdono, perché è come dire a chi ti ha fatto del male non voglio più la tua morte, il tuo tumore, e neanche il tuo mal di testa. Te lo posso fare un esempio?”
“Stavo per chiedertelo io”.
“Attilio Romanò, ucciso per errore durante la faida di Scampia, sposato da pochi mesi. Rita, la madre, quest’anno, durante la Settimana Santa, è venuta in carcere con un bel numero di familiari delle vittime e insieme, detenuti e familiari, abbiamo celebrato la via crucis nei viali del carcere.
Arrivati in chiesa, ho chiesto a Rita di rivolgere una parola di saluto e di augurio pasquale ai detenuti. All’inizio lei si è come offesa per questa mia proposta, però io ho fatto bene a insistere, perché quando poi ha salutato i detenuti ha detto che quel giorno sarebbe stato il 40esimo compleanno di suo figlio e che lei, di fronte a quei volti che le avrebbero dovuto ricordare la mano bastarda che dieci anni prima glielo aveva ucciso, ha sentito suo figlio che le suggeriva altre parole, parole diverse.
Sì Vincenzo, in quell’occasione Rita Romanò ha detto ai detenuti che la sua unica missione in quel momento non era quella di rappresentare la maternità di Attilio ucciso dalla camorra, ma di essere madre di ognuna delle persone che erano lì rinchiuse. Ecco, in quell’occasione ho avuto il privilegio di vedere per la prima volta – spero non l’ultima – 300 uomini in piedi che applaudivano e piangevano umilmente davanti alla propria mamma.
Credimi, la Via Crucis era durata circa un’ora e mezza e l’uscita di Rita dal carcere ha richiesto lo stesso tempo, perché ognuno di quegli uomini ha voluto abbracciarla e baciarla. È in questo senso che penso che abbiamo bisogno più che mai di incontrarci”.

“Un’ultima cosa caro Tonino. Se io dico lavoro tu a che cosa pensi, cosa vedi?”
“E mò mi fai piangere Vincè, perché se dici lavoro io penso e vedo le mani di mio padre Luciano, carpentiere in ferro ai Cantieri Navali di Napoli. Ho un ricordo fisico delle sue mani, le penso e le vedo nel corso dei lunghi ricoveri all’ospedale di Parigi mentre le consegnava a quelle mie e di mia madre per lasciarsele accarezzare, e in quel momento, nonostante la sofferenza, sembrava godere di uno stato quasi paradisiaco.”

Ecco caro Diario, la storia del lavoro ben fatto di don Tonino Palmese finisce così, con la sua commozione che diventa nostra, nel senso di mia, di Patrizio e di Luciano che ci avevano raggiunti da qualche minuto. Alla prossima.
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Post Scriptum
Caro Diario, qualche parola sulle tre foto allegate alla storia.
La prima, di gran lunga quella più importante, ritrae don Tonino e la mamma il giorno del compleanno di lui, a inizio di Luglio dell’anno scorso, meno di due mesi prima della sua dipartita. Tonino mi ha detto che la mamma gli aveva appeno cantato tanti auguri a te.
La seconda ci ritrae a casa di Luciano ed è impreziosita per così dire dai bicchieri che suggeriscono a Tonino il ricordo di Murano.
La terza per la verità ancora non c’è, la pubblico adesso, ritrae Don Tonino con un altra parte importante della sua vita e dei suoi affetti, il cane Tender, al termine della Messa che ha celebrato a Caselle il 28 Agosto di quest’anno. Ecco, adesso davvero è tutto.
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