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Diego, il parco Cerillo e il bar

Caro Diario, fai conto una giornata che piove a zeffunno, sì, a dirotto, non per forza oggi, diciamo come oggi, che poi può essere stato una settimana o un mese fa, oppure domani o a fine marzo che tanto non cambia niente. Ecco, adesso fai conto che uno decide di andare a lavorare in biblioteca, e poi però a un certo punto si ritrova ‘nfuso comme ‘a nu purpetiello, sì, bagnato come un polipetto appena tirato via dal mare, e insomma si butta nel bar sotto le scale della biblioteca che in quelle condizioni lì anche risparmiare 50 metri vuol dire tanto, e poi c’è che al bar puoi prendere una cosa calda, e mangiare un cornetto, e magari fare una chiacchiera, e sederti a un tavolino dove comunque ti puoi mettere a scrivere.

Ecco amico Diario, è in un bar così che mi sono ritrovato, un giorno piovoso assai, a Bacoli, un posto che se le strade fossero strade e non mulattiere magari tu non dovresti camminarci in mezzo per fare segno alle automobili che passano di rallentare perché insieme all’acqua che viene già dal cielo è impossibile gestire anche quella che viene su dalle pozzanghere. Per la verità il bar lo conoscevo già, e anche le altre volte che ci ero stato l’avevo trovato accogliente, però mi devi credere, in un giorno di pioggia così i posti ti sembrano accoglienti come non sono mai stati.

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Il bar si chiama Bar/co Cerillo, Agribar Flegreo, ed è lì che ho incontrato Diego D’Orso.
Che ti devo dire amico mio, la sua gentilezza mi a colpito subito, perché io volevo un cappuccino e non lo volevo, una tisana e non la volevo, e insomma a un certo punto grazie al suo aiuto siamo finiti a un latte bianco con un pizzico di Sambuca e tanto miele, che poi Diego mi ha consigliato quello di Alianto fetido, un albero che si chiama o lo chiamano così  perché all’interno ha una pasta morbida che quando lo vai ad attaccare si difende emettendo un odore particolarmente cattivo. Ebbene, Diego mi ha detto che questo albero è molto amato dalle api, «e produce il miele prelibato che avete preso voi nel latte», ha concluso.

Ora io non lo so cosa avresti fatto tu, amico Diario, ma io tutto inzuppato in quel giorno piovoso ho chiuso il file sul quale stavo lavorando e ho chiesto a Diego se voleva raccontarmi la sua storia, lui è stato contento, e io ho saputo un bel po’ di cose che mi fa piacere condividere con te.

«Vincenzo, che mi chiamo Diego D’Orso te l’ho già detto. Ho 33 anni, sono diplomato all’istituto alberghiero, mio padre è dipendente di una ditta di autotrasporti, insomma camionista, e mia madre casalinga. Mi chiamo Diego perché sono nato nel 1985 e ho questa responsabilità di portare il nome di Maradona, però io simpatizzo per la Roma, non sono un vero tifoso, più che altro il mio è stato un modo per distinguermi e un po’ fare un dispetto a mio fratello (ha 35 anni) e a mio padre, che sono tifosi sfegatati del Napoli.
Mi piace cucinare e mangiare, sono appassionato di cucina, anche in questo caso con una certa insofferenza verso i programmi televisivi che vanno per la maggiore. Comunque amo mangiare e cucinare più il pesce che la carne, e per uno di Bacoli come me non mi sembra una sorpresa.
Ho cominciato a lavorare che avevo 13 anni, quest’anno sono 20 anni che faccio questo lavoro. Sì, ho lavorato a vari livelli ma comunque nell’hospitality da sempre, ho fatto l’alberghiero proprio perché mi piaceva la cucina, poi invece sono finito in sala e nel bar perché la cucina è bella ma è una gabbia troppo stretta per quelli come me. Comunque, se posso dire come la vedo io, nell’hospitality si guadagnavano parecchi più soldi qualche anno fa rispetto ad adesso.
Tra le cose che ho fatto, non necessariamente in ordine cronologico, sono stato «piccolo di camera» su un grande catamarano privato. Sì, la mansione sul libretto di imbarcazione era proprio questa, «piccolo di camera», in realtà facevo il marinaio, mi occupavo della cambusa, preparavo i cocktail, servivo a tavola. Avevo 25 anni e questo lavoro è durato 3 mesi e mezzo, un’estate intera.
Ho fatto per diverso tempo il camionista come mio padre, viaggiavo da solo naturalmente, in Italia, andavo quasi sempre a Crotone, lavoravo con i gamberi, là si fanno assai i gamberi rossi.
Nel 2010 ho gestito un lido con un mio amico, era un lavoro che ci piaceva assai, ci eravamo inventati belle cose, però avevamo una differente impostazione rispetto al gestore, lui aveva un approccio più informale noi volevamo che diventasse il lavoro della nostra vita.
Per certi versi io e il mio socio vedevamo grandi possibilità, secondo noi si potevano fare cose molto simpatiche, per esempio ci eravamo inventati un format che avevamo chiamato Di Già, perché avevamo fatto del Martedì una giornata da dedicare interamente al mare, con musica, cocktail e tanto altro. Sai, queste cose si facevano di solito il Venerdì, Sabato e Domenica, ma noi non potevamo competere con i più grandi in quei giorni, e insomma decidemmo di far diventare il Martedì il nostro giorno, DiGià, nel senso si comincia presto a divertirsi.
In generale io penso ancora oggi che qui si potrebbe fare molto di più, che le gestioni dei lidi sono per la maggior parte molto usuali, per certi versi carenti, non si valorizza abbastanza il territorio, almeno questo è quello che penso io.
L’esperienza con il lido è stata importante per me anche da un altro punto di vista, prima di allora mi ero pensato sempre come un lavoratore dipendente, il lido ha rappresentato un po’ una  svolta, ho comiciato a pensare che poteva valer la pena mettere su una propria attività, magari insieme ad altri.»

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«Mi hai detto che l’esperienza lido dura solamente un anno.»
«Esatto! Chiudemmo quell’esperienza e ci mettemmo a cercare altro, ma non trovammo quello che volevamo e così ho ricominciato a lavorare in bar, in cucina e poi anche come ti ho detto con il camion,  dal 2012. A proposito, non ti ho ancora detto che comunque ho sempre organizzato anche eventi e feste.»

«Diciamo che lo spirito di iniziativa non ti è mai mancato.»
«Sì, possiamo dire anche così. A 25 anni ho cominciato a vivere per i fatti miei, in maniera autonoma, e a un certo punto mi sono trovaro questa casa a via Bellavista 98. Ci tengo assai a questa parte della storia perché moltissimo di quello che ho fatto in quegli anni, nel bene e nel male, è partito da quella casa, dal pianobar alle cene e agli aperitivi che organizzo ancora adesso, in particolare la vigilia di Natale e di Capodanno. Lo facciamo a Baia, si blocca la piazza tanta è la gente che viene.»

«Il prossimo Natale ci veniamo pure io e Cinzia.»
«Sarà un piacere. Comunque il 2015 è un anno particolare, una ragazza a cui tenevo mi lasciò, il lavoro come camionista finì nonostante ci avessi investito parecchio, avevo rifiutato diversi altri lavori, finita la stagione in un lido il proprietario decide unilaterlamente che non mi deve pagare la buonuscita e insomma decido che io a Bacoli non ci posso stare più e una settimana prima di Natale me ne vado a Londra, scegliendo volutamente di non trascorrere neanche il Natale qui.

«Dicembre mi sembra un periodo un po’ strano per partire.»
«Non direi Vincenzo. In realtà per chi fa il mio lavoro è quello il periodo in cui si pensa di partire, perché qui è brutto e non si lavora, che quando poi viene Aprile ritorna il Sole e questo posto ti ammalia, ricominci a lavorare e non ce la fai più ad andartene. Comunque, nonostante il mio pessimo inglese arrivato a Londra, tempo 4-5 giorni e anche grazie agli amici che avevo lì, trovo lavoro. Sì, dico bene, sono arrivato il 17 sera e il 22 dicembre ho fatto il mio primo giorno di lavoro londinese.»

«Cosa facevi?»
«Il bar back in un club, in pratica assistente del barman, quello che  si occupa di ghiaccio, bicchieri e cose di questo tipo. Purtroppo dopo Capodoanno mi viene una febbre altissima, i miei datori di lavoro non ritennero che potessi avere la febbre e così persi il lavoro. Questione di pochi giorni e andai a lavorare per una catena di ristoranti portoghesi, ancora una volta con l’aiuto di un mio amico che faceva il manager in uno di questi ristoranti, la proprietà ne aveva un centinaio nella sola Londra.
Fui assunto come cameriere e lavorai lì per tutto il periodo. Avevo un contratto di 30 ore, ma in realtà lavoravo 48 ore a settimana. La differenza era che a Londra mi veniva riconosciuto tutto, retribuzione, straordinario, 1 ora di ferie ogni 10 ore di lavoro. E poi tieni presente che io qui a Bacoli 48 ore ero abituato a lavorarle in 3 giorni, 48 ore alla settimana non potevano certo spaventarmi.»

«Prima mi hai accennato che proprio le ferie ti hanno fatto scrivere la parola fine all’esperienza londinese.»
«Per certi versi si, nel senso che in estate torno qui in ferie – tieni presente che è stata la prima e unica volta che ho avuto delle ferie in vita mia – e insomma un po’ una barchetta a mare, un po’ la ragazza, un po’ il ritorno a Londra con il nuovo ristorante della catena a cui vengo destinato che sta a due ore di viaggio da casa e finisce che mi faccio l’idea che in estate lavoro a Bacoli e in inverno torno a Londra.»

«Se non che qui ci ritorni e a Londra no.»
«Proprio così. Però non me ne sono stato con le mani in mano.
Allora, tornai che era Agosto 2016, qui c’erano 4 associazioni che avevano preso il Parco Cerillo e avevano iniziato a ripulirlo. Capofila era l’associazione Luna Rossa Onlus, poi c’erano Io ci sto, Marina Commedia e La casetta. Il progetto prevedeva che il parco sarebbe stato affidato a una cooperativa sociale selezionata da queste quattro associazioni e così fu pubblicato un bando pubblico per under 35. Partecipammo in 90 dai quali fummo selezionati in 20. Abbiamo fatto 300 ore di formazione (bar, impresa sociale, amministrazione, manutenzione del verde) e alla fine del percorso siamo stati selezionati in tre: io, Giuseppe Salomone e Anna Carannante, entrambi di 26 anni. Per completezza devo aggiungere che dopo un paio di mesi ha cominciato a collaborare con noi anche Stefano Schiano.

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«Come cooperativa sociale abbiamo preso la gestione del Parco ad Aprile 2016 e il Bar/co Cerillo l’abbiamo aperto a Settembre 2017. Prima di avviare il bar abbiamo ripulito tutto il parco, 14mila metri quadri praticamente abbandonati, e ti assicuro che è stata un’impresa tosta, ma tosta assai.
Con l’apertura del Bar la fase del progetto, quella in cui abbiamo lavorato come volontari mentre i fondi sono serviti a realizzare le strutture, è finita, ed è iniziata l’attività del bar come cooperativa sociale di tipo B.»

«Molto bene Diego, direi che abbiamo finito, anzi no, vorrei che mi dicessi ancora che cos’è per te il lavoro.»
«Vincenzo, mi viene da dirti che per me il lavoro è tutto. Ti faccio un esempio, noi da qualche mese a questa parte ci siamo detti che abbiamo diritto a un giorno di festa a settimana, ma io il mio giorno di festa lo passo qua. E poi il lavoro è passione. Io solo il camionista ho fatto senza passione, però sempre con impegno. Per me tutti i lavori che ho fatto e che faccio senza passione non si possono fare. È la passione che fa il lavoro, altrimenti uno non lavora, esce per la giornata, ed è un’altra cosa.»
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Post Scriptum
Caro Diario, stamattina Giuseppe Salomone, un altro dei tre soci di Bar/co Cerillo mi ha inviato il link a un brevissimo video, dura 46 secondi, che racconta una delle tante giornate di lavoro tipo che sono state necessarie per far diventare il Parco Cerillo quello che è adesso. Niente, ti volevo dire di non perdertelo, perché il racconto è il racconto, e sai quanto ci sono affezionato, però anche a vederle le cose è importante. Poi fammi sapere.