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I lavori di Fiorentina

di Nunzia e Vincenzo Moretti
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. Caro Diario, stavo rileggendo l’articolo sul lavoro di mamma nato da una bellissima idea di Manuela Lozza per la notte del lavoro narrato del 2016 quando ho letto Fiorentina Picano. Mi credi?  Mi sono sentito parecchio strano.
Come dici? Chi è Fiorentina Picano e perché mi sono sentito strano?
Fiorentina Picano era mia madre. Mi sono sentito strano – vogliamo dire in colpa? – perché racconto spesso di mio padre e di mio fratello Gaetano mentre non ho ancora mai scritto una storia che raccontasse mia madre e il suo lavoro, come bracciante prima di sposarsi e come casalinga e mamma dopo. E poi anche perché per quanto mi sforzassi non avevo idea del perché mia mamma fosse finita sul mio blog.
Come dici? Cosa ho fatto dopo?
Prima ho maledetto i chip della mia memoria, che quelli davvero non funzionano più come dovrebbero da tanto tempo. E poi ho cliccato sul link ed è venuta fuori la lettera che puoi leggere qui, un esempio del lavoro di mamma che oltrepassa il tempo e di fatto sconfigge la morte.
Sì, amico Diario, hai ragione, non si capisce come io abbia fatto a dimenticare completamente l’esistenza di una lettera così. N’ata vota! Ti ho detto di sì, sono d’accordo, però adesso non inferierire, perché l’amore non c’entra, per dire come sia potuto accadere c’è bisogno di tempo, è una cosa lunga, e poi ho bisogno di pensarci su, insomma non è una faccenda che possiamo risolvere qui e ora.
Quello che posso fare adesso è  cominciare a raccontarla, e poi aggiungere le cose man mano che mi tornano in mente, magari con l’aiuto di mia sorella Nunzia, che lei è la memoria di casa Moretti, senza sarei perduto, e non solo per la memoria.
Sai che faccio amico Diario, comincio proprio dalla foto sotto, scattata nel Settembre del 1955, pochi giorni dopo la mia nascita. Sì, Fiorentina qui aveva appena iniziato il suo lavoro di mamma, a Cotronei, al tempo provincia di Catanzaro oggi di Crotone, dove mio padre lavorava.
Ti riscrivo qua qualche riga del post cho ho scritto il giorno prima di ritornarci, a 61 anni:
«[… .] Napoletano nel daimon, nell’anima, nella streppegna, Cotronei l’ho tenuta sempre con me, ma «overo», non tanto per dire. Vengo alla storia recente, che questo post sta diventando un romanzo. Dovete sapere che prima mio fratello Gaetano e poi mia sorella Nunzia avevano avviato un prezioso recupero delle poche e sgangherate foto di famiglia. Va bene, non è stato un processo di digitalizzazione vero e proprio – e quanto siete impicciosi, mamma mia – le avevano fotografate, però questo aveva fatto sì che le potessimo condividere, tenere con noi, farle girare. In particolare Nunzia me ne aveva mandate un bel po’ e tra queste ce n’era una in cui nostra madre giovanissima teneva un bimbo piccolo in braccio su un balconcino.
Ora come vi ho detto in queste materie, cose di famiglia precise precise non ce ne sono, dunque sulla foto niente data, niente luogo, niente. Era evidente che in braccio a mamma potevamo essere o io o mio fratello Antonio, più io che lui, e che era molto probabile che quella fosse Cotronei, ma come è evidente probabile non vuol dire sicuro, potevamo stare anche da qualche altra parte. Così una sera posto la foto che Nunzia mi aveva mandato nel gruppo social di Cotronei e chiedo se per caso qualcuno riconosce il posto, se insomma la foto è stata scattata a Cotronei, spiegando che sono nato lì eccetera eccetera. Tra i primi a rispondere e a confermarmi il tutto c’è Nicola Fabiano, che non contento della risposta comincia a chiedere in giro e mi scrive che ci sono persone che si ricordano ancora dei nostri genitori, che se vado ci possiamo parlare, che insomma adesso è davvero il tempo che io e Cotronei ci incontriamo.
Nei mesi successivi accadono un sacco di altre belle cose, scopro che il cantante degli Aerosmith ha i nonni di Cotronei, che è stato lì e forse ci ritorna per un concerto, ma questo forse l’avete già letto nel racconto di Adolfo. E poi Nicola mi fa chiamare dal Sindaco di Cotronei a Natale e ci scambiamo gli auguri. E poi un venerdì di un paio di mesi fa lo incontro con Cinzia a Napoli insieme al suo figliolo e finalmente possiamo abbracciarci e stringerci la mano, ma adesso mi fermo qui, tanto in questi giorni avrò modo di ritornarci su. Perché si, ve l’ho detto, io domani vado, se volete venire con me non vi perdete i prossimi racconti.»

Sì amico Diario, poi il mio viaggio con Cinzia a Cotronei è stato bellissimo, e ho raccontato diverse storie, questa che ha per protagonista mio padre, rieccolo, questa dedicata a Tatjana e alla sua bellissima casa e questa che ha per protagonista la maestra Francesca, la moglie di Nicola.
La cosa che ti devo raccontare adesso e riguarda mamma è successa invece il primo giorno, nel pomeriggio la signora Antonietta Agatina Angotti mi aveva parlato dei miei genitori e a un certo punto con molto pudore e indecisione mi aveva detto che i miei genitori erano così poveri che quando sono nato per farmi il corredo avevano fatto una colletta tra tutto il vicinato.
Non ti nascondo caro Diario che mi sono venute le lacrime, e allora la signora Agatina ha pensato che era perché mi fossi dispiaciuto, e si è pentita di avermelo detto, ma invece io non ero dispiaciuto, ero commosso dalla bellezza del suo racconto, che per me questo fatto di essere poveri non significava e non significa niente, sì, lo eravamo, ma io non ho nessun ricordo di cose che mi sono mancate, nessuno nessuno, mai avuto, sempre e solo ricordi di amore, comprese, più grandicello, le punizioni, che non mancavano quando facevo qualcosa che era considerato sbagliato, ma facevano parte pure loro della voce amore per i figli.
Tornando a noi, io non ci potevo pensare, per strada ogni volta che Nicola mi presentava un paesano gli raccontavo questa cosa, e anche la sera nella casa albergo di Tatjana, lo ripetevo ogni tre minuti a Cinzia, ed ero contento, fino a quando all’improvviso mi sono fatto una domanda, questa: «Ma papà lavorava, com’era possibile che lui e mamma non avevano comprato il corredino per il loro primo figlio?». Sì, c’era qualcosa che non quadrava, i nostri genitori si sono sempre fatti in quattro per noi, questa cosa non funzionava. Come accade spesso è stata Cinzia ad avere l’idea vincente, «telefona a Nunzia», mi ha detto, «se c’è qualcosa da sapere lei sicuramente lo sa.»
Te l’ho detto amico Diario, senza Nunzia sarei perso, così l’ho chiamata, e lei sapeva come era andato veramente il fatto: «Viciè, tu il corredino ce l’avevi, ma stava a Napoli. Tu sei nato prima del tempo, papà e mamma avevano in programma di tornare a casa proprio per la tua nascita e tu hai sconvolto i loro piani. Pensa che per anni ho preso in giro mamma, dicendo che lei aveva fato la fujutina con papà prima di sposarsi, e lei andava su tutte le furie, e mi diceva che non mi dovevo permettere. È per questo che ti diceva che sei fortunato, che sei nato con la camicia, perché sei nato con il sacco amniotico integro, in maniera naturale e con meno traumi, insomma hai tenuto ciorta fin dall’inizio. Essendo accaduto tutto all’improvviso, ci hanno pensato le persone del vicinato a fornire l’occorrente prima che tu tornassi a casa.»

Ecco caro Diario, il lavoro di mamma di mia madre è cominciato così, ma prima c’era stato il lavoro in campagna, fin da ragazzina, ma di questo ti raccconto al prossima volta, ho bisogno di mia sorella, mi sa che questa storia qui la scriverà più lei che io.

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2. Caro Diario, oggi finalmente sono riuscito a parlare con un po’ di calma con Nunzia e insomma lei mi ha scritto un po’ di cose che io neanche sotto tortura me ne sarei ricordato, e io adesso te le ricopio qui, poi io ritorno dopo.
«Ciao fratè, dopo che ci siamo parlati ho fatto una telefonata e messo in fila un po’ di pensieri.
La telefonata l’ho fatta a nostra cugina Silvana, e ho parlato anche con zia Carolina, la sorella di Mamma, perché volevo avere un riscontro sugli anni di lavoro di mamma come bracciante, e insomma  ho salutato la zia che è stata contenta e mi sono resa conto che ho ancora buona memoria.
È stata proprio zia Carolina, in quanto sorella più grande, a fare da apripista a mamma, che ha cominciato a lavorare che aveva 11-12 anni.
Come sai, dai racconti di mamma questo aspetto del lavoro è stato associato sempre a tanta fatica ma anche a un certo senso di libertà, le condizioni di vita erano abbastanza dure in famiglia.
Comunque, tornando al punto, zia Carolina, mamma, la lora amica Irene e tutte le altre ragazze che erano in grado di farlo lavoravano nei campi tutto l’anno, a seconda delle necessità.
A parte il periodo delle olive, che si lavorava nei dintorni di Fasani, il paesino di origine dei nostri nonni attaccato a Sessa Aurunca, il resto dei mesi si lavorava il grano, i pomodori, le verdure, i cocomeri, il tabacco, a seconda dei mesi e delle stagioni, si lavorava a Pantano, nella zona che oggi conosciamo come Baia Domizia, e già questo voleva dire diversi chilometri a piedi prima di iniziare la giornata di lavoro e lo stesso la sera, al ritorno.
Una volta mamma mi ha raccontato che il caporale che raccoglieva lei e le sue amiche nei punti di raccolta per portarle a lavorare, mentre lavoravano nei campi ogni tanto si avvicinava a lei e le diceva che se avesse lavorato più velocemente le avrebbe regalato un uovo, e che lei allora si metteva a lavorare ancora più alacremente per conquistare quell’uovo che pensava unico e invece, molti anni dopo, era già sposata, parlando con la sua amica Irene si rese conto che il suddetto caporale lo diceva a tutte il fatto dell’uovo facendo credere a ognuna di essere la prescelta, in pratica con poche uova riusciva a far lavorare ognuna di loro ancora di più.
Fratè, questo è quello che sono riuscita a ricostruire degli anni di nostra madre bracciante, poi ci sono i lavoretti che faceva a casa oltre al lavorone di mamma e di casalinga, ma di quelli ti racconto la prossima volta, che adesso anche io ho un po’ di lavori di mamma da fare. A presto.»

Ecco, amico Diario, questo il racconto di mia sorella, io per ora aggiungo solo che mamma era particolarmente legata a uno dei fratelli, zio Peppino, che ha vissuto per lungo tempo con noi, e che io ho raccontato in un libro, insomma tu leggi anche questo pezzo qua, che così capisci meglio che tempi erano quelli in cui sono cresciuti.
«Comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò. Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de «La Settimana Enigmistica»; nel senso che poteva ripetere pressoché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.
Zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali «essersi sistemato» equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa vent’anni. Fino a che una mia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, sei in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.
In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano.
Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle sei sorelle.»
Ecco, per ora mi fermo qui amico Diario, ma ritorno presto.

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. Caro Diario, è tornata Nunzia con un bel po’ di cose che io non sapevo o delle quali comunque non mi ricordavo, pensa che a un certo punto giustamente mi ha scritto «ma tu dove vivevi?», anche se poi per non infierire ha aggiunto un sorriso e un cuoricino.
Ecco, questo è quello che mi ha scritto la mia bellissima sorella: «Ciao fratè, ho qualche minuto di tempo e ti mando un po’ di altre righe, poi vedi tu cosa vuoi farne.
Mamma faceva tante cose quando io ero bambina, ricordi che in cucina vicino alle mattonelle azzurrine c’erano attaccate delle figurine di fiori? In realtà li ritagliava dai miei libri vecchi e poi impastavamo una specie di colla fatta con acqua e farina e li attaccavamo. Quando sono diventata più grandicella io tagliavo le figure, sempre e comunque soprattutto fiori, e lei le incollava. Più avanti ci fu il periodo dei tappeti di plastica. Da tutto il palazzo ci portavano delle buste che tagliavamo a strisce e mamma faceva tappeti multicolori all’ uncinetto che poi regalava. A un certo punto casa nostra era pressocchie invasa da tappeti, tappetini e centro tavola.»
Ecco amico Diario, i tappetini di plastica me li ricordavo, i fiori sulle piastrelle no.
E poi mi sono ricordato anche di quando mamma in una sola giornata ci faceva portare la camera da letto nella camera da pranzo e viceversa.
Come dici? Non hai capito bene cosa facevamo in un giorno? Te lo ridico subito, un mini sfratto di casa, con papà che la mattina usciva da una camera da letto e la sera andava a dormire in un’altra, che adesso detto così sembra filare tutto liscio come l’olio, ma nella realtà le cose erano un po’ più complicate.
Ecco, per ora direi di fermarci qui, la prossima volta provo a raccontarti il lavoro di sarta di mamma, sarta per la famiglia si intende, ma sempre lavoro era, solo che forse Nunzia non mi potrà aiutare, credo che lei non fosse ancora nata, e questo sarebbe un bel problema.