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Mio padre, il lavoro, le radici

Caro Diario, mi ci sono voluti quasi 61 anni per andare per la prima volta a Cotronei, il paese che sta sulla collina dove sono nato, ai piedi della Sila piccola, come ho raccontato qui. È stato un viaggio ancora più bello di come lo avevo immaginato, e di questo sono grato al mio amico Nicola Fabiano, che lo ha preparato con una cura e un affetto senza eguali. Grazie a Nicola ho potuto incontrare tante belle persone – alcune, come la meravigliosa signora Antonietta Agatina Angotti, la puoi vedere nella foto, avevano conosciuto i miei genitori, alcune altre le avevo raccontate, altre ancora intendo raccontarle presto – e ho potuto visitare la casa in cui sono nato.
Posso dirti di aver provato un’emozione che non si può raccontare? Pensare ai miei genitori da giovani in quella stanza in affitto, poter abbracciare la mia compagna sullo stesso balcone dove più di 60 anni mio padre aveva fotografato mia madre con me in braccio è stata un’esperienza di una bellezza che mi accompagnerà per sempre. Si, la casa  è come un punto di memoria, proprio come cantava Guccini, e così ho pensato che dopo più di 150 storie di lavoro ben fatto era venuto il momento di raccontare un po’ di mio padre e un po’ di come la parola «lavoro» è entrata nella mia vita.

cotronei99

La parte che riguarda papà te la racconto con tre aneddoti, tre «paraustielli» come avrebbe detto lui, tre facce della sua meravigliosa, prepotente, insopportabile, commovente personalità:

«Papà prima di uscire per andare al lavoro ci baciava uno a uno, moglie e figli, poi diceva buon giorno e a questo punto tutti i presenti dovevano rispondere ‘A Madonna t’accumpagna, altrimenti lui rimaneva fermo sulla porta, immobile, come una statua. E se passava troppo tempo, dato che lui tempo da perdere non ne teneva, si incazzava nero. E se ciò accadeva – dato che a casa nostra le cose procedevano diciamo così con un certo ordine – erano guai seri.»

«E ’nguaiato tutta ’a grammatica: la condanna era definitiva, la colpa il non avere fatto una cosa come diceva lui. La possibilità di farla come l’avrebbe fatta lui? Semplicemente non era prevista. Un po’ perché nel fare le cose lui era davvero come l’amico della porta accanto di Massimo Troisi, un mostro, nel senso che sapeva fare tutto o quasi. Un po’ perché anche se una cosa la facevi benissimo lui ci trovava sempre un difetto, la sbavatura che si poteva evitare, il particolare che si poteva curare meglio. Lo vogliamo dire? E diciamolo. Quando faceva così non si sopportava. Di più. Ti levava la salute di dosso. Ancora di più. Era “comme ’a morte ’ncoppa ’a noce do cuollo”. Eppure lo abbiamo molto amato, noi solo noi della famiglia, anche gli amici, i colleghi di lavoro, i conoscenti.»

«Chi me vò bene appriesso me vene. Era uno dei detti preferiti da nostro padre per indurci a seguirlo in qualche gioco, passeggiata, ecc. quando già avevamo superato l’età del “chi vò venì cu mmé mette ‘o dito ccà sotto” (lui con il palmo della mano aperta all’ingiù, noi felici di farci acchiappare il dito quando chiudeva la mano) e non avevamo ancora l’età del “se vulite venì, venite, o si no facite comme ve pare”. Lui era fatto così. Se non lo assecondavi, si pigliava collera, naturalmente quando si giocava, perché quando si faceva sul serio o si faceva come diceva lui o si faceva come diceva lui. Dici che non è giusto? Può essere. Però in compenso ancora oggi noi figli lavoriamo, studiamo, amiamo, piangiamo, ridiamo, lottiamo, insomma viviamo, rispettando le persone e le regole. E chi ce vò bene appriesso ce vene.»

carpentiere

La parte che riguarda il lavoro, e il rapporto di mio padre con il lavoro, te la racconto invece con un brano tratto da un mio libro di qualche anno fa, Bella Napoli, Storie di lavoro, di passione e di rispetto. Ti prego di prenderlo per quello che è, un ricordo, un gesto di affetto, un segno della gratitudine che provo verso mio padre e verso di te che ascolti queste mie piccole grandi storie di lavoro ben fatto.

«Devo a mio padre l’incontro con il lavoro, prima di tutto attraverso il suo tanto lavoro, da operaio elettrico fino alle 5 della sera e poi dopo da muratore, imbianchino, piastrellista, idraulico, elettricista. Sì, perché papà sapeva fare tutto, proprio tutto, e i soldi per mandare avanti con dignità la famiglia non bastavano mai, anche se mamma – lavoratrice infaticabile anche lei nonostante al tempo si facesse molta fatica ad associare il termine casalinga con il termine lavoro -,  era una maestra nell’arte di “friggere il pesce con l’acqua”.
Grazie a mio padre il lavoro non è stato solo fatica ma anche tante altre cose: dignità, onestà, rispetto, il fischio che faceva quando tornava a casa la sera e io e mio fratello Antonio (Gaetano e Nunzia non c’erano ancora) correvamo fuori per abbracciarlo e baciarlo, fino a quando il lavoro non è entrato nella mia vita anche attraverso il discorso.
Accadde qualche settimana prima di lasciare la casa modello stanza singola, cucina e gabinetto incorporato per spostarci nel quartino di palazzo Limone, di fianco al cinema Arcobaleno, nella traversa di Corso Secondigliano, piano terra, qualche anno dopo che papà era passato, in seguito alla nazionalizzazione, dalla Società Meridionale Elettrica all’Enel. Poteva essere il 65, o il 66, potevo avere dunque 10 o 11 anni ed ero ancora ignaro dell’ormai prossimo passaggio dal bagno bacinella, spugna ruvida e sapone di piazza, quello che adesso è chiamato sapone marsiglia, al bagno inteso come stanza da bagno. Quello che mi ricordo è che la cosa andò, più o meno, nel seguente modo.
Papà era abituato alla fatica da impresa privata, ai lavori per la costruzione delle infrastrutture che avrebbero consentito, nei primi anni 50, di portare la corrente elettrica fin su ai più sperduti paesini tra le montagne del Centro e del Sud, dall’Abruzzo alla Calabria, cosicché quando passò all’Enel la “fatica” gli sembrava sempre poca. E poi lui era fatto così, per natura e per convinzione, e guai a contraddirlo quando diceva che “a fatica va pigliata ‘e faccia”, nel senso che le cose vanno fatte al meglio, senza perdere tempo, così poi si può fare qualche altra cosa o anche prendere un caffé, perché non è che fosse un fanatico, a patto però di avere la coscienza tranquilla di chi ha già fatto, e bene, quello che doveva fare.
Forse è perché con mamma di lavoro non gli piaceva tanto parlare, forse perché quella cosa lì voleva dirla proprio a me, ma quella sera mi disse “Enzo, ’e capito, io dico a Sebastiano di aiutarmi a finire il lavoro” e quello mi risponde “calma Pascà, ’a fatica va fatta a meglio a meglio”. “A meglio a meglio?”, e che significa? – gli chiedo -, e lui mi risponde “significa che prima ci prendiamo il caffé, poi magari inquadriamo un pò la situazione, poi facciamo qualche cosa di più semplice e poi alla fine finiamo il lavoro. Può darsi che nel frattempo c’è un guasto improvviso e ci chiamano da qualche altra parte e qui il lavoro lo viene a finire un’altra squadra”.
“Ma se pò arraggiunà accussì?” – fu la finta domanda e la vera, amara, conclusione di mio padre.»

Già, si può ragionare così? Io dico di si, perché purtroppo sono in tanti – a tutti i livelli della scala sociale – che lo fanno. Però poi dico di no, e spero che diventino sempre di più le donne e gli uomini che il lavoro scelgono di prenderlo «di faccia». Certo, perché è giusto. E perché è bello. Ma ancora di più perché conviene. Si, conviene. Perché chi ama quello che fa e lo fa bene vive meglio, è più felice, dà più senso e significato alla propria esistenza. Anche quando non lo sa.

Post scriptum del 17 Novembre 2017
Caro Diario, grazie ai miei amici Nicola Fabiano e Francesca Romano ho avuto la copia del mio estratto di nascita quello originale scritto a mano, te l’ho copiato qui sotto e quando vuoi te lo leggi in santa pace.
Una cosa però te la voglio dire, non mi importa se poi mi prendi in giro, ma io quando ho letto di Moretti Pasquale, muratore, che ha dichiarato la mia nascita alla presenza dei testimoni Gallo Domenico manovale e Pignanelli Salvatore meccanico mi sono sentito fiero neanche fossi stato il figlio di un re. Appena trovo il modo aggiungo anche questo alla mia bio.

L’anno millenovecentocinquantacinque, addì tredici del mese di settembre, alle ore undici e minuti quaranta nella Casa Comunale.
Avanti a me Santelli Eugenio, Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Cotronei, per delega avuta è comparso Moretti Pasquale, di fu Vincenzo, di anni venticinque, muratore, residente in Miano Napoli, alla presenza dei testimoni Gallo Domenico, di Gabriele, di anni trenta, manovale, residente in Cotronei, e Pignanelli Salvatore, di Luigi, di anni venticinque, meccanico, residente in Cotronei, mi ha dichiarato quanto segue:
Il giorno undici del mese di settembre dell’anno millenovecentocinquantacinque, alle ore due e minuti zero nella casa posta in Via carmine al numero 21 da Picano Fiorentina, casalinga, di anni ventitre, cittadina italiana, residente in Miano naoli, moglie di uso dichiarante, cittadino italiano, è nato un bambino di sesso maschile.
A detto bambino, che non mi viene presentato, ma della cui nascita mi sono accertato a mezzo del certificato ostetrico, il dichiarante dà il nome di Vincenzo.
Il presente atto viene letto agli intervenuti, i quali tutti, insieme con me lo sottoscrivono.

Moretti Pasquale
Gallo Domenico
Pignanelli Salvatore

L’ufficiale di Stato Civile
Santelli
pasquale

I RACCONTI DI CASA MORETTI
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Papà, Natale e ‘o cresemisso
Gaetano