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L’umanità, il re di Girgenti e il Rione Sanità

Caro Diario, come ogni anno tutte le persone che mi vogliono bene, che sono tante, nel giorno del mio compleanno sono particolarmente affettuose con me e quest’anno ho pensato di donare loro qualcosa che ho fatto con le mie mani, e dato che come sai con le mie mani so fare poche cose per non fare troppo brutta figura ho deciso di donare una storia.
Questa qui l’ho narrata in Rione Sanità, quando hai qualche minuto puoi leggere il racconto con cui comincia il libro scritto da Cinzia Massa, l’autrice del reportage da cui è poi nato il tutto. Per me, alla fine, avevo riservato queste due paginette a cui sono assai legato, perché creano un ponte di ordinaria umanità – sì, ordinaria, perché per durare le cose devono essere così, se sono straordinarie a un certo punto finiscono – tra un libro meraviglioso, Il re di Girgenti, e le ragazze e i ragazzi del Rione Sanità a cui come sai sono molto affezionato.
Ecco amico Diario, volendo donare una cosa che ho fatto con le mie mani ho scelto questa perché penso che «umanità» sia una parola da tenere sempre con noi, in tutti i futuri, i mondi e gli universi possibili. Sì, direi proprio che «umanità» è, in tutte le sue accezioni, una parola importante assai, forse la più importante di tutte, e visto che se uno vuole donare qualcosa deve essere una cosa di valore, io questo ho cercato di fare. Spero tanto ti piaccia. 
divitoxmoretti2 Il re di Girgenti è uno stupendo romanzo di Andrea Camilleri, uno di quei libri così belli ma così belli che a un certo punto ti dimentichi che lui è Camilleri e tu invece no e pensi: «Ma perché non l’ho scritto io?».
Debbo la sua scoperta alla mia amica Concetta Tigano che me lo ha regalato ai primi di aprile appena arrivato a Catania per la presentazione del mio libro Bella Napoli.
Mi accade qualche volta, quando un libro mi chiama, nel senso che pretende di essere letto subito, non rispetta regole, non riconosce gerarchie, senza bisogno di un perché, nel senso che il perché lo capisci dopo, quando è il momento.
Con Il re di Girgenti il momento è giunto con la parte quinta, l’ultima, quella intitolata «Come fu che Zosimo morì», mentre leggevo della fabbrica della comerdia, del sonno, dell’arrivo del capitano Montaperto, di quando Zosimo, non ve l’ho ancora detto ma il re di Girgenti è lui, si ferma imparpagliato a chiedersi: «Possibile che tutti, amici e nimici, già si fossero scordati di lui? Nuddro che venisse a baciargli la mano chiangendo? Nuddro che venisse a sputargli in faccia insurtandolo? Taliò strammato il Capitano. Montaperto, che aveva capito quello che stava passando pi la testa a Zosimo, tentò di dargliene spiegazioni: Lo saccio che moriri accussì è cosa laida, Maistà. Ma ho dovuto dare ordini che la gente non niscisse di casa».
Non vi dico poi la commozione quando Zosimo sente il respiro «di tante e tante pirsone che sciatavano adascio squasi per non farsi sintiri che c’erano, ma c’erano» e poi ancora quando si volta a taliare il Capitano prima di affrontare i cinque scalini che lo condurranno alla morte.
«Nun mi tiniti cumpagnia sino all’urtimu?».
«No, è megliu che acchianate solo, accussì la genti che è supra i tetti vi vidi megliu».
«E come fati a sapiri che supra i tetti ci sta genti?».
«Pirchì stanotti i me surdati li aiutarono ad acchianare».
Ecco, è qui che ho capito, che m’è saltata in faccia la parola: umanità. L’umanità più forte del destino che lega persone semplici come Zosimo e il Capitano. L’umanità che caratterizza la gente semplice del rione Sanità. L’umanità di cui sono impregnate le pagine di questo libro. L’umanità che può aiutare a sconfiggere la povertà, l’ignoranza, la sfiducia. L’umanità che riesce a dare una speranza anche a quelli come me che purtroppo non possono dire «per fortuna ho fede e questo mi aiuta molto». L’umanità che ha portato i giovani della cooperativa La Paranza a scrivere in una nota su Facebook: «Sanità, inafferrabile, incostante bellezza, uno di quei posti dove l’umanesimo o diventa umanità, o muore. Chi ama la Sanità ci resta. Qui è davvero Napoli, tremendum fascinans, qui una sottile magia ti trattiene, affatturato. Qui la gente bellissima e orgogliosa, ti discopre inattese tenerezze, così che, in fondo, ti spiacerebbe andartene. Qui potresti scrivere una storia, in bilico tra l’umile e il sublime, che forse nessuno leggerà, ma ti potrà accadere la ventura di essere capito, e t’ameranno».
Ebbene sì, ho cliccato su: «Mi piace». Mi piace la possibilità di essere letto, capito e amato. Mi piace l’umanesimo che o diventa umanità o muore. Questo è tutto.
Ci vediamo al rione Umanità. Sipario.