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Benvenuti nel Rione Sanità

Caro Diario, non è questione di essere stati i primi, i terzi o i secondi, che raccontare non è come correre in Moto GP, è questione che ogni cosa – un libro più che mai – ha una sua piccola grande storia. La storia di questo libro qua comincia con Cinzia Massa che nel 2010 realizza un reportage sul Rione Sanità per Rassegna Sindacale, con Stefano Iucci che è contento del lavoro fatto da Cinzia, con me che parlo con Stefano, con Angelo Lana e Angelo Ferracuti della possibilità di scrivere un libro per Carta Bianca e con loro che sono contenti dell’idea. E continua con Padre Antonio Loffredo che fa un po’ la parte di Virgilio e ci aiuta a individuare le facce delle nostre storie, con Cinzia che per quasi un anno nei weekend e nel tempo libero se ne va in giro per il Rione ad ascoltare, a capire, a intervistare, con il libro che non si ferma alle persone e alle storie che i media raccontano più spesso – Ernesto Albanese, Padre Alex Zanotelli, Vincenzo Pirozzi, lo stesso Padre Antonio con Enzo Porzio e Susy Galeone – ma racconta anche le persone e le storie meno note eppure fondamentali –  Padre Antonio Vitiello, Elena Iannotti Della Valle, Gina Bonsangue, Mario Donatiello, Iolanda Cardamone, Antonio Caiafa, Vittoria Di Giovanniello – per comprendere davvero quello che accade nel Rione.
Come dici, amico mio? Perché ti racconto tutto questo? Perché intendo riproporre qui – con la complicità di Cinzia e il consenso dell’Editore – il capitolo di apertura del volume, che a mio parere racconta con coinvolgente efficacia i molti volti del Rione, dove ci sono tanti problemi – dispersione scolastica, mancanza di lavoro, camorra -, e tantissima bellezza, tantissimo #lavorobenfatto, tantissime potenzialità. E perché le persone come Susy Galeone, Enzo Porzio, le donne e gli uomini della Fondazione di Comunità San Gennaro, della Cooperativa La Paranza e tante altre che come loro lavorano e vivono e lottano ogni giorno per cambiare le cose meritano di non essere lasciate sole. Magari loro ce la fanno a prescindere, è questione di tempo, ma ce la fanno, come dice Padre Antonio ce l’hanno già fatta, però noi non dobbiamo lasciarle sole. Insomma Cinzia e io ti aspettiamo al Rione Sanità caro Diario. E se prima di venire ti leggi il libro ti assicuro che rimani contento. Lo sai, di me ti puoi fidare.

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Ciak, si gira. Buona la prima 
di Cinzia Massa

Agosto 2010. L’incontro con Vincenzo Pirozzi è nella Basilica di Santa Maria alla Sanità. È la prima volta, da quando attraverso le strade del quartiere, che non vengo travolta dai rumori assordanti di auto e motorini, persino le voci mi appaiono nitide. Il caldo del sole di mezzogiorno avvolge i vicoli semivuoti e, qua e là, fuori i bassi, donne in canotta, il vestito tirato su, oltre le ginocchia, le gambe semiaperte come a cercare un po’ di fresco per quei corpi sformati, muovono con poca grazia ventagli colorati. È una Sanità che appare quieta, come assopita dall’afa, non ho bisogno come ogni altra volta di scansare motorini, auto, persino persone, posso camminare con calma, senza inciampi e ostacoli. Osservo le case, i balconi semichiusi, i bassi spalancati, i negozi semivuoti, vengo travolta dall’odore del pane. C’è voluto più di anno perché l’idea del libro diventasse realtà e io sono tornata qui e poi tornata e poi tornata ancora non so quante volte prima di rendermi conto che a furia di girare per piazze, strade e vicoli del Rione ho cominciato a conoscerne l’anima, a sentirne le voci, ad ammirarne le bellezze, a carpirne i segreti, a vederne il chiaro e lo scuro, oltre gli stereotipi, là dove la vita pulsa, senza paura, talvolta con discrezione, spesso con rispetto. Mi è piaciuto così tanto che ho deciso di raccontarlo anche a voi. Seguitemi.
Forse lo sapete e forse no ma questo Rione era dimora della nobiltà napoletana, boschi e aria salubre, da cui il nome Sanità, lo rendevano un luogo ambito e ricercato, ne sono testimonianza i monumenti sorti, per la maggior parte, tra il XVII e il XVIII secolo, nella  grande stagione del Barocco, gli splendidi palazzi come quello dello Spagnuolo ai Vergini, con i suoi stucchi e le scenografiche rampe di scale che si incrociano, si incontrano.
Entriamo alla Sanità attraversando Borgo Vergini, accolti dai colori festosi delle bancarelle, dalla gioiosa multi etnicità della folla, dalle facciate artistiche dei palazzi, dalle insegne luminose dei negozi. Qualcuno ha paragonato questa strada al suk, mi piace, mette allegria. Qui la stratificazione sociale è ampia, le distanze si azzerano, ci trovi il professore, il politico, l’artista, lo straniero, il povero, quello vero. Nello stesso condominio c’è una sfaccettatura sociale che è difficile trovare altrove, nei palazzi si respira un’aria familiare, di complicità, di persone che si aiutano. Splendore e povertà sono l’anima di queste vie.
Eccoci alla seconda biforcazione, una delle due ypsilon che caratterizzano il quartiere, più volte l’ho immaginata come il saluto al sole nello yoga, braccia stese verso l’alto, la luce. A destra i Cristallini, a sinistra Via Arena alla Sanità, dove adesso andiamo. Le persone che camminano sul marciapiede fai fatica a scansarle, quelle che camminano per strada ancora di più. È sbalorditivo il numero di motorini che sfrecciano disordinatamente, a bordo anche tre persone, tutte rigorosamente senza casco. Non  vedo  stupore intorno, qui purtroppo l’assenza di regole è una delle regole, la più usuale delle possibilità!
Lungo il percorso troviamo a destra il piccolo ufficio postale, l’unico esistente in un posto dove vivono decine di migliaia di persone. A queste condizioni offrire un servizio non dico efficiente ma almeno accettabile semplicemente non si può, gli unici a non pensarla così sono quelli che lo hanno deciso. Proseguiamo lungo lo stretto marciapiede, spesso da queste parti quando non sono occupati dalla merce dei negozi i marciapiedi sembrano essere stati progettati apposta per camminare in fila indiana. Sulla sinistra un altro palazzo magico, quello del San Felice, la sua magnificenza architettonica riesce ancora a nascondere l’usura del tempo, l’incuria delle istituzioni e delle persone. Lo so che ve ne siete accorti, ma qui la storia è ovunque, ipogei, necropoli romane, chiese e palazzi, un patrimonio culturale di inestimabile ricchezza e bellezza da sempre trascurato dalla politica e dalle istituzioni, nazionali e locali, che fin qui non hanno saputo e non hanno voluto fare niente per questo Rione.
Proseguiamo diritti verso il centro ed ecco la Sanità, il cuore del Rione, la piazza, la Basilica di Santa Maria, il Ponte maledetto, quello che per unire la città ha isolato il quartiere, ne ha cambiato l’asse, sottraendogli il passaggio di regnanti, uomini illustri, mercanti e gente comune, rendendolo un’isola nella pancia della città, segnandone lentamente il degrado. È in quest’isola che sono cresciuti gli uomini e le donne del Rione Sanità come lo conosciamo oggi, e con loro sono cresciuti il forte senso di appartenenza da un lato, la diffidenza e la rabbia dall’altro. Un isolamento che ha favorito il proliferare della criminalità ma ha anche generato la voglia di rivincita che oggi si avverte nel quartiere.
Sì, la contraddizione qui è un motivo dominante sempre, persino qui, in questa piazza. Da un lato la bellezza della Basilica, la sua cupola maiolicata, la maestosità marmorea dell’interno, la ricca scala a forcipe che ergendosi da ambo i lati conduce all’altare maggiore proteggendo come in un abbraccio le Catacombe di San Gaudioso con i suoi arcosolii dipinti o mosaicati del V – VI secolo, con la più antica immagine mariana esistente nella nostra città, dello stesso periodo degli arcosolii anche se è stata ritrovata soltanto nel XVI secolo, coi i suoi “seditoi” o se preferite “cantarelle” o “scolatoi”, in pratica dei sedili scavati nel tufo con sotto un vaso nei quali i defunti venivano fatti disseccare prima di essere sepolti. Dall’altro lato, appena fuori, e fin dentro il Chiostro, recuperato dai giovani delle cooperative La Paranza, Iron Angels, Officina dei talenti con l’aiuto di artisti come Riccardo Dalisi, il Ponte incombe con la sua cupezza. Sì, incredibile ma vero, due dei sette piloni del ponte invadono il Chiostro. Ancora una volta luce e tenebre. Entriamo e veniamo sorpresi, qui, a pochi passi dal trambusto della strada, da una trascinante melodia di archi, fiati e percussioni che ci conduce, come guidati dal Pifferaio Magico, verso la sala del convento della Basilica dove provano i giovani dell’Orchestra Sanitansemble, un altro dei bagliori del Rione. Lasciamo controvoglia la Basilica e le sue bellezze, passiamo ancora sotto il Ponte  imponente, la confusione nuovamente ci assale, scansiamo un pallone, svoltiamo a destra verso San Gennaro dei Poveri e risaliamo un vicolo sovrastato da palazzi squarciati, scuri, si dice che da queste parti anche il sole fa fatica ad entrare. I rumori della strada si intrecciano con quelli delle televisioni accese, nell’aria odore di cibo e di smog. I panni stesi svolazzano come a cercare ossigeno, quasi per ritrovare colore. Saliamo ancora ed ecco il parco, un piccolo polmone di verde, una manciata di spazio conquistata dagli abitanti del quartiere dopo anni di disuso. Dinanzi abbiamo l’ospedale di San Gennaro dei Poveri, imponente fatiscente struttura che pare sarà presto restituita al quartiere, passiamo di qui per recarci alle Catacombe di San Gennaro.
Ricordo l’emozione indicibile che ho provato la prima volta che le ho visitate nonostante fossero ancora un cantiere in fremente attesa dell’ormai prossima apertura inaugurale. Oggi che i lavori sono finiti ti lasciano completamente senza fiato. Sì, direi che questo viaggio sotterraneo tra corridoi e viottoli tufacei, tra cripte e affreschi illuminati da questi led che se fosse possibile renderebbero ancora più bello tutto il bello che c’è già, non solo affascina, confonde. E poi queste tombe di vescovi e sacerdoti africani che testimoniano come nella nostra città l’apertura, la libertà, l’ospitalità, il carattere multietnico, la cultura abbiano una storia e un cuore antico. E poi la passione e la competenza con cui i ragazzi della Cooperativa La Paranza raccontano ai visitatori la bellezza unica del luogo. Sì, ormai anche quando ci torno soltanto per incontrarli o per parlare con padre Antonio ci sono la dolce fermezza di Susy Galeone, l’accattivante ironia di Annalisa Corporente, l’entusiasmo coinvolgente di Enzo Porzio a farmi compagnia.
Enzo è tra i responsabili della Cooperativa, un ragazzo che ha cominciato da zero, si è diplomato alla scuola serale, sorretto e spronato dai suo amici del gruppo, è andato a Londra per un anno dove ha lavorato come  gelataio e ha seguito un corso d’inglese, è ritornato, si è iscritto all’università e se adesso venite a visitare le Catacombe vi accoglie più o meno così: «Inizia qui il nostro viaggio nelle Catacombe di San Gennaro, scavate interamente nella montagna di Capodimonte, lavoro reso possibile dalle caratteristiche del tufo, facile da lavorare e allo stesso tempo resistente. Quando parliamo di Catacombe ci aspettiamo di imbatterci in un luogo angusto, qui vedrete invece architetture molto ampie, che si lasciano agevolmente attraversare e contribuiscono a rendere unico questo luogo. Il percorso che stiamo per cominciare oltre ad essere illustrativo è anche meditativo, quindi chiediamo assoluto silenzio per due motivi: il primo, perché stiamo per entrare in uno dei più antichi cimiteri della città e quindi dobbiamo rispettare le sepolture che sono nel sottosuolo anche se non le vediamo; il secondo, perché la Catacomba, ve lo assicuro, nel silenzio ha una magia particolare, offre tanti dettagli e tanti scorci diversi. Da qui comincia dunque il nostro viaggio, da qui ha inizio il nostro progetto San Gennaro extra moenia, una porta dal passato al futuro, proprio perché dall’ampio accesso di Capodimonte si arriva gradatamente nel Rione Sanità e si vanno a scoprire bellezze nascoste e inestimabili a partire dalla Catacomba di San Gennaro che andremo ora a visitare. Questo nostro viaggio ha inizio per molti aspetti nel 2006, con la nascita della Cooperativa La Paranza, costituita dai giovani della Parrocchia di Santa Maria la Sanità. Sì, i giovani, quelli che insieme ai tesori storico artistici sono la risorsa più importante di questo Rione. Vedrete questa sera il risultato di lavoro e sinergie che hanno coinvolto più realtà del Rione, lavoro e sinergie che per l’appunto ci permetteranno di mostrarvi questo magnifico monumento che il 5 Febbraio 2010 è stato restituito alla città».
Lasciamoci pure le Catacombe alle spalle, attraversiamo la Basilica di San Gennaro dei Poveri, percorriamo la ripida discesa che ci conduce verso la chiesa dell’Immacolata e San Vincenzo, ornata di sculture di ferro di Dalisi e dei suoi discepoli, sede dell’Associazione Sott’o Ponte e ci dirigiamo verso il Cimitero delle Fontanelle, dove trovano riposo le anime pezzentelle. Si tratta di un ossario comune, risalente al 600, di corpi senza nome, reso straordinario dalla gente del Rione, ma anche di altri quartieri di Napoli, che per ottenere favori ne hanno adottato e curato i resti. Si, qui sacro e profano si fondono, si tratta di un posto con una storia unica al mondo eppure i cittadini per poterlo aprire al pubblico e restituirlo alla città dopo anni di abbandono e disinteresse da parte delle istituzioni hanno dovuto occuparlo.  Dite che è impossibile? E invece no, chiedetelo ai ragazzi de La Paranza che ne raccontano la storia come solo chi è dentro il quartiere può fare, perché ne conosce l’essenza, la vive e la respira ogni giorno.
Usciamo dal Cimitero delle Fontanelle, passiamo per San Severo, poi ancora su per i Gradoni Cinesi e incrociamo i luoghi e i palazzi dove sono state girate scene famose di L’Oro di Napoli e di Ieri, oggi e domani, storie di donne e uomini disgraziati, ingegnosi, straordinari, capaci di inventarsi la vita ogni giorno, con una umanità che neanche l’asprezza del quotidiano vivere riesce a demolire. Purtroppo anche qui tutto è fermo ad allora, il tempo e la negligenza delle persone e delle istituzioni hanno reso soltanto più fatiscenti i palazzi, persino il balcone dove si affaccia Totò annunciando a tutti “i condomini coinquilini” di essersi liberato del guappo, mostra inerme i suoi intonaci staccati, le sue mura screpolate. Sul lato opposto l’Altra casa, con il giardino detto “degli aranci”, un altro dei luoghi per anni negato alla popolazione, un altro piccolissimo sprazzo di verde restituito al quartiere grazie all’Associazione L’Altra Napoli e all’impegno della gente di qui, ma di questo leggerete tra qualche pagina. Comunque non perdetevi l’ingresso piastrellato con  le parole solidarietà, speranza, fiducia scolpite nella pietra a rappresentare la volontà di cambiare, la voglia di non demordere nonostante tutto.
La tappa successiva sono i Cristallini. Ogni volta che mi reco qui ho un tonfo allo stomaco. Palazzi fatiscenti, strade piccole e sporche occupate da entrambi i lati da auto. Anche i bassi sembrano più scuri degli altri del quartiere. Ci arrivi inerpicandoti  per scale che conducono ad altri vicoli sempre più tetri, più poveri, con palazzi sempre più diroccati, panni stesi e bambini che non possono giocare, manca anche il minimo spazio per poterlo fare. Non vi dico poi quando mi sono recata Int’o Monte, che strana sensazione di soffocamento ho provato. C’è un palazzo abbandonato, o meglio dichiarato inagibile, da cui sporgono panni stesi, scuri, come tutto il resto. Poi il Monte con le sue fauci che accolgono case, un tutt’uno con il tufo che è quanto di più chiaro si riesca a vedere. C’è una  fessura scavata nel monte, nera, se la guardi dall’alto sembra una profonda ferita inferta alla montagna, che si allarga alla base e vi scorgi una statua di Padre Pio, illuminata da luci multicolori, alle sue spalle un garage che si espande nella gola. Ci dirigiamo adesso verso Santa Maria Antesaecula, altro vicolo stretto, angusto, degradato, con auto e motorini che sfiorano i bassi e ombre veloci di donne che puliscono, preparano il pranzo o la cena, mentre sullo sfondo, sempre accesa, sempre più grande, sempre più indispensabile, la televisione. Chissà cosa direbbe Totò se potesse ritornare anche solo per un giorno a casa, perché è proprio in questa strada che è nato ed è vissuto il principe della risata, in questa casa oggi chiusa, abbrutita dai fumi dei tubi di scappamento, abbandonata al logorio del tempo, soltanto una lapide che ci rammenta i suoi natali, null’altro.
Il nostro viaggio nel rione sanità potrebbe finire qui, finisce qui, ma una cosa ancora ci tengo a dirvela. Sì, vi voglio dire che la Sanità è femmina. Femmina perché è madre e moglie, femmina per le Catacombe e per le grotte, femmina nelle sue architetture,  femmina perché sinuosa, rotonda. La Sanità è femmina persino nella sua nuova veste, nella sua nuova identità, quella del lavoro, dell’educazione dei figli, del rispetto delle regole. Ecco, adesso sì che abbiamo davvero finito. Possiamo cominciare.

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INDICE DEL VOLUME

Per cominciare
Benvenuti nel rione Sanità 15
Ciak, si gira. Buona la prima 17

Le storie
L’associazione L’Altra Napoli – Ernesto Albanese 27
L’associazione Centro La Tenda – Padre Antonio Vitiello 51
La casa nel campanile – Padre Alex Zanotelli 61
L’associazione La Casa dei Cristallini – Elena Iannotti Della Valle
e Gina Bonsangue 77
L’orchestra giovanile Sanitansamble – Maurizio Baratta 95
L’Altra Casa – Mario Donatiello 103
La fabbrica a domicilio – Iolanda Cardamone 111
L’associazione Sott’o ponte – Vincenzo Pirozzi 121
L’istituto professionale Francesco Caracciolo – Salvator Rosa –
Mariarosaria Pangia 137
Il blog del rione Sanità – Antonio Caiafa 149
La voce del vicolo – Vittoria Di Giovanniello 165
La basilica di Santa Maria la Sanità – Padre Antonio Loffredo 173

Post scriptum
Il re di Girgenti 187

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