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Questa di Margherita è la storia vera

Fine Gennaio 2016. Nella sala d’aspetto dell’albergo Robi Veltroni  continua a raccontarmi un po’ di lui e un po’ delle cose che intende fare, e vi garantisco che non c’è da annoiarsi. Stiamo aspettando Marco de Carolis e Margherita Riccio, due dei Marremmans con i quali vorremmo provare a fare in modo che l’idea della Maremma del lavoro ben fatto non resti un’idea, soltanto un’astrazione come cantava Gaber.
Marco e Margherita arrivano, ci sediamo, qualche chiacchiera così per conoscersi, chiedo loro di raccontarmi un po’ di quello che fanno, quando è il turno di Margherita la prima cosa che dice è «Vincenzo, ma tu l’hai capito già dal cognome che sono napoletana, vero?». Per la verità no, ma non mi sorprendo, ho imparato molto presto che noi napoletani siamo, a volte per scelta più sovente per necessità, soggetti da esportazioni, puoi andare in Giappone o in Australia – gli esempi non sono casuali – e devi stare comunque attento a quello che dici perché ti giri e c’è un napoletano dietro di te. 

Da lì in poi accadono tante cose belle, anche se non ancora quella più bella di tutte – l’idea Maremma del #lavorobenfatto che diventa un fatto – e tra le cose belle che accadono c’è la scoperta di tante belle storie che decido di raccontare. Questa è quella di Margherita Riccio, una piccola, grande donna napoletana che ha trovato la sua «via» in Maremma.  Vi suggerisco di non perdervela.

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«Vincenzo, te la ricordi Mafalda? Da ragazza ebbi in regalo un disegno di lei fatto su un grande cartoncino 100×140, con una dedica: «idealista … quasi quanto te.»
Come sai sono napoletana, e in verità che la seconda parte della mia vita l’avrei vissuta in Toscana non era nei miei pensieri, e che l’avrei spesa lavorando nell’accoglienza meno che mai, anche se ad un certo punto ho cominciato a credere che tutto fosse già scritto da qualche parte!
Ma ritorno subito al punto: a qualche anno dalla fine di un pessimo e rapido matrimonio, il lavoro mi fa incontrare un Maremmano temporaneamente a Napoli con il quale inizia una solida collaborazione, professionale … e non solo.
A un certo punto ci segnalano la possibilità di acquistare un vecchio podere all’interno di una tenuta agricola nei boschi di Scarlino, e quando ci capita di trascorrere alcuni giorni in Maremma decidiamo di andare a sbirciare: quando vediamo per la prima volta quella che oggi è la nostra casa, rimaniamo incantati dal silenzio del bosco, dai suoi profumi, dall’aria pulita e dai colori che una solare giornata invernale rendeva nitidi e brillanti. 
Vincenzo, non è vero che la campagna è sempre uguale, chi lo crede non ha idea di quante tonalità possano esserci nei verdi e nei marroni, e con quale velocità se ne modifichino le sfumature con il susseguirsi delle stagioni.
Insomma ci entusiasmiamo all’idea di diventare gli unici abitanti del posto insieme agli animali selvatici e così per qualche anno il vecchio podere diventa il nostro rifugio durante i periodi di vacanza, il perfetto contraltare alla frenetica e rumorosa quotidianità napoletana. Io il cielo stellato come si vede da lì forse non l’avevo mai visto e ho ancora vivo il ricordo dei primi caffè mattutini in compagnia degli uccellini.
Trascorre ancora qualche anno e ci viene proposto l’acquisto del resto dei terreni che ci circondano, sui quali insistono vecchie stalle e altri ruderi, spaventati dall’idea che estranei possano mettere le mani su questo paradiso decidiamo di accettare, ma per farne cosa? La proprietà è stata utilizzata solo come pascolo, noi non abbiamo l’ambizione di diventare agricoltori, e poi c’è il lavoro di entrambi, e poi c’è mio figlio ancora in età scolastica che ci tiene saldamente piantati a Napoli.
Utilizzare le volumetrie presenti per metterle a reddito è la soluzione più ovvia, ma costruire come? In un luogo incontaminato come questo l’unica via percorribile è quella di costruire nel modo più ecosostenibile possibile (dimenticavo, Sergio, il mio «lui», è uno di quelli che alla fine degli anni ’70 ha fondato l’università verde).
Inizia così un lungo periodo di approfondimento, in giro per fiere e in visita a stabilimenti di produzione di case in legno, dopo il quale decidiamo di partire con la progettazione.
Nel frattempo il figlio è approdato all’università, e da lì inizia il suo girovagare per il mondo, sono quindi più libera nell’allontanarmi da Napoli e nel mio futuro vedo la possibilità di lunghi soggiorni maremmani.
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Vincenzo, da queste parti le case per turisti sono tendenzialmente monolocali con angolo cottura e divano letto, al più bilocali che difficilmente superano i 50 mq. Certo, il doppio degli appartamenti significherebbe il doppio degli incassi, e visto che per questa operazione ci facciamo finanziare dalle banche sarebbe la soluzione più ovvia, ma Mafalda vuole che gli avventori possano provare le stesse emozioni che ha provato lei, che siano accolti come amici, e agli amici si propone il meglio, o no?
E poi tanti appartamenti significa anche tanta gente … e il silenzio, le voci del bosco, gli uccellini al risveglio dove vanno a finire? Insomma andiamo controcorrente, 4 persone in 80mq e 6 in 120.
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Si parte, nasce il borgo ecologico del Poggio la Croce: costruiamo si, ma con pareti in legno, isolanti naturali, vernici a base di agrumi. Teniamo conto anche della qualità dei fornitori, quello da cui abbiamo acquistato i pavimenti, per esempio, è stato scelto anche per questo: «Da tempo Faro si adopera nell’utilizzo di materiali e sistemi che tutelano l’uomo e l’ambiente. Nessun tipo di sostanza tossica o nociva è utilizzata nei suoi cicli produttivi; dispone di tecnologie per ridurre al minimo l’impatto ambientale delle proprie attività e i materiali di scarto, sia solidi che liquidi, vengono totalmente recuperati e riutilizzati nei vari cicli produttivi. Inoltre Faro si è impegnata a depurare le emissioni di vapore, riciclare le acque di scarto e differenziare la raccolta dei rifiuti.»
Nessuna emissione di CO2, niente gas nelle case, tutto va con l’elettricità prodotta dall’impianto fotovoltaico. L’acqua la riscalda il sole: ogni edificio ha sul tetto pannelli solari. Giardini e ulivi non conoscono fertilizzanti chimici.
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Curo l’arredo delle nostre case vacanza con la stessa attenzione ai dettagli che ho messo nella mia casa, desidero che siano così accoglienti da far sentire veramente gli ospiti a casa, e forse ci sono riuscita. Ci avviamo alla nuova stagione con clienti che tornano ogni anno! Li accolgo attenta alle loro esigenze, li coccolo facendogli trovare l’olio di Scarlino e una bottiglia di vino, li sorprendo con la torta se il loro compleanno ricorre mentre sono qui da noi.
Spiego loro dove sono, come sono costruite le case, chiedo ci aiutino a tutelare l’ambiente, li invito alla raccolta differenziata (in ogni casa ci sono i contenitori per questa) ed a spegnere le luci la notte per non disturbare gli uccelli notturni.
La soddisfazione più grande me la da il trovare nelle righe che mi lasciano il ringraziamento per quello che facciamo, per il modo in cui lo facciamo, e per l’amore che percepiscono ci abbiamo messo (anche perché per la parte economica per ora sono contente soltanto le banche!)
Se tornassi indietro? Rifarei esattamente le stesse scelte, seguace di quel detto degli indiani d’America che dice che la terra non l’abbiamo ereditata dai nostri avi, ma l’abbiamo avuta in prestito dai nostri figli.
Ecco, caro Vincenzo, oggi la mia vita è ribaltata, la Maremma è la sede della vita e del lavoro e a Napoli si torna durante le vacanze. Te lo posso dire? Il mix che ne viene fuori è perfetto, da non poter chiedere di più.»
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