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TecnoNapoli, la Federico II, la Apple e il futuro delle periferie

7 Luglio 2016
Il prof. Giorgio Ventre, che per conto dell’Università Federico II è stato l’interfaccia della Apple nella vicenda iOS Developer Academy, condivide sui social Network il post del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che annuncia la scelta del partner istituzionale – e del luogo, «il campus universitario della Federico II a San Giovanni a Teduccio, periferia est della città» e fa i complimenti al Rettore prof. Gaetano Manfredi.
Il messaggio con il quale il prof. accompagna la notizia – «E poi ti accorgi che in questa città ci sono delle energie incredibili. Persone splendide che ti aiutano con entusiasmo ed ottimismo. Grazie a tutti. È solo il primo passo. Ma faremo grandi cose.» – mi dà lo spunto per sottolineare due cose: la prima, la più importante, è che nel «faremo» che usa Giorgio ci sono tante cose importanti, a partire dai processi di inclusione, di partecipazione, di innovazione che possono essere attivati e dalle possibilità che si aprono per molti, mi auguro moltissimi; la seconda, è che questo sogno qui tanti anni fa l’avevo fatto pure io insieme a Luigi Santoro, a Salvatore Staiano e a un po’ altre belle persone, ma di questo racconto più avanti.
Naturalmente 25 anni fa nessuno di noi pensava a Apple e al campus universitario della Federico II, avessimo avuto questa capacità avremmo giocato al lotto, però siamo partiti dalla crisi della Snia Viscosa e dell’area industriale di San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e Barra e abbiamo immaginato – ipotizzato – prospettato – progettato la nascita di una TecnoNapoli nella zona orientale di Napoli. Si, oggi sono molto contento, quello che avevamo pensato aveva senso, come sempre si poteva fare o non fare, ma aveva senso, altro che se lo aveva.

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27 Giugno 2016
Sarà che nelle mie giornate il novantanove percento è fatica e l’uno percento è genio, io il bicchiere ogni volta che posso cerco di vederlo mezzo pieno.
Di chi è il merito non lo so. Forse dell’educazione che mi hanno dato i miei genitori. Forse di zio Peppino che sapeva raccontare con leggerezza e ironia le privazioni, le sofferenze, gli orrori della guerra. Forse di Salvatore Casillo, il prof. del mio cuore, che un giorno che avevo venti anni mi sentì troppo scoraggiato mentre raccontavo che il Sud stava perdendo un altro treno – forse quello definitivo – e così mi prese da parte e mi spiegò che indignarsi è giusto, che lottare per cambiare le cose lo è ancora di più, che però a parte la morte non c’è nulla di definitivo, che insomma c’è sempre un altro treno che passa. Magari ci mette più tempo – concluse -, si fa più fatica, si paga un prezzo più alto, ma prima o poi passa.
Come dite? E io? Ma sì, forse un pochino questa storia di vedere il bicchiere mezzo pieno dipende anche dal mio carattere, ma questo adesso non c’entra, fatemi dire piuttosto quello che intendo dire, e cioè che alla voce «periferia» finalmente qualcosa si muove. Faccio due esempi per tutti: il primo si chiama Beppe Sala, il Sindaco di Milano, che nella definizione degli incarichi della sua giunta ha tenuto per sé la delega alle periferie; il secondo si chiama Apple, che da Cupertino arriva a San Giovanni a Teduccio, dove nel frattempo è già arrivata la Facoltà di Ingegneria della Università Federico II di Napoli.
Lo posso dire? Sono due bellissime notizie. La prima per il valore non solo politico ma anche evocativo che ha, il sindaco di una città importante come Milano che decide che sulle periferie ci mette la faccia, che connette quello che ha detto in campagna elettorale con le scelte di governo che intende fare per la città. La seconda per tutto quello che l’Università, la Apple e speriamo tante altre grandi e meno grandi imprese e attività innovative possono portare a un territorio come quello di Napoli Est.
Adesso che l’ho detto posso aggiungere che questa vicenda ha per me anche un valore per così dire sentimentale, dato che 1989 come segretario del sindacato dei chimici della Cgil – grazie anche alla lungimiranza del mio «fratello» maggiore, Luigi Santoro, e del nostro maestro, Salvatore Staiano, – ho stipulato una convenzione con la Facoltà di Architettura per la realizzazione di una ricerca per un parco scientifico e tecnologico nell’area orientale di Napoli.  Una ricerca ben fatta, potete credermi, con tanto di planimetrie, proposte, ipotesi innovative, ecc.) che nel 1991 è stata pubblicata nel volume che potete vedere nella foto. Credo sia giusto ricordare che la Cgil é stata la prima a pensare e a proporre la riqualificazione e l’innovazione di quest’area, un tempo considerata la Sesto San Giovanni del Sud; è anche questo un pezzetto di storia, e non dimenticarlo mi sembra un atto di rispetto non certo di superbia.

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Dato all’Università, alla Apple e alla Cgil quello che è dell’Università, della Apple e della Cgil, direi di tornare al punto, che proverei a riassumere in questa maniera: cari Sindaci (perché si, speriamo che l’esempio di Milano sia presto seguito da altri), care Università (idem come sopra), cara Apple, cari sindacati, cari makers, startupper, artigiani digitali e non, imprenditori grandi, piccoli e medi, sappiate che il futuro delle periferie non è una storia da una botta e via, è una storia d’amore, di cultura, di bellezza, di diritti e di doveri, di cambiamento dei modi di essere e di fare. E’ una storia che pretende un rapporto profondo, sincero, vero, perché solo così ha senso e può produrre risultati importanti sia dal versante economico che da quello sociale e politico. Niente mode, niente trucchi e niente inganni insomma, quando parliamo di periferie abbiamo il dovere di fare sul serio, di farlo sempre, persino quando non ce la facciamo, come ad esempio è toccato a noi.
Con Alessio Strazzullo l’avevamo chiamato WEST4 (Work Education Social Technology for), era il format dedicato alle periferie. Avevamo cominciato ancora una volta da Ponticelli, nell’area Est di Napoli, e da una scuola, il 70° Circolo Didattico Marino Santa Rosa, avevamo chiesto a un po’ di persone straordinariamente normali di raccontare la loro storia, le loro idee di cambiamento, i loro progetti di futuro. Senza farla troppo lunga potete leggere qui – il post si chiama Storie, futuro e sogni di periferia – dell’entusiasmo dei giorni immediatamente precedenti; qui – il post si chiama WEST4, un senso a questa storia – della soddisfazione dei giorni successivi; qui – il post si chiama Scusate se non ci droghiamo e non abbiamo ammazzato nessuno – della rabbia per aver dovuto annullare i due appuntamenti già fissati per Roma e Reggio Emilia.
Ciò detto, aggiungo che alla fine del post trovate i link agli speech di WEST4 Ponticelli. Sono undici belle storie – compresa Federico a San Giovanni, raccontata da Giorgio Ventre che come sapete ha un ruolo importante sia alla voce Università che alla voce Apple – che ci ricordano la necessità e l’urgenza di tradurre le buone idee in fatti, in buone pratiche, in occasioni e opportunità in grado di cambiare il corso delle cose.
Lo so che le idee per diventare fatti hanno bisogno di di risorse – economiche, finanziarie, organizzative, sociali, relazionali, umane – che diano loro gambe, che le facciano camminare; penso però che questa volta più di altre volte sia possibile metterle in campo. Naturalmente bisogna stare sul punto. Non dare mai nulla per scontato. Non solo perché – come diceva mio padre – «chiacchiere e tabacchere di legno il Banco di Napoli nun è ‘mpegna», anche, soprattutto, perché bisogna che tutti – naturalmente come e per quanto possiamo – diamo una mano, diventiamo tutti facilitatori e moltiplicatori delle possibilità di cambiamento che sono in campo. Come? Con il lavoro, con la cultura, con la partecipazione, con la consapevolezza, con la bellezza con l’amore per quello che facciamo, con la credibilità, l’autorevolezza, il rigore, la capacità di pensare e di fare delle classi dirigenti.
Autorevoli studiosi come Enrico Moretti hanno mostrato come l’attrattività, le destinazioni, le missioni possono cambiare i destini e i futuri delle città e questo rende semplicemente più decisive le sfide che abbiamo di fronte a partire dalle periferie.
L’Università e la Apple a San Giovanni a Teduccio hanno tanto più senso, e possibilità, quanto più rappresentano l’avvio di un processo assai più largo di innovazione e di trasformazione  della Baia di Napoli, come la chiama il mio amico Francesco Escalona. Detto sinceramente, a me l’idea di una TecnoNapoli che si diffonde e si sviluppa nella parte est della Baia di Napoli piace assai. Ma naturalmente mi riferisco alla «cosa», non al nome della «cosa». E voi, cosa ne pensate?