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WEST4, un senso a questa storia

Per quanto mi riguarda la parola giusta per definire quello che è accaduto Sabato 31 Gennaio durante la prima tappa di WEST4 è «successo». Non ho paura di scriverlo, anche perché potete facilmente verificare guardando le talk che trovate alla fine del post. Sento piuttosto il bisogno di tornarci su, di provare a specificare meglio le idee che stanno guidando Alessio Strazzullo e me in questa nuova avventura, a indicare quelli che con un omaggio al genio di Ludwig Wittgenstein e al saper fare di mio padre definirei i muri maestri sui quali si regge l’intera casa che stiamo cercando di edificare.

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1. Il primo passo verso il futuro è un passo verso il passato. Un passato remoto, che verso quello prossimo ci andiamo alla fine. Un passato cominciato nel 1989 con una convenzione tra il sindacato dei chimici della Cgil della Campania e la Facoltà di Architettura dell’Università Federico II. Un passato chiamato TecnoNapoli, in pratica l’idea che industria e innovazione potessero essere le parole chiave per lo sviluppo dell’area orientale di Napoli. Sì, proprio lei, Ponticelli, San Giovanni, Barra, i quartieri dai quali è partito West4. Un passato finito in un volume, TecnoNapoli: nuove forme di sviluppo e ridisegno urbano (AA.VV., a cura di Pasquale Miano, Portofranco/Laicata Editore, 1991). Naturalmente il primo passo non intende rivendicare primogeniture, che quello non serve, è per dire piuttosto che veniamo da lontano, che se vuoi andare lontano a volte invece serve.

2. Se, con Thomas S. Khun, (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi) «consideriamo rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello», Internet è una rivoluzione scientifica. Con l’affermazione del nuovo paradigma niente è più come prima, le parole assumono un altro significato, indicano cose, relazioni, prospettive, opportunità che nella fase precedente semplicemente non esistevano. Vale per qualunque parola: bellezza, telefono, mamma, viaggio, informazione, conoscenza, impresa, scuola, economia, intelligenza, uomo, macchina. Vale in particolare per «lavoro». E per «periferia». Per le ragioni che vedremo tra poco.

3. L’Italia ha bisogno di spostare l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore della conoscenza, del sapere, del saper fare.  E’ un processo di ribaltamento culturale che ha come centro, motore, anima il lavoro, come ho provato a raccontare qui, qui e qui. Perché il lavora cambia ma non finisce invece l’ho raccontato qui.

4. Nel mondo rivoluzionato da (e rivoluzionario di) Internet non si stanno moltiplicando soltanto le opportunità, ma anche le divergenze, le disparità, le diseguaglianze. A livello delle persone e a livello delle comunità. Qui rimando per ragioni di brevità a Enrico Moretti (La nuova geografia del lavoro, Mondadori) e a Federico Rampini (Rete padrona, Feltrinelli), e un po’ anche ai dati sul numero spaventosamente piccolo di persone che detiene una percentuale spaventosamente grande dell’intera ricchezza mondiale.

5. In questo mondo rivoluzionato da (e rivoluzionario di) Internet le periferie possono essere una risorsa straordinariamente importante per creare nuove opportunità, coglierle, dunque moltiplicarle. A questo proposito il Moretti già citato ricorda che «uno degli esempi più tangibili di quartiere beneficiato dai fondi dell’Empowerment Zones è l’area intorno alla 125° Avenue di Harlem, che da zona problematica ad alto tasso di criminalità si è trasformata in una delle parti più vive e dinamiche di New York»; tra gli esempi di Rampini mi piace ricordare invece Rochester, la Kodak che con l’avvento delle foto digitali passa da 65mila dipendenti a 5mila dopo l’amministrazione controllata e la città che «rinasce, dal basso, grazie a una miriade di startup», 55 con 24 mila dipendenti nel solo distretto dell’ottica, del laser e della fotonica, un saldo complessivo di più 90mila posti di lavoro.
Com’è stato possibile? Incentivando gli esodi? Con la cassa integrazione a zero ore? No. Con oltre 1,9 miliardi di fondi per la ricerca alle università, in particolar modo dal governo federale (51 start up sono nate grazie a tecnologie inventate all’università); incoraggiando gli spin out, uscita finalizzata alla creazione di nuove imprese, invece delle buonuscite; qualificando la forza lavoro (il 50% degli ex dipendenti ha lauree e dottorati in ottica); facendo in moda che gli ex ingegneri diventassero piccoli imprenditori; recuperando mestieri che erano finiti in Cina. Confesso di aver provato una certa invidia quando ho letto dell’esponente della confindustria locale che dice che il modello bassi salari e contrazione dei diritti sindacali non gli interessa. «Noi qui siamo competitivi per il numero e la qualità dei nostri laureati.»

6. Nel lavoro come nell’istruzione, il giudizio «non hai potenzialità» è devastante come mai potrebbe esserlo un’osservazione del tipo «hai fatto un errore». Lo ha scritto Richard Sennett, sottolineando come il rispetto sia strettamente associato alla crescita personale, allo sviluppo delle proprie abilità e competenze, alla cura di sé, alla capacità di dare agli altri. E come ogni essere umano possieda una «motivazione alla riuscita», la spinta a fare bene qualcosa.
Dal versante delle persone, una buona domanda è allora quella che si riferisce al come sviluppare le conoscenze, le competenze, la professionalità che produce rispetto di sé. Dal versante delle organizzazioni il tema è invece come definire contesti che garantiscano il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare.
Maggiore senso di autostima delle persone. Minori difficoltà a dare senso e significato alle strutture con le quali a più livelli esse interagiscono. Persone un po’ meno sole. Società un po’ più ricche.
Difficile? Certo. La promessa di una società basata sull’accesso è ancora lontana dall’essere mantenuta. Il potere inclusivo delle nuove tecnologie è costantemente minacciato. Ma per fortuna difficile non vuol dire impossibile.

7. Se vogliamo discuterne sul serio, alla voce «fattori di vantaggio competitivo», «investimenti e scelte strategiche», insomma le cose che tocca fare  alle classi dirigenti – governi nazionali e locali, imprese, parti sociali, stakeholder presenti sui territori, ecc. -, troviamo «investimenti in infrastrutture», «sistemi di istruzione, formazione e università», «poli di sviluppo», «aziende di qualità», «innovazione». Ancora Enrico Moretti ricorda che «il destino economico delle città dipende sempre più dal livello di istruzione degli abitanti», e che «nelle città con elevata percentuale di laureati ci sono posti di lavori e retribuzioni migliori anche per i lavoratori a basso livello di scolarità».
Aggiungo soltanto pur essendo per lavoro e per passione uno studioso e un lettore attento di questi temi, non ricordo esempi di distretti, città, regioni – degli USA o dell’Europa – che siano riusciti a competere sui mercati mondiali a scapito della capacità di innovazione, di internazionalizzazione, della qualità del lavoro, dei processi e dei prodotti.

8. Assieme agli interventi per così dire strutturali – che dire dall’alto non mi convince, perché in realtà anche a quel livello gli interventi per essere efficaci devono avere la capacità di ascoltare, confrontare, cogliere i diversi fabbisogni (culturali, formativi, sociali) espressi dal territorio -, l’altro punto fondamentale della questione è quello che si riferisce alle comunità e ai soggetti che vivono e lavorano su un determinato territorio. Non sempre la somma fa il totale, nel senso che non è sufficiente la presenza di tante individualità per fare una comunità, per pensarsi come parte di un processo e di un progetto che ha valore generale, per innescare il passaggio dal «io» al «noi» e determinare il salto di consapevolezza e di protagonismo necessario a determinare il cambiamento.
Con Alessio lo abbiamo sperimentato in più contesti negli ultimi anni, lo potete verificare se ne avete voglia navigando tra i link che trovate nel post scriptum: per farcela è indispensabile la soggettività, delle persone e delle comunità, nel senso che il cambiamento diventa tanto più vero quanto più è in grado di attivare processi di creazione di senso e di conferimento di significato che collocano le esperienze delle persone in un processo sociale consapevole e condiviso.
Con un omaggio in questo caso al genio di Karl E. Weick e alla bravura di Al Pacino in Ogni maledetta domenica potremmo dire «è il sensemaking ragazzi, è tutto qui».
E’ proprio Weick, il suo ideatore, a definire il sensemaking come un processo caratterizzato da sette proprietà fondamentali: fondato sulla costruzione dell’identità; retrospettivo; istitutivo di ambienti sensati; sociale; continuo; centrato su (e da) informazioni selezionate; guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza.

9. Proviamo a finire con un gioco di parole: per Alessio e me WEST4 ha senso se riesce a contribuire a questo processo di creazione di senso e di conferimento di significato delle comunità con le quali interagisce.
Se non fosse stato così ci saremmo proposti per organizzare un TEDx, invece vogliamo fare qualcosa di diverso, vogliamo portare questo approccio nelle periferie italiane, vogliamo farlo diventare l’occasione per un recupero di identità e di protagonismo sociale prima ancora che individuale, delle comunità oltre che delle persone.
Naturalmente tra il dire e il fare continua a esserci il mare, soprattutto quando non hai ancora le condizioni per mettere su la struttura, l’organizzazione, in grado di reggere un progetto così impegnativo.
Però intanto siamo partiti. WEST4 #ponticelli #sangiovanni #barra è alle nostre spalle, tra pochissimi giorni ci saranno i video e potremo cominciare a socializzare le diverse esperienze. Lavoriamo perché il resto prima o poi avvenga. L’importante è aver fatto il primo passo nella direzione giusta.

Post scriptum
Sempre a proposito della storia che è importante per raccontare il futuro, mi sembra utile sottolineare che – al netto della vicenda TecnoNapoli -,  l’attività di ricerca intorno al #lavorobenfatto compie quest’anno dieci anni. Quando avete un po’ di tempo fatevelo un giro, ci sono tante cose anche diverse tra loro, che però danno senso alle cose che avete letto, e magari vi fanno venire voglia di creare un link, di diventare un nodo della rete.

2005: Per genio e per caso – Intervista a Piero Carninci
2007: Lavoro scientifico, organizzazione della ricerca, cultura del merito, valorizzazione del talento al Rikagaku Kenkyusho (RIKEN), istituto di ricerca giapponese, iniziata nel dicembre 2005 e conclusa nell’aprile 2008 – Attività sul campo e Report
2011: Rione Sanità, Storie di ordinario coraggio e straordinaria umanità – Libro
Bella Napoli, Storie di lavoro, di passione e di rispetto – Libro
Le vie del Lavoro –  Attività di narrazione e inchiesta partecipata
2012: TEDxNapoli – Talks
2013: Testa, Mani e Cuore – Libro
La tela e il ciliegio – Film documentario
2013 – 2014: Bea Bottega Exodus Ahref – Laboratorio di Narrazione Partecipata
2014: La Notte del Lavoro Narrato – Evento nazionale
Osservatorio Lavoro Ben fatto – Centro Studi
Repubblica Next Napoli – Talks
#Lavorobenfatto, Industriale Culturale 3.0 e Comunità di apprendimento – Libro
Moretti e Strazzullo – CheFuturo! Lunario dell’Innovazione

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Post Post Scriptum
Sta in fondo ma anche questo è importante: il successo di cui ho parlato all’inizio non impedisce di vedere le cose che non hanno funzionato, a partire da quella più importante di tutti, che non a caso è stata messa a fuoco da Alessio, e che si riferisce al fatto che nonostante la call, i tentativi, le telefonate, non siamo riusciti a coinvolgere tra gli speaker ragazze e  ragazzi intorno ai 20 anni. Al prossimo giro questo sarà il primo impegno, e il secondo quello di cercare di fare sempre meglio.
Visto che sono qua, voglio dire senza falsa modestia che alla fine io ho  cercato solo di fare bene quello che dovevo fare, a fare la differenza sono state la straordinaria professionalità e dedizione di Alessio Strazzullo, che conosco da tanto tempo; di Gaetano Marchesano e Colomba Punzo, preside e insegnante dell’I.C. Marino Santa Rosa di Ponticelli; di Gaetano Cafiero, Antonella Di Nocera, Salvatore Fonzo, Francesca Guerretta, Anna Marrone, Gino Napolitano, Vincenzo Paparone, Antonio Romano, Francesco Uccello, Giorgio Ventre e Carlo Ziviello, gli speaker della serata; di Mattia Altobelli con la sua radiostile media partner dell’evento; di Simone Petrella e friends con Casa Surace; dei tecnici delle luci e del suono; di Raffaele Cars, Gennaro De Luca, Cinzia Massa, Luca Moretti che hanno risolto tanti piccoli problemi che però se non li risolvi diventano grandi.
Una parola sola? Grazie!

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