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Il vocabolario di Peppino

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È il nostro destino, da lì non si scappa. Per un anno intero le parole che più spesso ci capita di sentire sono «è scomodo», «ma quanto pesa», «mamma non insistere, anche se devo fare il compito non me lo porto», «papà non ti preoccupare, se proprio ho bisogno vado su un motore di ricerca con il cellulare». San Vocabolario viene una volta all’anno, il giorno degli esami, quando diventiamo i compagni inseparabili dello studente, sia quello versione che studia, ha la testa sul collo e ci porta appresso per consultarci, sia quello versione scapocchione che ci imbottisce di appunti mal scritti e di fogliettini spiegazzati nella speranza, solitamente vana, che quelli della commissione chiudano un occhio, perché il fatto che non se ne accorgano non sta né in cielo né in terra. Va così, al tempo degli smartphone, dei tablet e dei libri elettronici ancora di più, e di certo non sarò io a dire al mondo di fermarsi perché voglio essere consultato.

I vocabolari miei colleghi dicono che mostro tutto questo distacco perché sono molto vecchio, tra un po’ le mie pagine ingialliranno del tutto, si strapperanno, finirò al macero e chi s’è visto s’è visto. Io li lascio dire, a me non dispiace essere vecchio, come il poeta mi penso esploratore, però secondo me la vecchiaia non c’entra, è questione di innovazione, di tempi che cambiano, di mutamento  sociale. Perché se poi uno può caricare tremila volumi, compresi tutti i vocabolari che vuole, su una sola macchina che pesa meno di mezzo chilo, si fa sfogliare e leggere meglio di un libro, permette di fare ricerche e di stabilire collegamenti in maniera più rapida ed efficace, è inevitabile che noi che siamo fatti di carta si finisca nelle biblioteche. Non lo so se ci vorranno dieci, venti, o cinquanta anni, sarà comunque un battito di ciglia rispetto al tempo che verrà. E poi mica è la prima volta che accade. Perché, quando Gutenberg ha messo a punto la tecnica di stampa a caratteri mobili, al tempo inedita in Europa, i meravigliosi volumi scritti dagli amanuensi dove sono andati a finire? Nelle teche dei monasteri, ecco dove. Altro che distacco, la mia è consapevolezza, la porto da sempre con me, fa parte della mia streppegna, del daimon, del codice dell’anima. Non me ne faccio un vanto, è che sono fortunato, le mie radici affondano nel Mediterraneo, la culla della civiltà occidentale, il mare di mezzo tra Europa, Medio Oriente e Africa, là dove puoi incontrare il Sud con le sue mille facce, la filosofia greca, la matematica araba, persino un pizzico di immanenza cinese. Quando è così, se non sei proprio un testone, a un certo punto lo capisci da te che la vita va spesa bene, che se sei un vocabolario devi essere pronto a svolgere al meglio il compito per il quale sei stato stampato. Confesso che di queste cose qui con i vocabolari miei colleghi neanche parlo più, come si dice dalle mie parti: «A lavare la testa all’asino ci si rimette il tempo, l’acqua e il sapone». La verità è che per noi vocabolari funziona come per qualunque altra cosa ideata e fabbricata dall’uomo, senza scopo non esistiamo, è lo scopo che ci ha fatto nascere, è lo scopo che determina la nostra funzione. E lo scopo di quelli come me è definire bene, una per una, le centinaia di migliaia di parole che compongono la lingua italiana; indicare genere, grado, declinazione, sinonimi, contrari e tutto quant’altro serve a chi ci consulta per rispondere a una domanda, per dissolvere un dubbio. Poi è evidente che se si vuole approfondire bisogna cercare altre fonti, ma intanto noi abbiamo sciolto la riserva iniziale, abbiamo indicato la direzione di marcia, abbiamo offerto il vantaggio dell’ordine alfabetico, che basta che uno si ricordi anche metà della parola che vuole verificare e il gioco è fatto.

L’ordine alfabetico è importante, non solo per i dizionari, ma anche in molte altre situazioni, basta pensare alle biblioteche, ai registri di classe, alle agende telefoniche, alle librerie, che quando il cliente che ha preso il libro dallo scaffale per sfogliarlo poi si sposta e lo ripone in uno scaffale diverso dal primo, il povero libraio deve sudare sette camicie per ritrovarlo, perché i libri mica hanno la campanella come le pecore in paese quando ero giovane, che Gavino le sentiva e sapeva da che parte andare per recuperare il pacifico animale. Comunque io sono contento di essere un vocabolario, il fatto di essere un libro da consultare più che da leggere non mi ha impedito di avere le mie belle soddisfazioni.

La più grande l’ho provata tanti anni fa, la devo a Giuseppe Di Vittorio, un uomo rigoroso, straordinario, sempre pronto a metterci la faccia, come nel cinquantacinque, quando nella discussione seguita alla sconfitta della Cgil alla Fiat, prende la parola e ricorda ai suoi compagni che se anche le cause della sconfitta fossero state per il novantanove percento oggettive – la protervia del padrone, il ruolo del sindacato giallo, le intimidazioni verso militanti e iscritti della Cgil –, e soltanto per l’uno per cento soggettive, loro erano lì esattamente per discutere di quell’uno per cento. Era fatto così, le attenuanti proprio non gli piacevano, nonostante fosse nato in una famiglia molto povera e fosse stato costretto a lasciare giovanissimo la scuola per lavorare nei campi come bracciante dopo che suo padre era morto per salvare le bestie del padrone. Altri si sarebbero arresi, lui no, anzi, proprio perché si sentiva un evaso dal mondo in cui imperavano l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, e sapeva quanta fatica ci vuole per venirne fuori, non perdeva occasione, come quella volta a Bologna nel gennaio del cinquantatre, per ricordare che bisogna fare ogni sforzo per liberare le persone dall’ignoranza, per stimolarle al sapere e alla conoscenza, perché sono loro che permettono di vedere alto e lontano.

Ecco, per me ancora più dell’importanza che Peppino ha avuto nella storia della Cgil, più del Piano del Lavoro e delle mille altre vicende che hanno caratterizzato la sua vita da dirigente, tutte cose che nessuno può mettere in dubbio, sono storia, contano la sua umanità, il suo attaccamento alle origini, alla terra, alle ragioni dei più deboli. E il suo coraggio, che devi averne tanto per schierarti dalla parte dei lavoratori quando nel cinquantasei la Russia invade l’Ungheria. E la sua semplicità, che solo uno così può dire di aver imparato sin dal primo giorno e a proprie spese che il lavoro è una cosa seria, quando la sera era tornato a casa senza aver guadagnato nulla perché aveva raccolto poche olive. E la sua capacità di parlare a tutti, come quando ricorda la fatica che gli è costata l’ignoranza, le ore trascorse a sfogliare giornali e libri fino a quando non trovava la parola che intendeva scrivere in modo da poterla usare senza commettere errori.

Sarà Felice Chilanti a raccontare del mio incontro con Di Vittorio, mannaggia a me, che non lo volevo dire, che neanche i miei amici lo sanno perché altrimenti ricominciano con la storia che sono vecchio e non si finisce più.

Accade a Barletta, lungo il viale della stazione, negli anni in cui Peppino era già un importante dirigente della Cgil e scriveva lettere e corrispondenze per giornali e riviste sindacali e di partito. Mentre passeggia si ferma nei pressi di un banchetto con i libri e comincia a scorrerne alcuni, a chiedere qualche prezzo, fino a quando non si accorge di questo vecchio librone con le pagine ingiallite. Mi prende, mi sfoglia, osserva che ogni mia pagina contiene lunghi elenchi di parole e che accanto a ciascuna di esse è indicato il significato. È il libro che da tanto tempo cerca, legge sulla copertina la nuova parola, «vocabolario», e chiede al venditore quanto costa: «Tre lire e settantacinque centesimi» è la risposta. Peppino ha in tasca meno di due lire e lo confessa affranto al librario, che a propria volta chiede di pagarglielo almeno due lire e cinquanta.
Il prezzo è buono, ma i soldi se non li tieni non è che li puoi stampare e così Di Vittorio fa per andarsene quando il venditore lo richiama e gli dice: «Nemmeno due lire volete darmi?» e lui risponde: «Se volete vi dò la giacca, ma in tasca ho soltanto una lira e settantacinque.»

Il buon libraio mi consegna rassegnato a Peppino, che passa la notte a sfogliarmi, e già questo basterebbe a dimostrare quanto amore si può provare per uno di noi. E invece la storia non finisce qui. Perché Di Vittorio nei giorni successivi comincia a segnare su un blocchetto le parole che non conosce sentite negli incontri casuali, in treno, o lette in un giornale o in un libro e quando torna a casa ne apprende il significato dalle mie pagine e lo trascrive con parole sue sul blocco note. Come ricorderà egli stesso, questo metodo lo aiuterà a imparare l’italiano e, molti anni dopo, anche il francese.

Confesso che ogni volta che ci penso mi commuovo. Mi è capitato ancora qualche giorno fa dopo che una giovane maestra, venuta a sapere di questa storia, l’ha raccontata ai bambini della sua classe elementare, per i quali aveva pensato di ideare un’unità didattica per abituarli all’uso del vocabolario. Ha scritto che adesso l’avrebbe chiamata «Il vocabolario di Peppino», con la speranza – parole sue – di suscitare maggiore curiosità e voglia di imparare da parte dei suoi alunni. Sarà perché sono vecchio, ma nell’album dei miei ricordi alla storia di questa giovane donna ho voluto dedicare un’intera pagina. Chissà se lo vedesse Peppino come sarebbe contento.
tmcsara