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Rosa e la Luna Calante

Dice che la sua generazione «ha il dovere di rigenerarsi, di elevare le proprie idee e di trasformarle in lavoro per sé e per i giovani che ne verranno.» E poi racconta perché si può ripartire da un chicco di grano, in che modo un campo di spighe dorate che «un attimo prima mille mani hanno stretto tra polvere e sudore» un attimo dopo può diventare «un meraviglioso campo di speranza».
Si chiama Rosa Barbato ed è una delle magiche connessioni create da La Notte del Lavoro Narrato. Di lei e di  Luna Calante, l’azienda agricola che ha fondato, mi aveva parlato Jepis, e così l’avevo contattata ed ero rimasto incantato dalla sua dolcezza, dalla sua determinazione, da quella sua concezione del lavoro che dà coraggio, che porta con sé messaggi che vale la pena raccogliere e realizzare, e alla fine lo sapete come funziona, quando trovo persone così è difficile che me le lascio scappare.
Lei si era presa tempo, mi aveva detto che voleva pensarci bene, che partecipare a una notte così bella dedicata al lavoro ha senso solo se hai qualcosa di vero da raccontare, e dopo un po’ mi aveva scritto che le sarebbe piaciuto organizzare la serata in una stalla.
Si, avete letto bene, una stalla.

Foto di Yvan Scognamiglio
Foto di Yvan Scognamiglio

«Ciao Vincenzo, molto probabilmente saprai che il termine “filò” rimanda a un antico rituale delle famiglie contadine e, nonostante non sia chiara l’origine del nome, viene ricondotta al termine “filare”. Nelle serate invernali, le famiglie si riunivano nelle stalle per evitare di andare a letto troppo presto e per continuare piccoli lavoretti iniziati durante il giorno. Perché si riunivano nelle stalle? Per riscaldarsi in modo naturale grazie alla presenza di animali. Il comune denominatore di questi incontri era il racconto ( favole, storie paurose, pettegolezzi o anche la recita del Rosario). Era anche occasione per qualcuno o qualcuna di fidanzarsi. Questi riti continuavano poi anche in estate, nei cortili. Da qui è nata l’idea e ora intendo svilupparla. A presto. Rosa.»
Voi di fronte a una mail così cosa avreste fatto? Io mi sono alzato un metro da terra per la felicità, perché io lo sapevo che Rosa la sua idea poi l’avrebbe sviluppata, e avrebbe contribuito allo straordinario successo della nostra iniziativa, che sia chiaro che nostra non è plurale maiestatis ma è proprio nostra, nel senso di iniziativa che appartiene a tutti coloro che vi hanno partecipato.

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Ecco, cosa devo dirvi di più, che poi io li ho mangiati i fagioli di Rosa e che anche se lo sapevo già che erano buoni a mangiarli è meglio che a saperlo ve l’assicuro, però poi il resto ve lo faccio dire da lei. Prima con questo suo incantevole pensiero: «Resistiamo e continuiamo a combattere perché siamo nati per modificare qualcosa, per lanciare un messaggio e per tutelare ciò che di più prezioso abbiamo, la terra. La verità è che abbiamo cuore Vincé, è questo che ci rende ricchi e capaci di resistere». E poi con il bel video-racconto firmato da Giuseppe Rivello, che poi è sempre lui, Jepis. Buona visione.

Ma la storia non finisce qui, perché nelle storie della vita vera, anche quando sono belle come quella di Rosa, non mancano le difficoltà, i problemi, i passi indietro indispensabili per poter tornare avanti, ma sentite come me lo ha raccontato lei, che è molto più bello di come ve l’ho raccontato io:
«Buongiorno Vincenzo, come stai?, mi auguro bene, anzi più che bene, scusami se non mi faccio sentire molto, ma un po’ le cose sono tante e un po’ non sapevo in che modo comportarmi, come raccontarti le mie avventure/disavventure, i problemi che ho avuto, le promesse non mantenute, insomma ho dovuto chiudere  il laboratorio e i macchinari purtroppo non li ho più. Ciò detto, non pensare che mi sono fermata. Sto lavorando in un bar/rosticceria, guadagno qualcosina, tolgo di mezzo qualche insoluto e creo le condizioni per ricomporre qualche pezzo dell’azienda. Nel frattempo ho continuato a piantare i fagioli e sono belli belli, ho ridimensionato le quantità del prodotto ma la qualità è sempre la stessa, sempre speciale, altrimenti che senso avrebbe?
Come ti ho detto non mi sono arresa, ho sempre lo stesso cuore, la stessa testa e le stesse mani, anzi sono molto più forte, mentre lavoro attendendo pazientemente che si sistemino le cose e metto da parte qualche soldino per risollevarmi. Lo sai, credo in quel che faccio, se devo raggiungere un obiettivo ci riesco, anche se devo prendere strade tortuose, devo scalare montagne o correre in salita, insomma ci metto tutto il mio metro e sessanta e i miei 50 chili. Del resto sono figlia di “cravnar”, i miei facevano il carbone, non sempre nelle montagne vicine, spesso andavano in zone non molto conosciute e rimanevano lì anche per un mese intero, prima o poi te la racconto la loro storia, una storia di fatica e di bellezza straordinarie.
Vincé, questo è quanto, le difficoltà non mancano ma io sono abituata a “correre coi lupi”, che è anche un libro che mi piace assai; spero di rifarmi viva presto, intanto ti mando un abbraccio.»
Rosa