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La luce di Federica

Questo racconto fa parte di un percorso di studio che coinvolge un nutrito gruppo di ragazze e di ragazzi dell’Università Suor Orsola Benincasa. Leggetelo, che così scoprite perché con Maria D’Ambrosio, la prof. di Federica, abbiamo deciso di pubblicarlo qui.

«Buonasera Prof., le sue parole ricche di passione durante quella che sembrava una normale lezione universitaria mi hanno colpito molto, forse perché ciò di cui lei oggi ci ha parlato rappresenta un po’ il tormento della mia vita. Cerco di farle capire perché, dunque mi presento e, come ci ha chiesto oggi, le parlo un po’ di me.
Mi chiamo Federica Vaio, ho 26 anni, troppi per tutti i sogni che ho lasciato nel cassetto. In passato mi consideravo una “sognatrice”, o meglio, lo ero davvero. Ci sono due aneddoti, in particolare, che mi aiutano a definirmi tale, e che ancora oggi mi fanno sorridere, con un po’ d’amarezza.

Il primo risale al giorno del mio esame di quinta elementare, quello del tema. Non ricordo bene la traccia, ricordo solo che riguardava i sogni. Il mio tema raccontava di un sogno, in cui Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio, veniva da me e mi chiedeva di accompagnarlo in quell’esperienza unica. Ebbi la fortuna di avere una maestra che, per trasmetterci qualcosa di buono, non si atteneva solo ai libri di testo, ma cercava di stimolare la nostra curiosità, perciò ci parlò di questo astronauta. Quella stessa maestra parlò con mia madre, dopo gli esami, e le disse che nella vita sarei diventata “qualcuno”, perché pensavo in grande e perché avevo delle buone capacità e tanta curiosità verso il mondo. Mia madre me lo riferì con gli occhi pieni di orgoglio e con evidenti aspettative verso di me.

Il secondo aneddoto risale a un’estate di tanto tempo fa. Avevo circa 8 anni e presi parte ad uno spettacolo per bambini nel villaggio in cui ero per le vacanze, durante il quale, per farci parlare un po’ di noi, ci chiesero cosa avremmo voluto fare da grandi, ed io risposi: la vulcanologa! Tra tutti i bambini c’era chi voleva fare il calciatore, la ballerina, l’attrice, la parrucchiera, il medico: un po’ di tutto, insomma. La mia risposta lasciò sbigottiti un po’ tutti, non sapevano che, in un semplice documentario sui vulcani, delle semplici immagini (perché a quell’età capivo poco o niente di quello che dicevano in maniera molto tecnica), possono tenerti incollato al televisore e scatenare qualcosa dentro di te: stupore, meraviglia, voglia di capire, di conoscere.

Se sono qui a scriverle, è evidente che non sono diventata né un’astronauta, né una vulcanologa. Ma questa non è solo la mia storia. E’ la storia di molti ragazzi che, per paura di mettersi in gioco, si lasciano trasportare dagli eventi della vita, perdendo di vista sogni, obiettivi, speranze, che pian piano lasciano spazio solo ad una scia infinita di dolorosi “se”.
Alcuni eventi della mia vita mi hanno spinto a iscrivermi, finito il liceo classico, alla facoltà di Biologia. Volevo fare la ricercatrice, scoprire le soluzioni per curare i mali del mondo, o almeno per capirne i meccanismi. Ho sostenuto 10 esami, poi tutto è cambiato. Un’occasione “fortunata” – dicono -, un lavoretto di poche settimane mi portò ad essere assunta in un’importante società di comunicazione istituzionale, all’età di 20 anni. Ho iniziato lavorando come segretaria di front-office, poi segretaria di direzione, poi iniziai a lavorare nell’ufficio Progetti, l’ufficio cardine della società.
Qui ho lavorato per 4 anni, in cui sono cresciuta molto, perché la buona volontà e la voglia di imparare non mi sono mai mancate. Ho imparato a scrivere progettazioni, fare conti, pianificazioni, rendicontazioni, ma ho dovuto lasciare gli studi e questo mi dava la sensazione che in qualche modo era la vita ce stava scegliendo il mio percorso, non lo stavo più scegliendo io. Mi sono lasciata trasportare, ho scelto di fare ciò che era “più opportuno” e non ciò che volevo, ciò che gli altri si aspettavano da me e non ciò che Io mi aspettavo da me stessa.
Più di un anno fa, la società in cui lavoravo è stata messa in liquidazione, e chi di noi aveva il contratto in scadenza, si è ritrovato senza lavoro. La messa in crisi di tutte quelle che ormai erano le mie certezze e la paura di ricominciare da capo, non hanno fatto altro che spronarmi a riprendere in mano la mia vita e a voler fare di nuovo le cose in grande.
Mi sono iscritta alla facoltà di Scienze della Comunicazione, sono al secondo anno e ho sostenuto tutti gli esami con ottimi risultati ma, cosa più importante in assoluto, sto sfruttando tutte le opportunità che questa nuova esperienza universitaria può offrirmi. Voglio andare veloce, voglio guardare lontano. Voglio rivedere la stessa luce del giorno dell’esame di quinta elementare negli occhi di mia madre, voglio farlo per lei, voglio farlo per me. Sento che ogni nuova esperienza mi arricchisce e mi trasforma ogni volta. Più conosco il mondo, più conosco le persone, e più conosco me stessa. Ed è grazie a persone come lei che capisco quanto nella vita sia importante fare un lavoro che ti piace, che ti fa alzare la mattina felice di iniziare una nuova giornata, di metterti in gioco continuamente in esperienze e progetti nuovi. E spero che questa nuova avventura che ha deciso di intraprendere con noi le faccia pensare che ne sia valsa la pena.
Mi scusi se mi sono dilungata tanto, e grazie ancora per la bella lezione.»

federicaAnnamaria Bolli
Bisognerebbe trovare un buon compromesso tra opportunità e realizzazione.
Certo, non è facile. Non è così semplice lasciarsi sfuggire una buona opportunità ed accantonare i propri sogni chiudendoli in un cassetto. Però, se quel cassetto non lo chiudiamo a chiave, facciamo sempre in tempo a riaprirlo. Come ha fatto Federica, che nel frattempo è cresciuta, ha acquisito consapevolezza ed esperienza ed ha maturato la volontà di riappropriarsi dei propri sogni.
Forse si faticherà un po’ di più nel raggiungere Il proprio obbiettivo, ma non è un prezzo alto da pagare, il sentirsi irrisolti?

Nadia Falasca
La storia di Federica per me è l’essenza della vita, di quegli insegnamenti che spesso dimentichiamo presi da una corsa infinita, mentre la vita, quella vera, è nascosta proprio nei sogni.
Mio nonno, nato nel 1916, mi diceva di non fermarmi mai se l’obiettivo raggiunto non era quello che mi dava serenità. Ecco, io sono cresciuta in questo modo, e anche se spesso mi sento controcorrente rispetto ai cardini prevalenti di questa società cerco di andare avanti per la mia strada.

Nicola Cotugno
Beh Federica la tua storia ricorda quella di molti ragazze e ragazzi che hanno fluttuato tra sogni e opportunità, senso di realismo e dimensione visionaria: sono due sfere della vita che dobbiamo necessariamente far coesistere.
L’importante comunque è la consapevolezza che abbiamo delle nostre scelte e la passione che non dobbiamo mai abbandonare: mi sembra che tu stia facendo un buon mix di queste cose. In bocca al lupo !!!

Veronica Testa

Leggendo questa storia mi è venuto in mente un pensiero che anche io facevo quando, da bambini, ci chiedevano quello che avremmo voluto fare da grandi; io rispondevo “non lo so di preciso….di sicuro qualsiasi cosa che abbia a che fare con l’arte”. Ecco, era questo il mio “tormento”.
La storia di Federica mi fa pensare a questo, al fatto che quando perdiamo di vista i nostri sogni la vita ci travolge con i suoi eventi, ci mette in crisi, ci destabilizza e ci disorienta, ma solo per riportarci sulla nostra rotta. Quella rotta che poi è la nostra vera natura. Quando tutto gira storto, è perché ci distraiamo e ci allontaniamo da ciò che siamo veramente e da quello che realmente vogliamo fare.
Ho letto in proposito un esempio sul ragno, che costruendo in maniera impeccabile la sua ragnatela, realizza la sua vera natura; non potrebbe e non saprebbe fare altro in maniera così perfetta. Così ogni singola persona che fa bene il proprio lavoro, il lavoro per cui è portato, il lavoro che sente suo, il lavoro dei propri sogni, e allora il tormento si placa.
Resta quello di riuscire a fare le cose fatte bene, ma questo è un tormento piacevole!