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Le mani e il sogno di Veronica

Caro Diario, questa storia qui comincia con un nonno bidello, un padre insegnante, una madre bibliotecaria, due fratelli – uno agronomo e l’altro analista in un istituto zooprofilattico – e una sorella laureata in management in beni culturali anche se poi ha scelto di lavorare come direttrice di un negozio di abbigliamento a Milano. E poi c’è lei, Veronica Testa, la protagonista della nostra storia, che si definisce un po’ la pecora nera perché dopo essersi diplomata all’Istituto d’arte, per un capriccio e per una stupida sfida – sempre parole sue -, con sua madre, non si iscrive all’accademia di belle arti.
Si iscrive invece a un corso di ceramica a Roma, due volte a settimana, partenza da Carovilli, in provincia di Isernia, e ritorno nel tardo pomeriggio, dopo aver fatto tappa a Isernia nella bottega del maestro ceramista dove fa pratica.

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«Caro Vincenzo, al tempo ho 18 anni e compro con i miei risparmi il mio primo forno. Continuo con i corsi. A Bari ne frequento uno sulla ceramica antica e il suo restauro, uno in Molise da un noto ceramista, di nuovo a Roma per ceramica sperimentale, di nuovo dalle mie parti per prendere la qualifica definitiva e cominciare ad insegnare nelle scuole, proponendo di volta in volta dei corsi pomeridiani.
La mattina lavoro in una cooperativa dove insegno ceramica a ragazzi diversamente abili e contemporaneamente comincio a fare delle cose per conto mio, per passione, per la famiglia, per gli amici del mio piccolo comune, ogni tanto mi spingo persino ad esporre i miei lavori in qualche piccola mostra in provincia di Isernia.»

A 32 anni si cambia. Veronica abbandona tutto, si sposa, cambia paese, fa due figli e … si perde.
No, non sono io che mi sono permesso, è proprio lei che ha scritto così, «mi perdo», aggiungendo anche «resisto quanto posso in una situazione insostenibile, fino a quando il mio corpo si ribella e si ammala. Una grave artrite, mi dicono! Mah, io so solo che non posso più camminare e, soprattutto, non posso più muovere le mani a causa dei dolori atroci!. Si, sono proprio le mie mani, con un dolore allucinante, a reclamare la loro attenzione, proprio come un bimbo con la sua mamma! Dopo cure pesanti e zero risultati decido di scappare da un matrimonio sbagliato.»
Per lei è il ritorno alle origini. Con i suoi adorati figli torna a vivere nella casa paterna, insieme con la nonna novantenne, e con il ritorno a casa riprende l’argilla tra le mani, ritorna a creare.
«All’inizio ho le lacrime agli occhi tanto è il dolore, ma piano piano e con pazienza le mie mani tornano ad essere più o meno quelle di prima … e ringraziano! Ora sono al punto che, detto alla maniera del mio paese, o tresco o spiccio l’aia, nel senso che devo decidermi a fare il salto di qualità, a trasformare questa mia passione in un lavoro vero, compreso partita Iva e tutto il resto.»
Certo che ci ha pensato alle difficoltà, le spese, le tasse e tutto il resto, ma lavorare in nero vorrebbe dire svalorizzare il suo lavoro, rimanere nel limbo del vorrei ma non posso, non poter lavorare come si deve, non poter aprire un laboratorio con le carte in regola, soprattutto non poter coronare il suo progetto-sogno di una piccola scuola di ceramica, per sé, per gli altri, per i suoi figli.

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«Perché creare qualcosa dalla terra cruda con le proprie mani e – come dice lei prof. -, con la testa e con il cuore, trasformarla in un oggetto, in un’opera, insomma in un segno permanente, seguendo e curando nei minimi dettagli ogni creazione, equivale a dar vita alla vita stessa. E’ così in ogni lavoro,  e comunque per me è la maniera per inseguire la perfezione, anche se lo so che non la si può mai raggiungere appieno.»
Già, il suo progetto – sogno. Non fai in tempo a chiederglielo che Veronica ti racconta che tutte le sere, prima di addormentarsi, si mette in moto la sua centrifuga di idee, una centrifuga che ruota proprio intorno a questo laboratorio – scuola.
«Perché insomma, oltre ad avviare una mia piccola produzione artigianale di ceramica, che comprenda pezzi unici o comunque rigorosamente fatti a mano, vorrei mettere a disposizione degli altri quello che ho imparato e sto ancora imparando, altrimenti il mio percorso non avrebbe tutto il senso che ha. E poi vorrei anche riallacciarmi al popolo originario della mia terra, i Sanniti, creando un percorso che miri alla loro conoscenza in maniera più approfondita. E allora via con visite guidate in posti dove il popolo ha lasciato le sue tracce, via con eventi dove viene narrata la loro storia, soprattutto via a corsi di attività manuali per conoscere quella che era la loro attività artistica, se così vogliamo chiamarla, riproducendo suppellettili e monili caratteristici della loro cultura.
Tutti mi dicono che sono incosciente, che in questo periodo di crisi conviene lavorare in nero così quel poco che guadagno resta tutto a me. Proprio così: crisi, crisi e ancora crisi, tutti mi parlano della stessa cosa e così io a volte perdo l’entusiasmo, perché non sono fatta di ferro, e perché non è che ho questa grande disponibilità economica. Però poi passo davanti al mio frigo e leggo il foglio che vi ho attaccato sopra come promemoria: “La crisi è la migliore benedizione” di Albert Einstein, e allora torno a rileggere tutto d’un fiato la fotocopia ormai rovinata, così, giusto per riprendermi dal calo morale e rimettere in moto la mia centrifuga di idee.
Chissà, magari un giorno, quando mi metterò a letto la sera, penserò a qualcuna di quelle idee che avrò in qualche modo realizzato, magari in piccolo, ma per ora voglio crederci ancora, devo crederci ancora.»
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Non sarà fatta di ferro ma è tosta Veronica, e quando la nonna le dice «povera sfortunata figlia mia, senza marito, senza lavoro, senza salute» lei sorride e le dice senza stancarsi «nonna, guarda che ancora non sono morta, ho un sogno da realizzare e vedrai che ce la farò.»
La sede del suo laboratorio sarà una piccola struttura di 24-25 metri quadrati, almeno all’inizio, fino a quando non avrà la possibilità di ampliare il tutto. Veronica ha già il progetto approvato, manca il permesso di costruire che chiederà al Comune non appena troverà una ditta edile compatibile con il suo budget.
La piccola struttura già esistente era di suo nonno l’altro, quello materno, che nel 1959 aveva aperto con la moglie questo piccolo locale dove vendevano vino, birra, marsala e dove i clienti bevevano, altro che se bevevano, e giocavano a carte e a bocce.
Questo posto minuscolo ancora oggi viene chiamato «la cantina» e per questo Veronica ha deciso di chiamare il suo laboratorio «la cantina 1959».
L’esterno della struttura resterà quello di un tempo e l’idea è quella di  arredare l’interno com’era una volta e di rifare anche il campo da bocce.

«Caro prof., se lei racconterà la mia storia mi darà uno stimolo in più per andare avanti con il mio progetto e avrò di sicuro più fretta nel finire di sistemare il laboratorio, almeno in parte, perché in questo modo è come se prendessi un impegno con lei e con le persone che leggeranno la mia storia, oltre che con me stessa. Chissà, magari potrà scrivere anche come sarà andata a finire, che ne so, magari farà una seconda puntata.
Quel che è certo è che se voglio continuare a sognare devo fare un salto ulteriore, devo uscire da questa lunghissima fase di sperimentazione e far diventare tutto questo il mio lavoro, con tutto quanto questo comporta.»
Posso dirti come la penso io amico Diario? Che se come penso Veronica ce la fa io non scrivo soltanto la seconda puntata, ma anche la terza, perché storie come la sua raccontano tante cose, cose come la dignità, la determinazione, la fatica, gli errori, la voglia di farcela che contraddistingue tante ma proprio tante donne e uomini normali di questo Paese. Che poi, se ci pensiamo bene, sono loro, siamo noi, le donne e gli uomini normali che in mezzo a mille difficoltà cerchiamo di fare bene quello che dobbiamo fare, che lo teniamo in piedi questo Paese.
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Post Scriptum del 18 Marzo 2018
Caro Diario, ho appena fatto un giro sulla pagina social di Veronica e ho trovato la foto che ti metto qui accompagnata da questo commento: «Se quello che avresti fatto nel tempo libero riesci a farlo diventare il tuo lavoro, rischi due cose: 1. Non hai più tempo libero a tua disposizione; 2. La tua vita diventa tutta un tempo libero. Rischia. E la tua vita diventerà il tuo tempo libero.»
Sì amico mio, sono d’accordo con te, passano gli anni e Veronica è sempre la stessa. Niente, mi faceva piacere dirtelo.
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