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Il sogno di Mirco, designer artigiano

Giuro che non lo so se conosce James Hillman, se ha letto “Il codice dell’anima”, se sa che inizia così: “Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di esse. Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo qualcosa lo ricordano come un preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono”. Il narratore quando trova una bella storia ascolta, cerca di tirare fuori, prova a scavare, solo dopo pensa, mentre legge e rilegge, mentre toglie peso e organizza, mentre insegue il filo intorno al quale annodare il senso di  un’esperienza, di una speranza, talvolta di una vita.

E’ vero, lui mi aveva colpito fin da quando ci siamo parlati la prima volta, ne avevo accennato raccontando di bellezza su queste stesse pagine qualche tempo fa, ma Hillman mi è sbattutto addosso quando ho aperto il file Mirco Sapio e ho letto “29 anni, laurea in Disegno Industriale, il destino segnato da quando avevo 2 anni, l’amore per tutto quello che ha un motore e delle ruote, ogni volta che mia madre passava in prossimità di un certo tipo di automobile mi giravo di scatto e gridavo dal passeggino “agioot” indicando con il ditino il marchio raffigurante il leone”.

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Si, è così che alla voce “tag” mi sono apparsi “destino”, “ghianda”, vocazione,  “amore”, “complicità”, quella dei genitori, che a ogni compleanno gli regalano un pacco di costruzioni tecniche che gli permettono – sempre parole sue – di afferrare sin da piccolo principi di fisica meccanica anche abbastanza complessi per la sua età.
“In fondo Vincenzo, se ci pensi, alla base del Design ci deve essere sempre e comunque un rapporto di Forma/Funzione. Un oggetto può essere Bello ma non funzionale, Brutto ma funzionale, ma se è Bello ed è anche Funzionale significa che si è centrato appieno l’obiettivo, e il fatto di aver avuto con me sin da bambino questa forma mentis, questo approccio, è stato un gran vantaggio.
Mentre frequentavo le varie scuole dell’obbligo il mio pensiero era sempre li, a un foglio di carta e a una matita, le “tecnologie” di cui avevo bisogno per tenere in moto la fantasia. I fogli dei miei appunti, qualunque fosse la materia, erano sempre sempre e comunque assediati da schizzi e scarabocchi.
Superato lo scoglio delle superiori mi sono iscritto a Disegno Industriale presso la Seconda Università di Napoli e lì ho imparato a gestire al meglio il flusso creativo, l’idea e anche i software”.

Negli anni dell’Università a Mirco non mancano le soddisfazioni.
Nel 2009 partecipa al Samsung Young Design Awards e arriva in finale con il progetto Recycle, una cyclette che trasformava l’energia prodotta dallo sforzo fisico in energia elettrica utilizzata per la ricarica di telefonini, i-pod e altre devices elettronici o anche per alimentare la luce led integrata.
L’attività di tirocinio la svolge presso un’azienda senese, è finalizzata alla creazione della microcar elettrica che sarà oggetto della sua tesi di laurea​.

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Dopo la laurea ci sono le caselle mail delle principali case motociclistiche a cui inviare curriculum e portfolio, che con la laurea in tasca è così che si fa, anche se poi ti rispondono che tu hai del talento ma i tempi sono difficili e loro non sono in cerca di personale.
Ad un certo punto l’offerta che non puoi rifiutare, la collaborazione con la Ghezzi Brian, una delle più rinomate case motociclistiche per quanto riguarda il Made in Italy.  Nasce da qui il progetto Curva 1190, un prototipo su base Ducati Panigale, che fa il giro del mondo e viene da ogni parte apprezzato e magnificato però resta così, un prototipo che probabilmente non andrà mai in produzione.
Per carità la soddisfazione resta, è grande, diventa felicità quando a fine Marzo 2014 Bruno “Brian” Saturno, fondatore della Ghezzi Brian, scrive “ […] quando ho parlato con Mirco e ho capito quale fosse la sua voglia di cimentarsi in questa professione, ho deciso che avremmo potuto, anzi dovuto, fare qualcosa insieme. Forse non sarebbe stato un progetto finalizzato alla produzione, ma certamente Mirco avrebbe potuto liberare il suo estro creativo e questa esperienza diventare per lui un vero trampolino di lancio. Gli ho dato il mio modesto aiuto, ci siamo confrontati sui tanti componenti della moto che devono essere armonizzati per arrivare a trovare quello che io chiamo il magico accordo, poi Mirco ha dato fuoco alle polveri della sua fantasia. Il risultato è questa “Curva 1190″ ed è emozione allo stato puro”.

Però dopo la soddisfazione e la felicità quello che ti resta in mano è la realtà. Una realtà fatta delle difficoltà in cui versa l’industria motociclistica italiana, come del resto accade all’intero apparato produttivo nazionale.  Una realtà fatta di cessione a gruppi esteri di marchi prestigiosi, di delocalizzazione, di scarsi investimenti, soprattutto nella ricerca, nella progettazione e dunque anche nel design, di abbandono dei target più raffinati e di nicchia a favore delle moto di massa, di tempi difficili per le idee e per i giovani, di troppa terra bruciata, infèrtile.
Da un Paese così certo che si può scappare, o anche più semplicemente si può andare via, ma se lo chiedi a Mirco ti risponde “è vero, ci ho pensato più di una volta, ma perché mi dovrei rassegnare, perché non dovrei avere il diritto di esercitare la mia professione nel mio Paese, perché non dovrei sperare di trovare il mio spazio nell’Italia dell’innovazione, della bellezza, del design? Il mio sogno è avviare la mia attività qui a Napoli, la mia città, un Centro Stile che possa in vario modo connettersi e fare rete e creare lavoro con le tante piccole realtà produttive già presenti sul territorio, ho fatto già diversi tentativi di trovare finanziamenti per la creazione di questo studio di design con tecnologie di prototipazione rapida, so che ci vorrà del tempo, ma so anche che se voglio che il mio sogno si avveri non posso starmene qui ad aspettare, e così ho deciso di intraprendere un percorso più lento e graduale, ho deciso che assieme al mio lavoro ci metto anche i soldi che mi sono guadagnato in questi anni e metto in produzione un cupolino per la Ktm Superduke 990 che a questo punto non sarà più soltanto disegnato e prototipato ma anche prodotto e venduto da me.”

Dovreste sentirla la sua determinazione mista a orgoglio di mentre ti racconta della la sua metamorfosi da designer ad artigiano, o meglio, designer-artigiano, mentre ti spiega che il cupolino della moto comprende il gruppo ottico, sì, proprio loro, i fari, le scocche in fibra di carbonio e le staffe di sostegno della strumentazione, che il suo cupolino avrà due versioni, quella  da strada, compresa di faro, e quella da pista, senza, e che sarà possibile decidere se mantenere la strumentazione originale (versione più economica) o far posto ad una strumentazione scelta dal cliente (versione più costosa). E poi quando ti dice del vantaggio competitivo, prima di tutto la moto più bella e accattivante, che non è certo una cosa da poco, e poi i miglioramenti aerodinamici, le minori turbolenze, dato che nella versione originale il cupolino fissato allo sterzo è poco penetrante nell’aria e questo influisce molto sulla guida, in particolare alle alte velocità.
Ecco, questa è la storia di Mirco il designer che ha deciso di coltivare il suo sogno, la sua ghianda, il suo daimon, diventando artigiano imprenditore.
Giuro che non lo so se ha letto Jung, che poi magari glielo chiedo e ve lo faccio sapere, però sono convinto che gli piace molto l’idea che “In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata”.
La cosa importante che so è che spero molto che ce la faccia, che spero molto che come lui ce la facciano i tanti giovani di valore che per fortuna anche nella crisi e nelle difficoltà ancora abbondano nel nostro Paese.
Lo spero per loro, i giovani. Lo spero ancora di più per lei, l’Italia.

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PS
Come in tutte le storie vere che si rispettano, soprattutto quando sono storie di giovani, Mirco continua a scoprire nei giardini della propria esistenza nuovi sentieri, nuovi lavori, come quello che lo ha portato in questa fase a Cremona, nuove idee, come la Mirco Sapio Design Farm.
Di cosa si tratta? Leggete la lettera che sta inviando ai partecipanti e lo scoprite da soli.

“Ciao, sono Mirco Sapio, un giovane designer appassionato di moto.
Molti di voi mi conosceranno per il Cupolino che sto realizzando per la Superduke 990, un progetto partito da l’idea di far cambiare faccia con il minimo dispendio di energie.
E’ anche grazie al confronto continuo con gli appassionati sui forum/social che ha reso quel progetto ancora più appetibile ed interessante.
Da questa esperienza ho deciso di intraprendere una strada nuova (almeno qui in Italia, per la verità in America esiste già una cosa simile ma riguarda una community di soli Designer, Ingegneri e Meccanici) che parte dall’idea che in un progetto la cosa fondamentale per un designer progettista sia non perdere mai il contatto con i futuri acquirenti, con le loro aspettative, con le loro richieste, con le loro idee.
E’ così è nata l’idea di mettere su una Design Farm formata da un Designer (il sottoscritto) un costruttore (DP Carbon) e tanti appassionati disposti a valutare, criticare, bocciare o approvare determinate idee e proposte in un percorso di progettazione che ci porterà a definire le scelte progettuali in maniera partecipata in quattro fasi:
1. Brainstorming. In pratica il momento in cui si individua il tema sulla quale intraprendere un progetto. Esempio: “Ho una Honda Hornet non pensate che si debba rivedere un po’ la coda?”.
Il voto in questa fase servirà a decretare quale, tra le tante arrivate, è l’idea, il tema, la proposta che passa allo step successivo.
2. Idea. Il designer propone diverse idee, soluzioni che saranno migliorate grazie all’interazione dei componenti della farm e saranno poi votate come nel punto precedente.
3. Design. E’ il momento in cui si passa dagli schizzi al 3D,  quello in cui il progetto inizia a prendere una forma nello spazio, quando si inizia ad integrare ciò che si è pensato con ciò che già esiste (è già parte della moto). Anche qui la fase di voto ha le stesse caratteristiche di quelle precedenti.
4. Produzione. E’ la fase produttiva, quella in cui i modelli 3D passano dal virtuale a reale con l’ausilio di macchine a controllo numerico che permettono prima di creare gli stampi e infine di realizzare il prodotto destinato ad andare sul mercato.
I vantaggi per voi che avete partecipato al progetto?
1. La soddisfazione di aver contribuito allo sviluppo di un progetto dal quale nasce un prodotto “personalizzato”;
2. La possibilità di comprare il prodotto a un costo ridotto rispetto al mercato.

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