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Walter e la gioventù della carbonella

Walter Tinganelli, 37 anni, attualmente è post doc al Trento institute for fundamental physics and applications (TIFPA), che fa parte dell’istituto nazionale di fisica nucleare INFN. Precedentemente è stato assegnista di ricerca presso Gesellschaft für Schwerionenforschung e Appointed Scientist presso il National Institute Radiological Science (NIRS), ha studiato all’Università DI Napoli “Federico II” e poi alla Technische Universität di Darmstadt, Francoforte, Germania, città nella quale ha vissuto per alcuni anni dopo essere stato nei due anni precedenti a Chiba-shi, Chiba, in Giappone. A Walter un po’ di tempo fa avevo chiesto di raccontare un pezzo della sua storia di cervello in giro, o in fuga, che a volte il confine tra l’una e l’altra condizione è davvero assai labile. Questa volta qui invece no, questa volta la sua storia mi è parsa così significativa della condizione di più generazioni che ho pensato di riproporla qui.
Buona lettura.
wt1Darmstadt, 13 Giugno 2014
Oggi, passeggiando di ritorno dal lavoro, mi è capitato di ascoltare due signori di età sulla 60ina. Parlavano dei giovani di oggi, ci definivano la gioventù bruciata.
Giuro, avrei voluto sedermi, prendere un caffè e parlare con loro per dire semplicemente di non definirci così, la gioventù bruciata, ma non perché sia un’offesa, anzi, rispetto alla nostra condizione reale sarebbe bellissimo essere una gioventù bruciata.
Ma si, bruciato è qualcosa di già compiuto, già finito, ma significa anche ardere, correre veloce nelle tappe della vita. No, noi non siamo la gioventù bruciata, noi siamo i giovani che salutano di continuo gli amici, quelli che si spostano in continuazione di città in città, di Stato in Stato, da un continente all’altro.
Mi ricordo che da piccolo, quando si viaggiava, i miei genitori prendevano le valige da qualche posto nascosto, sotto metri di lenzuola piegate. Si prendevano le valige per un breve viaggio, un viaggio che sarebbe finito presto e che si sarebbe concluso con i regalini da fare a parenti e amici di una vita. La mia valigia invece è sempre li, ben visibile, sull’armadio, dietro un divano, sempre pronta ad essere usata.
La mia casa? Non è mai davvero la mia, ha sempre una foto pronta ad essere rimessa in borsa, ha i messaggi degli “amici di quel posto o di quell’altro posto”, amici che fra di loro non si conoscono neanche.
Non ho la “comitiva” come ce l’avevo una volta, non ci vediamo al bar sotto casa, il posto dove vivo non ha il mio odore e spesso le pareti non sono del colore che vorrei.
Si è vero, viaggiamo molto di più, e questo è bellissimo, ma non scegliamo sempre i nostri viaggi e le nostre amicizie, non scegliamo sempre le nostre mete, siamo quelli abituati a vedere i nostri genitori e le nostre ragazze come i mezzi busti della televisione, ci vediamo su Skype, ci scriviamo su Facebook, ci mandiamo messaggi su whatsapp.
Sì, noi siamo quelli che per avere una moglie e dei figli aspettano di stabilirsi e stabilirsi sembra un sogno, siamo quelli che ci emozioniamo quando qualcuno di noi, la popolazione dei migranti, ce la fa, e siamo tristi quando dobbiamo partire o quando li vediamo partire, quando dobbiamo crearci di nuovo un ambiente che sia qualcosa da chiamare “casa”.
No, non siamo la gioventù bruciata, siamo al massimo la gioventù della carbonella, quella che per cuocere qualcosa ha bisogno di tanto tempo, di tanta aria, di molti tentativi, perché noi non bruciamo le tappe, le percorriamo lentamente, a volte facciamo dei giri immensi, qualcuno è ancora alla partenza aspettando di sentire un segnale di via che forse non arriverà mai. Alla fine è così, cuociamo lentamente il nostro pasto nella speranza che quando sarà cotto, se non se lo saranno già preso politicanti o burocrati annoiati, non saremo troppo vecchi e avremo ancora i denti e la forza per poterlo masticare e gustare.