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Ademaro Bevilacqua, professione designer

Caro Diario, questa storia qui avrebbe potuto chiamarsi anche “dici prof. e non hai detto niente”, che anche tra i prof. ci stanno quelli che il loro lavoro “lo prendono di faccia”, che per fortuna sono tanti, quelli che ci mettono impegno, rigore e passione, insomma prof. come Marco Borrelli, Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale Luigi Vanvitelli, Seconda Università di Napoli, che per lui insegnare vuol dire contribuire a dare ai suoi studenti gli strumenti per pensarsi come designer, e prof. che invece lavorano “a meglio a meglio”, tanto per portare a spasso il titolo e a casa lo stipendio, che di quelli sinceramente si farebbe volentieri a meno.
Di Ademaro Bevilacqua mi ha detto in una mail di qualche giorno fa, poche righe per spiegarmi perché “questo ragazzo qui ci starebbe bene nelle tue storie di lavoro ben fatto”, qualche link, il preavviso che il ragazzo mi avrebbe contattato, i saluti come sempre affettuosi.
Il resto ce lo racconta lui, Ademaro, 30 anni compiuti da poco, che il suo amore per il design lo ha scoperto con il tempo, le contraddizioni, la fatica, un po’ come è accaduto con Napoli, la sua città, che oggi ama e difende ma un tempo odiava e disprezzava.

«Crescere a Napoli non è semplice, da ragazzi si può trovare in situazioni spiacevoli e persino pericolose con molta facilità, un po’ come è successo a me, soprattutto se hai uno spirito un pò ribelle e anti-conformista, se ti rifiuti di rimanere confinato nel tuo quartiere “per bene”, se vuoi assaporare un po’ tutto quello che la tua città può offrirti, dai quartieri alternativi del centro storico fino ai quartieri degradati di periferia.
Sì, per amare la mia città c’è voluto del tempo, per comprenderla ho dovuto essere un po’ come lei, capire i suoi meccanismi, sentire che ci sono cose che possono succedere solo qui e che solo lei può offrirti.
Da adolescente il mio sogno era fare l’artista, arte contemporanea, più tardi la scelta di iscrivermi a design invece che ad architettura è stata la via per avvicinarmi agli arnesi della cultura digitale, per coltivare i miei interessi artistici e ritrovarmi con qualche competenza in più. Ma evidentemente non è bastato.

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Non ero soddisfatto, l’università non mi dava ciò che cercavo, il design diventava sempre più soltanto il ripiego per conseguire un “titolo”, in testa avevo sempre e soltanto la voglia di fare arte, e così, all’inizio del terzo anno, con tutti gli esami fatti, decisi di lasciare.
La mia carriera d’artista? Non è mai decollata, la mia ambizione si scontrava con i miei insuccessi e questo non mi faceva stare bene, mi rendeva ostaggio della frustrazione. Avevo perso la mia identità, non sapevo cosa fare, l’unica cosa che volevo fare veramente nella mia vita non mi era riuscita. La vogliamo dire la parola giusta? E diciamola. Fallito. Si, mi sentivo svuotato, mi lasciai andare, mi indurii, iniziai a vivere la vita senza senso di chi si butta a fare qualsiasi cosa senza sapere cosa vuole veramente.
Per fortuna nonostante sia stato un periodo di vuoto e di malessere non mi sono mancate le emozioni, è stato anzi in questa fase che ho conosciuto persone, luoghi e storie che mi hanno fatto innamorare della mia città, nel senso che sono riuscito a entrare in simbiosi con essa, a sentire fino in fondo l’energia che emana.
Nello stesso periodo accadeva anche che ogni volta che raccontavo che avevo abbandonato gli studi al terzo anno nonostante i buoni risultati le persone rimanevano di stucco, tutti mi ripetevano quanto fossi stato stupido a lasciare, compresa mia madre che ha sempre creduto che potevo farcela, che sarei potuto riuscire.
Alla fine ho cominciato a riflettere e a furia di pensarci e ripensarci ho cominciato a vedermi come una persona dotata e fortunata, perché se non hai quelle caratteristiche lì forse non ci riesci a fare bene le cose anche quando le fai controvoglia.
A pensarci oggi, mi dico che a diciotto anni è difficile avere la maturità giusta per poter scegliere cosa fare, nel mio caso avevo dovuto sbatterci la testa per capire che laurearmi era la cosa più giusta da fare. A quel punto tutto mi è sembrato più chiaro e naturale, avevo una possibilità e non la dovevo sprecare, e così decisi di terminare gli studi.
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Mi sono riscritto all’università dopo parecchi anni e in tanti sono rimasti meravigliati per come sono ritornato a pieno ritmo nello studio e di come tutto questo mi piacesse. Naturalmente ero consapevole che quello del design è un campo difficile ma non mi interessava: dopo tante lotte con me stesso avevo trovato la mia dimensione, in fondo la mia vena creativa continuava a vivere nel design e ogni occasione era buona per pensare a oggetti da disegnare.
Ogni riferimento visivo è diventato così un stimolo per creare qualcosa, ogni segno su un carta il possibile sviluppo di un progetto, per me il design stava diventando insomma una passione, uno stile di vita: vivere osservando, pensando, riflettendo, rielaborando, immaginando, fantasticando; vivere un mondo senza limiti, un percorso continuo senza interruzioni, in una parola un viaggio che parte ogni volta dalla mia città, dalla sua energia, dal pathos che ha nel suo Dna, dalla sua capacità di vedere opportunità laddove altri vedrebbero soltanto difficoltà.

E’ accaduto poco dopo essermi laureato, avevo fatto già qualche lavoro, quando una mia amica, Manuela Ceriello, proveniente dal settore moda, mi ha coinvolto nel progetto di un suo amico imprenditore, Francesco Tramontano, che opera nel settore della gioielleria. Con la gioielleria tradizionale fortemente in crisi e l’oro e l’argento inflazionati la richiesta di Francesco è stata molto precisa: realizzare una linea mono-prodotto di bracciali in plastica.
E’ da qui che è nato il bracciale con maglia ovale con una chiusura centrale a forma di fiocco che è piaciuto molto a Francesco e l’ha convinto a investire i suoi soldi.
Bisognava adesso passare dall’idea al prodotto, che al tempo di internet più che in ogni altra fase ha bisogno di essere comunicato nel modo giusto ed ecco che il nostro progetto si è spostato dal prodotto al brand design, siamo insomma passati a ideare il nome, creare il logo, realizzare un package accattivante.
Per il nome pensammo a una delle parole più usate sui social, LOL, acronimo che sta per “Laughing out loud”, ridere a crepapelle, un nome che si sposava alla perfezione con la natura frivola e scherzosa del prodotto e con la decisione di Francesco di puntare soprattutto su internet e sui social network per promuovere il prodotto.
Dopo il nome sono venuti il logo e il packaging, attività nelle quali abbiamo cercato di privilegiare sempre la semplicità e così è nata Lol jewels.
Il passo successivo? Passare dal disegno alla produzione. E così nel laboratorio di Francesco abbiamo cominciato a realizzare i prototipi in ottone mentre lui si dava da fare  per trovare chi ci dovesse produrre il bracciale e chi ci dovesse fare gli stampi del package.
Giuro, non mi potevo capacitare.  Io, Ademaro, fresco di laurea, stavo seguendo e gestendo una produzione industriale. I tempi erano molto stretti e non dovevo commettere errori, il minimo sbaglio si traduce in soldi che si perdono, ma alla fine tutti assieme, lavorando e passando notti insonni siamo riusciti ad avviare la distribuzione nei tempi programmati.

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Oggi Lol jewels è una piccola realtà che sta crescendo, è presente su tutto il territorio italiano, si sta affermando in un settore fortemente in crisi grazie naturalmente all’impegno, alle capacità di Francesco Tramontano e alla sua ottima rete distributiva, perché alla fine è importante che ciascuno faccia bene il proprio lavoro, perché il designer senza un imprenditore e senza un’azienda non è un designer.
E poi ci sono il lavoro e le competenze preziose di Manuela, l’idea della chiusura centrale a forma di fiocco è stata tutta sua, e c’è il fatto che ho avuto la possibilità di mettermi in gioco grazie ai valori dell’amicizia e di chi ha creduto in me. Perché si, se non era per la mia amica Manuela non so oggi cosa starei facendo, perché se oggi Lol jewels mi permette di essere indipendente, di credere nel mio lavoro e nella mia figura di designer, se con il mio lavoro sto dando un piccolo contribuito al valore e alla dignità della mia città e del mio territorio è anche grazie a lei.
Ciò detto, aggiungo che io comunque non mi fermo, appena ho un momento libero cerco di sviluppare le mie idee, che sono tante e devo continuamente scegliere a quale dare priorità, perché lo sviluppo di un concept richiede tempo e il tempo è sempre troppo poco.
Amo il product design, il mio sogno è un giorno di poter vedere realizzati i miei progetti, so che non è facile, ma intanto ci provo, metto in cantiere.
Prediligo progetti di design che siano alla portata di tutti, un design low cost perché penso che il buon design debba poter entrare nelle case di tutti, non solo in quelle delle persone abbienti e forse la plastica è il materiale che meglio si presta a fare ciò.
So che per farmi conoscere devo investire in prototipi e in spazi che mi diano visibilità, ma ci vuole il suo tempo, intanto mi sono messo in gioco e questo lo considero un gran traguardo soprattutto perché sto riuscendo a farlo qui a Sud.
Spero un giorno di avere un mio studio e di poter mettere a servizio di aziende, famiglie e comunità il mio know-how, intanto rimango con i piedi per terra e la testa tra le nuvole, perché penso che se non hai visione, se non sei capace di sognare, non vai da nessuna parte. In fondo non puoi chiedere agli altri di realizzare i tuoi sogni, sei tu che devi mettercela tutta, che ci devi provare. Io dico che con tanto lavoro e un po’ di fortuna ci si riesce.»
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