“Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio (daimon) che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse al destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto e ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l’anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di lì, senza voltarsi, l’anima passava ai piedi del grembo di Necessità. […] Prima di fare il loro ingresso nella vita umana, però, le anime attraversano la pianura del Lete, sicchè al loro arrivo sulla terra tutto ciò che è accaduto viene cancellato.”
Platone, La Repubblica, Libro X, 620 d-e
Caro Diario, questa storia inizia nel 1961, quando Peppo e Maria lasciano Caselle in Pittari e si trasferiscono a Montebicchieri, località del comune di San Miniato, in provincia di Pisa, dove l’anno successivo nasce Michele Rivello, il protagonista di questa storia, all’ospedale di San Miniato alto. Al tempo Peppo lavora in un’azienda che fa pozzi artesiani, Maria, oltre a prendersi cura della famiglia, lavora part time per una valigeria di Fucecchio. Dopo un paio di anni Peppo, Maria e Michele tornano a Cip, per ragioni familiari; sarà però solo una parentesi, perché a fine 1967 la famiglia Rivello ritorna in Toscana, non più a San Miniato ma nella vicina Fucecchio.
“Vincenzo, dalla Toscana siamo partiti in tre e siamo tornati in cinque”, mi dice Michele Rivello, . “A Caselle, negli anni di grazia 1964 e 1966, nascono infatti i miei due fratelli, Domenico e Antonio. A Fucecchio cresciamo facendo la solita trafila: asilo, elementari, medie, essendo io il più grande sono anche il primo a fare le scuole superiori, primo anno di ragioneria, sempre a San Miniato. Mi basta solo un anno, sono onesto con me stesso e arrivo subito alla conclusione che la scuola non fa per me. Nonostante l’insistenza dei miei genitori studiare non mi piace, frequento poco, faccio spesso forca, nel senso che marino la scuola. Mia madre insiste perché io accetti un aiuto per affrontare l’esame di settembre, ma rimango fermo sul mio no, dopo di che parlo con mio padre, che ormai da molti anni lavora nel settore della concia e della pelletteria, e gli propongo di chiedere al titolare della sua azienda se poteva aiutarmi a trovare un lavoro. È così che a 14 anni inizio il mio percorso per imparare a tagliare e lavorare la pelle. Sono molto preso dal mio lavoro, mi piace molto, mi perfeziono nel taglio e comincio ad avere le mie prime soddisfazioni. Vado avanti così, lavorando e imparando, fino a quando conosco Filippo, diventiamo amici, iniziamo ad andare in giro a tagliare le pelli per fare borse, a partire dalle sacche in tessuto Georgette. Il lavoro va bene, cominciamo a guadagnare un po’ di soldi e l’entusiasmo cresce.”
Osservo il mio amico e sorrido, lui ricambia lo sguardo e mi domanda perché, rispondo che è per la sua cadenza, il suo dialetto. Sentire un figlio di Cip che invece del casiddese parla il toscano, dunque l’italiano, continua a farmi uno strano effetto, nonostante i tanti anni di amicizia. Comunque prometto che non lo faccio più, questa volta è lui a dirmi che non ci crede con un sorriso, intanto che gli chiedo di raccontare perché considera l’amore, il rispetto e la famiglia così importanti.
“Per me la parola ‘amore’ racchiude un po’ tutto”, risponde; “amore per gli amici, per la famiglia, per il lavoro. Insieme al rispetto è il collante che tiene insieme tutto il resto. Quando c’è amore c’è rispetto”, aggiunge, “e se c’è rispetto c’è amore. Io cerco di rispettare tutti, a partire dalla famiglia, rispettare è la base per essere rispettato, e un pensiero che cerco di trasmettere anche ai miei nipoti.”
Siamo seduti sul divano verde di casa mia, sulla sedia di fronte a noi è sistemato il Mac che sta registrando la nostra conversazione, mi sposto verso di lui il tanto che basta per cingergli le spalle con il braccio, lui fa una smorfia che assomiglia a un sorriso prima di riprendere a parlare.
“La famiglia è la cosa più importante, il legame che non teme tempeste”, dice. “Dopo 18 anni di lavoro in Tunisia non ti dico che cosa strepitosa sia oggi per me stare a tavola tutti i giorni con moglie, genitori, figli e nipoti. Certi valori bisogna custodirli, evitare che vadano persi, e io dopo tanto girovagare mi sento molto fortunato a trovarmi in questa situazione. Tra una cosa e l’altra sono stato lontano più di trent’anni, e in luogo in cui sono stato la famiglia è stata il collante che mi ha permesso di affrontare e gestire tutto il resto. Non è facile da spiegare, sono cose che si sentono dentro, comunque mi considero un emigrante di “lusso”, sono stato aiutato tanto dall’avvento di internet, con le videochiamate ho potuto parlare con la mia famiglia, averla con me, ogni giorno.”
Lo fermo con la mano e gli dico che per quanto di lusso la vita da emigrante è comunque dura, mi risponde che è vero, e che però ti lascia anche tanto, impari anche tanto. “Fammi qualche esempio”, gli chiedo colpito dalla sua affermazione, e lui mi risponde convinto che gli esempi sono tanti.
“Vedi Vincenzo”, aggiunge, “la mia esperienza mi dice che ogni luogo in cui vai diventa parte di te, parte di un tutto, compreso quello che hai saputo costruire fino a quel momento. I luoghi sono conoscenza, ti ‘costringono’ a incontrare, comprendere, costruire relazioni con persone, culture, modi di affrontare la vita diversi da quelli a cui sei abituato. A San Miniato ho ancora oggi amici di infanzia che sento tutte le mattine, e anche con gli amici che sono rimasti in Tunisia ho rapporti molto frequenti, diciamo pure continui.”
Lo interrompo ancora e gli dico che dai suoi racconti passati mi sono fatto l’idea che l’Albania e la Serbia sono state più esperienze da “toccata e fuga”, mentre Fucecchio, Caselle in Pittari e la Tunisia sono i luoghi in cui si è formato e ha sviluppato il suo percorso personale e professionale.
“L’idea che ti sei fatta è giusta”, risponde. “In un certo senso Fucecchio è il luogo dal quale sono partito, Caselle quello in cui ho messo in pratica ciò che avevo imparato e la Tunisia quello in cui ho consolidato, divulgato, moltiplicato quello che sapevo fare. Gestire 350 persone come mi è capitato a un certo punto non è semplice, senza il percorso che avevo alle spalle forse non avrei trovato la forza per farcela”, dice.
Controllo che la registrazione procede senza intoppi e penso che a me la distanza tra il lavoro artigiano che faceva a San Miniato, la piccolissima impresa familiare degli anni casellesi e la multinazionale delle scarpe da lavoro con 6000 dipendenti per la quale ha lavorato a Menzel Bourguiba, in Tunisia, sembra enorme, e lui quasi come mi avesse sentito dice che è fatto così non solo nel lavoro, anche nella vita, è una questione di carattere. “Da un certo punto di vista non sono mai stato e non mi sono mai sentito soltanto casellese”, aggiunge. “Come ti ho detto Fucecchio mi ha dato amici che considero un’altra parte della famiglia, mi ha dato il dialetto nel quale parlo, che come sai non è poco. La Tunisia è stata invece il lungo tassello finale, e nonostante le rinunce, i sacrifici, la mancanza della famiglia, la voglia di tornare a casa per ogni festività e ricorrenza importante ho vissuto anche lì anni belli insieme ad amici cari. Ho potuto vivere sul mare e ho potuto fare una vita con un benessere di livello medio – alto che a Caselle per evidenti ragioni non avrei potuto fare. Dopo di che è evidente che Caselle è la comunità dove ci sono le mie radici, dove ho conosciuto mia moglie e costruito la mia famiglia, il posto dove vivono tante belle persone a cui porto e che mi portano rispetto. Quello che voglio dire è che un poco per necessità e un poco per carattere sono una persona che cerca di non perdere di vista quello che di bello ha intorno, sia a livello di vita che di lavoro, non so se mi spiego.”
“Ti spieghi”, rispondo. “Personalmente penso che sia un processo per certi aspetti inevitabile per una persona che vive così tanti anni lontano dalla propria famiglia”, aggiungo, “e per altri sia merito, come hai appena detto, del tuo carattere. Per me ci sta alla grande, però adesso direi di focalizzarci sul lavoro. Trovo il percorso che hai fatto dal punto di vista lavorativo particolarmente interessante e fin qui ne abbiamo solo accennato, vorrei tornarci su in maniera più approfondita, che dici?”
Il mio amico mi guarda come a dire “non c’è problema, facciamo così”, io continuo a non vederlo convinto ma non glielo dico, della serie “intanto partiamo, poi più avanti si vede”.

“Lasciata la scuola iniziao a lavorare per un borsettificio a Fucecchio, alle dipendenze del carissimo Buggiani, che purtroppo non è più con noi. È stato con lui che ho avuto i primi approcci con il trincetto, la lama utilizzata per tagliare la pelle. Ogni tagliatore doveva avere il suo, preparato con le proprie mani, e presto imparai anche io. Ricordo che feci la mia lama con una molla da sveglia, una specie di tubo piegato, un triangolo e una pietra, tagliava in maniera perfetta, fui molto soddisfatto del lavoro che avevo fatto. La verità è che ho cominciato a lavorare, a tagliare, con molta voglia di imparare e di crescere dal punto di vista professionale.
Un altro incontro per me molto importante è stato quello con il signor Iacopini, un carissimo collega, molto anziano, che mi ha dato molte dritte e mi ha insegnato e trasmesso tante cose. È stato anche grazie a lui se, dopo appena un anno, sono passato dal taglio della fodera, compito riservato ai novizi, al taglio della pelle. Poco dopo, intorno ai 16 anni, inizio a tagliare borse con un amico anche la sera, a cottimo, creiamo in particolare sacche Georgette.”
“A quella età deve essere stata una soddisfazione incredibile” lo interrompo”, “dici pure tremenda”, mi risponde. “Eravamo bravi, guadagnavamo bei soldi, e la cosa ci dava una grande carica. È stato un periodo in cui pensavo solo al lavoro, e così a 17 anni mi sono ritrovato a tagliare borse per sempre più aziende e sempre più importanti. A 18 anni ho aperto la mia prima ditta individuale e con un collega ho iniziato a lavorare per una nota azienda di borse della zona. Purtroppo l’anno successivo arriva la chiamata che non ci voleva: il servizio di leva. Il lavoro andava molto bene e non volevo lasciarlo in nessun modo, confesso di aver fatto più di un tentativo per evitarlo, ma alla fine quando una cosa si deve fare va fatta, e oggi direi che è stata anche quella una bella esperienza, un altro tassello della mia vita che mi ha permesso di comprendere diverse cose.”
Come dici caro Diario? Sì, confermo, Michele è proprio così, tende in ogni situazione a vedere il bicchiere mezzo pieno, è un tema ricorrente della sua storia e forse alla fine ci ritorno su.
“Finito il servizio militare che fai?”, gli chiedo. “Torno a casa con tante idee più o meno strane per la testa”, risponde. “Ho voglia di lavorare in proprio e di fare cose nuove, e l’idea di avviare un tomaificio al Sud si fa sempre più strada nella mia testa.”
“Quando dici Sud dici Caselle in Pittari, immagino”, lo incalzo, “nella prima fase no, più avanti sì, ma procediamo con ordine, altrimenti perdo il filo”, risponde.
“Rimango ancora per un anno a lavorare a Fucecchio ma allo stesso tempo, insieme ai miei fratelli e a un altro socio, metto in cantiere l’apertura di questa azienda a Caselle, in parte perché i miei genitori erano casellesi e avevano dei locali dove avrei potuto avviare l’attività, in parte perché volevo fare qualcosa di buono nella e per la mia comunità”.
“A vedere quello che è successo negli anni la tua visione era giusta”, gli dico. “Tra Mastro Domenico, Confort Shoes, Luco Rivello, Giovanni Fiscina e altre piccole imprese le attività legate alla pelle e alle calzature sono diventate importante per Caselle.”
“Sicuramente. In ogni caso, tornando a noi, la fase di preparazione è stata lunga e complessa, tra la selezione e formazione dei dipendenti ai quali dobbiamo insegnare il mestiere partendo in pratica da zero alla preparazione del locale e all’acquisto delle macchine per lavorare e del furgone per portare le tomaie fatte a Fucecchio e quelle da fare a Caselle. Comunque, nonostante i mille problemi, ci organizziamo e partiamo, e tra una cosa e l’altra l’azienda va avanti per 28 anni. Non è stato facile. Le difficoltà sono state davvero tante, così come i sacrifici, in primo luogo della mia famiglia, a cominciare da Antonia, mia moglie. Sta di fatto che dopo una serie infinita di vicissitudini complicate a un certo punto mi ritrovo solo e mi devo fermare.”
Michele si interrompe come per prendere fiato e io ne approfitto per portarlo con i ricordi sul passo successivo.
“Decido di andare a lavorare all’estero, dove peraltro avevo già lavorato, in Albania, nel 1992. Ci sono rimasto un anno per gestire un tomaificio avviato da un mio amico. A suo modo è una bella esperienza, ma Giuseppe, il mio primogenito, che conosci bene, al tempo era piccolina e l’azienda a Caselle aveva bisogno anche di me, perciò decido tornare. Rimango a Caselle fino al 2006, se ricordo bene, quando un altro mio caro amico mi chiama per dirmi che sta in Serbia e che se voglio posso raggiungerlo, perché c’è una possibilità di lavoro interessante in un tomaificio di proprietà di un imprenditore toscano. I problemi a Caselle aumentavano e lavorare all’estero mi dava soddisfazione sia dal punto di vista professionale che da quello economico, e così mi sono ritrovato a Novi Sav, nei pressi di Belgrado, dove ho cominciato a prendere confidenza con processi produttivi di tipo più propriamente industriale.”
“Però anche lì non ti trovi bene, giusto?”, gli chiedo.
“Giusto”, risponde, “insieme alla lingua è il freddo che mi porta a desistere, pensa che a ottobre già nevicava, così chiedo a un altro mio amico procuratore di aiutarmi a trovare un altro lavoro, sempre fuori dall’Italia. Questa volta sono fortunato, perché a un certo punto mi richiama e mi dice che un suo carissimo amico che ha un’azienda a Tunisi ha bisogno di una persona. Gli confermo subito che va bene, rientro in Italia per qualche giorno e a fine ottobre 2007 mi ritrovo a Tunisi. All’aeroporto trovo Aldo Chelini, l’imprenditore, che mi porta senza indugi nella sua azienda. Mi presenta, mette in evidenza i problemi tecnici che ci sono e io dal giorno dopo divento operativo.
È un’esperienza bellissima. Nonostante le difficoltà – lavoro, lingua, ecc. – con l’aiuto di un po’ di francese riesco a farmi capire dagli operai e l’azienda procede sempre meglio. Senza contare che il posto in cui vivo e lavoro è tra i più belli di Tunisi. nel frattempo Aldo rimane positivamente sorpreso dalle idee che metto in atto per migliorare l’organizzazione del lavoro della manovia, e a un certo punto chiede agli altri tecnici di fare un passo indietro e di lasciarmi spazio. L’accordo prevede che io rimanga per due o tre mesi ma alla scadenza mi viene chiesto di restare fino a Natale per organizzare sempre meglio il lavoro. Accetto con entusiasmo, sento dentro una voglia incredibile di fare qualcosa di positivo e così, quando torno dopo le vacanze natalizie, cominciamo a lavorare a tutta birra. Tutti i giorni ho una carica in più per lavorare insieme ai miei colleghi, a andiamo avanti così, tutta a dritta, per circa 2 anni. Le cose cambiano quando sono cominciano i malumori tra il direttore e il proprietario, con me che mi ritrovo in mezzo. La cosa mi mette in difficoltà, non mi piace andare oltre i miei limiti e non intendo scavalcare il direttore, anche se forse la proprietà è proprio questo che vuole.”
“In pratica ritorna qui la questione del rispetto, in questo caso dei ruoli”, gli dico, e lui risponde “esatto, non è nel mio temperamento fare le scarpe a un mio superiore. Siamo andati avanti per un po’, poi mi sono guardato in giro per trovare qualcosa di ancora più industriale, in fondo in azienda eravamo “solo” in 200, anche se lavoravamo con firme importanti come Vuitton, Dior, Burberry.
Comunque arriva novembre 2009, faccio un colloquio a Biserta per la U-Power e una settimana dopo sono a lavorare lì.”
“Un bel salto direi”, gli dico.
“Esatto!”, risponde. “Parliamo di un’azienda che all’epoca faceva 10 – 12 mila paia di scarpe al giorno e oggi arriva a 25 mila. Erano numeri per me stratosferici, una cosa bellissima. Ho cominciato con grande entusiasmo e ho subito avuto dimestichezza con la nuova realtà che sapevo mi avrebbe portato a crescere molto dal punto di vista professionale. In quella fase mi hanno assegnato 4 o 5 manovie da gestire, 150 persone che poi nel tempo sono arrivate fino a 350, ma nel frattempo sono successe due cose importanti.”
“Cioè?”
“La prima è lo scoppio della rivoluzione a Tunisi. Se metti da parte l’aspetto politico, non è che si può definire un’esperienza positiva, con il coprifuoco e tutto il resto, eppure resta un evento importante che ho potuto vivere in prima persona. In certi momenti mi sono sentito come mio nonno quando mi parlava della guerra che a me sembrava un racconto di fantascienza, e se la vedi così anche la rivoluzione può essere un’esperienza bellissima, nel senso che ti insegna tante cose.
La seconda è che anche la U-Power attraversa un periodo non dico di crisi ma comunque di calo. Il periodo coincide con una chiamata del signor Aldo, il titolare dell’azienda di Tunisi, che mi dice che ha un nuovo progetto e ha ancora bisogno di me. Ci pensò un po’ e poi vado dal mio direttore e gli dico di non licenziare nessuno dei tecnici perché mi dimetto io, ho una possibilità interessante da un’altra parte. A febbraio 2011 torno a Tunisi ma mi rendo conto presto che le cose non vanno per il verso giusto, ci sono tanti problemi di impostazione che non posso risolvere io. Arriva agosto ed è evidente che si sta sgretolando tutto, così mi faccio coraggio e richiamo la U-Power per chiedere se hanno ancora bisogno di me. Dall’altra parte Giorgio Bortolotti, il direttore, mi dice che è contentissimo del mio ritorno, e mi dà un’altra chance. Per me è davvero una possibilità bellissima, mi sento molto gratificato, così a settembre torno alla base dove nel frattempo hanno ricominciato a lavorare a tutto spiano, mi vengono assegnate 10 catene da gestire e dalla U-Power non mi muovo più fino alla fine del 2025, quando decido di scrivere la parola fine al lavoro in Tunisia e torno a Caselle.
Nella mia decisione è stato molto importante mio figlio, che crescendo è stato per me non solo un figlio ma anche un amico con cui confrontarmi per ogni questione che riguarda il lavoro e la famiglia. Ci abbiamo pensato insieme a lungo, e quando a fine 2025 mi ha detto ‘Papà, penso sia il momento di rientrare’ non ho esitato, nonostante non fossi ancora pronto per la pensione. Sapevo che avrei dovuto mettere in cantiere un nuovo progetto, ma di questo non ero spaventato, al contrario, le sfide come sai mi sono sempre piaciute”.
Sorrido ancora, e lui con me, prima di chiedergli adesso cosa intende fare. Mi risponde che vuole ricominciare da quando aveva 13 anni, che per lui la nuova fase è un ritorno alle origini, che intende utilizzare l’esperienza accumulata in tutta la sua vita per intraprendere una nuova sfida produttiva e creativa.

“Conto di fare proprio così Vincenzo, di ripartire dal mio primo lavoro, la pelletteria”, aggiunge. “Ritorno al primo amore dopo che per tutta la vita, per tante vite, ho fatto scarpe. Intendo mettere su qualcosa capace di lasciare un’impronta nella famiglia e nella comunità, creare e produrre manufatti di pelle che abbiano una particolare manifattura e una precisa identità. Sono solo all’inizio, ma con le idee, le mani, l’entusiasmo e l’impegno sono convinto di poter fare molto, e bene. Ecco, direi che questo è tutto, per ora”.
