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Noi, i nostri piccoli e lo smartphone

Caro Diario, stamattina, di buon ora, di ritorno dal caffè e cornetto al Bar Luciano, che a quello quando sono al Petraio non so rinunciare, sono stato chiamato dalla pila di libri alta mezzo metro che ho sul comodino e ho tirato fuori un libro di Ennio Flaiano, Diario degli errori. Ho cominciato a leggere e quasi subito, a pagina 16, mi sono imbattuto in questa nota del suo viaggio in Francia dell’Aprile 1950: “Verso Valence un ragazzo che gioca da solo a guardie e ladri. Fa le due parti. Finge di sparare, corre e cade colpito dalla sua stessa arma, si rialza e spara. Corre ancora e questa volta cade ferito come gendarme.”

Vuoi sapere la prima cosa a cui ho pensato? Ai giochi solitari quando ero bambino io, quando i videogiochi non esistevano. Questa la seconda: Quel ragazzo lì appena arriva un compagno ci gioca insieme. La terza: I tre ragazzini (fratelli?) seduti in fila sul lettino del Lido Smeraldo lo scorso Agosto a Policastro, ognuno con il proprio telefonino e il proprio gioco tra le mani mentre un uomo (il nonno?) legge il giornale e una donna (la nonna?) fa i cruciverba. La quarta: Mio padre che portava Luca in Vespa, mio figlio l’ha raccontato durante una presentazione de Il lavoro ben fatto, se trovo la registrazione ti metto il podcast. La quinta: La ragazza del corso di Comunicazione e Cultura Digitale che racconta del suo lavoro di animatrice alle feste dei bambini, delle sue difficoltà a coinvolgerli o anche solo ad avere la loro attenzione perché se ne stanno ognuno a giocare con il proprio telefonino, del successo della sua idea: portare i giochi dei telefonini fuori dai telefonini, far interpretare ai bambini e alle bambine i giochi che fanno sul telefonino e farle/i giocare tutte/i assieme.

Come dici amico Diario? No! Nessuna morale e neppure nostalgia per i tempi belli di una volta, che dubito fortemente ci siano mai stati. Se proprio devo dire “Houston, abbiamo un problema” dico che secondo me il problema non è il videogioco, né il telefonino, piuttosto il livello di socialità, la qualità delle relazioni che noi, i nostri figli e i nostri nipoti riusciamo a stabilire con gli altri.

Del resto, tu che vieni a scuola di lavoro ben fatto, di tecnologia e di consapevolezza lo sai già come funziona: le tecnologie, e i contenuti a cui abbiamo acceso grazie al loro utilizzo, non sono né buone e né cattive, dipende dall’uso che ne facciamo.
Vale per lo smartphone, vale per i social, vale per i videogiochi, vale per l’intelligenza artificiale, vale sempre, anche per il martello, l’ago e la chiave inglese. Funziona come per le parole di Wittgenstein, è il loro uso che ne determina le caratteristiche e le qualità nello specifico contesto nel quale le utilizziamo. Quando a smanettare con le tecnologie sono i più piccoli abbiamo però un obbligo in più, credo, quello di non lasciarli soli con l’oggetto del loro desiderio.

Lo so, non sempre è facile, però penso che se faccio guardare un cartone sullo smartphone alla mia nipotina per distrarla mentre mangia ci può stare, ci sta, perché lo guardiamo insieme, e mentre guardiamo magari le dico “guarda a nonno, il lupo vuole mangiare Cappuccetto Rosso, no amico lupo non si fa, tu invece mangia la pappa buona amore mio, auumm”, insomma in questo caso l’interazione, la complicità, il gioco ci sta tutto, un tempo si faceva con il libro di favole oggi si fa con lo smartphone, con personaggi diversi da Cappuccetto Rosso, ma va bene uguale. Se invece per parlare con il mio amico a telefono piazzo lo smartphone in mano al mio nipotino e lo lascio lì per un’ora da solo non va bene, credo, mi verrebbe da dire che non va bene per niente.

Come dici? Io non sono ancora nonno e non ho né una nipotina né un nipotino? Ma che c’entra, è un esempio, certe volte sei insopportabile amico mio, alla fine l’età ce l’ho. Piuttosto, tornando alle cose serie, sto pensando di chiedere alle nostre lettrici e ai nostri lettori di raccontare la loro esperienza con figli e nipoti alla voce utilizzo dello smartphone.
Ecco le mie domande per genitori e nonni:
Quale uso fanno le vostre bimbe, e bimbi, del telefonino?
Che cosa ci fanno da sole/i? E che cosa ci fanno invece insieme a voi?

Le domande sono naturalmente anche per maestre/i, insegnanti e prof., con Irene Costantini ho già parlato, con lei l’anno scorso abbiamo finito il ciclo con la 5° A perciò quest’anno si ricomincia con una nuova prima. Vuoi sapere cosa mi ha risposto Irene quando le ho proposto di far raccontare alle bimbe e ai bimbi cosa fanno con il telefonino da sole/i e cosa fanno invece con genitori e nonni? Che venerdì ha la riunione con i genitori e comincia a mettere i primi tasselli.
Teneva ragione mia madre, la dolce Fiorentina, sono un uomo fortunato, sono nato con la camicia. Ti tengo aggiornato.

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QUESTO LO AVETE DETTO VOI

Giovanna Possente
Grande articolo, viviamo tutti i giorni con questo problema. I nostri figli/nipoti vivono attaccati allo smartphone e per noi è una babysitter che ci alleggerisce dal metterci in gioco con loro. Ma il problema è grosso. E delle volte convincerli a fare altro sono battaglie perse. Ma dobbiamo, per il loro bene, trovare la strada, come suggerisce lei.

Silva Giromini
Ciao Vincenzo, ho letto il tuo post e il mio contributo lo posso dare come catechista: ho una classe di 12 ragazzi che fanno per 24 e questo che sta per iniziare per loro è per me l’anno più bello.
So che tu non ci credi, ma qui non è questione di fede o ateismo. Dovrò preparare i ragazzi a ricevere a maggio la Prima Comunione. Il primo vero sacramento che dovrebbe essere una festa per il dono che si riceve in chiesa e non solo per i doni che arriveranno dopo. Ma la preoccupazione principale già dei genitori (prima ancora che dei ragazzi) sarà sapere la data per prenotare il ristorante e tutto quello che ci sta di contorno.
E molto probabilmente – se già non ce l’hanno – sarà l’occasione per ricevere in regalo un telefonino.
Per farci cosa in quarta elementare in un paesino piccolo proprio non so.
Io ovviamente do l’esempio e lo tengo spento, e così esigo da chi lo porta.
Spero di poter tornare a farlo in presenza senza troppo stress (l’anno scorso la Dad mi ha salvato, dopo l’operazione) perché ha ragione l’educatrice che citi nell’articolo: bisogna inventarsi ogni anno modi nuovi di coinvolgere i ragazzi perché ti ascoltino.
Ho ancora un po’ di tempo. Vedremo se riuscirò a combinare qualcosa di buono con le mie piccole pesti