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Domande di una persona normale al tempo del covid-19

Caro Diario, come il lettore operaio di Brecht ho un po’ di domande al tempo del covid-19.
Prima di condividerle con te, voglio specificare che in casi come questi per me la disobbedienza è un fatto politico, non una scelta individuale, dunque #iorestoacasa, ci sono restato dall’inizio di questa storia e intendo continuare a restarci fino a quando saranno queste le indicazioni. Aggiungo anche che a Bacoli siamo in 4 e dall’inizio esce solo una persona, Cinzia. Per quanto riguarda me, se non esco è per il 33% perché non guido, per il 33% perché sono molto meno pratico di lei e per il 34% perché tengo paura, sia per me e sia, un poco di più, per l’angoscia di essere io a portare il virus in casa.
Detto questo vengo senza ulteriori indugi alle mie domande, che i realtà sono gruppi di domande ma non importa, spero che tu le legga e mi dica che cosa ne pensi.

1. Perché in percentuale i morti italiani sono così superiori ai morti di qualunque altro Paese del mondo, Cina compresa? I dati questo dicono, almeno quelli ufficiali. Leggo che non ci sono abbastanza posti letto in terapia intensiva ma a mio parere non basta.
Perché non ci sono abbastanza posti?
Perché sono così tanti gli italiani che hanno bisogno della terapia intensiva?
È solo perché siamo un Paese con un’età media più alta, con più vecchi?

2. Perché anche quelli che governano creano soltanto un clima di paura come quelli che stanno all’opposizione, che quelli personalmente neanche li considero per quanto li trovo irresponsabili, incoerenti e insopportabili?
Perché il Presidente del Consiglio appare in televisione solo per dire che #iodevorestareacasa, che siamo sempre di più quelli che #dobbiamorestareacasa?
Perché i Presidenti di Regione e i Sindaci, anche loro come l’opposizione, non sanno dire altro se non che è poco quello che dice il Presidente del Consiglio è che l’#italiadeverestareacasa sempre di più?
Perché dal primo giorno non è stato detto anche che mentre #iorestoacasa chi lo deve fare verifica la possibilità di #fabbricarerespiratori, di #procurarelemaschere, di #fareitamponi, a chi esce di casa per lavoro? Alle categorie a rischio? A chi va a fare la spesa?
Non si sarebbero risolti tutti i problemi, ma forse sarebbero stati più limitati. E cominciare a farlo adesso, ammesso che ce la facciamo, non è lo stesso.

3. E la tecnologia? Questa tecnologia che può tutto in un attimo? Possibile che l’unica cosa che non sa fare sono i respiratori, le maschere e tutto il resto? O magari nessuno glielo ha chiesto perché sono tutti impegnati a dirci che non dobbiamo uscire di casa?
A me è bastato scrivere un post con uan domanda retorica sui social che il mio amico Gabriele Carloni mi ha segnalato un gruppo che sta operando su Facebook, si chiama 3D print Covid 19, ho visto che ci stanno anche Andrea Danielli e Antonio Grillo, magari nei prossimi giorni li racconto. E ho letto anche che ci sono persone al lavoro anche su Brescia, ma insomma al di là di quello che posso fare io, che è pochissimo, le domande restano, come anche la possibilità di pensare a quanto poteva essere di aiuto attivarsi con una task force, un’azione decisa, uan call to action, anche da questo punto di vista, fin da subito.

4. E il futuro? Possibile che nessuno dica niente sul futuro?
Non basta quello che dico io, che dici tu, che dicono i nostri lettori, ci vuole quello che diciamo come Sistema Italia. Ci vogliono idee strategiche, proposte, iniziative, regole, e ci vogliono adesso.
Perché nessuno viene in televisione a dirci qualcosa sulle idee che ha per il futuro del turismo, della ricerca, della scuola, dell’industria, dell’agricoltura?
Perché nessuno si rende conto che non possiamo condividere soltanto la tragedia ma abbiamo bisogno di condividere anche la possibilità?
Perché nessuno viene a parlare della possibilità di ripartire investendo in cultura, bellezza e lavoro ben fatto?
Perché nessuno si rende conto che insieme agli strumenti di sostegno al reddito, che naturalmente in questa fase sono fondamentali, non possiamo lasciare soli i lavoratori e le imprese di fronte al dopo?
Perché nessuno dice che bisogna farlo adesso? Che altrimenti quando ripartiremo rischiamo di lasciare troppe aziende, attività e lavoratori per strada?

Queste per ora le mie domande, amico Diario, non escludo di aggiungere altre, ma sentivo il bisogno di condividerle con te, certe volte mi sembra di essere matto, alla fine gli amici servono anche a questo, a non sentirsi soli.

restoacas

Caro Diario, mi ha scritto il mio amico Matteo Bellegoni. Insieme alle sue riflessioni sulle mie domande, mi ha inviato anche il racconto di quello che è successo a sua nonna, che mi ha autorizzato a pubblicare. A me è piaciuto tutto tanto, sia le riflessioni che il racconto, ma alla fine penso che quello che vale di più è la possibilità di ragionare assieme di questa situazione e di quello che verrà, dell’Italia che vogliamo, perché se non parliamo e rimaniamo schiantati dalla paura non la vedo per niente bene. Buona lettura.

Matteo Bellegoni
Buongiorno amico mio, avevo letto il tuo articolo appena lo hai pubblicato, solo che mi ci è voluto un po’ di tempo prima di poterti dare un riscontro. Non sono stati giorni buoni dalle mie parti e non avevo la testa abbastanza libera, così mi sono ripreso un po’ di tempo per rileggerlo.
Ti avevo detto che i miei stavano meglio, in realtà poi mia nonna si è aggravata e ha rischiato di morire. La sua fortuna è che mia madre è infermiera e l’ha curata a casa con l’aiuto a distanza di una sua amica medico, altrimenti l’idea che mi sono fatto io è che per la situazione che c’è ora in ospedale probabilmente l’avrebbero lasciata morire. Naturalmente non per cattiveria o non curanza, ma perché non avrebbero avuto proprio il tempo materiale per seguire una persona anziana con tutte le sue problematiche, e tieni presente che qui non siamo a Bergamo, ma ai confini tra Liguria e Toscana, con una situazione decisamente meno pesante che altrove. Mi domando se qui è così, figuriamoci che cosa sta succedendo in Lombardia.
Vengo al punto. Condivido la tua analisi. Ma per fare le cose che dici tu, per non rendere la nostra capacità di resilienza un atto eroico ma solitario, bisogna ricostruire le comunità. Fammelo dire a modo mio: oggi viviamo in uno Stato che, dalla politica all’organizzazione sanitaria, alla gestione della sicurezza pubblica, sembra organizzato come una fabbrica fordista. Dinnanzi all’imprevisto, all’incertezza, al cambio repentino, che sia una crisi economica o un’emergenza sanitaria, non funziona, semplicemente perché è rigido e perché non crea risposte attraverso l’utilizzo sociale ma le impone come qualsiasi altro sistema gerarchico farebbe.
Ti ho fatto l’esempio di mia nonna, ma quante altre persone avrebbero potuto essere aiutate a casa?
Quanta coda potremmo risparmiare ai supermercati se fosse una persona per comunità a fare la spesa?
Quanti genitori sarebbero un po’ sollevati nella gestione dei figli se persone competenti offrissero un po’ di consigli a distanza, specialmente quelli con patologie più problematiche?
E se nel piccolo posto dove viviamo mettessimo a disposizione un po’ di cose tra di noi visto che molti coltivano la terra?
Perdona gli esempi banali, ma per me il concetto è questo: il lavoro ben fatto è una scelta individuale ma ha bisogno di un tessuto collettivo per diffondersi, e le comunità sono l’orizzonte collettivo che serve a sprigionare la nostra capacità di resilienza. Ecco, io aggiungerei solo questo alla tua riflessione.

at16

Caro Diario, ho chiesto al mio amico Vito Verrastro se aveva voglia di ragionare di futuro e lui l’ha fatto. È un pochino lungo, Vito dopo avermelo inviato mi ha detto che se volevo lo potevo tagliare, gli ho risposto di no. In primo luogo perché secondo me il suo contributo vale. E poi perché se non l’abbiamo adesso il tempo di leggere quando ce l’avremo più? Alla prossima.

Vito Verrastro
Scrivevo qualche tempo fa, in tempi non sospetti, che avremmo dovuto sostituire il “per sempre” con il “per ora”. In troppi avevamo dimenticato, sottovalutato o dato per scontato la dimensione del tempo in corso, che gli economisti definiscono con l’acronimo inglese VUCA: un tempo vago, incerto, complesso, ambiguo, che ci ha regalato un’altra tempesta perfetta, dando esattamente l’idea della teoria del battito d’ali della farfalla in Cina che diventa uragano in tutto il mondo, questa volta sotto forma di uno starnuto o di un colpo di tosse.

E così ci siamo trovati a giocare in difesa, in un “tempo sospeso”, di fronte ad un nemico invisibile e inatteso, se non da qualche visionario come Bill Gates che in un suo Ted aveva descritto la minaccia potenziale di un virus come un’arma più temibile delle guerre fisiche e tradizionali.

E’ un tempo, questo, che ci schiaccia nel presente, con la sua conta quotidiana di morti, contagi, infetti, guariti, e con gli inviti a chiudersi a riccio in attesa che passi la tempesta, con tutto il carico di angosce che questa situazione porta con sé. Un po’ per atteggiamento, un po’ per autodifesa, io però preferisco guardare al futuro, e anzi provare a costruirlo, in base a quella che l’Unesco definisce “Future Literacy”, ovvero “l’abilità che consente alle persone di comprendere meglio il ruolo che il futuro avrà in ciò che vedono e fanno”. Ognuno di noi può dunque diventare più abile nell'”usare il futuro”, attraverso la propria capacità di immaginare. Di conseguenza, imparare a immaginare il futuro significherà contribuire a costruirlo.

Andiamo a vedere come lo immagino, allora, il nostro futuro, con un’analisi che mette dentro un po’ di elementi di conoscenza e qualche nuovo frammento raccolto e analizzato, tra previsioni e provocazioni. Dunque, che futuro ci aspetta, dal mio punto di vista?

Privacy, sicurezza e tecnologie
Il primo aspetto da riconsiderare, quando saremo in fase di ripartenza, sarà il tema della privacy e della sicurezza. Il virus ci ha colti abbastanza impreparati, da questo punto di vista, e tra ritardi e comportamenti poco virtuosi alcune aree del Paese hanno subito gravissime conseguenze. Ci siamo scoperti fragili di fronte ad un nemico che non avevamo mai preso in seria considerazione. Il futuro che ci aspetta ci pone una grande domanda: quanta privacy sei disposto a concedere in cambio di una maggiore sicurezza? E’ la domanda delle domande, secondo me, e va su un terreno scivoloso, melmoso, ricco di apparenti contraddizioni. Anche perchè fino ad oggi l’idea di essere “scansionati”, monitorati, analizzati, ha perfettamente coinciso con un’idea di impensabile sottrazione di libertà. Un approccio molto diverso da quello che le società orientali, un po’ per tradizione culturale e un po’ per costrizione, hanno sposato da tempo. La vita quotidiana, non solo in Paesi di regime come la Cina, ma anche in stati liberali come Giappone e Corea, o in repubbliche parlamentari come Singapore, è organizzata con molto più rigore rispetto a quella europea.

Nell’invitarmi e invitarti a vedere o rivedere lo Speciale Tg1 “ONLIFE come il digitale cambia l’uomo” a cura di Barbara Carfagna del 2017, scopriremo gli effetti delle società data driven in cui la “sorveglianza digitale” è stata accettata di buon grado allo scopo di limitare crimini e virus, con i big data che si sono rivelati alleati potentissimi. So che per alcuni potrà suonare come un’aberrazione, ma dovremmo riconsiderare paradigmi e parametri con cui abbiamo fino ad ora costruito i nostri modelli. O almeno dovremmo provare ad interrogarci, perchè una prossima epidemia potrà essere combattuta non solo da virologi o epidemiologi, ma anche da informatici e specialisti dei big data, con le tecnologie al nostro servizio che potranno contribuire a salvare delle vite umane, senza necessariamente arrivare agli estremi cinesi, in cui la “vita a punti” imposta dal regime cancella di fatto la sfera sociale.

“Sono disposto a rinunciare a pezzi della mia privacy per la sicurezza?” è una domanda che forse fa ancora paura, ma se la riformulassimo in “Sono disposto a rinunciare ad un pezzo di individualismo per il bene comune?” ci aprirebbe altri orizzonti. E se la si facesse a qualcuno che sta perdendo o ha perso un proprio caro a causa del virus, suonerebbe in modo ancora differente. Non è più privacy vs libertà individuale ma privacy vs bene collettivo, privacy vs morte. Del resto, se il contagio cammina con noi esseri umani, per sapere come lui si comporta sarà necessario seguirci in ogni momento e sapere che facciamo.

Non si innalzerebbero più barriere ideologiche, allora, rispetto alle metodologie di Taiwan, in cui lo Stato invia simultaneamente a tutti i cittadini un SMS per localizzare le persone che hanno avuto contatti con persone infette o per informare di luoghi ed edifici in cui le persone sono state infettate. Già in una fase molto precoce dell’espansione del coronavirus, Taiwan ha utilizzato una connessione dati per individuare possibili persone infette in base ai viaggi che avevano effettuato. Quante vite avremmo potuto salvare in Italia e in Europa? Il nemico reale è il virus o piuttosto la nostra cultura, le nostre resistenze? Che di certo cambieranno, nel post emergenza.

La nuova economia e le skill che ci serviranno
Sto leggendo scenari e previsioni di quella che viene ormai definita shut-in economy, l’economia dei rinchiusi, prefigurando una crisi che non ci farà più tornare alla “normalità” che avevamo vissuto fino all’emergenza del virus, o ad una realtà alternata tra libertà e isolamento. Non riesco ancora a definire i contorni di questo futuro, ma di sicuro si può facilmente prevedere che il digitale sarà ancora più importante e strategico. Già prima dell’emergenza Covid-19 le ultime stime riportavano la necessità di 80 milioni di persone con competenze elevate per rispondere alle trasformazioni digitali in atto, da qui al 2025, in Europa, e probabilmente la richiesta aumenterà ancora. Cosa significa? Che il mercato del lavoro continua a richiedere nuove figure professionali ma il mondo della formazione non sembra essere in grado di soddisfare questa domanda. Cosa fare? Dall’alto intervenire tempestivamente per ridurre l’enorme mismatch digitale, dal basso utilizzare queste settimane per formarsi su un terreno che sarà ricco di prospettive occupazionali e professionali, invece che focalizzare il pensiero sulla pesantissima crisi economica che si abbatterà rivoluzionando intere filiere. Se lavori nel turismo, nell’automotive, nell’immobiliare e in altri settori che prevedibilmente subiranno un collasso, devi essere pronto/a a riconvertirti e avere coraggio e lungimiranza nell’investire sul tuo talento in un’altra direzione. Oggi stesso. Cambia, dunque, prima che tu sia costretto a farlo.

Il lavoro e le skill invisibili che ci salveranno
Abbattere pregiudizi e resistenze, quindi, è importante ma non sarà sufficiente. Di fronte allo tsunami abbiamo fatto tutti un piccolo salto tecnologico in avanti, scoprendo e testando strumenti e metodologie nuove. La speranza è che questo “moto per reazione” diventi strategia, pianificazione, metodo, perchè solo così potremo beneficiare di effetti a medio e lungo termine.

Ciò che temo di più, però, è il processo da fare, parallelamente sul versante delle soft skills, in quelle competenze trasversali che tanto ci servirebbero come atteggiamento di vita e nel lavoro che verrà, qualsiasi esso sia. Cambierà molto dopo questa crisi: intere filiere dovranno essere ripensate, altre andranno in profonda crisi ed altre ancora emergeranno in maniera prepotente (la farmaceutica, l’Ict, le tecnologie legate alla sicurezza), ma ciò che risulterà determinante sarà la voglia di affrontare il nuovo corso.

Una guerra tra nemici invisibili
Se ci pensi, siamo su uno scacchiere di guerra apparentemente vuoto, ma non perchè non ci siano armi, battaglioni e munizioni. Sono solo apparentemente invisibili. Da un lato c’è un virus capace di mandare in crisi il mondo, dall’altro tante abilità che dovranno permetterci di rialzarci: curiosità, ascolto, proattività, passione, imprenditività, creatività, affidabilità, capacità di comunicazione, etica, gratitudine e tante altre. Ultimamente, in una serie di webinar tenuti dal bravissimo mental coach Alessio Spataro, ne abbiamo classificate 50, tutte estremamente importanti. Ed è solo per capire di quanto complessa è la sfera di “doti umane” che compongono quelle competenze solo in teoria soft, ma in pratica decisive. Non c’è di meglio che questi giorni sospesi per allenarsi rispetto alle competenze che fanno e faranno la differenza, in qualsiasi contesto economico. Le risorse a cui attingere, in Rete, sono tante, ma c’è bisogno di voglia di andarle a scovare e di imparare; c’è bisogno di analizzarsi e di capire quali sono le doti più deboli, quali quelle da potenziare, quali quelle che potranno essere le nostre alleate da qui a qualche mese. Utilizziamo casa come una palestra, non solo con cyclette e tapis roulant, ma anche attraverso il Pc, lo smartphone e i libri per nutrire il nostro muscolo più importante, il cervello. Perchè ci servirà, e non poco, in una società complessa e interconnessa. Dobbiamo capire che il post-emergenza è la finale di Coppa a cui occorre arrivare preparati, e che gli allenamenti sono determinanti per la conquista del trofeo. Non c’è e non ci sarà nessuna bacchetta magica che dall’esterno ci consegnerà soluzioni e futuro. Avremo bisogno di ingenti risorse interne, a partire dall’automotivazione, per inventarcelo, sapendo che la strada sarà tutta in salita e che il modello economico fragile ed esposto alle volatilità estreme avrà bisogno di giovani (e meno giovani) che siano capaci di spostare l’asticella più in alto.

Lo scenario postbellico
Ti lascio con qualche domanda dal bel mezzo del tunnel, in attesa dell’arrivo del primo spiraglio di luce. Siamo in un tempo buio che lascerà sul campo vite umane ma anche tante persone che non avranno più lavoro, a causa della chiusura di tante piccole e micro imprese che – spero di sbagliare analisi – non ce la faranno, a causa della mancanza di liquidità. Chiusura per fallimento: altro che i proclami secondo cui “nessuno perderà il lavoro”.

Siamo di fronte, come molti dicono, ad uno scenario postbellico, ma con una differenza rispetto al secondo dopoguerra: quella volta l’Italia seppe rinascere dalle sue ceneri grazie alla forza di una generazione tosta, coriacea, capace di ritrovare velocemente entusiasmo e di buttarsi a capofitto nel lavoro, nella fatica. Ci si rialzò grazie alla forza e alla lungimiranza di grandi uomini paradossalmente poco conosciuti. Come Fedele Cova, il progettista dell’Autostrada del Sole: un ingegnere visionario e caparbio, che disegnò una “cerniera” capace di unire l’Italia, da Nord a Sud. “Era uno dei maggiori esperti italiani nel cemento, ma non aveva mai costruito una strada. Però aveva una volontà di ferro che non lo faceva fermare di fronte a nulla”, avrebbe ricordato il figlio, sottolineando come burocrazia e resistenze osteggiassero l’opera. “Nessuno sapeva cosa fosse un’autostrada. Mio padre litigò con tutti. Ma i lavori non si fermarono mai”.

Quanto conosciamo di quel periodo? Quanto ne sanno le nuove generazioni? Contravvenendo alla mia natura e alle mie inclinazioni, confesso che non sono affatto ottimista, se guardo la realtà e analizzo come siamo indeboliti negli anticorpi della cultura del lavoro – e soprattutto del lavoro ben fatto -, della cultura più in generale, della capacità di analisi critica, di atteggiamento legato alla capacità di risolvere i problemi e di tanto altro. Io, che ho sguardo costantemente proiettato in avanti dico che dovremmo volgere l’attenzione al dopoguerra e andare ad attingere a quell’orgoglio, all’idea per cui – come scrive Famiglia Cristiana nel pezzo che ricorda Cova – “le cose le fanno non i raccomandati, o i mediocri, ma i migliori. Solo così riusciremo ancora a stupire il mondo”.
Quanto siamo lontani da quel contesto culturale che premiava il merito, oggi, in cui le più grandi innovazioni sul mercato del lavoro sono state misure difensive come quota 100 e reddito di cittadinanza? La gestione della complessità richiede competenza, tanta competenza, strategica e manageriale.

Mancano visione e investimenti
Ci vorrebbero idee, visione e leadership per costruire il futuro e immaginare strumenti utili a sostenere imprese, lavoratori, famiglie nella fase del post emergenza. E ci vorrebbero soldi, tanti soldi. Una manovra nell’ordine del 10% del PIL, dicono gli esperti, sarebbe stata la cosa giusta: 170 miliardi, dunque, contro i 20 (25 di stanziamento lordo) appena utilizzati con il Decreto Legge 18. La sproporzione è imbarazzante e dà l’idea della debolezza del Paese di fronte ad una recessione ormai scontata, anche se ancora nessuno può prevedere quanto sarà intensa e prolungata. Faccio quindi ricorso all’analisi molto lucida di Giovanni Ajassa, Direttore del Servizio Studi Group Economic Research di BNL Gruppo BNP Paribas, il quale suggerisce sostegno pubblico e psicologia privata. Aiuti “macro” al tessuto di domanda e offerta e sostegno “micro” alla psicologia privata, nella consapevolezza delle reazioni asimmetriche a shock di questa portata. Servirà tutto questo per non rimanere travolti dallo tsunami e per provare a ricostruire dalle macerie che questa crisi inevitabilmente produrrà.

vito3a