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Michele, il verme e Sofia

CIP, 27 GIUGNO 2019, ORE 20:00
Caro Diario, ci stanno persone così belle che uno pensa che possano esistere solo nei libri e invece sono vere. Persone che non muoiono mai, neanche quando muoiono, perché come ha scritto Carlo Rovelli “Noi siamo storie per noi stessi. Racconti.” Perché sì amico mio, funziona proprio come dice lui, siamo questi lunghi romanzi che sono le nostre vite.
La storia che sto per raccontarti è tratta da Novelle Artigiane, ascolta il podcast alle 20:30 in punto e sarai anche tu con me, con noi, a Cip, che poi io domani torno e ti racconto perché.

 

CIP, 28 GIUGNO 2019, ORE 6:20
Caro Diario, ieri sera abbiamo ricordato una delle persone più colte, semplici e meravigliose che io abbia mai conosciuto, Michele Pellegrino, morto un anno fa per propria consapevole decisione. Non sta a me dire perché, meno che mai se sia stato giusto o sbagliato, quello che è certo è che la malattia non gli avrebbe dato scampo e quello che so è che lui credeva nella “risurrezione”, nella possibilità di vivere da spirito immortale, proprio come aveva imparato attraverso l’opera di Rudolf Steiner, che insomma morire non vuol dire scrivere la parola fine,

Ci siamo incontrati ad Acquacaura – acqua calda – nel luogo dove qualche anno prima Jepis aveva girato con lui il video dell’innesto, non te lo perdere per niente al mondo, e poi dopo che l’hai visto clicca qui e guarda la foto, così ti rendi conto di cosa è diventato adesso quel ramoscello intorno al quale ci siamo raccolti per ricordare Michele.

 

Abbiamo cominciato con l’ascolto dell’audio dell’innesto, sarebbe stato inutilmente complicato attrezzarsi per il video, e poi ascoltare la voce del nostro amico in quel luogo al crepuscolo è stato qualcosa di magico e di commovente, del resto tiene ragione Gandalf, “non tutte le lacrime sono un male”, e poi non ti nascondo che mi sono guardato più volte intorno quasi come se da un momento all’altro Michele potesse spuntare da qualche parte.

Dopo Michele è toccato a me, così abbiamo deciso con Mario e Jepis quando ci siamo parlati per immaginare una scaletta di massima per la serata, del resto tiene ragione Eliot, i vecchi dovrebbero essere esploratori, e dunque è toccato a me dire qualche parola sul perché.
Come dici amico Diario? Conoscendomi immagini che il primo perché è stato “perché gli abbiamo voluto e gli vogliamo bene”? Immagini giusto. E da lì al “perché Michele era una persona colta e gentile” in fondo è stato facile, e anche il “perché aveva un’idea profonda delle possibilità che ciscuno di noi ha a propria disposizione”, il “perché aveva una concezione del tempo come Kairos, come occasione, come momento opportuno, come opportunità invece che come Kronos, come scorrere delle ore”, il “perché era una persona sempre diretta, sincera, che non esitava a farti un cazziatone se lo riteneva giusto, come era capitato a me quella volta che gli avevo detto mi dovete scusare, ne parliamo un’altra volta, adesso vado un poco di fretta e lui mi aveva risposto voi andate sempre di fretta, ma la vita vissuta così non va bene, non serve, non ha senso”. L’ultimo peerché è stato invece più difficile, infatti sono passato dal noi all’io, l’argomento è delicato e non volevo coinvolgere nessuno, a partire dalle figlie e dai nipoti, però l’ho voluto dire perché per me è importante, nel senso che per me Michele teneva il diritto di decidere come morire, come lo tengo io e come secondo me lo tiene ogni persona. Ho cercato di essere delicato al massimo delle mie capacità, ho ribadito che è una mia personale convinzione anche se non sono certo il solo a pensarlo, però non mi potevo stare zitto, perché Michele è stato un uomo giusto fino alla fine e si può non condividere la sua decisione ma bisogna rispettarla, perché toccava a lui e a nessun altro, almeno questo è quello che penso io. Ecco, per quanto mi riguarda è tutto, devo aggiungere solo che qui e l’ho raccontato abbastanza sistemato ma ieri sera è stato più il tempo che mi sono commosso e ho farfugliato di quello in cui sono riuscito ad esprimere un pensiero compiuto.

Quando ha parlato la figlia Stefania la commozione davvero si poteva tagliare con il coltello.
“Cercherò d dire qualcosa, l’emozione è tanta dunque perdonami. Mi riaggancio alle parole di Vincenzo per dire che quando siamo arivati qui a Caselle in Pittari, più di 30 anni fa ormai, le persone ci guardavano con diffidenza, perché siamo stata sempre una famiglia molto riservata, ma il pallino del mio papà era quello di tornare qui perché lui amava la campagna, era la sua passione, la sua vita, e ha fatto di tutto per ritornare qui. Lui si era creato un suo mondo, la campagna, tornava a casa e trovava la vita, perché in quella casa c’era la vita, e a lui bastava, perché all’epoca non frequentava il bar e non si fermava a parlare quasi con nessuno, lo ripeto, gli bastava la campagna e la casa, se doveva uscire gà due volte nlla stessa giornataa era complicato. Fino a che, un giorno, quella casa è diventata vuota. A quel punto papà ha modificato il suo modo di essere, si è fatto conoscere in manira diversa, ha cominciato a soffermarsi e a parlare con persone di tutte le età e anche se di se stesso dieva che ra uno stupidone in realtà dispensava consigli, metteva a disposizione degli altri le cose che sapeva e che sapeva fare e anche i rimproveri non li lesinava, lo abbiaamo sentito poc’anzi, ma lui era così, era sponano, quando doveva dire qualcosa chi c’era c’era.
Posso dire anche a nome di mia sorella Michela che siamo orgogliose di aver avuto un papà così, di aver avuto una famiglia così, e alo steso tempo siamo dispiaciute e rammaricate perché ci poteva ancora dare tanto, alla famiglia, ai nipoti, agli amici che comunque si era fatto nel corso degli anni.
Volevo ringraziare chi è rimasto con noi, volevo ringraziare Vincenzo, Jepis, Mario, perché ricordarlo così pr noi è motivo di orgoglio. Ogni giorno – lo dicevo prima – una parola, un oggetto, un qualcosa ci fa pensare a lui; è vero, siamo presi daal quotidiano, ma è anch vero che ogni qualvolta ci soffermiamo a pensare ci rendiamo conto del grande vuoto che ha lasciato. Sono felice – anche se forse felice in questo contesto non è la parola pù adatta – prché so che ha lasciato in ciascuno di voi un piccolo ricordo che porterete nel cuore. Ringrazio ancora tutti voi che siete qui.

Come dici caro Diario? Davvero molto bello il ricordo di Stefania? Sono d’accordo, però adesso leggi quello che è stato detto dopo, nell’ordine con cui è accaduto nel modo in cui è accaduto, perché per fortuna Jepis ha registrato tutto e quindi ti posso fare un resoconto del tutto fedele della serata.

Mario Greco
Io volevo condividere con voi l’incontro che ho avuto con Michele.
Una mattina si presentò in bottega che doveva fare i capelli; io non lo conoscevo, mi salutò, si presentò, si congratulò anche con me perché ero giovane – allora mi ero approcciato al mestiere – gli chiesi come facciamo i capelli e mi disse che li portava corti corti. Si cavò i suoi apparecchietti dalle orecchie e io cominciai a fare il mio lavoro. In un angolino, avevo una pianta, che mi era stata data quando avevo aperto la bottega. Guardò la pianta, si accorse che stava più di là che di quà e bum bum, mi disse tu non hai amore. Le sue parole mi sconvolsero, sprofondai, imbarazzatissimo, però sapendo dentro di me che Michele mi aveva detto una verità, perché io in realtà la pianta non la vedevo proprio.
Appena ebbi finito di tagliargli i capelli andammo verso la pianta, la osservammo ancora lui oltre a dirmi della mancanza del sentimento e della cura nei suoi confronti mi spiegò con il suo sapere perché stava così, cosa si poteva fare e poi mi disse guarda, me la porto a casa, me ne prendo cura io, voglio vedere che succede, io vado a prendere l’Apino, tu caricala su e io così feci. Qualche giorno dopo ripassò in bottega e mi disse che la pianta stava reagendo. Ero incuriosito e combattuto allo stesso tempo, comunque ancora qualche giorno e Michele ripassò e mi invitò a casa: quella pianta era una sposa, nemmeno nei negozi era così viva, lucida, Michele ci parlava con la pianta, mi portò vicino a lei e mi spiegò quale doveva essere il mio approccio alla pianta. Da quel giorno in poi nel nostro rapporto è stato un crescendo rossiniano, da lì la condivisione delle letture, le nostre passeggiate e tanto altro ancora. Ecco, io sono qui per testimoniare di quesa sua nobiltà di animo, un intreccio meraviglioso tra la sua sensibilità profonda e acuta e il suo sapere. Michele parlava di tutto, sapeva andare oltre il tangibile, e nl periodo in cui l’ho conosciuto io questo suo sapere lui cercava anche di divulgarlo, di farlo conoscere agli altri. Lui nele cose che faceva, nelle cose che toccava ci entrava, cercava, come amava dire, il nesso. All’inizio per me è stato un poco difficile seguirlo, perché era qualcosa di nuovo, però poi mi ha fatto vedere qullo che mi circonda in modo diverso, anche in questo senso mi ha sconvolto e mi ha permesso di iniziare un altro percorso.

Giuseppe Jepis Rivello
Io voglio dire soltanto che ho avuto la fortuna di registrare Michele, che ho avuto il privilegio di poter restituire una piccola parte di quello che lui è stato, ed è, di quello che può continuare a essere ancora per chi prende in carico tutti questi valori e tutto quello che in un certo senso può essere poi interpretato perché era un universo straordinario.
Io la prima volta che l’ho conosciuto mi ha forgiato un coltello, gli ho chiesto di filmare, di documentare la creazione di un coltello dall’inizio alla fine, in un pomeriggio, una mezza giornata Michele ha realizzato un coltello, la lama e il manico, ed è stato il primo incontro. E poi questo innesto che è stato un momento importantissimo della mia vita. Abbiamo scelto questo audio perché è stato realizzato qui, l’audio che abbiamo ascoltato è stato registrato qui, quelle sono le marze che Michele ha innestato e di cui parlava nell’audio e quelle marze erano minuscole quando è stato fatto l’innesto e oggi Angelo Rivoli, l’amico proprietario di questo terreno, ha il privilegio di conservare questo pezzo di memoria.

Angelo Rivoli

Sì, quando vengo qua come si fa a non pensare a Michele, come tocco qualcosa per potare non so che faccio ma mi viene di pensare a lui, a cosa avrebbe detto, a come l’avrebbe fatto lui, bisogna che adesso parli con il dott. Berardi per sapere come procedere.



Stefania Pellegrino

Angelo, ormai ci stiamo affidando tutti a Felice, è il nostro punto di riferimento.

Giuseppe Jepis Rivello
Prof., se vuole dire qualcosa.

Felice Berardi

Io sono in difficoltà a parlare, molto in difficoltà. In queste occasioni peraltro bisogna essere sintetici, cercare di fare un quadro riassuntivo e con il Maresciallo non è possibile perché come provo a ricordare qualcosa mi sembra di ridurre la profondità del suo pensiero. Michele era una persona poliedrica, che proiettava da ogni poro i sentimenti più belli che ti portano a esprimere ammirazione verso una persona. Dall’onestà alla competenza e alla correttezza. Non voglio dilungarmi perché io ho passato quest’ultimo decennio in maniera eccezionale, perché lui poi mi ha fatto sentire suo amico, mi trattava come un figlio, quindi mi trovo in forte difficoltà perché – lo ripeto – mi sembra di limitare tutti i ricordi e tutte le belle esperienze che mi ha fatto vivere, e dunque non ne voglio citare nemmeno una. Però una cosa la voglio dire, perché il motivo per cui sono qui stasera non è quello di ricordare un episodio particolare ma è proprio quello di esprimere il mio sentimento di gratitudine al Maresciallo, lo voglio esprimere alle sue figlie, alle sue perle, e ai suoi carissimi nipoti, di cui lui mi parlava sempre. Ecco, io vi ringrazio, grazie a voi.

Ecco amico Diario, a questo punto ho letto le pagine di Novelle Artigiane che mi sono state ispirate da Michele – Carmine nel racconto – ma quelle le condivise con te già ieri sera e dunque il mio racconto potrebbe finire qui se non fosse che non avevamo voglia di andarcene e allora siamo rimasti ancora assieme per ricordare aneddoti ed episodi che hanno avuto come proagonista il nostro Michele, e io ho potuto fare anche la domanda che avevo da tempo nel cuore a Eugenio Savino Tancredi, il caro nipote che è stato l’ultima persona che ha parlato con lui, e sono stato davvero felice della risposta che mi ha dato.
Come dici? Detto così non si capisce? Hai ragione, ma ci cose che chiedono tempo prima di essere svelate, magari un giorno accadrà, ma come direbbe Aragorn non è questo il giorno.
Un abbraccio forte forte quasi come quello che ci samo dati con Stefania e Michela prima di darci appuntamento per le ferie estive.

EPILOGO: LA SAGGEZZA DI UN UOMO