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Gli anelli mancanti di Giusy, precaria in tour

Giusy A. è stata mia studentessa negli anni di Unisa, l’avevo ritrovata un po’ di anni fa grazie a un bellissimo video, non a caso premiato, che raccontava il suo lavoro apparentemente senza senso. «Senza senso» perché se tu per insegnare due ore a settimana devi andare dalla provincia di Salerno alla provincia di Udine per guadagnare centottanta euro al mese e spenderne cinquecento solo per le spese è come giocare a tressette a perdere, solo che nel tressette se fai meno punti dei tuoi compagni vinci, mentre nel lavoro ci rimetti tempo e denaro, non so se mi spiego. «Apparentemente» perché invece il senso ci sta, proprio come mi ha detto lei quando l’ho contattata, della serie «prof., è un sacrificio grande ma il tempo ce l’ho e i soldi per il sali e scendi me li sono guadagnati con un’attività di censimento per il mio Comune. Diciamo che lo considero un investimento: faccio esperienza, imparo delle cose, prendo punti per la graduatoria ma soprattutto non vengo meno alla mia voglia di vivere e di cogliere le opportunità, anche quelle che non hanno del tutto le caratteristiche che mi piacciono e che penso di meritare. Ma poi non è lei che dice che le opportunità se le cogli si moltiplicano?». No, purtroppo non sono io, è Sun Tzu, io l’ho solo scritto nella home del blog di sociologia dell’organizzazione, ma comunque rende l’idea di chi pasta è fatta la ragazza, che è da quel punto di vista lì che penso di raccontarla. 
 Così ho cercato di restare connesso: una chiacchiera in rete ogni tanto, una storia condivisa, un saluto veloce, fino a una settimana fa, con me che le chiedo che cosa sta combinando e lei che mi risponde che da un po’ lavora a Firenze, io che le dico che stavolta non mi scappa e lei che risponde «va bene, proviamoci, anche se a me la mia sembra una storia molto normale». A me invece no. A meno che non intendiamo «storia normale» nel senso di «storia comune», di «storia di una generazione», e anche detto così il modo in cui la affronta Giusy non mi sembra affatto «normale», ma questo lo potete giudicare meglio voi dopo aver letto la sua storia.
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«Luglio 2014. Da un mese, con la fine della scuola, sono tornata dal Friuli. Mio padre ha problemi di salute. In questo mese ho trovato una collaborazione con una piccola ma stupenda azienda nel settore ICT. Del tutto inaspettata mi arriva una telefonata per un colloquio a Firenze. L’appuntamento è fissato per il lunedì successivo. Tre giorni ancora e sono a Firenze per iniziare un nuovo lavoro. 
Non posso non provare. La proposta sembra interessante. «Perché no? – mi sono detta – io non sono fatta per le cose semplici, scontate, ho bisogno di mettermi alla prova, di rischiare. Soprattutto ho bisogno ancora di scoprire cosa voglio fare da grande, come se non lo fossi già! 
Il risultato è che da più di anno abito nella stessa città, neanche mia madre ci crede! Lavorare in una delle città più belle d’Italia per una multinazionale con core business nel settore metalmeccanico, giuro che questa mi mancava! Che lavoro faccio? Eh, bella domanda. Stando al mio contratto sarei un «Technical Consultant Junior» che ancora devo capire bene cosa significa. In pratica sono entrata a far parte del variegato mondo dei contratti a somministrazione, ovviamente a tempo superdeterminato. Perché si, io scado a dicembre! 
E non riesco ancora a descrivere il mio lavoro in una parola, dovessi poi spiegarlo a un bambino farei prima a licenziarmi! Diciamo che sono parte di un piccolo team che supporta e implementa un processo di qualifica da applicarsi a tutti i fornitori, ma tutti tutti davvero. In tutta questa serietà mi occupo di implementare in un tool aziendale dati relativi a fornitori, processi e prodotti. Cosa c’è dietro tutte queste parole? Un mondo fatto di mail, file Excel, telefonate in India, condivisioni schermo, supporto e problem solving di casi umani (come li definisco io) e chat aziendali. La parte più bella della storia? Mi verrebbe da dire la possibilità di interagire con persone a migliaia di km da te e di testare sempre di più il mio inglese, l’ora d’aria per le pause pranzo con le colleghe e le pause caffè per una chiacchiera. E invece dico che ciò che mi piace di più è ancora una volta il fatto di essermi messa alla prova in un contesto totalmente diverso dalle mie precedenti esperienze e di scoprire che mi sono ambientata anche questa volta. No, non era scontato. Le assicuro che non è semplice dover fare i conti con logiche aziendali che fuori da quel contesto avresti considerato impensabili: gestire e preparare file da inoltrare a tecnici a migliaia di chilometri di distanza che poi li implementano concretamente. Si, talvolta sembra una giostra sulla quale girano e rigirano files, con te che ti ritrovi a svolgere attività per le quali non avresti mai pensato potessero essere pagati stipendi interi. E non mi posso neanche tanto lamentare, ho scoperto di avere colleghi che si occupano di microattività/microparti di processi talmente micro che mai avrei pensato potessero essere il lavoro di una persona. Attività che vengono esternalizzate in toto, diventano servizi esterni, trasformando di fatto la singola persona in un qualsiasi addetto agli acquisti. 
Pensi prof. che se per ogni team c’è un budget dedicato a spese extra quelle come me fanno parte di quelle spese al pari di una fornitura di penne, ovviamente fin quando il team mostra di averne la necessità!
Vengono coperte attività interne acquistando a prezzi competitivi un servizio esterno che nel mio caso è addirittura garantito da una somministrazione tra l’agenzia del lavoro ed una sua divisione interna: multipassaggi fino ai confini del possibile e anche oltre.
Mi ci sono voluti pochi mesi per capire i pro – a partire dalla quattordicesima, miracolo mai visto fino a giugno 2015, data che ho ben segnato sulla mia agenda – e i contro di un contratto in somministrazione per una multinazionale il cui sito fiorentino vive di fatto un momento poco favorevole, mentre il mio profilo professionale non solo non ha niente di particolarmente spendibile da altre parti ma di fatto può cambiare in qualsiasi momento. 
Ancora alla voce pro: è dal 2011 che giro l’Italia per lavoro e in questi anni ho conosciuto posti, persone e dinamiche inaspettate. Ho condiviso esperienze e storie che mi hanno arricchito più di tutti gli altri anni della mia vita: persone che non finirò mai di ringraziare per come mi hanno accolto e supportato, ovunque. Di contro non riesco non dico a pianificare ma nemmeno a organizzare la mia vita, perché non so mai bene dove sarò la settimana o il mese successivo. 
A lei lo posso dire, caro prof., mi ritrovo spesso a chiedermi se ne vale la pena. Vuole sapere cosa mi rispondo? Che non lo so,  devo ancora scoprirlo. L’assurdo è che alla fine ho accantonato la precarietà della scuola per testare la precarietà dell’industria privata: sono una precaria in tour, un caso poco umano, ma solo perché disumano mi sembra esagerato!
 Però non si preoccupi, le ultime righe le riservo per un grande pro, Firenze. Proprio così, un grande lato positivo di questa avventura è proprio Firenze. Le ore che trascorro seduta a una scrivania (incasinata come non mai) in ufficio mi hanno resa più iperattiva di quanto già non lo fossi. Grazie all’associazione Anelli Mancanti (un nome che sembra fatto apposta per definire la mia vita e il mio racconto non crede?; vivo di coincidenze e trovare tra migliaia di associazioni proprio questa con questo nome mi   sembra un segno) ho iniziato a insegnare italiano agli stranieri, per lo più migranti, per aiutarli a integrarsi e a trovare lavoro. Grazie a loro smetto di essere una goccia nell’immenso mare di una multinazionale e ridivento me stessa. Perché si, prof., quando insegno agli stranieri non sono più un numero, un computer, sono una persona utile a qualcuno mentre assecondo una mia necessità, la mia predisposizione all’interazione con gli altri. E poi ho scoperto il mondo dello yoga alle 06:00 di mattina, passeggiate e corse nel pomeriggio quando posso, mercatini dell’usato e oggetti vintage, corsi di pizzica salentina (esatto pizzica e tammurriata qui a Firenze) da ballare in Santa Maria Novella e persino la possibilità si andare a lavoro in bicicletta: spettacolo! Di contro a chi mi dice «vengo a trovarti a Firenze» rispondo sempre «chiamami e organizziamo al massimo una settimana prima perché altrimenti non so se mi trovi!» Prof. ma lei lo capisce che livello di pazzia? Non lo so fino a quando durerà, questo continuo girovagare inizia a pesarmi o, meglio, sto cominciando a stancarmi di stare sempre con la valigia pronta. Mi scusi, avevo detto che le ultime righe erano «pro» non «contro», mettiamola così: sto cominciando a pensare di non accontentarmi, di darmi un po’ di tempo per cercare qualcosa all’altezza dei miei studi e delle mie aspettative, un po’ come diceva lei nel corso delle nostre lezioni, che abbiamo il diritto di provarci, di cercare un lavoro che ci soddisfa, che innanzitutto ci faccia sentire delle persone non dei numeri, insomma un lavoro ben fatto.»
Cari saluti prof., e speriamo che questa mia storia non sia troppo normale.
Giusy.»