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Salvatore, la fabbrica e il mare

Caro Diario, Salvatore Di Domenico è prima di tutto il mio amico di una vita, poi è anche uno dei protagonisti di Bella Napoli, il libro con cui ho cercato di raccontare la mia città attraverso il lavoro di dodici persone di quelle che piacciono a me, persone normali, che ogni mattina si alzano e cercano di fare bene quello che devono fare. 
Per leggere tutto il suo racconto questo è il link, qui pubblico solo l’inizio e la fine, però quando puoi leggilo tutto, ti garantisco che è bello assai.

Allora, la sua storia comincia così:
«Avevo 2 anni quando è morto mio padre, la sola fonte di reddito della famiglia, e come potete immaginare questo ha condizionato non poco la mia vita e quella delle mie sorelle più grandi di me. A Materdei, il quartiere dove sono nato e cresciuto, il lavoro era soprattutto operaio e artigiano: falegnami, imbianchini, pulitori, cioè quelli che mettevano a lucido come se fossero nuovi con la pomice e con gli stracci i mobili che erano diventati opachi per l’usura del tempo. E poi ci stavano quello che vendeva il carbone, quello che portava a casa la bombola del gas, l’impaglia sedie, perché il mio come vi ho detto era un quartiere popolare. Poi c’erano i guappi di quartiere, che facevano altre cose, organizzavano feste, vendevano sigarette di contrabbando, all’epoca la droga era pochissima, tanto contrabbando di sigarette, e poi furti e furtarelli, avevo amici che facevano piccoli furti nei grandi magazzini, ma droga no. La maggior parte delle persone erano però persone oneste, gente che lavorava, chi in una fabbrichetta di guanti, chi di scarpe, in zona ce ne stavano diverse, la maggior parte dei lavori erano questi.
Ricordo ancora mia madre che diceva alle mie sorelle che bisognava imparassero un mestiere, così come ricordo che pochi anni dopo venne il mio turno. Vorrei sottolineare questo aspetto, al tempo non si diceva fare un mestiere, si diceva imparare un mestiere, c’era questo legame tra l’imparare a fare qualcosa, tra l’imparare e il lavoro, c’era quest’idea di un lavoro che andava imparato, e mia madre, come molte persone anziane, insisteva sempre su questo punto.  Si diceva “impara un mestiere e mettilo da parte”, anche per chi voleva o poteva studiare era importante saper fare qualcosa, avere un mestiere. In questo rapporto tra l’apprendimento e il lavoro c’era per molti aspetti un’idea più alta del lavoro, il rispetto per chi lavorava, per chi imparava a lavorare vicino a un esperto, a un maestro, da apprendista. Il lavoro ti faceva crescere in molti modi, ti consentiva di saper fare qualcosa, di essere padrone di un mestiere dall’inizio alla fine: avevi imparato a fare delle cose, eri utile a fare qualcosa nella società, almeno una cosa finita la sapevi fare e questo era considerato un valore. Non a caso si diceva ’o mastro fravecatore, ’o mastro falegname, ’o mastro d’ascia, ’o mastro scarparo.»

E finisce così:
«Gli ultimi anni sono stati tremendi, si viveva con angoscia, molti di noi si sono sentiti annullati, non c’era più ragione di restare in fabbrica. Io sono stato l’ultimo operaio a uscire da quella officina, è stato una delle esperienze più brutte della mia vita. Sì, sono stato l’ultimo manutentore, gli ultimi giorni siamo rimasti solo io e il mio capo, un po’ stavamo in officina, un po’ andavamo in giro, ma non più per lavorare, per controllare il lavoro che facevano gli operai delle ditte. L’amarezza è stata tanta, a un certo punto avverti un distacco, sostanzialmente aspetti come una liberazione il momento in cui potrai andare via dalla fabbrica per andare in pensione. Incredibile ma vero, il lavoro era diventato un peso anche per quelli come me che pure hanno fatto per tutta la vita il turnista su 7 giorni, due mattine, due pomeriggi, due notti e due riposi, quelli che sono stati per molti anni delegati sindacali della Cgil e non hanno mai accettato privilegi o trattamenti di favore. Quello che era avvenuto in fabbrica era troppo, ti sentivi inutile, l’azienda premeva tutti i giorni per mandarti via, appena raggiunta l’età non ti dava nemmeno il tempo di dire A che già ti chiedeva di andartene in mobilità. L’atmosfera che si respirava in fabbrica era questa, se fosse stato come quando si stava in piena attività nessuno avrebbe pensato di andarsene. In fondo è la storia di tante fabbriche, al Sud come al Nord, è cambiato il clima, è cambiato il lavoro, la società ti fa sentire inutile, rischi di convincerti anche tu che sei in più, che non servi più, perché la fabbrica non sa cosa farsene di te, sei un esubero, te ne devi andare. È questo il peso, è questo il motivo per cui in tanti ce ne siamo voluti andare.
Cosa mi manca della fabbrica? Mi manca la solidarietà, quella che si respirava prima che iniziasse la trasformazione, quando in un turno, in un reparto eravamo in 100, eravamo veramente una famiglia, stavamo sempre insieme, ci vedevamo tutti i giorni, perché tutti i giorni si andava a lavorare e perché spesso ci vedevamo anche fuori. Sì, ci stava molta solidarietà, se a uno di noi veniva fatto qualcosa tutti quanti si ribellavano. È durato fino a quando l’azienda non ha cominciato a fare di tutto per dividerci, anche tra me e il mio compagno che facevamo la stessa cosa, se tu eri più accondiscendente verso quello che ti diceva il capo ti inquadrava in una maniera diversa, ti trattava in maniera diversa. Con il tempo e le difficoltà si è rotta questa solidarietà e dopo, come si dice, niente è stato più lo stesso. L’ho detto una volta a un amico mio, non fa niente se adesso lo ripeto anche a voi: io non avrei mai tradito il lavoro, è stato il lavoro che ha tradito me. Ed è un tradimento che ancora mi fa male.»

Ecco amico Diario, questo è un pezzetto di Salvatore, che come ti ho detto siamo amici del cuore anche se all’inizio no, anzi si litigava spesso in maniera feroce nelle riunioni sindacali, lui sempre radicale e netto, nei ragionamenti come nelle lotte, io più moderato e consapevole che alla fine devi mediare se vuoi portare a casa qualche risultato. 
Con il tempo e la frequentazione siamo diventati fratelli, di quelli veri anche se non di sangue. E chi se la scorda la telefonata – era da poco andato in pensione -, nella quale mi ha detto «Viciè, tengo una brutta notizia, ho la leucemia.» Ricordo la speranza che abbiamo portato con noi per un consulto da un medico che ci aveva consigliato un altro mio amico, Piero. Ricordo lo sgomento della sera in cui sono arrivato di corsa in ospedale e lui  mi ha guardato e  mi ha chiesto «chi sei?». Ricordo la gioia fino alle lacrime quando un Natale ho aperto il pacchettino con il suo regalo e dentro c’era una scatola di cartone rossa con sopra disegnate le palline di Natale e Babbo Natale e dentro era vuota. Ricordo lo stupore di mio figlio Riccardo che mi chiese «papà, ma perché sei così contento se dentro la scatola non c’è niente?» e allora io gli raccontai che il vuoto è la cosa più preziosa che esiste, perché lo puoi riempire con ogni cosa che desideri, mentre una scatola piena di cioccolatini o di giocattoli o di qualsiasi altra cosa, per quanto preziosa, una volta riempita ha terminato il suo compito, non ci puoi mettere più niente, la puoi solo svuotare.
Comunque Salvatore sta sempre qua, spero per altri cento anni ancora, e continua a essere un grandissimo amico mio e un grandissimo amico del mare che quando può corre a Procida. Con Cinzia, la mia compagna, siamo andati a trovare lui e la moglie Sara la settimana scorsa e come ogni volta abbiamo trascorso una giornata semplice e meravigliosa.
Facciamo così, come ho fatto con il lavoro anche il mare te lo faccio raccontare da lui, che secondo me è più bello.

«Viciè, come sai io a mare sto un amore: lo sguardo non ha confini, la mente si libera, comincio a sognare. E a mare ho vissuto momenti tra i più belli della mia vita, momenti come quello vissuto a Ustica, che già da alcuni anni era diventata un parco marino (si dice sia il paradiso dei sub). Muniti di autorespiratori, ci eravamo immersi da una decina di minuti: il fondo era stupendo e l’acqua molto limpida. Mentre mi godevo felice la mia passeggiata subacquea, mi trovai ricoperto da un’ombra. Mi girai e vidi una grossa manta. Non so dire di preciso quanto fosse grande ma a me in quel momento sembrò immensa. Ebbi paura. Mi sembrava quasi un mostro, forse perché non sono molto esperto e non avevo mai visto niente di così grosso così da vicino. Avrei voluto scappare. Eppure qualcosa mi tratteneva. Cosicché, passati i primi momenti di paura, mi misi ad osservarla: si muoveva con una tale leggerezza che sembrava volasse. Un poco alla volta provai ad avvicinarmi: mi sentivo come bloccato e mi muovevo solo di pochi centimetri alla volta. Poi finalmente riuscii a toccarla: mi sentivo svenire, il cuore mi arrivava alla gola. La manta si mosse, ma io non la mollai: mamma mia, mi stavo facendo trascinare. Sentii brividi per tutto il corpo e provai un’emozione che credo non dimenticherò mai.»

Come dici caro Diario, questa è un’esperienza bellissima ma anche iun po’ particolare? E allora te ne faccio racocntare un’altra.

«Era una bellissima giornata di ottobre e con i miei due figli – Emilia e Fabio – eravamo ancorati in una baia di Capo Miseno, nel golfo di Pozzuoli. I due ragazzi erano stesi al sole, io indossai maschera e pinne e scesi in acqua. Il fondo del mare è un mondo affascinante. Il silenzio è profondo, ogni cosa pare avere un senso, un’armonia tutta particolare. Una mezzora era già volata via quando vidi un polipo, anzi per la verità era stato lui a vedermi e a farsi tradire dalla sua paura verso l’uomo. Stesi un braccio e l’agguantai. Non feci neanche in tempo a riemergere con il mio sinuoso ospite che i miei figli si buttarono in acqua e cominciarono a giocarci. Disposti ad una certa distanza tra di noi provammo a lasciarlo: appena libero schizzava verso quello che gli stava più vicino e si attaccava al suo corpo. Era molto bello pensare che si stava abituando alla nostra presenza anche se sapevamo che in realtà non era vero: questo pensiero bastò però a farci decidere di lasciarlo libero di tornare a vivere nel suo mondo.»

Ecco, questo è un poco della vita del mio amico Salvatore, che quando penso agli eroi del #lavorobenfatto io penso proprio alle persone meravigliosamente semplici, vere e capaci come lui, che poi con gli anni è diventato anche meno incazzoso e più saggio, che con il passare del tempo ci stanno tanti svantaggi ma pure qualche vantaggio.

cinzia99