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Rosaria, Domenico e il #lavorobenfatto

Caro Diario, l’altro giorno mi è arrivata questa mail:
«Ciao Vincenzo, non so se ti ricordi di me. Sono Rosaria Della Ventura, presentammo il libro Uno, doje, tre e quattro al Bistrot Caffè Letterario di Arienzo, in provincia di Caserta. Dovrebbero essere passati circa 4 anni. Leggo e seguo i tuoi racconti sul #lavorobenfatto. Ne ho scritto uno anche io. Se lo leggi, capirai perchè è molto importante per me.»
Non so tu cosa avresti fatto di fronte a una mail come questa di Rosaria, io neanche ci ho provato a ricordarmi – i chip della memoria sono andati da tempo -,  ho semplicemente salvato il file, l’ho aperto e ho letto il racconto. Cosa ho fatto dopo? Quello che faccio quando una cosa mi piace così tanto che non mi pare il caso di metterci le mani: «modifica; seleziona tutto; copia; incolla.» Ebbene si, accade di rado, ma accade. Ti auguro buona lettura amico Diario.

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MIO PADRE DOMENICO
Rosaria Della Ventura

«Metti nella borsa una buona dose di pazienza. Fallo tutte le mattine. Non te ne dimenticare.». Domenico diceva queste cose a se stesso, alla sua famiglia, a chiunque fosse nel suo raggio d’azione nelle prime ore del mattino. Ed è stata proprio la pazienza l’interlocutrice principale delle sue giornate. Una lotta per la pazienza: può suonare come un ossimoro, ma non lo è.
Domenico nel 1978 si diploma al Liceo Scientifico di Maddaloni, che raggiungeva come meglio poteva da Cervino, il piccolo paese natale aggrappato alle colline del casertano che in passato profumavano di olio e vino.  Per la madre contadina e il padre minatore – genitori che non comprendevano da dove provenisse quell’amore che lo spingeva a studiare fino a tarda notte a lume di candela, mentre in casa tutti dormivano -, il diploma era motivo di un taciturno orgoglio.
E così Domenico – Mimmo -, a diciannove anni diventa vigile urbano a Cervino e passa le giornate per quelle strade che lo avevano visto scorrazzare da bambino, trafficate più di voci e passi che di clacson e motori all’inizio degli anni Ottanta. Il primo stipendio ha il sapore di una lauta cena con gli amici. Poi la difficile decisione: iscriversi all’Università a Napoli, alla Facoltà di Economia.
Nel frattempo la sua vita accoglie l’amore: Elvira e così la 126 color cielo si riempie di audiocassette di Guccini mentre la domenica si continua a dividerla tra il calcio e la bici.
Nel 1988, Mimmo, sposato e con due figli, diventa Comandante e quest’appellativo non l’avrebbe più lasciato. Lui, invece, avrebbe lasciato l’università; convinto com’era che il suo lavoro, ma qualsiasi percorso, andasse affrontato e svolto fino in fondo e fino alla fine, con dedizione e sacrificio.
Essere ‘O Comandante a Cervino e Messercola non è semplice. Non vuol dire solo dirigere il traffico, presiedere alle manifestazioni cittadine, regolare i turni del corpo vigili durante gli eventi, attendere l’uscita degli studenti dalle scuole col fischietto, alimentando inconsciamente l’immaginario di quelle menti stanche dalle cinque ore di studio.
In un paese come Cervino, vissuto da circa cinquemila anime, i problemi, le questioni cittadine, le relazioni con il pubblico sono amplificate in un intreccio di emotività e di relazioni difficili da regolamentare e impossibili da multare. Fare il Comandante in un piccolo paese significa saper ascoltare, mediare, tradurre il Codice della Strada in consigli formulati con misura, usando il giusto mezzo tra l’autorevolezza e la responsabilità del ruolo e i suggerimenti di un amico di sempre. Significa filtrare i dettami della tua professione attraverso innumerevoli situazioni, prevedibili e imprevedibili. Significa imparare che la professionalità non è un criterio applicabile universalmente, ma è capacità di usare al meglio ciò che sai e sei, guardando bene negli occhi e nell’animo di chi hai di fronte. Ancor di più, significa essere disposto a fare ciò giorno dopo giorno, con uno scrupolo che non viene scalfito dalla consapevolezza di avere ormai un’esperienza fatta di tante decisioni e iniziative intraprese. E questa è una gran bella battaglia foriera certo di soddisfazioni ma che non risparmia allo stesso tempo i dispiaceri.
A dicembre 2014, Mimì è chiamato a combattere la sua battaglia più difficile. Sua moglie Elvira, i figli Rosaria e Antonio si stringono accanto a lui per fare barriera contro il cancro. Affronta silenziosamente la rinuncia al suo lavoro, alle uscite in bicicletta per quelle salite che si inerpicavano alle spalle di Cervino. Senza rabbia né rancore, fa della pazienza e dello scrupolo ancora una volta le sue armi. E proprio la pazienza e lo scrupolo avrebbero segnato quella che agli occhi della figlia adorata e adorante, rappresentò un’altra delle sue vittorie.
Perché si, mi sono resa conto che mio padre aveva vinto ancora una volta quando, tre giorni dopo che se n’era andato, tre giorni dopo che avevo scoperto che la malattia l’aveva avuta vinta sulle nostre speranze, sono andata nel suo ufficio per portarmi via le sue cose. Mentre inscatolavo i souvenir dalla sua scrivania, regalo dei numerosi viaggi di mio fratello, mentre toglievo dalla parete i miei disegni, capii che amavo il lavoro di papà.  un lavoro che né io né mio fratello avremmo mai scelto per la nostra vita. Ancor di più, mi accorsi che eravamo parte di un paese in cui per certi versi non abbiamo mai vissuto.
Papà ci aveva trasmesso la passione per lo sport e per Guccini, ci aveva insegnato l’importanza dello studio e dell’impegno incondizionato, senza mai farlo apertamente, senza mai usare le parole. Così come senza mai usare le parole aveva, in maniera latente, creato un legame tra noi, il suo lavoro e la sua gente. Quella gente che, a centinaia, aveva atteso il suo arrivo nel cimitero di Cervino fino a tarda sera di una domenica bollente di luglio. E l’aveva salutato con lacrime e applausi e fuochi d’artificio in segno di riconoscenza per quello che aveva dato a tutti loro.
Caro Papà, mentre ero nel tuo ufficio, ho sorriso di orgoglio e ho desiderato di saper fare un giorno bene e con dignità il mio lavoro come tu hai fatto il tuo. L’ho giurato davanti alle cose che infilavo nello scatolone ancora aperto. E nella mia borsa ho infilato la Pazienza. Si, il tuo non è stato solo un lavoro ben fatto, il tuo è stato un capolavoro: come comandante, come marito, come padre, come uomo.

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