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Il grande Carver, il mestiere di scrivere e le mie piccole nuvole

Ho appena finito di leggere un libro meraviglioso, Il mestiere di scrivere, nel quale i curatori, William L. Stull e Riccardo Duranti, raccolgono esercizi, lezioni e saggi di scrittura creativa di Raymond Carver.
Debbo la sua scoperta alla congiunzione di una mia amica docente e scrittrice, Alessandra Carati, e di un laboratorio di storytelling digitale, il NetizenLab Smart Rione Sanità, nel quale un po’ di intrepide ragazze, e ragazzi, sperimentano, metteno in campo, arricchiscono la loro voglia di ascoltare, di capire, di raccontare il territorio.

Carver è grande, in talune pagine immenso, prodigo di suggerimenti e idee, come quando citando qua e là ti dice che “una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura” (Ezra Pound), o che “bisogna scrivere un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione”, o che nella scrittura “niente trucchi da quattro soldi” (Geoffrey Wolff) o che “non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto” (Guy de Maupassant).
Il mestiere di scrivere è insomma un libro a cinque stelle pieno zeppo di spunti e idee da lasciarti senza fiato, dunque non provo neanche a raccontarvelo, vi dico piuttosto che sono stato sorpreso e felice, rileggendo le mie pagine di appunti, della frequenza con la quale ho segnato la parola “fatica”.

Sorpreso perché mentre leggevo le mie parole chiave erano piuttosto “bellezza”, “genio”, “modestia”, “determinazione”, “realismo”, “impegno”. Felice perché come sapete questa storia della fatica che c’è dietro qualunque lavoro ben fatto, per quanto creativo o brillante esso possa essere, è un po’ il filo conduttore della mia ricerca umana, scientifica e, se  mi passate il termine, letteraria.

Alla fine del volume sono proposti 50 esercizi, e quando ho visto che uno di  essi suggeriva di “riscrivere” un proprio racconto non ho resistito.
Ho scelto il più breve che ho scritto, perché è il più breve, perché è nato per caso durante un viaggio in aereo tra Genova e Napoli fatto tutto con la faccia spiaccicata sul finestrino, perché ci sono molto affezionato, perché è pieno di punti e di virgole e la storia del “punto che trafigge se messo al posto giusto” mi ha trafitto davvero, non solo per Carver, anche per Alessandra,  che lei me lo aveva detto ancora prima che per lei i punti e le virgole invece di aiutarlo, il racconto, gli creavano problemi.
Così mi sono rimesso al lavoro, senza grandi stravolgimenti, punteggiatura e singole parole, spero ne abbia tratto beneficio, ma forse anche no, in fondo è un esercizio, il racconto originale resta sempre là, nessuno lo tocca. Comunque l’esercizio lo trovate dopo la foto, seguito a sua volta dalla versione originale. Buona lettura.

mani

Il lavoro e le cose. La nuvola
Grigia come la fumarola che viene su dalla ciminiera in mattoni rossi della fabbrica dove lavora il papà della maestra Chiara.
Bianca come la panna che il gelataio matto monterà su morbide praline di cioccolata nelle calde sere riminesi che verranno.
Nera come la signorile nonchalance cadaverica, e l’inchiostro, con cui Bartleby lo scrivano eseguiva il proprio lavoro di copista.
Densa come la miscela di caffè arabico che clochard sorridenti, artigiani insonni e improvvisati croupier bevono all’alba senza sovrapprezzo ai tavolini del bar di Luciano, prima di ridarsi alle strade, alle botteghe e al sonno.
Riccia come i capelli della sarta Maria, come la lana che ci fanno la barba di Babbo Natale e i capricci di Catello, che almeno la domenica non avrebbe voglia di alzarsi così presto per aprire quella benedetta pompa di benzina.
Porosa come l’argilla che il fioraio Michele dona a chi gli compra una pianta, che ne basta poca, di argilla, e la pianta non muore di sete.
Evanescente come certe storie di lavoro che non sai mai cosa ti aspetta domani.
Accogliente come il sorriso di Ada che porta le lettere, che tutti in paese ne parlano, perché la gentilezza vale tanto nelle cose di ogni giorno.
Rossa come i tramonti a settembre con il cielo sempre sopra e sotto, a volte, il mare.
E io sono una nuvola.

Versione originale (da Testa, Mani e Cuore pag. 183)

nuvola

Il commento di Vincenzo Orefice a «Il mestiere di scrivere»

Sono riuscito a leggere il libro di Carver il mestiere di scrivere. La domanda sorge spontanea ti è piaciuto ? Beh direi di si. Una delle cose che mi ha compito è il consiglio di rileggere ciò che si scrive più volte per riuscire poi ad arrivare ad avere un testo come a me piace definirlo, “senza buchi”, cioè quando si è convinti di ciò che si scrive e non si vuol cambiare nemmeno una parola. Questa cosa riportandola alle cose che scrivo posso dirlo solo per quanto riguarda una delle mie canzoni, «Sono speciale» unico testo dove non cambierei nessuna parola, ero felicissimo del testo appena la scrissi. Tutte le altre invece con il senno di poi avrei cambiato qualcosina. Però mi domando: se io rileggo, rileggo e rileggo sempre il testo e non lo sento “senza buchi” (come a me piace difinirlo) non rischio di non pubblicarlo mai?
Altra cosa bella è vedere i consigli che lui da ai suoi studenti, di cosa togliere e aggiungere ai loro scritti, quasi una correzione maniacale per cercare di rendere il testo migliore, comprensibile per tutti, ma soprattutto evitando che il lettore possa farsi delle domande sulle cose che un alunno scriveva. Qui mi accorgo della grandezza di questo scritto che comunque è stato preso in considerazione da molte persone. Come sempre quando leggo un libro mi piace sottolineare le frasi e parole che mi colpiscono di più e quindi mi piace condividere con voi alcune delle frasi che ho evidenziato:
1- Ho imparato che è possibile piegarsi e spezzarsi allo stesso tempo
2- Qualcosa nelle ossa mi diceva che dovevo farmi un po’ di cultura prima di andare avanti e diventare uno scrittore
3- UNO SCRITTORE SCOPRE QUELLO CHE VUOL DIRE MEDIANTE UN CONTINUO PROCESSO CONSISTENTE NEL VEDERE QUELLO CHE HA GIA’ FATTO. E QUESTA VISIONE, QUESTO PROCESSO DI MESSA A FUOCO DELLA VISIONE, SI OTTENEVA MEDIANTE LA REVISIONE.
4- Se le parole e i sentimenti sono disonesti, se l’autore bara e scrive di cose che non gli stanno a cuore o di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcun altro mostri interesse per il racconto
5- Il fallimento e le delusioni sono comuni a tutti noi. Il sospetto che stiamo imbarcando acqua e che le cose non vanno come avremmo voluto, prima o poi colpisce tutti.
6- CORREGGO PERCHÈ COSI’ FACENDO MI AVVICINO PIAN PIANO AL CUORE DELL’ARGOMENTO DEL RACCONTO. SENTO DI DOVER CONTINUAMENTE TENTARE DI SCOPRIRLO.
7- Talento, il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato.
8- Sapete, quando si scrivono i racconti, i nostri peggiori nemici siamo solo noi stessi, capite? O siamo lì che mettiamo cose di cui non c’è davvero bisogno, oppure nascondiamo quel che conta sul serio.