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Dialogo di un nipote saggio e di uno zio narratore

Cellole, Caserta. Anno di grazia 2014
Zio, ma perché continui a raccontare tutte queste storie? Guarda che tra un po’ ti devo cancellare dai miei amici, che io ne ho pochi, e quando mi collego ci stai sempre tu sulla mia pagina. Ma hai fatto una scommessa? Devi arrivare per forza a mille?”
Angelo ha 12 anni, e qualche domenica fa, mentre sua madre, mia sorella Nunzia, preparava il ragù che piace a me, quello con le tracchie (puntine o costine a nord del Garigliano) di maiale, mi ha preso, come si dice, di petto,  e allora io prima gli ho sorriso, che quello aiuta sempre, e poi gli ho chiesto se aveva voglia di ascoltare una storia.
“Si, zio – mi ha risposto -, i tuoi racconti mi piacciono”, e così ho cominciato a narrargli di Yin Xi, il comandante della guarnigione in cima al passo che delimitava la provincia di Zhou, nella lontana Cina, che secondo la leggenda chiese a Laozi di lasciare una traccia scritta della sua saggezza prima di oltrepassare il confine.
“Fu così – mio caro Angelo -, che il vecchio (lao) maestro (zi) decise di scrivere i 5 mila caratteri che compongono il Tao Te Ching, un libro molto bello che tra qualche anno lo zio ti regalerà, però tu ricordamelo, che come sai la memoria non è stata mai il mio forte.”
“Non ti preoccupare zio, che invece io non dimentico niente, però spero che la tua storia non sia ancora finita, perché per adesso non ho capito niente.”
“Tranquillo, non è finita affatto, però adesso ti tocca fare un salto assieme a  me dalla Cina alla Grecia, perché dobbiamo incontrare un eroe, che forse conosci, Ulisse.”
“Sì, lui lo conosco.”
“Ecco, benissimo. Perché lo conosci?”
“Perché sta nei libri, perché me ne parlato Flavia, perché c’è un programma su Rai 3 che si chiama Ulisse, perché …”
“Aspetta, fermati, riassumiamo: sai di Ulisse perché qualcuno ne ha scritto e/o ne ha raccontato.”
“Diciamo di si. E invece non sapevo niente del cinese di cui hai raccontato prima perché qui in Italia i cinesi non è che siano troppo amati e perciò se ne parla poco.”
“Beh, più o meno, comunque il concetto è questo:  esiste soltanto ciò che ci viene tramandato, a voce, con i libri, con l’arte, con il cinema, con le canzoni, con quello che ci pare.
Se il comandante cinese non avesse ‘obbligato’ il vecchio maestro a scrivere, la sua saggezza sarebbe andata perduta. E lo stesso Ulisse, persino lui, l’astuto, il polimorfo, sarebbe presto finito nel dimenticatoio se Omero non avesse raccontato le sue gesta”.

“Zio, quello che stai cercando di dirmi è che le persone e le cose esistono soltanto se qualcuno le racconta?”
“Bella domanda. In un certo senso si.”
“Che vuol dire in un certo senso?”
“Vuol dire che se ad esempio da qualche parte c’è un paese dove tantissimi bambini muoiono di fame e nessuno ne parla è come se quei bambini non esistessero. Naturalmente esistono, e muoiono, ma per me, per te, per miliardi di persone che non siano loro che stanno morendo e i loro familiari e al massimo la loro nazione è come se non esistessero”.
“Non è che ti sei spiegato proprio bene ma penso di aver capito. E tutto questo vale anche adesso che ci sono  Facebook e Internet, vero?”
“Certo, non solo vale, vale di più che in ogni altro periodo della storia degli uomini.”
“E perché?”
“Perché con internet non è cambiato solo il racconto, sono cambiate anche le sue regole. Oggi grazie alla Rete siamo in tanti ma tanti di più a poter raccontare le cose, e questo le cambia, nel senso che stabilisce una relazione che prima non è stata mai così forte tra il racconto e la possibilità di cambiarle, le cose, non so se mi spiego.”
“No, non ti spieghi.”
“Hai ragione, provo a fare un esempio. Quando avevo la tua età se il telegiornale diceva una cosa pensavamo tutti che era vera. Se ad esempio tu dicevi che il Napoli aveva comprato Maradona e il tuo amico diceva che non era vero, bastava dire “l’ha detto la televisione” e la discussione terminava. E questa cosa qui è andata avanti per molto tempo, per certi versi e certe categorie di persone è così ancora oggi, e invece non è mai stato veramente così, soprattutto per le cose veramente importanti, la politica, l’economia, ecc. Però si diceva così, che se una cosa la diceva la televisione era vera, e le persone ci credevano.”
“Zio, alle elementari era così anche per la maestra.”
“Ecco, bravo, appunto. ‘L’ha detto la maestra dunque è vero’ è un’altra narrazione, che a volte ha creato dei problemi ai bambini che non sapevano se credere alla maestra o ai genitori”.
“Sì, questo è vero, una volta è successo anche a me”.
“Certo che è vero, anche le cose che si narrano di te sono importanti. Ad esempio il fatto che sei un ragazzo studioso conta, ti fa prendere il mezzo voto in più all’interrogazione e non fa pensare al prof. che hai copiato se copi il compito di matematica.”
“Zio, io non copio i compiti, neanche quello di matematica.”
“Lo so, Angelo, era per dire, facciamo un altro esempio: se tu di solito quando mangi la pasta con il sugo sporchi la tovaglia e tua sorella Flavia no, anche la volta che la tovaglia la sporca Flavia saremo tutti portati a pensare che sei stato tu.”
“Zio, io non sporco la tovaglia, e poi Flavia lo dice se è stata lei. Comunque ho capito cosa vuoi dire. Tu racconti tutte queste storie di persone che fanno bene il loro lavoro perché vuoi farci capire che in Italia ci sono un sacco di persone così e speri che a un certo punto ci comportiamo tutti come se fosse così.”

“Grande! Si, più o meno funziona così. Io racconto l’Italia che  prova soddisfazione nel fare bene quello che deve fare, qualunque cosa essa sia: pulire una strada, progettare un palazzo, costruire un ponte, cucinare il ragù come sta facendo tua madre.
La mia è l’Italia  delle persone normali che  con il loro lavoro, con l’intelligenza, l’amore, l’impegno che mettono nelle cose che fanno, cercano di cambiare il futuro del nostro Paese e di dare più possibilità ai ragazzi come te, non so se mi spiego.”
“Un po’ si e un po’ no, zio. Però penso che da solo non puoi mai farcela, scusa se te lo dico.”
“No no, fai bene a dirmelo, io sono d’accordo con te, consumo le mani e le dita a furia di scrivere che abbiamo bisogno di cento, mille, diecimila,  narratori, di nuvole di Omero pronti a testimoniare, raccogliere, raccontare, le storie vere che vogliamo diventino la colonna sonora delle nostre vite e del nostro futuro. E’ per questo che insisto tanto, non devo vincere nessuna scommessa, spero solo che prima o poi questa nostra Italia la possiamo raccontare tutti assieme e a un certo punto la cambiamo, la facciamo diventare più bella.”
“Zio, ti dispiace se ci fermiamo? A un certo punto mi era sembrato di capire ma poi mi sono perso di nuovo. Però non ti preoccupare, non ti cancello più, ho capito che stai cercando di fare una cosa giusta, non importa se mi occupi lo spazio sullo schermo, io vado giù con il mouse e ho risolto”.

Voce fuori campo: “Il ragù è in tavolaaa”.
Benvenuti in Paradiso.

PS
Per chi non si accontenta, consiglio Cloud storytelling e societing organization, contenuto in Societing Reloaded, Pubblici Produttivi E Innovazione Sociale, il bellissimo volume curato da Adam Arvidsson e Alex Giordano edito da Egea.
angelo1