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Filomena, i Makardia, il cuore e la terra

BACOLI, 23 DICEMBRE 2020
Caro Diario, in 6 anni accadono tante cose nelle vite delle persone, cose di vita, cose di lavoro, cose di passioni, e naturalmente anche nella vita di Filomena è stato così. È da tanto che vorrei tornare a raccontarla, e prima o poi stai sicuro che lo farò, intanto lei sui social ci ha raccontato una bella storia che mi faceva piacere condividere anche con te e perciò eccomi qui.
Sì, sì, hai capito bene amico Diario, la mia è una storia rubata, te la faccio raccontare da lei come da tradizione, di mio ci sta solo il taglio e incolla e qualche legatura.

13 Dicembre
Ebbene sì! Manca pochissimo! Domani 14 dicembre e il prossimo lunedì 21, su Sky Cinema, Cops, il nuovo film di Luca Miniero con Claudio Bisio e altri bravi lavoratori.
Che ci faccio io? Ho conosciuto Luca in Irpinia, eravamo al Goleto, lui stava lavorando al corto di Pasta Armando e mi sentì cantare la mia canzone “famosa” con Vincenzo Perna e Virginio. Il lavoro era quasi ultimato e mi chiese di inserirla nei titoli di coda.
Dopo questa cosa ci siamo sempre sentiti, abbiamo progettato dei fatti, finché l’anno scorso c’è stato il momento giusto per riuscirci davvero. Ma nel film non troverete solo un’esibizione da bar di musica dal mondo targata Makardìa, bensì una can zo ne da mo re scritta insieme a Luca e cantata da me, con gli arrangiamenti di corde di Amilcare D’Andrea e la rumoristica rurale di Virginio Tenore, con l’italiano del cinema che si intreccia sempre a quello che più mi rispecchia, il dialetto. Insomma, sintonizzatevi, scopriteci, fatemi sapere com’è, ca io Sky Cinema non lo tengo!

15 Dicembre
Grazie a tutti quelli che ci hanno seguito e scritto per l’uscita di ieri sera. È stato emozionante, un’eco irpina in un film dal grande pubblico, un pezzo di me, un pezzo di Lioni, un pezzo di Aquilonia che si intrecciano a una delle canzoni preferite del nostro repertorio dell’est. Per chi è riuscito a vedere tutta la puntata, spero vi sia piaciuto. A me sì! Ma non finisce qui! Ricordatevi di sintonizzarvi il 21 dicembre sempre alle 21:15 per ascoltare il pezzo forte. Un abbraccio… e una cioccolata calda!

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17 Dicembre
Ed ora un po’ di backstage! Ecco le foto che tutti volevate vedere: Filomena sotto i ferri dei truccatori!
È stato molto divertente, appena arrivata in reparto (reparto acconciature), ho dovuto spiegare che non mi ero mai truccata in vita mia e che non avrei sopportato niente in faccia. Non ci potevano credere e non sapevano cosa fare. Per fortuna si è affacciata una tipa e ha detto: “Mi raccomando, i Makardìa lasciateli come sono, perché Luca ha detto che già so’ belli così!”
Indosso: Completo di mamma Maria Grazia comprato a Lioni da Annamaria Coccapani di Rossano Ruotolo, orecchini presi a Calitri da Luciano Capossela Gioielli e prima di andare in scena ho mangiato una bella pizzetta e tre sciù alla crema di Remuccio di Aquilonia di Annalisa Capraro.

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21 Dicembre
!!! OILLOC !!! Vi stavate dimenticando. Stasera ore 21:15 seconda puntata di COPS su Sky Cinema.
C’avessa esse pure io con il pezzone! Connettetevi, ditemi, fatemi, ciaccami, ciao.

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22 Dicembre
Sicuramente volete sapere anche la storia di questo vestito. Certo, ‘na vota tanto ca me metto ‘na vesta, ve l’aggia conta’! Ebbene, si tratta di una “pezza” pakistana comprata al mercato, ma non a un mercato qualunque, bensì alla fiera di Santa Maria Aquas di Sardara in Sardegna, nell’anno in cui ho portato per la prima volta mia figlia Maria Grazia – figlia di un bicchiere di Abbardente di Distillerie Lussurgesi
– nei luoghi familiari tanto cari a mamma e a nonna Gina. Figuratevi che nel reparto taglio e cucito mi hanno dovuto anche tappare un buco, ma ve l’ho detto, Luca Miniero ci ha fatto fare quello che siamo.
La canzone che avete ascoltato per la prima volta è stata creata apposta per il film, e tra le strofe d’amore in italiano non ne poteva mancare una in dialetto che avevo scritto qualche anno fa e finalmente ha trovato la giusta collocazione: “l’ammore è ‘no bello juóco, comm’a ‘na lèona dind’a lo ffuoco”.
E dopo aver parlato così bene di me, vi lascio e ci vediamo nel 2025 quando finalmente potrò indossare una gonna handmade di Roberto Maccioni.

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Ecco amico Diario, direi che è tutto, anzi no, ci manca Filomena che canta la sua canzone nel film. Per quella però bisogna vedere il film. Buona visione.

NAPOLI, 9 SETTEMBRE 2014
Caro Diario, questa storia comincia con Amilcare D’Andrea, chitarrista, Virginio Tenore,  percussionista e cantastorie e Filomena D’Andrea, testi, musica, voce, chitarra classica e fisarmonica, che loro quando fanno musica sono i Makardìa, termine che i vecchi di Aquilonia, in provincia di Avellino, dove è nato Virginio, che Amilcare e Filomena sono invece di Lioni, usano a volte per auspicare l’aiuto di Dio (“magari a Dio!”), altre volte per dire “non importa, non fa niente” mentre sono pochi quelli che pensano che derivi dal greco “ma-kardìa”, “il mio cuore”. Però poi non continua così, nel senso che per raccontare di questo fantastico gruppo che usa, nel senso caro a Wittgenstein, le parole e la musica per esprimere la voglia, il bisogno, la possibilità di tenere assieme identità, comunità, impegno (ad esempio contro l’inquinamento e il caporalato) cambiamento, futuro, che canta di Armando (canzone vincitrice del premio alla colonna sonora Key Awards 2012), di Pietro il petroliere, di Energia e di tanto altro ancora ho scelto di raccontare Filomena, che se cambi “Di tanti uomini che siamo, che sono” con “Di tante donne che siamo, che sono”, Neruda pare che Siam molti, una delle sue più belle poesie, l’abbia scritta apposta per lei.
Non mi credi amico Dario?, e allora leggi qua: autrice di testi e musiche, cantante, chitarrista e fisarmonicista, laureata in letterature e culture comparate all’Università di napoli Federico II, autrice di “A Joshua piacevano i pistacchi”, libro di racconti con le radici (fonti) che affondano nei vangeli apocrifi, nella fantasia e nei suoi studi per la tesi, “I Profumi della Maddalena” (la figura della Maddalena nella letteratura, in particolare in rapporto a un aspetto che la accompagna sempre, il profumo, l’unguento), moglie di Virginio e sorella di Amilcare, un po’ antropologa e un po’ “pasionaria”. Insomma ho pensato che fosse una buona idea raccontare lei per raccontare i Makardìa, e poi ho pensato anche che una persona così se si racconta da sola funziona di più, ti dice cose che tu faresti fatica a domandarle, e così ho fatto: le ho detto della mia idea, del perché racconto di #lavorobenfatto, di cosa mi sarebbe piaciuto scoprire di lei, e poi le ho chiesto di scrivere, e alla fine penso che avevo ragione io, perché a me il suo racconto piace assai.

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«La mia passione per così dire attiva per la musica nasce negli ultimi anni di Liceo Classico, sul cocuzzolo di Sant’Angelo dei Lombardi. Ci riunivamo di nascosto a cantare con la chitarra le canzoni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, di Eugenio Bennato, fino a De André, affacciandoci in qualche modo a quel Mediterraneo che ci appariva tanto lontano. Ciò detto c’è da aggiungere che nella realtà nella musica ci sono cresciuta, con i dischi anarchici e di lotta di mia madre, con gli appunti delle paesanelle lionesi di mio padre, con le collezioni di De André e le canzoni a tutto volume in macchina. Ma in quegli anni non pensavo certo di arrivare a scrivere, ad arrangiare, a ricercare.

Poi l’università. Napoli. La città vicina e lontana. Credo che dai nostri paesi scegliere Napoli come destinazione degli studi universitari è un po’ come voler tenere due piedi in una scarpa, un voler rimandare a dopo le “grandi aspettative” della vita, o almeno così è stato per me.
Non volevo allontanarmi dalla mia casa e dalla mia famiglia e presto ho capito che le “grandi aspettative”, così come le considera la maggior parte delle persone (fare i professori, gli ingegneri, i medici) non erano per me.
Nonostante la musica non l’abbia studiata, a parte le classiche lezioni di pianoforte contro la tua volontà al tempo delle elementari, in un certo senso, per quanto indirettamente, la mia scelta universitaria è stata una strana strada per arrivare a Makardìa.
Ho affrontato il mio percorso universitario attraverso la musica di altre lingue, di altri panorami culturali. Non sono preparata a parlare in arabo o dell’arabo, in spagnolo o dello spagnolo, ma ho conosciuto i loro suoni e ho deciso di giocarci. Per quanto riguarda la comunicazione pragmatica, io voto per il grammelot come lingua sovranazionale! Sono innamorata del “suono” delle lingue. Ho capito che questo è il mio modo di stare al mondo, la scrittura, il canto, le parole mai dette ad alta voce.
Alla fine dei nostri concerti ci sono due tipi di spettatori: quelli che mi dicono essere spiazzati e innamorati della mia timidezza e quelli che mi fanno “però la capo la potissi auza’ no poco! Sei tanto brava, pecché te mitti scuorno?!”. Ma è una cosa che non riesco a correggere, forse non è detto che lo debba fare, è il mio modo di reagire all’attenzione degli altri.

Ho deciso di restare in Irpinia per vari motivi: la musica, la famiglia, le persone giuste che ho incontrato e alle quali sono accomunata dallo stesso  daimon, dalla stessa “streppegna”, che per noi si trova qua, nella nostra terra. E così quando mi chiedono “Ma che vuoi fare? Ma ‘sta laurea che hai preso? Ma butti tutto nel cesso? Ma come?! Non lo fai il concorso nazionale?”, non li rispondo nemmeno e me ne vado a “pensare”.

Ve l’ho detto, non ho “grandi aspettative” così come le intende la maggior parte della gente. Voglio cantare e scrivere, stare vicino alle persone che mi vogliono bene, senza nemmeno capire fino in fondo il perché del legame con questi luoghi. Tanto fuori è una giungla, e io ho altri tempi per dimostrare quello che so fare.
Non che in Makardìa non ci voglia determinazione, scadenza, decisione, ma la differenza fondamentale è che ho trovato una cosa che mi piace, un modo per dire quello che penso e quello che sono, e anche per mandare un messaggio sociale che sempre accompagna le nostre uscite grazie alla voce di Virginio.

Rispetto al primo, “Occhio per occhio, dentro per dentro”, percepisco che il secondo album sarà meno “folk”, o meno direttamente folk. Molti pezzi nuovi sono in italiano, ma non tutti. Alcuni pezzi dialettali (scritti da me o provenienti dal lavoro di ricerca su testi tradizionali musicati) non mancheranno mai nei nostri album, come si fa a rinunciare a scrivere nella lingua madre, come in ogni lingua il dialetto ti permette di dire cose altrimenti intraducibili, perché ci dovremmo rinunciare?».

«Già, perché?»

foto di Antonio Bergamino
foto di Antonio Bergamino