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Il mio nome è Barbato. Barbato De Stefano

Caro Diario, un po’ di mattine fa a Caselle in Pittari – a proposito, Cinzia e io Sabato prossimo ci torniamo, non vediamo l’ora – ce ne stavamo seduti al bar a chiacchierare con don Tonino Palmese e altri amici quando ha un certo punto è arrivato lui, Barbato, il protagonista di questo racconto.
Si è seduto da una parte e con gentilezza ha risposto “no” a un amico che voleva offrirgli la colazione e allora io me lo sono immaginato come Proust che al risveglio deve fare i conti con il salto nel nuovo ordine delle cose prima di connettersi con il mondo.
Qualche minuto ancora e si aggiunge a noi, si presenta – piacere Barbato – e risponde al mio sguardo curioso con “sì, è il nome di battesimo, mi chiamo Barbato, come mio nonno e come il Santo Patrono del paese dove sono nato, Cicciano”, e a questo punto io non ho potuto fare a meno di pensare alla pasta Russo e ai biscotti della salute.
Cominciamo a parlare del più e del meno e scopro che è a Cip per il Caselle Film Festival, che è regista e attore – faccio sempre la parte del cattivo, dice a un certo punto, ci vogliono i buoni per fare bene i cattivi – , che insegna italiano e storia in un istituto alberghiero di Roma e che il film che si presentava la sera fuori concorso, #Vivi, era stato realizzato proprio insieme alle sue classi.

Come puoi immaginare amico Diario già così il mio quinto senso e tre quarti ha cominciato a pizzicare, poi quando ha parlato della perdita della madre ha detto una cosa così bella – te la racconto più avanti – che ho pensato che una persona così non me la potevo proprio perdere. Ora non lo so tu che cosa avresti fatto, io gli ho dato un appuntamento, mi sono fatto raccontare un po’ di cose e il ritratto che ne è venuto fuori è questo che puoi leggere di seguito.
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«Allora Vincenzo, sono Barbato De Stefano, ho 39 anni, sono nato a Cicciano e vivo prevalentemente a Roma.
Amo l’odore dei campi di calcio con l’erba appena tagliata perché mi riporta a quando ero bambino. Sì, amo gli odori, specialmente quando mi fanno rivivere il passato, amavo molto il profumo del pastificio Russo di Cicciano.
Il calcio è una mia grande passione, da piccoli a Cicciano giocavamo sull’asfalto dietro al mulino, altre volte in campagna, al campo di Cesare, ai lati c’era l’erba al centro la terra battuta perché l’erba la consumavamo a furia di correre su e giù.
Tra le cose che non mi piacciono al primo posto c’è l’odio, l’odio che non si può nascondere perché traspare inevitabilmente dagli occhi. C’è troppo odio in giro Vincenzo, talvolta anche tra le persone che per missione dovrebbero diffondere amore.
Non so se è il modo giusto di dirlo, ma io penso di avere il dono di capire quando una persona dentro di sé odia, ed è un dono che mi aiuta da un verso – a tenermi lontano da queste persone – e mi rattrista dall’altro.

Il primo lavoro diciamo così retribuito l’ho fatto che avevo 7 anni, la signora Saveria mi promise una mancia in cambio di un piatto di gelsi, io li raccolsi dalla campagna di mio nonno Barbato, li sistemai in un piatto, li coprii per bene con una carta, li portai alla cara vecchietta e mi guadagnai la mia ricompensa.
Più avanti, diciamo dai 10 ai 13 anni, ho fatto l’aiuto piastrellista con mio padre e anche dopo, sempre nel periodo estivo, quando non andavo a scuola, ho fatto il piastrellista e poi più avanti l’animatore per bambini.
A 16 anni ho fatto il mio primo fotoromanzo, tra i protagonisti c’era anche Riccardo Scamarcio.
A un certo punto, ero alle scuole superiori, ho interrotto gli studi e a 18 anni sono andato a Roma per fare scuola di teatro. Il diploma l’ho poi preso studiando tra una quinta, un camerino, un albergo e un viaggio in pullman con la compagnia di teatro.
Ho fatto 5 anni di tournée invernale ed estiva, 180 spettacoli all’anno, cose che ora non si fanno più, dopo di che mi sono iscritto all’università.
È stato il teatro che mi ha spinto ad approfondire quello che recitavo, la letteratura, e così mi sono laureato alla Sapienza in Lettere e Filosofia.

Vincenzo, l’incontro con questi grandi attori che hanno fatto 50 anni di teatro ti fa rendere conto che sei un garzone. Vedi, io penso che il teatro vada fatto in punta di piedi, devi avere il tempo di sbagliare, come nella vita, alla fine anche accettare un rimprovero è un segno dell’amore che hai per il tuo lavoro.
Sempre alla voce lavoro, l’anno prossimo è il settimo di insegnamento, insegno italiano e storia, quasi sempre supplenze annuali, lo scorso anno all’Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Roma.
Vincenzo credimi, la mia non è immodestia, ho bisogno dell’ambiente e dell’energia giusta per lavorare bene, e la scuola è una parte importante del mio lavoro, pensa che tutti i miei lavori degli ultimi anni sono nati nella scuola.»
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Ecco amico Diario, questo è un po’ ma solo un po’ di Barbato De Stefano, attore, regista, insegnante ma soprattutto uomo legato alle sue radici, alla sua famiglia, alle sue verità.
Come dici amico mio? Se faccio qualche esempio mi spiego meglio?
Va bene, allora a un certo punto gli ho chiesto qual è il lavoro a cui è più legato e lui mi ha risposto Napoli Vincente, un inno legato alla città di Napoli e alla squadra del Napoli. Ha scritto il testo e la musica, l’ha cantato, lo ha diretto, lo ha prodotto.

Dopo di che ha aggiunto che la prima stesura di Napoli Vincente è del 13 maggio 2010, che sua madre il giorno dopo venne chiamata per un trapianto di rene, che l’intervento andò bene, che la madre anche in quel periodo seguiva passo passo il suo lavoro fino a quando l’Angelo Bianco non se l’è portata via.
Barbato poteva fermarsi. O poteva trasformare il dolore in amore. Il 13 Dicembre di quello stesso anno viene alla luce Napoli Vincente, e questa è stata la sua risposta alla vita che gli ha dato e gli ha tolto tanto.
“Vincenzo”, mi ha detto, “nel migliore dei casi gli artisti fanno vivere di rendita i nipoti, io ho scelto di vivere cogliendo l’attimo, cercando il potenziale insito nelle situazioni. Vedi, per certi versi Napoli Vincente mi ha dato la possibilità di capire quanto si possa essere ricchi senza avere un euro e, ti sembrerà assurdo, ma questa cosa ti fa essere antipatico a parecchie persone, a partire da quelli che hanno trascorso la loro vita a dare valore a qualcosa, i soldi, che non serve se non a vivere, non so se mi spiego”.
“Ti spieghi Barbato, altro che se ti spieghi” gli ho detto a mia volta mentre Cinzia, sopraggiunta nel frattempo, sorrideva.

“Vedi amico mio, giusto ieri chiacchierando a San Giovanni a Piro di Novelle Artigiane ho detto alle persone che erano lì che avevano di fronte una delle persone più ricche del mondo, e poi naturalmente mi sono spiegato meglio, chiarendo che sono ricchissimo perché ho la fortuna di avere un sacco di persone a cui voglio bene e che mi vogliono bene. A proposito, sai come diceva mio padre?”
“Come diceva?”
“Che i soldi sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste al mondo, mentre mia madre, la contadina, gli gridava di non dire fesserie perché senza soldi non si può comprare da mangiare, non si può pagare l’affitto, non si possono comprare i vestiti”.

“Perfetto, confermo che ci siamo capiti. Vedi, a me dicono spesso che ho la vita facile, che sorrido sempre e che sono sempre felice, pensa che a volte faccio gli scongiuri, ma in realtà la mia è una scelta.
Come hai capito anche io come tanti con il dolore ci ho dovuto fare i conti, ho dovuto metabolizzarlo, ho quattro sorelle e un fratello più piccoli di me e come ti ho detto abbiamo perso nostra madre 8 anni fa.
Secondo te che dovevo fare? Io ho scelto di pensare che sono stato fortunato ad averla per 31 anni, sono fatto così, non mi interessa se mi credono, secondo me c’è sempre un motivo per provare a essere felici, per apprezzare una qualunque cosa che ci capita nella vita.
La parte più importante del lavoro che faccio con i ragazzi a scuola è questo, il motivo per cui li spingo a combattere il bullismo e i pericoli del dark web è questo, la ragione per la quale li coinvolgo nei miei lavori è questa.
In tutte le cose che faccio non posso fare a meno del senso della vita, sono un po’ anarchico, non ho l’automobile, penso che sia stata una ricchezza vivere io e i miei 5 fratelli tutti in una stanza, sto sempre dalla parte di quelli più deboli, di quelli che hanno problemi, di quelli che a volte li vogliamo bocciare perché andiamo di fretta, perché sai io sono stato bocciato una volta e a scuola nessuno si è preoccupato di capire perché.”

Ecco caro Diario, penso che possiamo fermarci qui, anzi no, perché ci sono ancora tre curiosità.
La prima è la risposta che Barbato mi ha dato alla domanda chi è stata la persona con cui hai lavorato meglio – Vincenzo Salemme mi ha detto – , sono stato assistente alla regia per Bello di papà e Vedova allegra (La).
La seconda è che il titolo del film #Vivi, gli è stato dato in sogno.
La terza è che a tavola Barbato mangia tutto e gli piace l’eleganza, però attenzione ad accettare un suo invito, perché sostiene che lui a tavola capisce chi ha di fronte. Commensale avvisato mezzo salvato. Alla prossima.
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