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La madre di Vincenzo

Caro Diario, come sai un po’ del mio lavoro ha a che fare con le scuole, come mi piace ricordare dalla prima elementare all’università, e insomma ho avuto e ho la fortuna di incontrare, di raccontare e di farmi raccontare di tante belle persone che il loro lavoro di maestre/i, di insegnanti, di prof. lo hanno fatto e lo fanno proprio come piace a me, con la testa, con le mani e con il cuore. Sì amico mio, l’ultima in ordine di tempo è stata la maestra Bruna, l’ha raccontata uno dei due giovani jedi più potenti che io abbia mai conosciuto, Jepis, e insomma se sono state/i così in tante/i a leggerla una ragione c’è.
Ora capirai che in questi tempi di ordinarie follie, nei quali anche la violenza pare procedere per campagne, da quelle dei vigliacchi 15 contro 1 che impropriamente vengono definiti baby gang a quelle contro le donne e i ragazzi, leggere di insegnanti vittime di genitori e ragazzi fa particolarmente male, ma non perché ci sia una gerarchia tra violenza e violenza, perché la scuola è la scuola, lo dice la parola stessa, capisci quello che voglio dire.
Insomma per farla breve stavo pensando a che fare per dire qualcosa su questa ennesima ventata di follia, e di perdita di valori, e di assenza di consapevolezza, e di mancato rispetto dei ruoli, e di cattiva educazione, quando sono inciampato in questo post che il mio amico Vincenzo Strino – te lo ricordi?, lui e l’altro mio amico, Michele Somma, li ho raccontati qui – ha dedicato alla madre. Mi ci sono ritrovato così tanto che gli ho chiesto il permesso di raccontarlo anche a te. Vincenzo è sempre molto gentile e mi ha detto di sì. Buona lettura. 
donmilani2
Mia Madre
di Vincenzo Strino
La scuola in cui insegna mia madre è a 500 metri da qui, ma ha la sveglia puntata alle 6 da quando ho memoria.
Appena suona si alza di scatto, come se stessero per bombardare casa. Potrebbe prendersela comoda e arriverebbe comunque in orario.
Invece no.
Mia madre lavora a Miano, in quella Masseria Cardone un tempo feudo del clan Licciardi. La scuola dove stava prima qui a Secondigliano ha chiuso per mancanza di iscrizioni: la faida, tra arresti e morti, ha fatto calare le nascite tra il 2004 e il 2014.
Cominciò a Barra, al corso Sirena, con la Vesuviana da prendere oggi giorno alle 7, la festa dei Gigli che contava più di tutto e quelle storie dei genitori che abusavano dei figli e che non dimenticherò più.
Mai chiesto un trasferimento in qualche scuola in zona residenziale, di quelle dove le mamme la mattina accompagnano i figli col capello perfetto, magari scendendo da un SUV prima di andare a dirigere l’azienda di famiglia. Mai.
Sempre in trincea, a combattere contro il sistema, che qui ha sempre fatto acqua da tutte le parti, e contro l’antisistema, che era e resta una alternativa ancora credibile purtroppo.
In quelle che in tanti chiamano periferie ma che per noi significano solo una cosa: casa.
Nella nostra cucina -e chi c’è stato potrà testimoniare- c’è una credenza che ti fa ingrassare solo a guardarla. È piena di cose buone con le quali lei riempie la borsa quando esce e che dà a quei figli di un dio minore che in tanti credono che esistano solo nei libri Dickens.
Quando leggo di maestre accoltellate, minacciate o picchiate come in questi giorni, ho sempre una reazione istintiva.
Penso sempre che, se accadesse a lei, aprirei il petto del colpevole a mani nude e ne mangerei il cuore a prescindere dall’età o dal sesso.
Poi mi calmo e mi rendo conto che non è questo l’esempio che mi consegna ogni giorno.
Mia madre è una persona normalissima che crede in ciò che fa, così come quell’altro che mi sveglia ogni mattina con le canzoni di Pino Daniele, che mi prende in giro ma che poi si incupisce quando gli dico che sto pensando di trovare casa e di sposarmi.
Loro mi hanno insegnato che alla barbarie di questi tempi non si reagisce con l’istinto perché ci si imbruttisce. E non c’è dieta, palestra o filtro Instagram che tenga poi.
Pazienza, ragione e soprattutto empatia: questa è la ricetta.
Le situazioni sgradevoli ci saranno sempre e ovunque, ma chi non osa afferrare la spina non dovrebbe mai desiderare la rosa.