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Vincenzo, Michele e Secondigliano Regna

Caro Diario, questa storia qui comincia con Michele Somma che si è laureato con me all’Università di Salerno nell’Anno Accademico 2011 – 2012 con una bella tesi intitolata Scampia Connection, Costruzione di senso e processi di collaborazione competizione per la valorizzazione delle risorse di un territorio.
Perché sì amico mio: lui, il laureando, di Secondigliano, io, il prof., pure, sarebbe stato davvero un peccato non cogliere l’occasione per ragionare del nostro quartiere, del suo futuro, delle sue opportunità.
Ti posso dire senza polemiche e senza clamore come la penso da quando nell’anno di grazia 1969 con i miei 14 anni cercavo di sapere e un po’ anche di capire cosa stava accadendo nel mondo?
Te lo dico: Secondigliano non è solo camorra. Non lo è mai stata. Né quando ero ragazzo io, che anzi in quegli anni là ancora ci si riconosceva per il lavoro che facevano i nostri genitori, né adesso.
Come dici? Cosa vuol dire riconoscersi nel lavoro dei propri genitori? Significa che io e mio fratello Antonio, Gaetano e Nunzia sono venuti dopo, eravamo per tutti i figli di Pasquale, operaio dell’Enel, Tonino era il figlio di Raffaele Parola, operaio dell’Italsider, Salvatore era il figlio di Gennaro Traino, operaio della Mecfond, Stanislao era il figlio di Luigi Nocera, operaio della Mangimi Meridionale, e così era per tutti, il figlio del calzolaio, del barbiere e del salumiere: i lavori dei nostri genitori erano parte importante delle nostre identità, contribuivano a definirle e a dare loro senso, perché come sai il lavoro è tante cose, comprese cultura, senso e identità, per questo allora come oggi rappresenta il vero argine al lato oscuro della forza, che c’era allora e c’è oggi, che nessuno di noi che ama Secondigliano fa finta di non saperlo, solo che non si rassegna e soprattutto non si riconosce in una narrazione a tinta unica. Perché sì, caro Diario, Secondigliano non è solo Gomorra, e questo te lo dico non solo senza polemiche e senza clamore ma anche sottovoce, e però te lo dico chiaro chiaro, per me Netflix  farà davvero il salto di qualità quando prenderà un po’ dei suoi bravissimi sceneggiatori e registi e chiederà loro di raccontare anche, bada bene non sto dicendo solo, ma anche storie come queste di Michele Somma e di Vincenzo Strino, l’altro protagonista di questo racconto, che all’inizio era amico solo di Michele e da un po’ di anni è anche amico mio.  
Vincenzo è un blogger giornalista narratore di quelli che mi piacciono da morire, e insieme a Michele e a tante altre e tanti altri, come racconta lui stesso, la cultura, il senso, l’identità se la stanno costruendo nel loro – nostro quartiere, insomma stanno realizzando un po’ dei loro – nostri sogni, compresi quelli di cui aveva parlato Michele nella sua tesi.
Prima di lasciarti fammi tornare sulla storia di Netflix, che non è una boutade, piuttosto un pretesto: come ti ho detto tante volte i racconti sono importanti, danno senso alle persone e alle cose, contribuiscono a definire i modelli culturali, i modi di pensare e di fare le cose e le possibilità, per questo ogni tanto ci vorrebbe anche un po’ di coraggio, non si può sempre seguire la scia, a volte la scia bisogna avere il cuore per tracciarla, e storie come queste di Vincenzo e Michele penso davvero che possano funzionare alla grande. A raccontare i martiri sono buoni tutti, a raccontare le persone normali che fanno ogni giorno cose non tanto normali no. Comunque leggi, ci risentiamo mo’ che hai finito.

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«Caro Vincenzo, io e Michele ci siamo conosciuti all’università nella primavera del 2014, durante le elezioni studentesche. Qualche settimana dopo eravamo ad un bar a pochi metri dalle nostre case per parlare di ciò che in quel momento appariva come qualcosa di irrealizzabile. Un po’ come quando da piccolo sogni di diventare pilota di aerei, poi cresci e la realtà ti porta a fare tutt’altro. Questo desiderio era però più di un impulso, una necessità: provare a costruire qualcosa che, fino a quel momento, non c’era.
Ci guardavamo intorno e vedevamo un quartiere che aveva smesso di sognare, di vivere anche quell’apparenza di rinascita che sembrava percorrere il resto della città di Napoli. Secondigliano ci appariva rassegnata a vivere nel cono d’ombra tra la poesia ammaliante del centro storico e il fascino criminale delle Vele di Scampia.

In quel bar ci saremmo ritornati un mese dopo, questa volta con altre nove persone, per discutere di quello che oggi si chiama Larsec, acronimo di “Laboratorio di Riscossa Secondiglianese”, una associazione nella forma giuridica, ma che in realtà rappresenta un progetto di vita, anzi, di rinascita.
Ricordo ancora che qualcuno ci chiese se avessimo pensato ad una sede: «Certo che ce l’abbiamo – risposi – non è proprio grande ma sta lì dove più serve…». Stavo bluffando come un giocatore di poker esperto perché, in realtà, prima di muoverci in tal senso, volevo capire se io e Michele ci eravamo suggestionati a vicenda o se poteva essere una cosa condivisa con altri.
La verità è che nessuno dei due sapeva a cosa ci avrebbe portato ciò che stavamo provando a realizzare, ma avevamo le idee chiare sul cosa fare e sul dove: provare a svegliare (le coscienze di) chi, per via delle guerre di camorra, veniva a Secondigliano solo per dormire. Da qui la riscossa: è ciò che avremmo costruito nel nostro laboratorio di idee e di proposte per Secondigliano.
Avevamo un sogno e sentivamo il dovere di condividerlo con chi non ha mai potuto permetterselo. La famosa alternativa, di cui si parla tanto quando si discute di disagio sociale, per noi era ed è il Larsec. Anche se assai pretenziosa come cosa, in questi anni abbiamo provato ad alzare il tiro in termini di obiettivi, perché le risposte che ci regala ogni giorno il quartiere sono di quelle che ti portano a puntare sempre più in alto in maniera spontanea.

Nel corso di questi anni dal Larsec sono nati quelli che noi definiamo esperimenti per via della loro genesi dovuta spesso ad una chiacchierata collettiva, ma che, nella realtà, sono progetti che rafforzano il concetto di Riscossa.
Il Secondigliano Block Party è sicuramente l’esperimento che ci è riuscito meglio fino ad oggi: tre edizioni, con l’ultima che ha visto più di 5000 persone nel centro storico di Secondigliano per tre giorni con esibizioni di musicisti, artisti visivi, comici, sportivi e scrittori. Tutto gratis. Tutto in luoghi dove prima non c’era neanche l’idea di realizzare una cosa del genere.
Un altro nostro esperimento abbastanza apprezzato è il Napoli Book Club, il gruppo di lettura collettiva che sui social si scambia opinioni su un determinato libro e poi, ciclicamente, si incontra in sede, in piazza o in enoteca, per leggere tutti insieme. In un quartiere con il tasso di abbandono scolastico tra i più alti in Europa e con la forte crisi dell’editoria ci è sembrata una normale follia discutere e presentare libri lì dove prima c’era una piazza di spaccio.
L’ultimo tra i progetti, in ordine cronologico, è Secondigliano Regna: traendo spunto dalla canzone simbolo della serie tv Gomorra, abbiamo deciso di realizzare una piattaforma che consenta a chi vorrà seguirci di scoprire chi e cosa può renderci orgogliosi di essere secondiglianesi. Si va dal professore universitario al campione mondiale dei pizzaioli, dal calciatore di serie A all’imprenditore di successo: tutte persone che, con le loro storie, sono riuscite a ribaltare il paradigma negativo che i fatti di cronaca e la serie tv hanno dato al mondo su Secondigliano.
Questi i progetti principali, poi ci sono quelli che abbiamo portato avanti o stiamo realizzando insieme ad altre realtà come il Museo della Legalità a Miano, i tanti laboratori formativi insieme alle scuole del territorio ed il piccolo club del libro insieme ad alcune parrocchie.

Il Larsec non siamo solo io e Michele. Gli associati sono diventati più di cento nel corso di questi tre anni e nel frattempo si è costituito un coordinamento in cui militano, oltre a noi due e a Chiara, l’altra socia-fondatrice, le persone più attive dell’associazione. Con loro ci confrontiamo di continuo ed è grazie a loro se riusciamo ad essere attivi su molteplici fronti.
Da qualche mese siamo riusciti a costituire una rete tra le varie associazioni, le istituzioni come municipalità e forze dell’ordine, le parrocchie e le categorie professionali che operano sul territorio. Certo, il lavoro da fare è ancora tantissimo e tre anni non sono molti nel corso di una vita, ma sentiamo che in questi tre anni qualcosa è cambiato in meglio anche se, autofinanziandoci, abbiamo la sensazione che molte cose si sarebbero potute realizzare agevolmente se avessimo avuto un minimo di risorse nella cassa comune (dove, nel momento in cui scrivo, ci sono ben 13 euro).
Per questo, all’interno della piattaforma www.secondiglianoregna.it, abbiamo deciso di lanciare una raccolta fondi perenne che ci permetta di realizzare e strutturare sempre meglio i nostri progetti. Il senso è: se ti piace quello che facciamo, puoi donarci una cifra, oppure puoi decidere di venire ad aiutarci nelle varie iniziative: in entrambi i casi saresti parte di una grandissima riscossa. »

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Ecco amico Diario, questo è il racconto di Vincenzo, che nonostante le mie insistenze – a un certo punto gli ho scritto «così mi fai saltare il format» e ci siamo fatti una risata digitale stratosferica – non mi ha voluto scrivere nulla di personale, mi ha detto che magari lo facciamo un’altra volta, che questa volta qui era meglio stare concentrati su Secondigliano. Ma secondo te, gli potevo mai dare torto?
Un’ultima cosa prima di lasciarti: Secondigliano Regna mi sembra un’ottimo titolo anche per una canzone di Caparezza, avrei anche il sottotitolo, (Storia di Vincenzo e Michele Del Larsec), secondo me verrebbe bella proprio come Eroe (Storia di Luigi Delle Bicocche). Chi conosce Caparezza dice che oltre a essere uno straordinario musicista è anche una gran bella persona, cerco di procurarmi l’indirizzo mail e gli mando il link alla storia, al 99 percento non succede niente, ma per fortuna il 99 non è il 100 percento. Ti faccio sapere.
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