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La vocazione di Sabrina

«Ogni persona dovrebbe poter seguire la propria vocazione. Lo capisci davvero quando entri nel vivo del mondo del lavoro. Quando ti accorgi che la maggior parte del tuo tempo è dedicato alla tua professione e ti rendi conto di non avere più la possibilità di gestirlo come desideri. Quando diventi parte di un processo che ti fa crescere e ti completa. Quando il tuo lavoro diventa in un certo senso anche la tua identità. E su quest’ultima affermazione potrebbe aprirsi un mondo intero.
Non credo di avere una storia così interessante e così un poco sono rimasta sorpresa quando il professor Moretti – venuto a Montoro grazie all’appassionante impegno dell’amica Maria Grazia De Giovanni per la presentazione del libro Il coltello e la rete -, mi ha chiesto di raccontarla. Ricordo che a un certo punto mi ha chiesto «Allora Sabrì, che stai facendo?» e che io gli ho risposto «Prof. – lui è stato mio docente di Sociologia dell’Organizzazione a Unisa, non riesco a chiamarlo diversamente – lavoro da due anni in un’azienda di trasporti di Salerno». Dopo di che ho spiegato meglio in cosa consiste concretamente il mio lavoro – ma su questo ci ritorno tra poco – e quando ho finito lui mi ha detto ancora: «Bene. E oltre a questo “lavoro – lavoro”, come va con il tuo lavoro artigiano? Anche quello è un progetto interessante, mi piacerebbe raccontarlo».
Perché  si, il prof. è fatto così, non fa finta di interessarsi alle cose che fai, se gli interessa si interessa davvero, e quello che lui chiama lavoro artigiano è in effetti la mia grande passione, anche se non riesco mai a sintetizzarlo con una sola parola. Prometto che anche di questo vi parlo tra poco, prima perà fatemi dire che la sua definizione del mio lavoro d’ufficio mi ha fatto sorridere: “lavoro lavoro”, proprio così ha detto, in pratica un lavoro al quadrato, una ripetizione che sembra raccontare e mettere in evidenza  la monotonia e persino la pesantezza di un impiego da scrivania.
Giuro che ci ho pensato, ma non sono stata in grado di trovare una risposta diretta e chiara alla domanda “ma il tuo lavoro ti piace?”, perciò sapete che faccio?, ve lo racconto un po’, così magari faccio meglio mente locale.

Il mio è quel che si definisce “lavoro d’ufficio”. Le mie mansioni sono diverse, provo a sintetizzarle in questo modo: verificare che ciascun documento di trasporto abbia tutti i requisiti necessari affinché possa considerarsi conforme; verificare che la fattura di ogni fornitore sia corredata da relativa documentazione, autorizzandone il pagamento; gestire la fatturazione relativa agli imbarchi marittimi e agli imbarchi treno.
Ripeto, se uno lo vede in sé stesso, il mio può essere anche considerato un lavoro – lavoro. Se però ti soffermi sulle traiettorie che ciascun trasporto persegue, e cominci a considerare con l’immaginazione ogni rimorchio come un piccolo mattoncino Lego che contribuisce a costruire il mercato dei più svariati beni di consumo ecco che il discorso comincia a cambiare. E ancora di più se pensi al viaggio di quelle merci. Ai luoghi che percorrono. Alla destinazione finale. Alle persone che lavorano affinché quel trasporto si compi nella maniera giusta. A coloro che ne sono alla conduzione. Alla fatica e al sudore che investono. 
Ecco, sentirti parte di questo tutto ti fa guardare le cose con occhi diversi e inizi a pensare che in quello che fai non c’è soltanto una logica razionale. Che a guardare il porto di Salerno, dall’alto, hai davvero l’impressione di avere davanti a te una piccola città Lego. Che si può davvero arrivare lontano anche stando dietro a una scrivania. Che ci sono tante storie che si intrecciano da raccontare. Storie di lavoro narrato come quelle che piacciono al professore. Storie di cui abbiamo tanto bisogno.

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Il personaggio dell’immagine che vedete sopra rappresenta il mio alter ego, il mio lavoro e il mio cuore artigiano. Amo disegnare sin da quando sono bambina. Le matite e i colori son sempre stati il mio gioco preferito, anche se fino agli anni del liceo mi sono limitata a riprodurre immagini altrui, così, per svago.
Poi accade che esperienze, incontri o anche, perché no, delusioni contribuiscano a tirar fuori caratteristiche di te che nemmeno pensavi di possedere, e così cominci a trovar divertente tentare di riprodurre immagini idilliache che rappresentino amicizie che erano e sono di ispirazione, che insomma fanno parte di te. La sorpresa più grande? Scoprire che tutto questo è in grado di suscitare un sorriso. Da lì, cominci a portare sempre con te questa passione. Ovunque.
E così a scuola ho sfruttato le mie immagini in occasione di diverse pubblicazioni: giornalini scolastici, guide, locandine. Conseguita la maturità, mi sono ritrovata a dover effettuare una scelta importante per il mio futuro. Sempre combattuta tra logica e passione, non dimenticherò mai il commento fatto dalla mia professoressa di inglese al termine dell’esame orale: «Sabrina, sei stata in gamba, ma la commissione è rimasta delusa dalla risposta che hai dato alla domanda “cosa farai all’università”. Perché Economia e non Design o Accademia delle Belle Arti?» Segnalo per inciso che la stessa cosa mi fu detta all’esame di terza media, quando confermai l’avvenuta iscrizione al Liceo delle Scienze Sociali e non al Liceo Artistico.
La verità? “Economia” era la prima cosa che mi era venuta in mente, non volevo mostrarmi indecisa o peggio ancora insicura, infatti il giorno prima della chiusura delle iscrizioni ho scelto la Facoltà di Scienze Politiche. Una scelta che ho sempre definito “di sensazione”, una scelta che mi sembrava essere il giusto compromesso.
Anche durante l’università ho continuato a coltivare la mia passione. Ho realizzato vignette, volantini e locandine per l’associazione di Facoltà. Ho  realizzato quaderni per gli appunti personalizzati con la versione cartoon del docente di quella specifica materia. Ma la soddisfazione più grande è stata certamente quella di realizzare la copertina del testo A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica di Luca Bifulco e Francesco Pirone.

Conseguita la laurea magistrale, mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Ho trascorso lunghe giornate a compilare i format proposti dalla sezione “Lavora con noi” negli ambiti e nei setotri più svariati. Allo stesso tempo, con la mente più leggera e più libera dalle nozioni assimilate in cinque anni di intenso studio, ho potuto dare più spazio alla parte “creativa” della mia mente. Ho cominciato a disegnare in maniera più assidua, e questa volta con ago e filo, scoprendo così che non stavo più soltanto creando qualcosa di materiale, stavo anche creando il mio lavoro, come potete vedere qui.
È difficile descrivere la sensazione che si prova ad essere coinvolta negli avvenimenti più importanti della vita di una persona, che sia amica, conoscente o sconosciuta. Diventi la confidente di un piccolo desiderio. Diventi colei che ha la capacità di realizzarlo quel piccolo desiderio. E avviene un bellissimo scambio tra chi mi ringrazia per aver realizzato il piccolo manufatto dei suoi desideri e me che ringrazio per avermi regalato la sua fiducia.
A quasi un anno dal conseguimento della laurea giunge l’occasione lavorativa in azienda e il tormentato dualismo logica – passione ricomincia, ma come di certo avrete capito alla fine scelgo di tenere entrambe.
Quando trovo il tempo da dedicare al mio lavoro del cuore? A volte mi sveglio al mattino presto in modo da dedicarvi anche solo qualche minuto prima di mettere piede in ufficio. A volta capita di finire la giornata di lavoro in ufficio e scappare via per ultimare uno dei progetti nei termini previsti.

Già, il tempo. Ritengo che quando ami qualcosa il tempo non manca, il problema è che spesso è difficile capire qual è quel “qualcosa”. Secondo me la mia generazione è condannata a trovare un equilibrio tra logica (opportunità lavorativa sicura, ammesso che esista ancora) e passione (rischio, voglia di intraprendere qualcosa, determinazione e impegno per farlo). In ogni caso non si può rispondere alla domanda “chi sono io?” con la definizione della propria mansione, qualunque essa sia.
Secondo me nessuno può essere soltanto un medico, un operaio, un impiegato, un cantante, un ballerino o un disoccupato. Ciascuno sarà “anche” la sua identità lavorativa, ma questo non è tutto, non basta. È necessario non fondere o confondere l’identità lavorativa con quella individuale. Né nell’ipotesi in cui si èalla ricerca di un lavoro, e il mancato possesso dello stesso ti fa sentire demotivata/o, né nell’ipotesi in cui il tuo lavoro ti impegna così tanto da inondare il senso della tua vita di quella liquidità sociale che ci pone in una condizione di profonda incertezza.
Concludo ritornando alla mia premessa. Non credo di avere una storia così interessante da raccontare. Ma sono convinta che le storie di lavoro ci aiutano. Soprattutto quelle belle. Quelle che, comunque sia, in ogni contesto, sono fatte di testa, mani e cuore.»

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