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Sabrina, la vocazione e l’artista

Caselle in Pittari, 30 Marzo 2021
Caro Diario, ieri la nostra amica Sabrina mi ha scritto questo:
Salve prof., oggi vorrei segnalarle una cosa bella, le mie bambole sono in mostra su Arte Caroggi.
Amalia, Alba e Janet. Tre bambole, tre donne, tre storie. Perché io le storie provo a raccontarle così!
Sono felicissima, e le cose belle vanno condivise!
Poi volevo dirle anche che ho lasciato il mio lavoro d’ufficio, adesso sono mamma a tempo pieno e ce la metto tutta per tirare fuori il mio mondo di passioni. Grazie sempre per l’ispirazione. Un abbraccio.
Sabrina.

Come dici? Certo che sono stato contento, di più, felice, e lo ho chiesto se potevamo pubblicare le sue creazioni, e mi ha detto di sì, perciò eccole qui. Buona Visione.

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Solofra, 21 Aprile 2020
Caro professore, nel post che ha pubblicato l’altra sera invita i miei amici a rileggere il racconto pubblicato su Nova quattro anni fa, chiedendomi poi di annunciarne il prosieguo.
Bene, ho riletto anche io il racconto. Non perchè l’avessi dimenticato, ma perchè avevo voglia di dare uno sguardo al passato. Un po’ come quando, in vena nostalgica, sfogliamo un vecchio album dei ricordi. Anche se, al giorno d’oggi, sarebbe meglio dire una vecchia “gallery”.
Quattro anni non sono tantissimi. Eppure in questo breve intervallo diverse cose sono cambiate.
Le mie passioni hanno preso forme e colori nuovi.
Le forme di bambole di stoffa e i colori delle trame di nuovi tessuti.
Questo nuovo racconto ha inizio nel gennaio del 2017. Ne parlo mentre sono al computer con la luce calda di una lampada, nella stanza-laboratorio della casa che condivido con Guerino, il mio compagno, e con una persona di cui vi parlerò poi.
Torniamo a quel gennaio 2017. Ero in partenza per un viaggio dal quale mi aspettavo di riorganizzare alcune nuove idee, in direzione di una meta di ispirazione per farlo: Malta.
Avevo deciso di intraprendere questo breve viaggio in solitaria. Tuttavia, il giorno prima di partire, mentre preparavo la valigia, ho preso un foglio di carta ed una matita, della stoffa, poi ago e filo, ed ho realizzato una bambola. L’avevo realizzata con una sciarpa simile alla mia e con una bandierina dal fondo rosso sul quale era impressa una croce maltese bianca. Non ero più sola. A farmi compagnia durante il viaggio c’era lei.
Così, sul posto, ho iniziato a scattare foto in giro rendendola protagonista dell’avventura e cominciando a raccontare la sua esperienza sui social.
L’idea mi è piaciuta, e l’ho replicata in occasione di altri brevi spostamenti.

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Prof, si starà chiedendo se quel viaggio si è rivelato utile e se sono stata capace di riorganizzarli quei pensieri? Beh, ancora non lo so. Di sicuro posso dire di conservare tanti ricordi nel cuore di quel posto, e delle persone che ho incontrato.
Ecco perchè la sintesi di quello che faccio è rappresentata da un logo che ha la forma di un cuore con una croce stilizzata al suo interno.

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La storia delle mie bambole, intanto, era piaciuta ed era riuscita a riscuotere dei consensi. Ci sono stati amici che hanno cominciato a chiedermi di realizzarne qualcuna in occasione dei loro viaggi. Tuttavia, ero impropriamente gelosa di quell’esperimento. Per cui trovavo sempre altri progetti da anteporre alle loro richieste.
Nel novembre dello stesso anno ho perso mio padre, dopo due mesi di grandissima sofferenza.
È stato il dolore più grande della mia vita e lo scontro con una realtà, nel mio mondo fatto di colori e fantasia, inaccetabile e durissimo.
Durante quei mesi di sofferenza e dopo la sua perdita, mi sforzavo di trovare una soluzione che potesse lenire e curare quel dolore.
Colta da un improvviso impulso di positività, nonostante tutto, ho ripensato alle mie compagne di viaggio di stoffa. E alla richiesta di quegli amici che desideravano averne una per sé da portare in giro.
Ho pensato che la condivisione di quel progetto avrebbe potuto moltiplicare le occasioni di felicità, e a quanto potesse essere utile possedere un mezzo in più per conoscere e far conoscere nuovi scorci, nuove esperienze, nuovi aneddoti.
Così le mie bambole sono giunte, in breve tempo, in posti del mondo prima di allora per me irraggiungibili.

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Si potrebbe immaginare che la cosa più bella di questa esperienza sia ricevere gli scatti delle immagini in cui le mie bambole sono in primo piano sullo sfondo di cartoline di posti per ora visti soltanto attraverso letture o documentari.
Invece il momento per me più interessante è l’idea che qualcuno, quando sta per programmare il suo viaggio, decide di riporre nella sua valigia, nel suo zainetto o nella sua tasca, un pezzetto di me.
E la possibilità che mi concede di ricorrere ancora a quella matita e a quel foglio di carta,
ed ai colori delle mie stoffe. Proprio per queste ultime, in particolare, cerco di impiegare pezzi di riciclo di tessuti d’arredo. Sono affascinata dai loro ornamenti e dalle loro geometrie. Insomma, dalle loro “trame”, che nascondono storie da raccontare per materia e colore.

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Ogni progetto che realizzo mi permette di intraprendere il mio viaggio attraverso la fantasia, tra gli impegni di vita quotidiana, e lo svolgimento di quel lavoro-lavoro di cui si parla nella prima parte del racconto.
Eh sì è vero, di questo aspetto non le ho parlato. Continuo a svolgere la mia mansione di impiegata amministrativa presso un’azienda di trasporti, ma sono momentaneamente in “pausa”. Si, mi spiego meglio: sono in congedo maternità. Perchè come vi dicevo, condivido casa anche con un’altra persona oltre al mio compagno, e si tratta del nostro bambino, nato lo scorso 22 marzo.
Il suo nome è Francesco, come quello di mio padre.
Mio padre che, la volta in cui mi ha detto che con quello che faccio avei potuto perseguire un progetto tutto mio, mi ha fatto dono dell’approvazione e della fiducia che in una persona come lui, dedita esclusivamente alla famiglia e al lavoro, io ricercavo. Quello stesso sostegno che ricevo ogni giorno da mia madre, a cui devo quella che lei, Prof., chiama “vocazione”.
Lo stesso incorraggiamento che ricevo da Guerino, dalla mia famiglia e dagli amici che supportano le mie idee.
Questa è la sintesi del prosieguo della mia storia, che quattro anni fa avevamo concluso con un punto. Ma il bello delle storie di lavoro ben fatto che lei racconta è che un vero punto definitivo non ce l’hanno mai. Si evolvono e seguono percorsi prima di allora non immaginabili. Perchè fatti di testa, mani e cuore, e, per questo motivo, di ispirazione ed improvvisazione.
Ci sentiamo con il prossimo capitolo!
Sabrina

Caselle in Pittari, 2 Agosto 2016
Caro Diario, di come e quando ho conosciuto Sabrina te lo racconta lei tra qualche riga, quello che voglio dirti io è che questa ragazza qui anche se non è di quelle che sgomitano per stare in prima fila c’è sempre, anche quando un po’ il lavoro e un po’ le cose della vita la portano per sentieri che non si intrecciano con i tuoi. Ora a parte le cose simpatiche che dice di me – lo sai i ragazzi e le ragazze come sono fatti, si affezionano -, la sua storia non racconta solo molte cose sue ma anche molte cose della sua generazione, ti consiglio di non perderla.

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«Ogni persona dovrebbe poter seguire la propria vocazione. Lo capisci davvero quando entri nel vivo del mondo del lavoro. Quando ti accorgi che la maggior parte del tuo tempo è dedicato alla tua professione e ti rendi conto di non avere più la possibilità di gestirlo come desideri. Quando diventi parte di un processo che ti fa crescere e ti completa. Quando il tuo lavoro diventa in un certo senso anche la tua identità. E su quest’ultima affermazione potrebbe aprirsi un mondo intero.
Non credo di avere una storia così interessante e così un poco sono rimasta sorpresa quando il professor Moretti – venuto a Montoro grazie all’appassionante impegno dell’amica Maria Grazia De Giovanni per la presentazione del libro Il coltello e la rete -, mi ha chiesto di raccontarla. Ricordo che a un certo punto mi ha chiesto «Allora Sabrì, che stai facendo?» e che io gli ho risposto «Prof. – lui è stato mio docente di Sociologia dell’Organizzazione a Unisa, non riesco a chiamarlo diversamente – lavoro da due anni in un’azienda di trasporti di Salerno». Dopo di che ho spiegato meglio in cosa consiste concretamente il mio lavoro – ma su questo ci ritorno tra poco – e quando ho finito lui mi ha detto ancora: «Bene. E oltre a questo “lavoro – lavoro”, come va con il tuo lavoro artigiano? Anche quello è un progetto interessante, mi piacerebbe raccontarlo».
Perché  si, il prof. è fatto così, non fa finta di interessarsi alle cose che fai, se gli interessa si interessa davvero, e quello che lui chiama lavoro artigiano è in effetti la mia grande passione, anche se non riesco mai a sintetizzarlo con una sola parola. Prometto che anche di questo vi parlo tra poco, prima perà fatemi dire che la sua definizione del mio lavoro d’ufficio mi ha fatto sorridere: “lavoro lavoro”, proprio così ha detto, in pratica un lavoro al quadrato, una ripetizione che sembra raccontare e mettere in evidenza  la monotonia e persino la pesantezza di un impiego da scrivania.
Giuro che ci ho pensato, ma non sono stata in grado di trovare una risposta diretta e chiara alla domanda “ma il tuo lavoro ti piace?”, perciò sapete che faccio?, ve lo racconto un po’, così magari faccio meglio mente locale.

Il mio è quel che si definisce “lavoro d’ufficio”. Le mie mansioni sono diverse, provo a sintetizzarle in questo modo: verificare che ciascun documento di trasporto abbia tutti i requisiti necessari affinché possa considerarsi conforme; verificare che la fattura di ogni fornitore sia corredata da relativa documentazione, autorizzandone il pagamento; gestire la fatturazione relativa agli imbarchi marittimi e agli imbarchi treno.
Ripeto, se uno lo vede in sé stesso, il mio può essere anche considerato un lavoro – lavoro. Se però ti soffermi sulle traiettorie che ciascun trasporto persegue, e cominci a considerare con l’immaginazione ogni rimorchio come un piccolo mattoncino Lego che contribuisce a costruire il mercato dei più svariati beni di consumo ecco che il discorso comincia a cambiare. E ancora di più se pensi al viaggio di quelle merci. Ai luoghi che percorrono. Alla destinazione finale. Alle persone che lavorano affinché quel trasporto si compi nella maniera giusta. A coloro che ne sono alla conduzione. Alla fatica e al sudore che investono. 
Ecco, sentirti parte di questo tutto ti fa guardare le cose con occhi diversi e inizi a pensare che in quello che fai non c’è soltanto una logica razionale. Che a guardare il porto di Salerno, dall’alto, hai davvero l’impressione di avere davanti a te una piccola città Lego. Che si può davvero arrivare lontano anche stando dietro a una scrivania. Che ci sono tante storie che si intrecciano da raccontare. Storie di lavoro narrato come quelle che piacciono al professore. Storie di cui abbiamo tanto bisogno.

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Il personaggio dell’immagine che vedete sopra rappresenta il mio alter ego, il mio lavoro e il mio cuore artigiano. Amo disegnare sin da quando sono bambina. Le matite e i colori son sempre stati il mio gioco preferito, anche se fino agli anni del liceo mi sono limitata a riprodurre immagini altrui, così, per svago.
Poi accade che esperienze, incontri o anche, perché no, delusioni contribuiscano a tirar fuori caratteristiche di te che nemmeno pensavi di possedere, e così cominci a trovar divertente tentare di riprodurre immagini idilliache che rappresentino amicizie che erano e sono di ispirazione, che insomma fanno parte di te. La sorpresa più grande? Scoprire che tutto questo è in grado di suscitare un sorriso. Da lì, cominci a portare sempre con te questa passione. Ovunque.
E così a scuola ho sfruttato le mie immagini in occasione di diverse pubblicazioni: giornalini scolastici, guide, locandine. Conseguita la maturità, mi sono ritrovata a dover effettuare una scelta importante per il mio futuro. Sempre combattuta tra logica e passione, non dimenticherò mai il commento fatto dalla mia professoressa di inglese al termine dell’esame orale: «Sabrina, sei stata in gamba, ma la commissione è rimasta delusa dalla risposta che hai dato alla domanda “cosa farai all’università”. Perché Economia e non Design o Accademia delle Belle Arti?» Segnalo per inciso che la stessa cosa mi fu detta all’esame di terza media, quando confermai l’avvenuta iscrizione al Liceo delle Scienze Sociali e non al Liceo Artistico.
La verità? “Economia” era la prima cosa che mi era venuta in mente, non volevo mostrarmi indecisa o peggio ancora insicura, infatti il giorno prima della chiusura delle iscrizioni ho scelto la Facoltà di Scienze Politiche. Una scelta che ho sempre definito “di sensazione”, una scelta che mi sembrava essere il giusto compromesso.
Anche durante l’università ho continuato a coltivare la mia passione. Ho realizzato vignette, volantini e locandine per l’associazione di Facoltà. Ho  realizzato quaderni per gli appunti personalizzati con la versione cartoon del docente di quella specifica materia. Ma la soddisfazione più grande è stata certamente quella di realizzare la copertina del testo A tutto campo. Il calcio da una prospettiva sociologica di Luca Bifulco e Francesco Pirone.
Conseguita la laurea magistrale, mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Ho trascorso lunghe giornate a compilare i format proposti dalla sezione “Lavora con noi” negli ambiti e nei setotri più svariati. Allo stesso tempo, con la mente più leggera e più libera dalle nozioni assimilate in cinque anni di intenso studio, ho potuto dare più spazio alla parte “creativa” della mia mente. Ho cominciato a disegnare in maniera più assidua, e questa volta con ago e filo, scoprendo così che non stavo più soltanto creando qualcosa di materiale, stavo anche creando il mio lavoro, come potete vedere qui.
È difficile descrivere la sensazione che si prova ad essere coinvolta negli avvenimenti più importanti della vita di una persona, che sia amica, conoscente o sconosciuta. Diventi la confidente di un piccolo desiderio. Diventi colei che ha la capacità di realizzarlo quel piccolo desiderio. E avviene un bellissimo scambio tra chi mi ringrazia per aver realizzato il piccolo manufatto dei suoi desideri e me che ringrazio per avermi regalato la sua fiducia.
A quasi un anno dal conseguimento della laurea giunge l’occasione lavorativa in azienda e il tormentato dualismo logica – passione ricomincia, ma come di certo avrete capito alla fine scelgo di tenere entrambe.
Quando trovo il tempo da dedicare al mio lavoro del cuore? A volte mi sveglio al mattino presto in modo da dedicarvi anche solo qualche minuto prima di mettere piede in ufficio. A volta capita di finire la giornata di lavoro in ufficio e scappare via per ultimare uno dei progetti nei termini previsti.

Già, il tempo. Ritengo che quando ami qualcosa il tempo non manca, il problema è che spesso è difficile capire qual è quel “qualcosa”. Secondo me la mia generazione è condannata a trovare un equilibrio tra logica (opportunità lavorativa sicura, ammesso che esista ancora) e passione (rischio, voglia di intraprendere qualcosa, determinazione e impegno per farlo). In ogni caso non si può rispondere alla domanda “chi sono io?” con la definizione della propria mansione, qualunque essa sia.
Secondo me nessuno può essere soltanto un medico, un operaio, un impiegato, un cantante, un ballerino o un disoccupato. Ciascuno sarà “anche” la sua identità lavorativa, ma questo non è tutto, non basta. È necessario non fondere o confondere l’identità lavorativa con quella individuale. Né nell’ipotesi in cui si èalla ricerca di un lavoro, e il mancato possesso dello stesso ti fa sentire demotivata/o, né nell’ipotesi in cui il tuo lavoro ti impegna così tanto da inondare il senso della tua vita di quella liquidità sociale che ci pone in una condizione di profonda incertezza.
Concludo ritornando alla mia premessa. Non credo di avere una storia così interessante da raccontare. Ma sono convinta che le storie di lavoro ci aiutano. Soprattutto quelle belle. Quelle che, comunque sia, in ogni contesto, sono fatte di testa, mani e cuore.»

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