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Giancarlo, il lavoro e la vita. Fino a BTO e oltre

Mio padre diceva «ce so’ ghiuto ‘a uòsemo» per dire «ci sono arrivato con l’intuito», che lui non lo sapeva e neanche io delle connessioni di uòsemo con il termine greco osmòs, odore, a sua volta collegato al verbo osmao, (odoro, fiuto). Ecco, io con Giancarlo Carniani ci sono andato così, a uòsemo, glielo ho scritto anche, quando gli ho detto che volevo raccontarlo qui e che però non volevo raccontare il general manager di grandi alberghi di Firenze né l’ideatore di BTO – Buy Tourism Online, che quello lo conoscono già tutti, io volevo raccontare l’uomo, le sue radici, il suo approccio al lavoro e alla vita. «Che dice, le va di farlo? – ho aggiunto – se non ha tempo o voglia non si faccia scrupolo di dirmelo, anche perché quando poi lei mi manda le sue righe mi debbono piacere, che se una storia non mi acchiappa non ce la faccio a raccontarla». E’ stato a quel punto che gli ho parlato del mio «uòsemo» da vecchio scugnizzo napoletano, che quello mi diceva bene già dalla prima volta che ci siamo incontrati, a Join Maremma Online, a marzo di quest’anno. Come è andata a finire lo potete leggere da soli, a me resta da aggiungere soltanto che le virgolette, all’inizio e alla fine, sono mie.
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«Sono nato in un paesino intorno a Firenze negli anni ’60. Il mio babbo faceva l’autista per i bus di linea ed aveva una passione sfrenata per la pesca che nonostante i suoi continui tentativi non è mai riuscito a trasmettermi.
Mamma invece lavorava da casa e faceva la sarta, in particolare per bambini. Mi ricordo che a volte mi faceva dei vestiti che a me sembravano ridicoli, in realtà guardandoli oggi in vecchie fotografie ero sempre il più elegante dei miei coetanei.
Dei nonni praticamente non ne ho conosciuto nessuno. Tre erano già morti quando io sono nato e l’unico sopravvissuto era la “pecora nera” della famiglia, dato che negli anni ’40 aveva lasciato mia nonna sola con tre figlie per scappare con una donna di Rapallo. La nonna era morta poco dopo, mia madre dice di crepacuore, lasciandola sola con le due sorelle più piccole. Nessuno glielo perdonò, anche se poi per due volte mia madre comunque mi portò a conoscerlo, anche se io non me lo ricordo.
Ho una sorella più grande di undici anni e la differenza di età in un certo senso ha fatto sì che fossi un po’ figlio unico. Non che fosse una colpa, ma si è sposata a vent’anni, troppo presto per crescere davvero insieme. A mia sorella debbo però una delle passioni che ha attraversato tutta la mia vita e che continuo a portare con me, quella per la musica rock. Lei chiaramente era fanatica dei Beatles e io già da piccolino sapevo a memoria e cantavo le canzoni di Lennon e McCartney. Si, la passione per la musica non solo non mi lascerà più ma mi porterà a fondare con un gruppo di amici una radio libera, radio Iride, diventata oggi una tv locale, e a vedere decine e decine di concerti rock un po’ ovunque (cosa che ancora oggi mi piace fare).

Mio padre è stata la persona che più mi ha avvicinato al lavoro che faccio oggi. I suoi racconti quando accompagnava i gruppi di turisti con il pullman mi affascinavano e qualche volta, quando poteva, mi portava con sé. Voleva in tutti i modi che imparassi l’inglese, lo voleva a ogni costo, ed era arrabbiato con i programmi delle scuole medie di allora perché si insegnava ancora il francese. La sua vita è sempre stata casa e lavoro e purtroppo anche molto segnata dalle malattie. Nel 1972 fu colpito da un grave infarto che cambiò per sempre la sua vita e quella di mia mamma. Si salvò per miracolo ma da allora dovette cambiare tutto il suo stile di vita e anche il suo lavoro – da autista passò a bigliettaio -, oltre a fare i conti con uno stato di salute sempre precario. Mia mamma si prendeva cura di lui in un modo straordinario, quasi totale, e così ha fatto fin quando papà è vissuto. La sua malattia ha sicuramente condizionato tutta la famiglia. Ricordo ad esempio che anche da adolescente non potevo mai farlo arrabbiare perché, come diceva mia mamma, “ne sarebbe potuto morire”.

I miei vivevano in affitto in una casa piccola e si sarebbero potuti permettere l’acquisto di una casa solo alla fine degli anni ’80. Mio padre si sarebbe goduto la casa e la pensione solo per pochissimo, è scomparso infatti nel 1992 a causa di un tumore e non è riuscito a venire al mio matrimonio dopo essersi perso per malattia anche quello di mia sorella.

Io ho cominciato a lavorare prestissimo, a 14 anni. Andavo il sabato e la domenica a fare il cameriere in un ristorante. Non mi pesava non andare a divertirmi come i miei coetanei perché le 5000 lire che guadagnavo mi facevano sentire bene, autonomo, felice. A casa eravamo tutti comunisti convinti, mia madre più di tutti perché lei aveva vissuto le sofferenze della guerra a Firenze. Le elementari le feci dalle suore perché altrimenti mi sarebbe toccato un maestro “fascista” e mia madre sentenziò che “erano meglio le suore“. Per controbilanciare quella che lei pensava potesse essere una educazione troppo cattolica mi faceva frequentare l’Arci e aiutare nelle Feste de l’Unità.
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La scelta della scuola alberghiera fu abbastanza facile e condivisa. Lì sicuramente avrei imparato l’inglese. Negli anni ’70 inoltre l’alberghiero era uno dei pochi istituti dove si poteva sperare di essere selezionato per un’esperienza all’estero. Come scuola mi piaceva tantissimo, non ero un secchione ma me la cavavo bene. Erano anni caldi, c’erano la politica, le manifestazioni, gli scioperi. La mia era una delle poche scuole a tempo pieno, si facevano esercitazioni pratiche e si stava molto con i compagni di classe. Mi trasformai a poco a poco da provinciale a cittadino e con due compagni di classe decisi che era arrivato il momento di provare la grande avventura (in quegli anni un poco lo era) di andare in Inghilterra.
La scuola ci trovò un posto isolato dal mondo, un paesino della Scozia chiamato Blair Atholl. Quell’esperienza fu meglio del militare (che per inciso ho saltato per il mio astigmatismo). Difficile descriverla. Lavoravamo dieci ore al giorno in questo piccolo hotel e il resto era rock’n’roll, donne, serate nel pub, scampagnate in una natura incontaminata, baldoria, insomma la bengodi degli adolescenti. In più non si poteva vedere un italiano manco a morire e quindi imparai l’inglese molto velocemente. Dopo poco rimanemmo in due poiché uno non resistette al richiamo della fidanzata, in compenso noi, dopo avergli dato del pazzo, tornammo solo nel tardo autunno.
L’esperienza fu tale che ci tornai anche l’anno successivo. Ci avevo lasciato una fidanzatina ma non era certo quello il motivo. Partii con un nuovo amico e stavolta andammo là senza avere un lavoro e un posto dove stare, ma lo trovammo subito e ci restammo per altri mesi. Quando tornai ero molto diverso. Mi sentivo un altro, avevo acquistato sicurezza e anche una certa sfrontatezza che prima non avevo mai avuto. Mi passò di colpo la voglia di studiare e faticai a a raggiungere la maturità. Ebbi però la fortuna di dare l’orale proprio il giorno dopo del trionfo dell’Italia ai mondiali del 1982 e i professori mi chiesero più di Paolo Rossi che di Ugo Foscolo.
Il resto fu casuale: non avevo molta voglia di fare l’università e decisi per la prima volta di fare delle ferie e partii per la Spagna deciso a fare una prima vacanza vera, dato che d’estate avevo sempre lavorato.
Alla voce vacanza non mi andò bene neppure quella volta invece alla voce vita mi andò benissimo. Accadde infatti che mentre ero in campeggio a Lloret de Mar con gli amici e la mia prima fidanzata venni chiamato attraverso l’altoparlante. Dall’altro capo del filo c’era mia madre che mi diceva che cercavano un apprendista portiere all’Hotel Baglioni, che il capo portiere che era del mio paese si era ricordato che ero stato in Inghilterra e che mi voleva, a patto però che rientrassi subito. Tornai da solo in treno e da lì la mia carriera non si è mai fermata. A volte mi chiedo fino a che punto la mia vita avrebbe potuto essere diversa se non fossi salito su quel treno quella sera.

Per tutti gli anni ’80 lavorai in tanti alberghi diversi. Mi piaceva cambiare ed ero attratto dal fatto di lavorare in hotel sempre più grandi e lussuosi. A un certo punto entrai in Ciga hotels che allora era il massimo a cui si poteva aspirare. Ero l’ultima ruota del carro e lì ho imparato la disciplina. Mi facevano morire. Facevo sempre mezzanotte il sabato e riattaccavo sempre alle 7 della domenica, ma non mi sono mai arreso, andavo a ballare al Tenax (tempio della musica europea negli anni ’80) e non andavo mai a dormire. La musica continuava a essere parte della mia vita e continuavo a trasmettere alla radio due volte a settimana. Mi piaceva tantissimo chiudermi nello studio di trasmissione e parlare al pubblico, raccontavo storie, dicevo tante cose che oggi non ridirei ma sono stati momenti che non si dimenticano. L’anarchia, la spensieratezza, le serate intere passate lì dentro a parlare di tutto e di niente erano il contraltare all’altra vita, quella in cui mi dovevo vestire come un pinguino ed essere formalissimo. All’epoca, lasciato dalla prima fidanzata storica, mi ero innamorato di una ragazza di Roma e per un po’ valutai anche la possibilità di cambiare città. Non funzionò e alla fine rimasi a Firenze e riuscii a comprarmi un piccolo appartamento che avevo “appena” 25 anni (negli hotel con mance e cambio valuta si guadagnava benissimo).
Fu mio padre a convincermi a comprarlo, ce l’ho ancora, anche se ci ho vissuto pochissimo.
Negli anni della radio ho conosciuto anche mia moglie. Mi piaceva tantissimo ma non riuscivamo ad incontrarci, o ero occupato io o era occupata lei. Quando ci siamo trovati liberi, nel 91, ci siamo sposati in un anno e mezzo.

Gli anni ’90 sono stati quelli cruciali per la mia vita. E’ morto mio padre, la mia carriera è decollata, mi sono sposato ed è scoppiato un nuovo amore, pari a quello per la musica, l’amore per la tecnologia. Sono stato un fan della prima ora della Apple, quasi al limite del fanatismo.  Il mio primo Mac – è ancora nel mio ufficio – è del 1989. Mi piaceva essere “differente” e cercavo di trasmettere il verbo a tutti anche se rimbalzavo sui fanatici dei PC. Il Mac mi ha portato subito ad amare Internet, ricordo che rimasi stregato da Mosaic, il primo browser, e capii che quello che stava succedendo avrebbe cambiato tutto. Il resto è storia recente, BTO, la direzione di grandi alberghi.

Detto tutto questo mi rimane da dire solo una cosa Vincenzo: non c’è niente al mondo che sia o sia stato importante come la nascita di mia figlia. E’ arrivata tardi, dopo tanti tentativi andati a male, quando non ci speravamo più, ma è arrivata. E forse averla avuta in tarda età (io avevo 46 anni, mia moglie 43) mi ha dato una consapevolezza infinita. Crescerla è la cosa più bella che mi sia potuta capitare. Non me ne sono perso neanche un momento, e continuerò a farlo.»

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