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Tre sorelle e un antico casale

«A quel punto non dissi più niente. Secondo me non c’era più niente da dire. ‘U fici. Perché una cosa, se la vuoi fare veramente, la fai. L’ho detto anche a una signora che è stata nostra ospite qualche settimana fa: Signora, se tu sei ingegnere e vuoi portare avanti questo tuo progetto fallo. Però devi essere convinta, ma convinta al 100 percento, non al 99, perché è quando sei convinta così che ce la fai veramente.»
Ecco, questo è successo che ero arrivato da mezzora all’Antico Casale a Gioiosa Marea e l’altra metà mancava a mezzanotte di una giornata che ero uscito di casa alle 9.20 e in mezzo c’erano stati la funicolare, la metropolitana, il treno, il cellulare perso, il traghetto, l’incontro con il mio amico Teodoro Lamonica, una riunione, cinque caffè e una cena.
Non so voi cosa avreste fatto, ma io a «’u fici» avevo già deciso di raccontarla questa storia e a «ce la puoi fare» ho chiesto a Emilia se ci potevamo  incontrare l’indomani mattina alle 7.00.
«Vincenzo io dalle 6.00 sto già qui in giro per preparare le colazioni.»
«Perfetto. A domani.»

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Emilia Princiotto ha 26 anni ed è la seconda delle tre sorelle – Rosetta, 27 anni e Maria, 17 – che con l’aiuto della mamma Rosalba sono il motore e l’anima dell’Antico Casale.
Questa parte della loro vita e della loro storia ha inizio – come nelle migliori tradizioni contadine – dai nonni, che dopo una vita piena zeppa di lavoro e di voglia di riscatto erano riusciti a rilevare dalla famiglia del vecchio proprietario terriero – persone molto buone, ci tiene a sottolineare Emilia – il podere nel quale avevano lavorato per una vita, tra il frantoio, gli allevamenti di animali e la coltivazione del frumento.
«Vincenzo, il frantoio è rimasto in uso fino al 1958,  questo anche nella sua versione passata era un podere con una storia importante, si sfamava tutta la zona, c’era il latte per i bambini, c’erano uova, carne. Con gli anni il nonno ha poi lasciato il podere è ai tre figli, due donne e il maschio, nostro padre, il più giovane, quello che in pratica si occupava di tutto. Però prima di parlare di questo c’è un’altra cosa importante che ti devo dire.»
«Dimmi».
«Finita la terza media, a 13 anni papà decide che deve provare a farsi una strada sua, che deve affrancarsi dal nonno che come molti di quella generazione era un po’ un padre padrone, e comincia a lavorare come lavoratore edile.»
«Freud avrebbe detto che psicologicamente parlando avverte la necessità di ammazzare il padre.»
«Questo non lo so. So però che nel 1977 inizia a lavorare in edilizia e nel 90-91, nel periodo in cui sono nata io, dopo anni di sacrifici durissimi e giornate di lavoro che non finivano mai, tutto il giorno per l’impresa e la sera in proprio, apre la ditta e avvia la sua attività. Nel 1993 il nonno muore e papà prende la sua parte di proprietà e dal 1991 fino al 2009 porta avanti sia la sua impresa che la campagna, che comincia a gestire anche quella come impresa. C’era un piccolo allevamento di maiali, l’olio con le 250 piante di ulivo che oggi fanno parte dell’azienda. Tu adesso ti starai chiedendo perché mettersi a lavorare anche il terreno.»
«Già, perché?»
«Perché tutto questo era parte di lui e della sua vita, e anche perché gli piaceva condividerlo questo posto, gli piaceva stare assieme agli altri, quando si ammazzavano i maiali la festa durava tre giorni, arrivavano amici da tutte le parti. E’ lui che sogna di  fare l’agriturismo. Ricordo che quando ero piccola lui guardava fuori tutte quelle case vecchie e diceva Emilia questo un giorno sarà un bellissimo posto.»
«Non era solo tosto, era anche visionario.»
«Non è che era tosto lui, era tosta la vita che faceva, era tosta la vita che faceva suo padre, se la notte pioveva e le sorelle più grandi si alzavano anche papà si alzava per ricoverare il fieno o fare qualunque altra cosa fosse necessario fare. Quando fai una vita così diventi tosto per forza, e così ci metteva alla prova: fatevi le spalle forti – diceva – i vostri sacrifici sono niente rispetto a quelli che ho fatto io.»
«Emilia, stai facendo l’elogio della tostezza.»
«Vincenzo, se non fossimo state toste io e le mie sorelle oggi non potremmo essere qua, ci stanno delle cose che erediti, è una questione di principi, di sani principi della vita. E comunque papà non era solo tosto, lui era bravo, e vedeva, aveva la terza media ma vedeva lontano. E poi il suo lavoro gli piaceva, architetti e ingegneri davanti a lui stavano in silenzio, perché lui sapeva dove andava.»
«Non ti arrabbiare, l’ho detto già io che era un visionario.»
«Non mi arrabbio, ti racconto solo come è andata. Nel 2009 decidiamo di andare avanti con questo progetto dell’agriturismo, io nel 2010 apro l’azienda agricola e iniziamo a lavorare nell’agricoltura. I finanziamenti arriveranno solo nel 2012, quando finalmente ci dicono che il progetto è passato.  E quando mio padre viene a mancare.»
«Una gran brutta botta.»
«Una gran brutta botta non basta a rendere l’idea. Si blocca tutto. Si ferma la macchina, si ferma il tempo, si ferma la ditta di costruzioni, si ferma l’agriturismo. Ci manca l’aria, ci manca il fiato, ci manca lui che tirava il carro. Certo, noi eravamo tutte appresso a lui a correre, però iddu curreva forte.»
«E allora?»
«E allora a una settimana dalla sua morte cominciano ad arrivare tutte queste lettere che intimano di iniziare i lavori. A quel punto ci troviamo davanti a una scelta: o chiedere l’annullamento del progetto, rinunciare, o andare avanti.»
«Immagino come vi siete sentite.»
«Non credo. Tutti intorno a noi dicevano di lasciar perdere: tre fimmene più la mamma, cosa vi siete messe in testa di fare, le donne devono lavare, stirare, fare figli. Persino quando andavamo a comprare qualcosa le persone che incontravamo ci dicevano voi siete pazze.»
«E voi?»
«E noi che dovevamo fare? Abbiamo cominciato a discutere, a interrogarci su quale decisione prendere perché naturalmente non è stato semplice. Discussioni infinite, ci siamo messe e trovate davanti a mille domande e mille risposte:«ma lui che avrebbe fatto?» «ma io che faccio?». Vincenzo, in situazioni così te ne stai giornate intere in silenzio a chiederti cose come queste. Penso che a un certo punto sia entrata in campo anche la nostra fede religiosa, perché noi siamo così, cattolici, inquadrati, e la fede ci ha aiutato, perché è vero sai, tu poi ti chiedi «il Signore per me che cosa vuole» e quindi anche se sapevamo che saremmo andati incontro a un sacco di debiti, problemi, difficoltà ci siamo detti ora lui non c’è più, lui nostro padre intendo, però alla fine questo agriturismo l’abbiamo pensato come occasione per trovare la nostra strada, il nostro lavoro.»
«A me che lo vedo fatto l’agriturismo sembra difficile immaginare uno scenario diverso.»
«Ma si, dai, alla fine questo è anche il legame con nostro padre, nel senso che anche se lui se ne è andato fisicamente qualsiasi cosa qui parla di lui. Magari lui l’avrebbe fatto più bello, questo è naturale, ma qui tutto quello che vedi di bello parla di lui, i suoi cantieri erano così, il suo lavoro era così, bello.»
«E così dopo mille discussioni decidete di andare avanti.»
«Si. A ottobre 2012 lui manca e a febbraio 2013 noi cominciamo i lavori. Mi credi?, non so come dirlo, allo stesso tempo non avevamo nessuna voglia di farlo e non ci eravamo data nessuna possibilità di fare diversamente.  E’ così, è una cosa che viene da dentro, problemi o non problemi. Pensa che io abbandono l’università, non esco più, la piccola che aveva 14 anni non voleva più andare a scuola. Sentiamo tutte dentro un vuoto che è impossibile colmare, ancora oggi è come se fosse successo ieri, e però la vita comunque non si ferma: io riprendo l’università, ho conseguito la laurea triennale a economia, ho la specialistica in corso, la piccola sta al liceo scientifico, la grande studia a giurisprudenza laurea magistrale.»
«E il casale
«E il casale avevamo 24 mesi di tempo per finire i lavori, abbiamo chiesto una piccola proroga e a giugno 2015 abbiamo scritto la parola fine al progetto. Pensa che l’ultimo mese è stata così tanta la corsa che in effetti non ci siamo resi conti che avevamo finito.»
«E invece si.»
«Già. 10 posti letto, un approccio che ci spinge a mettere in comune le tradizioni, le origini, le generazioni, la cultura, aa storia, la forza che cerchiamo di condividere con i nostri ospiti, che anche se sembra una frase fatta per noi davvero quando vengono qui devono sentirsi a casa.»
«Devo riconoscere che anche in poche ore sono rimasto colpito dalla vostra curare per il particolare.»
«Sono contenta. E’ da questa cura che nascono la nostra ospitalità e i nostri prodotti, l’olio fruttato medio leggero a basso piccante e amaro cultivar verdello, gli ortaggi, i funghi che coltiviamo in serra, l’orticello sperimentale con lo zafferano.»
«E poi c’è questo panorama che ti toglie il fiato.»
«Si, però quello non l’abbiamo fatto noi.»
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