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Il valore delle cose fatte bene reloaded

23 Luglio 2017
Caro Diario, in questo articolo ho raccontato perché fare bene una cosa, qualunque sia la cosa da fare, è un valore, un’opportunità, un diritto e un dovere. Perché la possibilità di fare bene una cosa è connessa con la possibilità di fare una cosa bella. Perché per fare bene una cosa bisogna rispettare le leggi del lavoro ben fatto, tenere assieme il pensare e il fare, usare in maniera consapevole le tecnologie, mettere testa (sapere), mani (saper fare) e cuore (passione, impegno) in quello che si fa. Perché a fare bene le cose ci si può abituare. Perché di tutto questo è utile discutere.
Nell’anno e passa che è trascorso da quando l’ho scritto alla voce #lavorobenfatto sono accadute tante altre cose – gli speech a #CampusPartyItalia, #BTO2016 e al Festival delle Emozioni,  il Manifesto del Lavoro Ben Fatto, il lavoro nelle scuole su #lavorobenfatto, tecnologia e consapevolezza che riprendiamo in autunno con il Piccolo Principe sono solo alcune di esse – e però quando ieri ci sono incianpato, che ormai sono 250 articoli e non è che me li ricordo a memoria, mi sono detto che è importante tenere assieme il filo dei ragionamenti, e ritornarci su, e insomma rieccomi qua che provo a rilanciarlo e a vedere se arrivano altri punti di vista e altre idee in aggiunta a quelle/i della volta scorsa. Buona lettura.
P. S.
Come sempre per questo tipo di articolo, amico mio, la discussione rimane aperta. Se tu o chiunque altro vuole dire la sua basta che scriva a partecipa@lavorobenfatto.org e il suo intervento sarà pubblicato. Buona partecipazione.

16 Maggio 2016
Lo confesso, mi sarebbe piaciuto «prenderla di faccia», come avrebbe consigliato mio padre, cioè cominciare dalle connessioni tra #lavorobenfatto e quarto escluso, ma credo che questa volta non avrebbe funzionato. Si, bisogna che cominci dal principio, dal libro di Reinhard Brandt edito da Feltrinelli: «D’Artagnan o il quarto escluso. Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1,2,3/4», altrimenti non ce la faccio a spiegarmi bene. La buona notizia è che la traduttrice e autrice della postfazione, Daniela Falcioni, ha scritto a suo tempo un’ottima recensione del libro, la potete leggere qui, e dunque a me basta ricordare solo due cose due per i lettori più pigri o indaffarati: la prima è che  è davvero un peccato che la tirannia del Mercato impedisca a libri tanto belli e importanti di essere ristampati; la seconda è che già il titolo dice un mondo, perché l’autore svela davvero un principio d’ordine che attraversa la storia culturale europea e perché D’Artagnan è una esemplificazione particolarmente felice di tale principio. Come ricorda la Falcioni nella recensione già ricordata, «il trucco di Dumas non poteva sfuggire a Umberto Eco che osserva: Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che I tre moschettieri  è in verità la storia del quarto.»

Ecco, adesso immaginate che il mio prossimo libro si intitoli «L’uomo, la tecnologia e la bellezza», un libro che ad oggi secondo il Signor Google – ricerca semplice senza preoccuparsi di andare a fondo – ancora non esiste. La mia tesi è che in un libro con un titolo così potrei raccontare in realtà la storia del lavoro ben fatto, che sarebbe per l’appunto il quarto escluso, il presupposto, le trait d’union e al tempo stesso l’esito del pensare e dell’agire umano che da sempre, nelle sue espressioni più alte, con il concorso della tecnologia, insegue, persegue, sogna, crea, realizza cose belle.

Se come spero avete voglia di approfondire, ricordo che sul valore della bellezza, sulle connessioni tra bello e buono, tra bellezza e sviluppo ho avuto modo di ritornare più volte, da solo qua e qua, assieme al mitico Rodolfo Baggio in versione articolo e paper. (a settembre 2016 ci siamo tornati su sempre con Rodolfo e Matthias Fuchs, come potete leggere qua. – NdA 23 Luglio 2017 ).

Sulla tecnologia e sull’importanza del suo uso consapevole, civico, stiamo invece lavorando nelle scuole – dalle elementari all’università, nessuno si senta escluso con risultati teorici e pratici credo alquanto interessanti come potete constatare seguendo le storie proposte in questa pagina.

Infine l’uomo, che, come ci ricorda Brecht in una sua meravigliosa poesia, «può volare e può uccidere ma ha un difetto: può pensare», l’uomo che esprime fino in fondo la propria umanità solo se riesce a non fare mai a meno di questo difetto, a qualunque età e in qualunque circostanza. Perché ha ragione Hanna Arendt, senza pensiero diventiamo vittime della tecnica, fabbrichiamo cose senza capire quello che facciamo, ci fermiamo al «che fare» e al «come fare» senza chiederci «perché», siamo «animal laborians» invece che «homo faber».

La mia tesi è in definitiva che ogni volta che facciamo una cosa, qualunque cosa facciamo, siamo tanto più «umani» quanto più pensiamo; quanto più usiamo in maniera consapevole le tecnologie di cui abbiamo bisogno per fare quella determinata cosa; quanto più mettiamo testa (sapere), mani (saper fare) e cuore (passione, impegno) in quello che facciamo. E che più siamo così più siamo in grado di fare un lavoro ben fatto e di creare e produrre bellezza.

Come ho scritto più volte sono fermamente convinto che tutto questo valga sempre. Devi fare la frittata con gli asparagi? Falla bene! Devi fare la camicia di stucco alla parete di casa? Falla bene! Devi progettare un ponte della ferrovia? Fallo bene! Devi fare un intervento chirurgico a cuore aperto? Fallo bene! Devi pulire un pezzo di strada? Fallo bene. Devi fare il ragù? Fallo bene. E sia chiaro che le cose non vanno fatte bene perché qualcuno ci deve dare un premio, ma perché è così che si fa; perché «l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa»; perché una cosa solo se la facciamo bene ha veramente senso, altrimenti è uno spreco di risorse, un’occasione non colta; perché fare bene le cose è prima di tutto la via per rispettare e dare valore a noi stessi e al nostro lavoro.

Si, sostengo con tutte le mie forze la tesi che fare bene le cose sia un valore, abbia senso, sia una opportunità che va colta e moltiplicata. E aggiungo che a fare bene le cose ci si può abituare, fino a farlo diventare un approccio, un modo di essere e di fare, proprio come accade quando allacciamo le scarpe o abbottoniamo la camicia, che una volta che abbiamo imparato a farlo nel modo giusto lo facciamo e basta, non è che abbiamo bisogno ogni volta di pensarci su.

Dal punto di vista delle persone questo processo – l’abitudine a fare bene le cose – richiede un particolare tipo di approccio, di cultura, di consapevolezza, e ciò suggerisce qualcosa di significativo circa l’importanza delle agenzie educative, a partire della scuola, dalla materna all’università.
Dal punto di vista delle strutture – istituzioni, rappresentanze sociali, associazioni, comunità, ecc. – il percorso è altrettanto complesso, perché richiede la costruzione di contesti nei quali gli ultimi non vengono lasciati indietro e i più bravi vedono valorizzate le loro capacità, i loro saperi, i loro meriti.

Come dici? La strada da fare è tanta, complicata, difficile? Certo che si. Ma per fortuna difficile non vuol dire impossibile. Alla voce sistema Italia abbiamo tanto da cambiare, con pazienza e lavoro.
Però si può fare. Con le persone. Che quando hanno imparato a fare bene le cose, di farle male non hanno voglia più. E con le organizzazioni, che per molti versi è più difficile, ma anche lì si può fare perché chi non fa così nel mondo che verrà – domani, non tra un anno – è destinato a rimanere indietro, proprio come sta capitando al nostro Paese.
In ogni caso amico Diario io penso scrivere la storia del #lavorobenfatto può aiutare a ripensare  l’uomo, la tecnologia e la bellezza, proprio così, il #lavorobenfatto come quarto escluso. Avrei molto piacere a discuterne tutte/i assieme.
ecg10INTERVENTI

Raffaele Di Lorenzo
Caro Vincenzo, leggendo del quarto escluso a me una parola é saltata in mente: trascendenza. Sicuramente é un concetto spirituale, che va oltre ogni interpretazione religiosa o ideologica, perché non ė fenomeno del pensare ma del sentire. Quando un’artigiano lavora e ritorna a lavorare su un pezzo, e si concentra cosí tanto fino ad arrivare al punto di essere quello che fa, quella é trascendenza. Provate a porre una domanda a qualcuno assorto in un operazione di rifinitura. Voi siete lí con lui, in quella bottega e lui é tutto assorto e impegnato in un concerto di respiro, flusso sanguigno, testa, mani e strumenti. Lui ė lí, vi ascolta poco, non perché ė sgarbato, forse perché preso da una trascendenza, probabilmente la trascendenza che ascende al bello, al tecnico, al tipicamente umano.

Anita Santalucia
Come Rosaria neppure io conoscevo la storia del «quarto escluso». Ho letto la recensione e precedentemente avevo letto i Tre moschettieri. Forse che i tre moschettieri sono stati quello che sono stati, in termini di successo, interesse, valore letterario, proprio perché c’era quel «quarto escluso», di cui si parla? Diversamente sarebbe stata la storia di tre moschettieri e non di un tale che, come giustamente dice Eco, era ed insieme non era! Con il lavoro ben fatto, il tuo quarto escluso, il quarto escluso di questa discussione, trovo sia esattamente la stessa cosa. Un lavoro è tale perché è “ben fatto”. L’uomo, la tecnologia, la bellezza … eppure la triade potrebbe cambiare o rimanere la stessa perché poi c’è il lavoro che impegna l’uomo, che si è servito e sempre più si servirà della tecnologia per produrre bellezza. Per compiere questo processo è necessario che tutto sia fatto semplicemente “bene”! Il lavoro ben fatto è la sintesi di quella triade palese il cui significato è nascosto proprio in quel quarto escuso che poi, non è altro che quel lavoro ben fatto da cui l’uomo che pensa non può prescindere.

Rosaria Peluso
Caro Vincenzo, ti confesso che la storia del «quarto escluso» proprio non la conoscevo, ma ho letto con piacere ed interesse la recensione del libro fatta da Daniela Falcioni.
Come tu stesso scrivi, il quarto escluso potrebbe essere «il lavoro ben fatto» che funge da tramite e da collante per tutte le attività che l’uomo svolge nella sua quotidianità. Nel mio caso, nel mio ruolo di insegnante, il lavoro ben fatto inteso come “quarto escluso” si trasforma nell’elemento base su cui fondare tutte le attività dei bambini, elemento che indirizza e collega tutti gli apprendimenti in un’ ottica nuova.
Personalmente trovo bello ed emozionante sentir dire dai bambini: maestra ma dobbiamo fare un lavoro ben fatto? E anche se siamo solo agli inizi pensare che in qualche modo per loro sta diventando un’abitudine l’idea che ogni cosa va fatta bene e che l’approccio deve essere quello consapevole e pensato mi riempie di orgoglio.
E’ bello anche pensare alla connessione tra «fare bene le cose» e «fare cose belle», secondo me è una connessione che può  portare alla creazione di nuovi valori, nuova cultura, elementi di innovazione e di speranza in un futuro migliore.
Un uso consapevole delle tecnologie potrà consentire a questi bimbi di avere una «testa pensante» che li ponga come artefici del cambiamento e creatori di cose belle, perché  la possibilità di pensare è uno dei più grandi che ci sono stati fatti eppure spesso ce ne dimentichiamo.
Insomma come tu stesso dici la strada da fare è tanta, ma forse una rete di tanti piccoli passi ci può aiutare a raggiungere tanti piccoli traguardi che messi assieme rappresentano il cambiamento.