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Papà, Natale e ‘o cresemisso

Ci sto girando intorno da almeno un paio di giorni, da quando mi è tornato alla mente un vecchio 45 giri e l’ho cercato senza molte speranze sul web e invece l’ho trovato, ma di questo vi dico alla fine. La verità è che mi piaceva  regalarvi anche quest’anno un racconto ma non mi veniva, e così intanto ho condiviso la canzone galeotta sui social network. E’ stata la mia fortuna, perché è arrivata mia sorella Nunzia e ha scritto la frase giusta, quella che mi fatto pensare a nostro padre, che c’è sempre una ragione perché finisco lì, ma questo Natale ancora di più.

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Per cominciare ci tengo a dire che don Pasquale è stato un uomo «social» molto ma molto tempo prima che la parola stessa fosse inventata. Vi ho mai detto cha la sera si cenava con la porta aperta? Erano i primissimi anni ’60 e abitavamo nella casa di via Cupa dell’Arco, al primo piano, proprio di fronte al campo sportivo dove giocava il Secondigliano, quella con il balcone che una domenica si e una no era pieno di amici che venivano a vedere la partita e all’ultimo dell’anno papà ci sparava i fuochi d’artificio ed era uno spettacolo. La nostra era la prima casa sul ballatoio,  la porta come vi dicevo era sempre aperta e papà a ogni passaggio di un vicino – in quegli anni dal lavoro si tornava più o meno tutti alla stessa ora – chiamava «don Gennà favorite», «don Raffaé favorite», ricevendo in cambio l’immancabile «buon appettito a voi e alla vostra famiglia, don Pascà» mentre mamma, la saggia e adorabile contadina nostra, gli ripeteva una volta si e un’altra pure «mangia Pascà, cà si chille veneno overamente loro mangiano ma nuje facimmo ‘o digiuno».

Erano vite semplici, fatte di cose semplici, anche quando si trattava di cose complicate. Prendiamo la Fede. Per le famiglie come la nostra non era questione di credere o non credere, il rapporto con Dio era a prescindere, quello con la Madonna o il santo un fatto personale, ci si dava del tu, si chiedeva e si pretendeva una risposta che in effetti se la Madonna o il Santo protettore non ti protegge mi dite che protettore è? Non c’era bisogno di un fatto eccezionale per interpellarli. Ricordo che a me e a mio fratello Antonio, 6-7 anni io, 4-5 lui, bastava una giornata di pioggia a zeffunne per farci mettere con il naso premuto forte sul vetro della finestra della cucina e mentre il respiro appannava i vetri ripetere sei, sette, dieci volte la nostra cantilena propiziatoria: «Madonna nun fa chiovere, che papà è ghiuto fora, è ghiuto cu’ ‘e scarpe rotte,  a Madonna ‘e Piererotta, rotta ruttella, ‘a Madonna cu’ ‘e scarpuncielli, stella stelluccia, ‘a Madonna cu’ ‘o cappelluccio». Papà da lì a poco sarebbe tornato a piedi da lavoro, avrebbe fischiettato per avvisarci che era l’ora di uscire sul ballatoio e correre ad abbracciarlo, e noi accompagnavamo così il suo ritorno, facendoci coraggio a vicenda con i nostri improbabili «hai visto, sta piovendo cchiù poco».

Ne volete un’altra? Prima di uscire per andare al lavoro il mitico don Pasquale ci baciava uno a uno, moglie e figli, e poi arrivato sulla porta diceva «Io vaco, buon giorno», e a quel punto tutti gli esseri in possesso di favella presenti in casa dovevano rispondere «’A Madonna t’accumpagna», perché altrimenti lui rimaneva fermo sulla porta, immobile, come una statua. E se passava troppo tempo, dato che lui stava andando al lavoro e tempo non ne aveva, si incazzava e la sera così tornava da lavoro, incazzato, e non era una bella cosa, perché la vita a casa Moretti procedeva – diciamo così – con un certo ordine, e quando papà si arrabbiava non era per niente una cosa buona.
Come dite? Ancora non vi basta? E allora vi dico che papà è stato fujente, cioè devoto della Madonna dell’Arco, uno di quelli che andava in giro scalzo, vestito di bianco, fascia azzurra, statua della Madonna in spalle, che urlava, strepitava canti e preghiere, agitava il fazzoletto bianco con le monete per invogliare i passanti a lasciare il proprio obolo alla Madonna. C’è una vecchia foto nella quale siamo ritratti io, Antonio e Gaetano, Nunzia non ancora ancora nata, mamma e la nonna materna nella parte posteriore di una vecchia Ape Piaggio che papà si era fatto dare in prestito, con i cappellini con in punta la spilletta della Madonna, felici e sorridenti per aver vissuto la festa del lunedì in Albis al santuario della Madonna dell’Arco, orgogliosi del fatto che quando papà era più giovane anche lui era entrato vestito di bianco in chiesa e si era buttato faccia a terra. E non vi dico il terrore che si diffondeva in casa come la nebbia quando papà metteva, dopo il mannaggia, la Madonna dell’Arco, perché significava che aveva perso il controllo, che ci sarebbero state conseguenze serie a prescindere, l’oltraggio che aveva fatto alla Madonna di cui era devoto rendeva necessaria l’espiazione, la nostra naturalmente.

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Perché si, papà era una persona meravigliosa, un uomo straordinario, però era anche tosto, tosto e «scassambrelle» assai. Per esempio aveva un’idea tutta sua della collaborazione, che per lui era sinonimo di acquiescenza, naturalmente a ciò che pensava, diceva e decideva lui, cosicché ogni qualvolta io, i miei fratelli o nostra madre non eravamo d’accordo con una cosa la conclusione era puntualmente la stessa: in questa casa non c’è collaborazione.  Ha funzionato così da sempre. Nella fase del «chi  vò venì cu mmé mette ‘o dito ccà sotto» (lui con il palmo della mano aperta all’ingiù, noi felici di farci acchiappare il dito quando chiudeva la mano) non ce n’era bisogno, perché da piccoli era un gioco, era ovvio che lo seguivamo, i problemi si sono cominciati a manifestare al tempo del «chi me vo’ bene appriesso me vene» e sono diventati evidenti negli anni del «se vulite venì, venite, o si nno facite comme ve pare». Perché si, lui era fatto così: se non lo assecondavi, «si pigliava collera», naturalmente quando si giocava, perché quando si faceva sul serio o si faceva come diceva lui o si faceva come diceva lui.

Vogliamo parlare del lavoro? Che era un profeta del lavoro preso di faccia, ma sì, avete capito, il suo modo di definire il lavoro ben fatto, ve l’ho raccontato già. Aggiungo che quando se ne usciva con «E ’nguaiato tutta ’a grammatica» la condanna era definitiva. La colpa? Non avere fatto quella cosa come diceva lui. Che poi la possibilità di farla come l’avrebbe fatta lui non esisteva. Un po’ perché nel fare le cose era veramente come l’amico della porta accanto di Massimo Troisi, un mostro, una specie «gran maestro del lavoro ben fatto». Un po’ perché anche quando una cosa la facevi bene lui ci trovava sempre un difetto, la sbavatura che si poteva evitare, il particolare che si poteva curare meglio. Lo vogliamo dire? E diciamolo. Quando faceva così non si poteva sopportare. Di più. Ti levava la salute di dosso. Ancora di più. Era comme ’a morte ’ncoppa ’a noce do cuollo.

Vi state chiedendo se tutto questo ha inciso su di me? Difficile negarlo, non a caso non ho mai cercato di imparare a fare qualcosa di pratico, diciamo che ho capito presto che il saper fare genera aspettative, ti ritrovi con genitori, fidanzate, mogli, figli, sorelle, fratelli, amici che si aspettano che tu aggiusti cose che loro non sanno aggiustare e ti criticano pure se non lo aggiusti nel modo in cui loro ritengono vada fatto. Come avrebbe detto papà, «manco ai cani».  Certo che così facendo ho corso i miei rischi, credete forse che non lo sappia? C’ero io non voi quella volta che ho fatto venire mio fratello Gaetano da Secondigliano al Vomero sotto le feste di Natale, roba da due ore e mezzo anche tre di traffico tra andata e ritorno più la «mission impossible» finale, trovare un posto dove parcheggiare a via Palizzi, più un paio d’ore buone con pinze, cercafase, cacciaviti, prima di accorgersi che la lampadina sul comodino che non riuscivo ad accendere da due mesi era semplicemente svitata. Come dite? Poteva accorgersene subito? E perché? Gaetano era un uomo positivo. Pensava che qualunque persona normale prima di mettere in moto un processo infernale come quello che avevo messo in moto io avrebbe controllato se la lampadina fosse svitata o fulminata. Io no. Però me la ricordo ancora la sua faccia mentre mi diceva «Viciè, ti giuro che se tu non fossi il fratello maggiore e non ti dovessi rispetto prima ti fare un paliatone e poi ti butterei di sotto, frate ‘e bbuono, ma va a quel paese, va (non disse proprio «a quel paese» ma è meglio non scendere nei particolari).» Come dite? Avete sempre avuto il sospetto che io non fossi normale? Potrei rispondervi «e chi lo è?», siamo fatti tutti di legno storto. Invece preferisco definirmi un sincero keynesiano: «Non funziona lo scaldino? Chiama l’idraulico e fai circolare la vil moneta. La moneta non è disponibile? Chiama un parente o un amico. L’amico non ce l’hai? Ti rimane l’opzione impresario di Shakespeare in love, della serie si risolve. Come? Non lo so, è un mistero!»
Ecco, adesso non ditemi che la persona impossibile sono io e non mio padre perché lo so già, piuttosto lasciatemi continuare, che di cose da raccontare ne ho ancora tante.

Era l’ultimo dell’anno, e papà era come incaricato come da tradizione di comprare e cucinare il capitone. Per la verità, più che un incarico era una necessità, perché nostra madre, che mal sopportava qualunque tipo di pesce – della serie puzza, fa fummo, sporca le piastrelle della cucina e dopo per pulire  aggià fà nà faticata-, per il capitone nutriva un vero e proprio risentimento, che dico, un odio sincero. A pensarci adesso, il modo in cui venivano uccisi i suddetti capitoni era molto discutibile, modello rana della barzelletta: metti i capitoni vivi nella pentola con acqua fredda; accendi il fornello; non mollare il coperchio fino a quando i capitoni non passano a miglior (per chi se li mangia) vita. Ora, come in tutte le faccende terrene, il fatto che una cosa non era mai capitata non voleva dire che non sarebbe mai capitata e così quella volta uno dei capitoni riuscì a fuggire dalla pentola e a infilarsi tra la cucina e il lavello. Non vi dico cosa fu. Mamma che invocava la caccia al capitone. Papà che «metteva ’a coppa» ricordando che se lasciava il coperchio i capitoni in giro sarebbero diventati sette (come da devozione, ne aveva comprato uno per ciascun componente della famiglia, compreso zio Peppino, Gaetano che all’epoca aveva 6-7 anni e Nunzia che ne aveva 2-3). Io, Antonio e zio Peppino che ridevamo da pazzi. Gaetano che ci guardava come dei matti.  E Nunzia che piangeva. Molti anni dopo ho dovuto ammettere che papà aveva adottato la strategia giusta: cucinati i capitoni rimasti nella pentola, li mise in un piatto, spostò la pentola con l’acqua bollente sul tavolo, spostò la cucina, si infilò dietro al lavello, riacchiappò con l’aiuto di un panno lo scivoloso fuggiasco, lo buttò nell’acqua bollente, riaccese il fornello e pronunciò il fatidico verdetto: «chesta è ‘a morte soia».

Aspettate che non è finita, che vi devo dire ancora della «abbrancata», che quello era il momento più eccitante del cenone della Vigilia. Dopo, con i dolci, sarebbe tornata l’armonia e la pace che si addicono al Natale, ma quello era il momento della competizione, che dico, della più accanita, agguerrita, fratricida, chiassosa, giocosa lotta dell’anno. Volete sapere come si svolgeva? Noci, noccioline, mandorle, castagne infornate e compagnia cantante venivano riversate al centro del tavolo e a un cenno di papà io, Antonio e Gaetano e Nunzia cercavamo di «abbrancare», cioè di afferrare, conquistare, accaparrare quanto più era possibile. Le gomitate si sprecavano. Così come le risate. E i tentativi quasi sempre infruttuosi di infilare le mani sul bottino già conquistato da fratelli e sorella. Era  una lotta senza quartiere. Estremamente divertente. Che finiva solo quando mamma, gerla in mano, passava in rassegna la truppa intimando la restituzione del maltolto. A suo dire era per prevenire il sopraggiungere di fastidiosi mal di pancia, mentre noi abbiamo sempre pensato che intendeva evitare soprattutto che le «scorte» si esaurissero prima del tempo, il giorno della Befana. La più bella ex contadina del mondo, nostra madre, su questo punto era inflessibile. Il procedimento era lo stesso di Pasqua: le letterine piene di buoni propositi sotto il piatto di Papà, lui che con grande «sorpresa» le notava, le leggeva, si commuoveva e ci dava mille lire ciascuno, lei che passava con la mano aperta per ritirare le mille lire con il patto che le avrebbe tenute lei da parte per quando sarebbero servite. Le avete mai viste voi le mille lire di papà? Neanche noi.

Ecco, adesso si che siamo alla fine, al 45 giri che imperversava a casa Moretti a partire dal 8 Dicembre di ogni anno, come voleva la regola, quando papà tirava giù dal guardaroba prima l’albero di Natale e il Presepe e poi a seguire le scatole con i pisellini (le luci), le palline, gli addobbi e i pastori. Per noi figli era una festa, accompagnata dalle note de «’O rialo ‘e Natale (’O Cresemisso), che se volete lo potete ascoltare qui». Come ha scritto mia sorella Nunzia quando le ho passato il link per fargliela riascoltare, «mi è sembrato di sentire l’odore degli struffoli che friggono e ho rivisto in un attimo il Natale di tanti anni fa, quando ascoltando questa canzone zio Peppino, il fratello di mamma, uomo eccezionale e di spirito inglese, faceva commenti che ci facevano ridere a crepapelle.» Come dite? Allora non sono solo io, è tutta la famiglia a essere strana? Può essere, però allora come ve lo spiegate Salvatore, amico – fratello della mia gioventù, che ha scritto «che a casa Traino durante le festività natalizie questa canzone era obbligatoria insieme alla visione di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo?». E Ciro Russo, con il quale ho condiviso gli anni e la vita al tempo delle scuole medie, che ha pubblicato i versi con la risposta: «Mugliera mia che re stu cresemisso è o rial che me prumise sempe e maje me fatto.»? E Peppe Ferrigno, Alex Giordano e Mario Tarallo, che ha ricordato che probabilmente Cresemisso ha assunto il significato di regalo di Natale per corruzione da Christmas? Forza, come ve li spiegate?
 Forse la verità è che abbiamo bisogno da sempre di condividere storie, di riconoscersi in esse, di costruire narrazioni condivise, ma di questo ne parliamo un’altra volta. Buon Natale.

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