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La sindrome di Stradivari al tempo di internet

Caro Diario, qualche sera fa sono inciampato nelle bozze di un vecchio post che avevo scritto nel 2010 a Bologna dopo un concerto di Antonio Stragapede e Daniele Dall’Omo. Ero con mio fratello Antonio e con il nostro amico Giorgio Falco – come Antonio ferroviere per lavoro e musicista per vocazione – ed eravamo finiti a parlare della tradizione emiliana dei maestri liutai, di Luigi Mozzani, di Enrico Piretti e poi di Carlo Carfagna e di una chitarra del 1957 che aveva «una vernice che non si poteva rifare perché lo zingaro che portava le resine era scomparso». 
Ricordo che la cosa mi aveva riportato alla mente L’uomo artigiano di Richard Sennett, e così il giorno dopo ero passato alla Feltrinelli, avevo chiesto il libro ed ero andato a cercare – devo dire senza troppa fatica dato l’amore che nutro per il suddetto libro e il numero non finito di volte che l’ho letto – la pagina in cui l’Autore scrive che «nella fabbricazione di strumenti musicali i segreti di maestri come Antonio Stradivari o Guarneri del Gesù sono effettivamente scesi nella tomba con loro. Montagne di denaro e una moltitudine di esperimenti non sono servite a riportare in luce i segreti di quei maestri. Evidentemente, un qualche fattore insito nella natura delle loro botteghe ha inibito la trasmissione delle conoscenze».
Tornato a Napoli, ero andato a trovare nella sua bottega il mio «uomo artigiano» per eccellenza, Beppe Del Vecchio, del quale più volte ho tentato di raccontare la saggezza e la maestria, come ad esempio ho cercato di fare qui. Seduto al mio solito posto, gli avevo detto che non capivo del tutto perché se scompare lo zingaro con le sue resine quella vernice non si può rifare; «stavolta neanche la risposta del grande Sennett – avevo aggiunto – mi ha soddisfatto, scrivere che un qualche fattore insito nella natura delle botteghe di Stradivari e Guarneri ha inibito la trasmissione delle conoscenze non mi basta». 
Ricordo che Beppe prima mi guardò con il suo sorriso buono e poi mormorò qualcosa tipo «Viciè, ma adesso tu che vuoi da me, non è che ti posso dire io quello che non ti ha saputo dire Sennett». Dopo di che gli occhi gli si fecero più piccoli, puntò lo sguardo dritto su di me e disse «del resto, come la penso io te l’ho detto già, per me esiste un livello nel quale le cose che sai fare non le puoi trasmettere né con la scrittura e neanche con la pratica, sono il frutto di una relazione cooperativa e competitiva nel tempo tra maestro e allievo. Ci vogliono teste, mani e cuori che tirano e mollano, che nascondono e svelano, che apprendono e insegnano, e questo impasto qua non è facile da fare, non basta neanche essere bravo assai, devi essere anche scaltro, devi saper rubare il mestiere, e poi devi stare sul posto, e devi essere anche fortunato, ci vuole insomma anche un bel po’ della serendipity che tanto piace a te.»

Perché ti racconto tutto questo, caro Diario?
Innanzitutto perché, modestia a parte, lo trovo molto bello e la bellezza più di ogni altra cosa al mondo se non la comunichi, se non la condividi, sfiorisce, avvizzisce, perde senso.
E poi perché tutto questo mi ha portato a farmi delle domande e a cercare delle risposte.
Come dici amico mio? Se ti dico quali sono le domande ci puoi pensare anche tu? Certo che te le dico, che magari a te ne vengono altre e le aggiungiamo:
Come e cosa insegna il maestro artigiano? E qual è invece il valore delle abilità e delle capacità personali dell’allievo?
Come e cosa impara l’allievo dal proprio maestro? E che cosa è invece il frutto di una rottura, o comunque di un superamento, del sapere e del saper fare del proprio mentore?
Cosa si perde e perché nel processo di trasmissione del sapere (saper fare) dal maestro all’allievo? È davvero inevitabile questa perdita? Se invece no, come la si può evitare?
Quale importanza hanno gli arnesi, i materiali, le tecniche, la cultura, il contesto nel processo di trasmissione e di apprendimento?
In che modo cambia, se cambia, la sindrome di Stradivari al tempo di Internet?

Ecco, queste sono le mie domande, alle quali come ti dicevo possono aggiungersene altre e dalle quali mi piacerebbe partire per trovare insieme a te e a tutte le altre, e gli altri, che vorranno contribuire, qualche risposta, che come sai in queste faccende siamo tutti nani sulle spalle dei giganti. Facciamo così, mentre ci pensi su io vedo se trovo qualche studentessa o studente disponibile a fare un lavoro di ricerca su questo tema, per una tesi per esempio, o anche per una eventuale pubblicazione, magari a partire da un campione di interviste a maestri artigiani presenti su uno o più territori da definire. Sì, dai, facciamo proprio così, ci risentiamo al più presto, intanto ti lascio con la foto della mia amica Mariangela Contursi.

foto di mariangela contursi

Elena Dusi
L’alchimia dello Stradivari: rame, alluminio e altri minerali, Repubblica.it

Gianni Vigilante
Mia madre – che aveva a che fare con i calzolai – mi raccontava dell’arte degli zingari, del loro modo di lavorare le pelli, le bardature per i cavalli e soprattutto delle straordinarie semmenzelle (chiodini) che sapevano forgiare e di cui s’è persa la scienza.
Maestri artigiani, ma anche architetti, medici e sapienti di ogni materia hanno voluto tenere occulto i loro segreti. Come ti dissi, caro Vincenzo, «’o mestiero è mistero» e una volta chi svelava un segreto aveva diritto solo a morire per mano dei confratelli delle corporazioni delle arti e dei mestieri. Della cupola di Santa Maria del Fiore costruita senza centina non si sa ancora il segreto di Brunelleschi, e questo non svelare lo salvò poiché l’incarico gli fu dato a due condizioni: andava condiviso con Lorenzo Ghiberti che aveva l’appoggio del potere, e si intendeva fino ad un certo punto della volta. Andò a finire che Filippo faticava e Lorenzo mangiava a sbafo, finché il maestro si mise a letto lamentando un mal di schiena e disse ai maestri, a piè di letto, che non sapevano come andare avanti: «C’è il Ghiberti che condivide il mio incarico, chiedete a lui.» Come andata a finire? Filippo dopo un po’ che durava la melina ricevette la visita dell’autorità: «Insomma maestro, la vogliamo finire?!. Il maestro si alzò con calma, indossò la vestaglia e sempre con calma affermò: «Ghiberti vada via dal cantiere e i suoi emolumenti spettino a me. E così fu.»

Paolo Fumarola
Condivido pienamente le cose scritte da Antonio Grillo: misure del manico, ponticello perni, sul web si trovano pochissime info, mi piacerebbe un sacco saperne di piú.

Antonio Grillo
Perché l’arte del Saper Fare va raccontata e tramandata e forse loro non lo hanno fatto, lasciandoci l’amaro compito di dover iniziare da capo. Quindi aspettiamo che nasca un altro Guarneri che ci tramandi le proprie esperienze! Learn, Make, Share!

Dunia Pepe
Con la fine della società industriale è tramontata l’idea di abilità professionale, intesa come capacità specifica di eseguire un compito o di utilizzare determinati tipi di utensili, per fare spazio a quella di metacompetenza intesa sotto il segno della diversità. Il concetto di metacompetenza si configura nei termini della capacità, propria ad ogni individuo, di adattarsi e riadattarsi alle dinamiche evolutive del suo sistema ambientale e relazionale di riferimento, costruendo e trasformando continuamente i propri modelli di conoscenza e di azione.
Le competenze sono un bricolage di saperi e di capacità di agire i saperi attraverso le quali svolgiamo il nostro lavoro, esse sono proprietà emergenti. “La competenza, ha scritto Telmo Pievani, è una proprietà emergente ogni volta unica, non riducibile a informazioni, istruzioni, tecniche: è una sapienza contestuale in grado di dare senso a incontri e materiali eterogenei. E’ un’alchimia implicita da artigiano, da navigatore. Basti pensare alla dattilografia, all’andare in bicicletta, allo sport, alla padronanza di uno strumento musicale… Quindi in modo paradossale ma non troppo, potremmo anche dire che per essere veramente competenti bisogna sempre essere un po’ incompetenti: la competenza cioè non come specializzazione progressiva, ma come padronanza creativa, evolutiva… Come tale essa sarà sempre un po’ imperfetta, sempre un po’ unica nella sua incompiutezza, sempre un po’ ‘ai margini del caos’, sempre un po’ disponibile al ‘cambiamento’” (Pievani T., 2001, “Non esserci del tutto. Evoluzione e apprendimento nei sistemi organizzati”, in G. Cepollaro , a cura di, Competenze e formazione, Guerini, Milano).
I processi di costruzione e di evoluzione delle conoscenze appaiono legati in definitiva a complessi percorsi cognitivi ed affettivi, teorici ed esperienziali, reali e virtuali, che accompagnano l’individuo lifelong e penetrano nelle diverse dimensioni della sua esistenza. “Le competenze non sono ‘cose’ che stanno da qualche parte” (Cepollaro G., 2009, Le competenze non sono cose, Guerini, Milano, p. 54), sono processi vitali, evolutivi. L’evoluzione delle competenze è, perciò, frutto di operazioni di ri-significazione in cui nessun elemento viene scartato ma ciò che sembrava non più utile in un contesto acquista un nuovo significato attraverso una connessione imprevista con un altro elemento in un altro contesto. A partire da questa prospettiva, per poter comprendere le conoscenze e le competenze dobbiamo cercare di porre lo sguardo alle “danze relazionali attraverso le quali gli individui stessi vengono generandosi e rigenerandosi, momento per momento, gli uni attraverso gli altri, insieme ai loro contesti relazionali” (Cepollaro, 2009, p. 63).
Le competenze non vanno pensate, quindi, come forme di adattamento passivo da parte dell’individuo all’ambiente. E’ necessario, al contrario, sostituire la concezione adattazionistica con quella costruttivistica e coevolutiva del rapporto tra soggetto e contesto. “Le competenze… si evolvono attraverso traiettorie rapsodiche, si modificano al modificarsi della relazione tra soggetto e ambiente. Le competenze non sono un fatto esclusivamente individuale, ma per la loro natura sociale e relazionale sono inscindibilmente situate in un contesto” (Cepollaro, 2009, p. 54).
I complessi percorsi di crescita delle competenze, osserva Pievani (Pievani T., 2008, “Le terre di mezzo dell’immaginario scientifico” in F. Carmagnola e V. Matera, a cura di, Genealogie dell’immaginario, Utet, Torino p. 158), ricordano il modo in cui Darwin, nei suoi taccuini, rappresenta la crescita dell’albero della vita paragonandolo alla crescita del corallo. L’immagine dell’albero non consente infatti a Darwin di mettere in evidenza adeguatamente la dimensione dell’estinzione nell’evoluzione, la morte delle specie cui segue una nuova fioritura di diversità. Lo scienziato “…gli contrappone perciò, agli esordi, l’iconografia più irregolare e ‘cespugliosa’dei coralli, con i loro rami proliferanti, la storia congelata negli intrecci delle calcificazioni, le esplorazioni casuali che si aprono a ventaglio in ogni possibile direzione di crescita. Per Darwin è il corallo il vero simbolo del dramma della morte e della sopravvivenza, la sintesi plastica dell’incomprimibile varietà della natura, il modello evolutivo più corretto per rappresentare la suprema contingenza dell’estinzione e della speciazione” (2008, p. 158).
Le competenze costituiscono dunque l’esito di un processo di apprendimento continuamente mutevole e proprio per questo devono essere scoperte, stimolate, indirizzate, conservate e coltivate. La competenza strategica è una disposizione dell’individuo, una capacità di adattamento, un’attitudine verso capacità relazionali, affettive, di responsabilità, orientamento, progettazione e intervento sul reale. Si tratta di una cassetta degli “attrezzi del mestiere per poter essere attori nella knowledge society”. In questo senso la metacompetenza si definisce anche per la sua caratterizzazione sociale, come una capacità di relazione con il mondo e con gli altri (Alberici A., 2002, “Per una pratica riflessiva integrata. La progettazione curricolare orientata alle competenze nella dimensione del lifelong learning”. In C. Montedoro, a cura di, Le dimensioni metacurricolari dell’agire formativo. FrancoAngeli, Milano).

Claudia Fabris
Ti ricordi Vincenzo quando ti dicevo che i cinesi copiano e copiano perchè per loro il valore del Colosseo sta nella capacità di saperlo fare e non nel Colosseo in sè? Si, è per quello che replicano e replicano, perchè quello che intendono preservare non è l’oggetto o il culto di chi l’ha creato ma la sapienza che ha permesso di crearlo. Ti confesso che questo pensiero mi emoziona, e credo che sposti radicalmente il punto di vista a cui siamo abituati.

Maria Grazia De Giovanni
Quello che penso io è che al di là delle competenze tecniche, che possono essere trasferite, c’è qualcosa che invece non può essere trasferito che è rappresentato dalla essenza della persona che mette se stessa in quello che fa. Ecco, penso che sia questa essenza, unica ed irripetibile, l’essenza umana, che non può essere trasferita.

Giovanni Re
Vincenzo, le tue osservazioni sono sempre stimolanti. Condivido in ogni parola la risposta di Lorenzo alla quale aggiungerei un piccolo assioma. La ricerca continua dei nostri artigiani non ha mai fine. La mancanza della resina non deve fermare ma stimolare nuovamente l’artigiano all’evoluzione del suo prodotto che non sarà mai come il primo ma si avvicinerà sempre di più alla sua ricerca artistica che lo contraddistingue da sempre.

Anita Fabbretti
Caro Vincenzo, la bellezza se non viene condivisa rimane bellezza, ma nascosta, “spenta” allo sguardo che sa meravigliarsi e riempirsene e per questo perderebbe la sua funzione salvifica. La bellezza è creata dall’amore, e per questo salva, e va preservata, protetta, cercata, fatta conoscere, portata alla “luce”. Tu lo stai facendo, non ti arrendi, neanche io vorrei, la bellezza è quello per cui vale la pena vivere. Vale per ogni cosa. In ambito lavorativo, credo che in una relazione come quella tra maestro e allievo, di un qualsiasi mestiere, si stabilisca un patto tacito legato a quella sorta di innamoramento reciproco che porta uno a donare il proprio sapere, l’altro a donare la propria dedizione. E’ l’ammirazione, l’amore quindi, che fa osservare l’altro per capire e carpirne l’arte, il segreto, la scintilla, il metodo. In questa relazione c’è solo un arricchimento reciproco. Anche il maestro, a sua volta, è portato ad ammirare gli allievi migliori, coloro che valorizzeranno ogni piccolo tesoro appreso e lo renderanno al maestro sotto forma di un “lavoro ben fatto” e nel quale potrà specchiarsi, pur riconoscendone e amandone l’unicità. Perché un “lavoro ben fatto” comprende tecnica, creatività e amore.

Lorenzo Omaggio
Ciao Vincenzo, saró fuori dal coro, ma non si puó replicare uno “Stradivari”. Perchè né tu e né il nostro comune amico Giovanni Re, con il quale hai condiviso il tuo articolo, siete Stradivari. Questo non vuol dire “lasciar perdere” ma al contrario significa: “Diventate uno Stradivari”. L’unico modo per “eguagliar una simile arte “è applicarsi e metter l’amore per far sempre meglio … e poi un passo in più. Così uno Stradivari non lo si farà lo stesso ma si avrá creato un “Moretti” un “Re” o un “Omaggio”. E questo è l’unico modo, non replicando, ma facendo della passione un esercizio d’arte (e funziona anche al di fuori della musica!). Almeno, questo è quello che ho appreso da Giovanni Re!

Sabato Aliberti
Ciao Vincenzo. Nel dizionario Hoepli la Maestria è definita come: «Abilità, perizia in un’attività: giovane di grande maestria nel disegnare, nel suonare; avere molta maestria in un lavoro, in un’arte». Io credo che tale abilità seppure visibile ed esercitata in modo materiale, trascende la prestazione in sè e diventa una cosa talmente naturale che si compie senza alcuno sforzo al punto da far ritenere non necessaria alcuna trasmissione, in quanto sembra scontato, per il maestro, che la cosa si fa bene solo in quel modo. Ha ragione il «tuo» artigiano quando dice che ci vuole scaltrezza e abilità nel «rubare» il mestiere. Magari se trovo uno studente/studentessa interessato/o potrebbe essere una buona occasione per sviluppare questo tema.

Nicola Cotugno
Caro Vincenzo, secondo me ha ragione Beppe quando dice che sapienza e abilità dei maestri artigiani «sono il frutto di una relazione cooperativa e competitiva nel tempo tra maestro e allievo». Anche nel mio lavoro di docente ripenso spesso alle tante esperienze vissute e sento ogni volta di dover ringraziare i ragazzi per come mi hanno arricchito, per quello che mi hanno restituito, umanamente e professionalmente. Accade infatti – quando il rapporto educativo è vivo e autentico – che si sviluppi una chimica relazionale e culturale capace di farti entrare in consonanza con i tuoi studenti, di farti apprendere tanto anche da loro, per certi versi di farti crescere assieme a loro. Come avrai immaginato intendo riferirmi esattamente a quella dimensione magica che esiste quando chi impara e chi insegna si fondono in un ambiente (di apprendimento emotivo e cognitivo) umano e proficuo in cui, sotto certi punti di vista, i ruoli si rimescolano ed esce forte il gruppo che condivide il lavoro che sta svolgendo ed il suo prodotto, ne diventa geloso, lo conserva e lo traseette agli altri.
E nell’era digitale – siamo fortunati in questo – si creano condizioni intergenerazionali potenzialmente migliori e maggiormente democratiche di quanto non avvenisse nelle botteghe rinascimentali, se solo abbiamo l’umiltà di viverla senza pregiudizio: perché i nativi digitali ci arrivano prima di noi e nascono con abilità e competenze nel dna, che noi migranti ci sogniamo. Queste maggiori competenze da parte di generazioni giovani su quelle adulte è una cosa che non era mai avvenuta nella storia umana, e dobbiamo utilizzarla perché migliorerà il mondo e i lasciti di Stradivari potranno sopravvivere alle generazioni perché avremo creato – se ci riusciremo – un mondo dove le tecnologie ci accompagnano a migliorarci la vita e l’ambiente in cui abbiamo la fortuna di essere venuti al mondo. Il lavoro come simulatore di umanità ritrovata. Più ben fatto di così. Alla prossima.

stradivari