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Antonio, maestro di cucina e di saggezza

Bussò piano, come faceva ogni volta, poi si affacciò e mi disse: «Vincenzo, ti va di prendere un caffè? Ti vorrei dire una cosa.» «Antonio, ora o mai più. Tra dieci minuti ho una riunione, e prima che ne esca si sarà fatta sera.» «Bar Mexico?» «Bar Mexico.»
«Allora, che mi devi dire?» «Ti devo dire cosa mi ha detto mia figlia stamattina.» «Vai!» «Papà, diciamoci la verità. Al di là di tutte queste cose che fai con la fabbrica, il sindacato, il cuoco e compagnia bella la verità è che hai quasi 50 anni, non hai ancora deciso bene cosa fare della tua vita, e soprattutto non hai una lira. Papà, parliamoci francamente, ma se per ipotesi tu domani muori a noi che ci lasci?»
«Caspita, si è svegliata aggressiva la ragazza. Antò, e tu che cosa le hai detto?» «Sinceramente, d prima mano ho accusato il colpo. Però poi ci ho pensato, e le ho risposto che se morivo l’indomani le avrei lasciato un bel po’ di rapporti umani con un bel po’ di bella gente. Che dici Viciè, ho fatto bene?».

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Questa chiacchiera Antonio e io l’abbiamo fatta quasi venti anni fa. Io ovviamente sono io mentre lui è Antonio Tubelli, che poi la sua via l’ha trovata, grazie  all’incontro con il Maestro Angelo Paracucchi, ma di questo vi dico tra poco. Prima devo dire che la storia della risposta di Antonio alla figliola è stata per me il segno della straordinaria umanità e saggezza del mio amico, anche se al tempo mi ci volle ancora quasi un anno prima che mi rendessi conto del valore più generale e profondo della sua affermazione. Accadde una sera a via Caracciolo, nel corso di una passeggiata per me indimenticabile con il filosofo Salvatore Veca, che a un certo punto mi disse: «perché sai, Vincenzo, alla fine se ci pensi la qualità e la bellezza delle nostre vite è strettamente connessa alla qualità e alla quantità delle connessioni che riusciamo a  stabilire con altri esseri come noi, umani.» Giuro che non resistetti, raccontai a Veca di Tubelli e fui ancora più felice dell’abbraccio che avevo dato al mio amico quando mi aveva chiesto se aveva fatto bene a rispondere in quel modo alla sua figliola.

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Tornando ad Antonio, come vi ho detto a un certo punto la passione è diventata professione e oggi il Maestro Tubelli è uno straordinario ambasciatore nel mondo della cucina tradizionale napoletana, della cucina di strada, della cucina del riuso. Se volete saperne di più sulle sue ricette potete dare un’occhiata ai suoli libri, La cucina napoletana e A tavola con Antonio Tubelli entrambi editi da L’Ancora del Mediterraneo. Quello che invece ci tengo a dirvi prima di concludere è che Antonio rappresenta per molti versi l’essenza stessa del lavoro ben fatto, nel senso che non conosce altro modo di pensare, di essere e di fare, e naturalmente di lavorare. Ci siamo rivisti la settimana scorsa dopo quasi un anno e mezzo, l’occasione la vedete documentata dalle foto,  e come ogni volta siamo tornati sui nostri discorsi di sempre: la dignità del lavoro, la necessità di scegliere la via della qualità per uscire dalla crisi e dare futuro ai giovani, l’importanza di fare bene quello che devi fare. Come al solito quando è stato il mio turno ci ho messo un sacco di parole per dire quello che volevo dire; quando è stato il suo mi ha detto solo questo: «Vincenzo, quando mi chiamano da qualche parte per una dimostrazione, una lezione, una manifestazione, in Italia, in Europa, in Giappone, ovunque nel mondo, cerco sempre di portare con me due o tre giovani. Io sono contento di farlo, e loro pure. Ogni volta prima di partire ci riuniamo e dico loro queste semplici parole: Ragazzi, domani si parte. Sappiate che per fare brutte figure basto io, non ho bisogno del vostro aiuto. Basta. Non aggiungo altro. Viciè, ti assicuro che funziona.»
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