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Il falegname Giovanni

Società Operaia di Carovilli. 29 Dicembre 2014. La presentazione del mio libro è appena terminata, fuori la neve non la smette di cadere, l’indomani sarà un’impresa tornare a casa, ma adesso c’è Giovanni che mi chiede con i suoi modi discreti, gentili, una dedica.
Dal nostro unico, precedente incontro sono trascorsi oltre dieci anni, oltre le dediche mi fermo volentieri a chiacchierare un po’ con lui. Mi accenna appena delle difficoltà che incontra proponendo un lavoro ben fatto a un prezzo giusto e già il naso mi prude, poi aggiunge che ama il suo lavoro, che per lui non esiste altro modo di farlo se non al meglio, senza “tirar via”, curando i particolari, pensando a prevenire le criticità nei punti più soggetti ad usura, anche se questo richiede più lavoro e più tempo, il problema è che dopo deve fare i conti con un mercato condizionato dal prodotto industriale, che risponde alla logica del minor tempo impiegato e del minor costo, anche quando va a scapito della qualità, e che se vuoi sintetizzare tutto questo in una sola frase quella giusta è «spesso sono costretto a lavorare sottocosto pur di non perdere il lavoro».
Chiedo a Giovanni che lavoro fa, mi dice falegname. Gli confesso che non me lo ricordavo artigiano, mi risponde che non lo è stato sempre, che la sua storia di lavoro è complicata, che almeno un paio di volte ha pensato di non farcela, che alla fine lo hanno aiutato la famiglia e le motivazioni più profonde, ma sì, quello mette dentro al suo lavoro ogni giorno.

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Gli ingredienti per passare alla fase due ci sono tutti, e così gli dico «Giovanni, se ti va potremmo provare a raccontarla la tua storia, magari mi mandi qualche riga, così mi faccio un’idea, poi se penso che si possa fare ci sentiamo, ne parliamo, mi racconti meglio, che dici?». Mi dice che lui ci sta, che le cose che di cui abbiamo parlato durante la presentazione sono state musica per le sue orecchie, che pensa anche lui che sia giunto il momento, a fronte della superficialità e della negligenza e anche della corruzione troppo diffusa, di rimarcare l’importanza del lavoro “ben fatto” della dedizione, dell’impegno, della serietà nel lavoro a 360 gradi, in pratica in qualunque campo dell’attività umana. E aggiunge che pensa anche che questa consapevolezza possa contribuire, nel medio lungo termine, a far uscire l’Italia dalla situazione in cui versa oggi dato che per il resto, la cultura, la voglia di lavorare e la fantasia non ci mancano.
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La fase tre vi propongo di leggerla proprio come me la ha raccontata lui.
«Mi chiamo Giovanni Putaturo, ho 61 anni e da circa 12 anni faccio il falegname. L’amore per il legno risale agli anni dell’infanzia, ai tempi in cui mamma per liberarsi un po’ di noi mandava me e mio fratello maggiore dagli zii falegnami perché ci “ intrattenessero” per qualche ora. Volete sapere cosa ci facevano fare? Raddrizzare i chiodi e raccogliere la segatura e i trucioli, e a me è bastato per innamorarmi di quel lavoro, al punto che appena potevo tornavo in bottega. D’estate poi ci andavo quasi tutti i giorni, sia perché mi piaceva sentirmi utile – aiutavo gli zii a reggere i tavoloni quando piallavano, o a tagliarli con la sega, o durante le riparazioni nelle case dei clienti -, sia, soprattutto, perché sperimentavo sul campo la mia capacità di rubare il mestiere costruendo con le mie mani racchette, carriole ed altri giocattoli.
Essendo piuttosto bravo a scuola, fui avviato agli studi (liceo scientifico) piuttosto che in bottega, ma appena potevo tornavo sempre lì, e persino nell’estate della maturità ho costruito una zanzariera ed un mobiletto per casa che, modestia a parte, dopo oltre 40 anni sono ancora lì.
Dopo il liceo mi scrivo ad Architettura, frequento e studio per qualche anno ma non prendo la laurea, trovo invece lavoro come topografo presso una ditta di aerofotogrammetria e, ormai sposato, riprendo a coltivare l’hobby della falegnameria nel garage della nuova casa che ho fortemente voluto proprio per  avere uno spazio tutto mio dove potermi rifugiare nel tempo libero.
Un bel giorno accade però che mentre io faccio il mio lavoro nell’ufficio della ditta a Roma a casa mi arriva la lettera di licenziamento. Dire che è stato un fulmine a ciel sereno è dire poco, e dire che il mio impegno e il mio lavoro erano apprezzati da tutti.

Vincenzo mi devi credere, si prova una sensazione bruttissima, pensa che non avevo ancora 40 anni e mi sono sentito come una cosa vecchia e inutile che si butta via. Certo che lo sapevo già, però è in quei momenti che capisci fino in fondo quanto è importante il lavoro, perché è così fortemente collegato alla dignità e al rispetto e perché senza il lavoro è molto più difficile sentirti utile e parte integrante di una comunità.
Comunque, dopo un primo periodo di smarrimento, mi metto in società con un collega anch’egli licenziato e riprendo il lavoro di topografo, lavorando in subappalto per varie ditte. Dieci anni dopo, mi ritrovo punto e a capo: problemi di rapporti con il socio, problemi di salute e problemi familiari mi inducono a prendere una decisione drastica: chiudere con la topografia.
Mi ritrovo così a 50 anni di nuovo senza lavoro. Per fortuna ho il mio garage, il mio rifugio e così, verificata l’impossibilità di trovare lavoro presso qualche falegnameria, acquisto qualche macchina professionale e  comincio a fare lavori più seri e impegnativi.

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Vincenzo, come avrai già capito quello che per tanti anni è stato solo un hobby diventa pian piano a tutti gli effetti il mio nuovo lavoro e così mi decido a prendere un locale un po’ più grande e ad aprire un’attività in piena regola.
Mi credi se ti dico che a 50 anni ho rivoltato la mia vita e sono come rinato? Niente più padroni né soci, solo io padrone di me stesso, libero da legami e libero di dare sfogo alla passione, alla fantasia, al bisogno di appagare un desiderio che giaceva sopito da troppo tempo.
Col senno di poi mi sono pentito di non aver fatto questo passo molto tempo prima. Anche se con poche soddisfazioni economiche, faccio comunque un lavoro che mi piace e perciò non mi pesa tant’è che tiro avanti fino a tardi la sera senza guardare l’orologio e non di rado è di notte che riesco a trovare soluzioni e a risolvere problemi.
La soddisfazione di realizzare con le proprie mani qualcosa che poi deve essere utilizzato da altri è impagabile ed è ancora maggiore se il mobile viene progettato e disegnato da te stesso (visto che anche se non ho preso la laurea i miei studi mi sono serviti?), come è capitato più volte.
Il mobile, la porta, la libreria assumono allora, a differenza del prodotto industriale, un plusvalore intrinseco non solo perché sono fatti su misura ma perché hanno un’anima, l’anima che ci ha messo l’artigiano.
Te l’ho detto già a Carovilli, non è che c’è da diventare ricchi, se non lavorasse anche mia moglie sarebbe dura andare avanti, però ti dico che mai e poi mai potrei cambiare il mio modo di lavorare: Vincenzo, lo so che tu mi capisci, ma io lavoro più per me stesso che per il cliente, nel senso che il primo soddisfatto del mio lavoro devo essere io.»
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Certo che ti capisco Giovanni, spero che siano sempre più in tanti a capirti, perché alla fine si ritorna sempre là, alle ragioni per le quali «ciò che va quasi bene non va bene», alla necessità di fare bene le cose perché è così che si fa. Non solo ti capisco, ma sono anche contento, perché questa nostra bella Italia non la cambiamo se non partiamo da qui.