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Il lavoro che cambia e non finisce

6 Luglio 2016
Venti parole connesse per raccontare il lavoro nel futuro prossimo venturo. Le prime quattro sono nuove, le altre sedici sono quelle che ho proposto a fine 2014 al Congresso Nazionale di Futurologia organizzato da Italian Institute for the Future.
Come ripeto spesso, tutto questo ha molto più senso se insieme al mio racconto c’è anche il vostro. Naturalmente potete scegliere tra le parole quelle vi interessano e potete proporre e/o connettere altre parole per raccontare le vostre visioni, le vostre idee, le vostre esperienze. Per partecipare scrivete a partecipa@lavorobenfatto.org

Le nuove quattro parole connesse
Insegnamento e Apprendimento
Tecnologia e Consapevolezza

Le sedici parole precedenti
Morpheus e Niobe
Uomini e Macchine
Fare è Pensare
Approccio e Cultura
Competizione e Collaborazione
Innovazione e Lavoro Ben Fatto
Internet delle cose e Internet dell’energia
Città Intelligenti e Bellezza

fablab1a
GLI INTERVENTI

GIUSEPPE FERRIGNO
Innovazione e posti di lavoro
Ancora in questi giorni ho sentito Renzi parlare dei posti di lavoro che creerà l’innovazione tecnologica, e smentire gli effetti di questa sul tasso di disoccupazione. Questa convinzione è vera solo a metà a mio parere, e non tiene conto dei tempi.
Proviamo a mettere in fila i vari punti:
1) L’innovazione tecnologica crea un aumento notevole di produttività, interi settori vengono rivoluzionati, molti lavori scompaiono gradualmente, lasciando il posto a fabbriche e servizi automatizzati. E’ una buona notizia? Si, è un’ottima notizia.
2) Grazie alla tecnologia vengono avanti mestieri completamente nuovi, nuovi settori di mercato, attività completamente ignote prima, nate grazie all’evoluzione tecnologica e al diffondersi di nuove tipologie e di servizi. E’ una buona notizia? Ottima.
3) La cattiva notizia è che, nel breve termine lo sbilancio tra i posti di lavoro persi, e quelli nuovi che nascono, è in passivo. Si perderanno, nel breve termine, più posti di lavoro di quanti ne nasceranno. Inoltre, per coprire i nuovi posti di lavoro c’è bisogno di professionalità che la scuola e l’università non sta formando, da qui l’assurdo dei posti di lavoro disponibili ma che non si riescono a coprire.
4) Occorrerà quindi accelerare fortemente nella formazione di queste nuove competenze, e di quelle che nasceranno da qui a 10 anni. Molte università si stanno sforzando di mettere in campo nuovi corsi di laurea, ma quello che manca è una completa rivisitazione degli istituti superiori ad indirizzo tecnico. Mancano sviluppatori di software, esperti di rete, esperti di sicurezza informatica, addetti alla pianificazione delle campagne di marketing digitale, data scientists, ecc. ecc.
5) Per coprire, almeno in parte, questo gap occorrerà un periodo dai cinque ai sette anni (nuovi corsi di laurea, la riforma degli istituti superiori, una maggiore integrazione scuola/impresa). Cosa si fa nel frattempo?
6) È inevitabile che il governo, invece di pensare che il problema si risolverà da solo, metta in campo un piano straordinario per l’occupazione giovanile, sia migliorando la qualità della pubblica amministrazione (l’immissione di giovani tecnici, project manager, sviluppatori, analisti di dati, ecc.) sia accelerando la creazione di settori completamente nuovi di industria. Occorre concentrare gli sforzi, e reperire le risorse ridistribuendo i budget pubblici verso queste direzioni, dirottandole dai settori morenti e dai parassitismi. Occorre mettere in campo processi di formazione permanente nella PA, nella scuola (ci servono docenti e dirigenti scolastici che spingano in questa direzione), nei servizi, negli enti locali.
Queste sono le considerazioni che mi vengono in mente quando sento Matteo Renzi sminuire il problema dei posti di lavoro che si perdono con l’innovazione. È il mio punto di vista, modesto e parziale, ma l’equazione è quasi di tipo matematico.
P.S.
Rileggendo noto che quello che non ho sottolineato abbastanza è che forme nuove di reddito “di inserimento” possono essere messe in pista per accompagnare questo periodo di transizione. Purtroppo sento solo degli slogan in giro, e nessuno che progetti un piano serio. Spero che il PD se ne renda conto, ho sentito considerazioni interessanti fatte da Cesare Damiano.

ALFONSO D’AMBROSIO
Caro Vincenzo mi piace prendere le tue parole competizione e collaborazione ma integrarle con altre.
Il lavoro del docente sta cambiando molto eppure la collaborazione é ancor più fondamentale. Collaborazione come relazione educativa, emozionale, tra studenti, tra docenti e con il territorio. Competizione perché per molti la scuola é ancora delle sole eccellenze o di singole esperienze didattiche … purtroppo.
Ma aggiungo parole come formazione ed autoformazione permanente che devono esprime la nostra ansia – quasi inquietudine – di conoscenza.
Un lavoro, quello dell’insegnante, che cambia ma non diventa liquido, anzi occorre che sia impregnato di strutture pedagogiche forti ma con strumenti e linguaggi ANCHE (ma non solo) nuovi. Un insegnante che cambia e si forma con e per i suoi studenti ma con ingredienti eterni quali passione, curiosità, condivisione.

VINCENZO MORETTI
Il lavoro che cambia e non finisce visto da me

FABIO FIORENZA
Penso che le cose non accadano mai per puro caso. Ringrazio la mia amica T., la quale involontariamente mi ha fatto incontrare questo post che contiene 16 parole da declinare sul lavoro. Io non ho mai amato scegliere perché è difficile e comporta una quasi limitazione di libertà nel non poter decidere di far tutto nella vita. Il nostro Prof. preferito al Liceo Scientifico ci ripeteva sempre che l’essere umano è limitato. L’uomo è infatti un essere finito destinato a morire  ma non prima di diventare se stesso cercando il proprio posto nel mondo. Ed oggi collocarsi nel mondo è un’impresa ardua, quasi da super eroi. Ma noi non siamo degli eroi perché siamo fatti di carne e di dolore. A volte vorrei riuscire a  guardare il mondo attraverso gli incantevoli occhi ed il modo di sorridere che ha T., una persona che al primo impatto sembra soltanto avere un disarmante e  bellissimo viso nulla di più,  perché  non riesci subito ad entrare nella sua logica, nel suo modo affascinante di guardare ed andare oltre le banalità delle cose ed i luoghi comuni che ha la forza di un tornado. Ma quando poi riesce lei stessa ad immergerti nei suoi occhi,  allora viaggi con lei in altri  luoghi ed il mondo sembra lasciarti un’impronta dentro.
Tutto quel che c’era  intorno io l’ho visto guardando lei, e sono stato ovunque stando con lei, che è il mio segreto più dolce. Ma le cose finiscono, il mondo, la bellezza, l’amore, il dolore, i gesti, le risate a crepapelle, gli sguardi, i baci, l’odore che la pioggia lascia sull’erba, il profumo dell’aria che si spezza nel cielo. Tutto finisce in un polveroso oblio. Diventano minuscoli punti nello spazio.  Molecole di un universo.
Ecco, per me l’arte è racchiudere tutto ciò in un quadro. Nei quadri c’è la bellezza della vita che si divulga attraverso i  drammi umani, nelle più ardue miserie dell’uomo. La bellezza dell’arte disegna lo specchio attraverso il quale poter scrutare i segmenti che l’esistenza disegna senza farsi accorgere da noi.
L’Italia è la patria della bellezza e dell’arte come patrimonio sublime dell’uomo anche se ogni tanto le fa più comodo dimenticarsene. Così facendo però trascura un’opportunità di progresso e di lavoro. Perché il progresso non è soltanto quello scientifico, quello delle nuove tecnologie che migliorano certamente la qualità della vita ma ne trascurano il nutrimento dell’anima e costringono l’uomo a diventare una macchina in mezzo alle altre macchine. Senza dimenticare che non tutti possono permettersi il lusso di comprare un i-phone 6 o un tablet.
L’uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza che trae ispirazione dalla sensazione di non averne. L’arte emana sensazioni e prima dell’esperienza sensuale non c’è nulla. Come diceva Aristotele la mente umana prima delle sensazioni è una “tabula rasa”, ovvero una tavoletta di cera cancellata in modo da poter essere usata per riscrivervi sopra, per immettervi conoscenza che non è innata, non nasce a priori.
Siamo in un periodo storico in cui c’è bisogno secondo me di riscrivere la storia, di reinventarci, e io suggerisco di partire dall’arte per guardare noi stessi nel mondo e attingere conoscenza e quindi progresso. Un tipo di progresso non scientifico, questa volta, ma umano che trae la sua “etimologia” dal capitale di cui ogni persona è dotata. Perdonami se mi sono dilungato troppo, ma tutto quello che ho scritto, io  l’ho scritto pensando a lei, alla mia ormai migliore amica, a T. Infatti l’unica parola che ho scelto è bellezza.

ARMANDO DI NARDO
Ho provato a mescolare le sedici parole selezionate da Vincenzo come nel Castello dei Destini incrociati di Calvino – in cui i protagonisti giocano con i tarocchi sperimentando le innumerevoli permutazioni, i molteplici significati e le infinite suggestioni creando intriganti storie fantastiche forse avvenute in altri tempi o regioni.
La combinazione favorevole che ho scelto – o se preferite la storia che mi piacerebbe accadesse di nuovo, perché noi italiani sappiamo che nel nostro Paese è già avvenuto più volte e in diversi luoghi – è (ri)Fare Bellezza: nelle città, nella televisione, sulle spiagge, nelle scuole, nel linguaggio, nella scrittura, nelle campagne, nell’accoglienza, nell’educazione, nei momenti più intimi e nei nostri cuori. E sono convinto che possiamo riuscirci solo partendo dal #lavorobenfatto.

RAFFAELE CARS
C’è il frastuono del dopo pranzo a casa mia adesso. I vari parenti sfogano i cazzotti di una settimana urlandosi da una parte all’altra del tavolo. Ridono. Ridono a crepapelle. Io ho il cappuccio della felpa in testa e sono steso sul letto ad ascoltare qualche canzone triste. Sono lontano da loro. Mi auto escludo e, come loro, smaltisco i cazzotti di una settimana.
Ieri notte sono riuscito a vedere l’alba mentre fumavo l’ultima sigaretta della giornata con un amico. Eravamo in macchina. Erano più o meno le sei.
Anche qualche giorno fa ero in macchina. Non era una buona giornata, ma sul sedile accanto al mio c’era una donna. Aveva gli occhi grandi come il sole, e marroni come le foglie d’autunno. Mi diede un bacio. Dopo sorrise. E mentre lo fece sospirò leggermente. Era notte e la gente aveva già chiuso le persiane. Il mondo, era chiuso.
Aveva due ruote quella cosa, era una bici quella cosa. Avevo 6 anni e mio padre mi svegliò all’alba di una domenica mattina per portare me, la bici e tutta la famiglia al Bosco di Capodimonte.
Appoggiai il sedere lì, sul sedile. Come potrò stare in equilibrio su sole due ruote? Odiavo mio padre in quel momento. Lo odiavo perché permetteva a una cosa di lasciarmi cadere e io mi facevo male. Non era la mia giornata. Stavamo quasi per andare via. Mio padre voleva farmi fare un ultimo tentativo, ma io non volevo. Mia madre e mio fratello mi avrebbero guardato di nuovo fallire. Ma lui insisteva … e allora io lo accontentai, risalii su quel dannato sedile. Una pedalata, due pedalate, ce la stavo facendo.
Non devo arrendermi, pensai. A poche centinaia di metri da me, nei suoi 30 anni, mio padre.
«Vai Raffaele, vai, vai». Ce la sto facendo pensai.
«Ce la stai facendo Raffaele, ce la stai facendo! Continua a pedalare».
Mi sembrò di volare. C’era il sole e il sole decise di colpire quel momento. Buttai la bici per terra e io e mio padre ci abbracciammo fortissimo. Forse non l’ho abbracciato più così.
Le parole che ho scelto? APPROCCIO e BELLEZZA.

GIOVANNI DI VITO
Caro Vincenzo,
proponi un bel “gioco” con le sedici parole connesse e perciò io le connetto a mio modo. Innanzitutto mi piacerebbe pensare ad una evoluzione industriale, piuttosto che ad una rivoluzione, perché “l’evoluzione” indica uno svolgimento, uno sviluppo, ovvero indica l’andare verso, mentre “la rivoluzione” prevede un movimento circolare con il ritornare allo stesso punto di partenza. Questo è il mio Approccio ad una Cultura del pensiero libero dai format, dagli schemi e dalla consuetudine, che cerco di perseguire quotidianamente attraverso il mio Lavoro, affinché sia Ben Fatto ed Innovativo.
Dovremmo tutti dedicare un po’ di tempo in più a Pensare, perché senza un pensiero è difficile Fare qualcosa che abbia un significato. Per esempio, se gli Uomini pensassero più al tempo e meno all’orologio dialogherebbero in maniera più appropriata con le Macchine, costruirebbero più Bellezza e di conseguenza Città più Intelligenti.
Infine, caro Vincenzo, ognuno di noi, donna o uomo che sia, dovrebbe essere la Niobe o il Morpheus di se stesso, essere il comandante della propria terza (ri)evoluzione industriale. Come stai dimostrando con il tuo sempre interessante modo di lavorare l’Internet delle cose è anche un l’Internet dell’energia, dipende solo dai comandanti buoni.

ANNALISA COCCO
Caro Prof,
ho letto il tuo post e ho deciso anch’io di partecipare.
Ho scelto due parole tra le sedici: bellezza e città intelligenti.
La vera bellezza io la trovo ovunque. La ritrovo in ciò che studio e nelle idee che sono il motore del lavoro. La bellezza la cerco sopratutto nei bambini con cui faccio tirocinio, nei loro baci colmi di amore, nelle  loro manine che mi stringono forte in un infinito abbraccio. La bellezza la ritrovo nei miei amici napoletani, i quali gravitano sempre intorno  a me durante il giorno. Osservo la bellezza anche quando esco con loro per le strade di Napoli e  la vedo persa nei palazzi antichi, nei portoni, nell’Università, nei monumenti, nella voglia di fare  che spinge a cambiare, nelle risate calorose delle persone che incontro, nei lavori degli antichi artigiani del centro storico, nella signora al primo piano che affacciandosi al balcone per salutarmi, mi dice che per qualsiasi cosa io avessi bisogno lei c’è.
La bellezza me la regala il lungomare partenopeo quando passeggio di lì, perché oltre ad esserci il  mare è sempre pieno di gente, di bimbi felici, di aquiloni che volano in alto, il tutto incastonato, come una pietra preziosa su di un anello, tra le colline e le case, tante case. Le case puntano sù, ed io la bellezza la trovo anche nel cielo che silenziosamente scruta ogni nostra azione dilatata nella freneticità di questa vita che amo.
L’altra parola è città intelligenti. Napoli potrebbe divenire una città intelligente, in parte già lo è ma non lo dimostra o forse non vuole. Non vuole essere intelligente perchè permette che i giovani e le loro idee vadano via per la mancanza di lavoro e quindi anche di futuro.  Non vuole essere intelligente perché non sa sfruttare le sue risorse per dare un’alternativa  lavorativa a chi  non può studiare, perché anche studiare a Napoli come in altri luoghi  costa. Non vuole essere intelligente perché lascia che le sue strade e le sue piazze siano sporche  e maltrattate dall’incuria. Non vuole essere intelligente perché si lascia far governare dalle persone sbagliate senza battere ciglio. Non vuole essere intelligente perché molte volte permette che il male vinca sul bene e il sangue sulla carne. Non vuole essere intelligente perché non sfrutta bene  il suo patrimonio artistico  e il suo mare. Non vuole essere intelligente perché cerca a tutti i costi il cambiamento economico  e il riassetto urbano e poi lo trascura. Non vuole essere intelligente perché abbandona a se stesso e così facendo dimentica, un Rione intero come la Sanità dove tra l’altro è nato il grande Totò. Non vuole essere intelligente perché molte volte ama segmentarsi tra fazioni ricche ed altre povere ed emarginate. Non vuole essere intelligente perché vive di dinamiche strane e complesse, spesso poco limpide che offuscano la sua innata bellezza e la rendono una città malinconica tra le città d’Italia. Ma a volte anche la bellezza è tale perché imperfetta.

MATTIA ALTOBELLI
È difficile parlare di lavoro oggi, soprattutto se come me non sei un esperto, ma da appassionato di Algebra (vi chiederete cosa c’entra, ma in realtà l’Algebra c’entra sempre) posso provare a fare delle valutazioni logiche.
Mi pare evidente che non si può parlare di lavoro oggi senza parlare di rivoluzione digitale. Se nei primi anni del ‘900 una macchina dava lavoro a un numero svariato di persone, oggi il rapporto tra macchine e persone necessarie a farle funzionare si è drasticamente riequilibrato a favore delle prime. E per me questo non è un problema, ma un fatto.
Allo stesso modo è un fatto che continuiamo a leggere articoli e a fare considerazioni sul lavoro che parlano di ‘futuro’, intendendo con questa parola il futuro percepito negli anni ’60.
Care amiche  e cari amici, vi informo che oggi dobbiamo parlare di ‘presente’ perché quando abbiamo finito tale argomentazione siamo già nel passato.
Provo a spiegarmi meglio: oggi il futuro non dura 30 anni, dura 6 mesi se tutto va bene.
Non è un caso che anche l’impresa più innovativa venga spesso identificata con il termine anglosassone ‘startup': inquadri una fetta di mercato, la studi, capisci le sue esigenze e crei il prodotto utilizzando le possibilità che ti vengono date dalla tecnologia.
Trovati i fondi per partire, il progetto si autoalimenta e se sei stato veramente bravo ci pensa l’algoritmo creato. Passa il tempo, ogni tanto si fa un controllo o una nuova versione, poi a un certo punto la produttività intellettuale finisce e si pensa di partire con un altro progetto.
Naturalmente se operiamo nei settori agricoli o industriali più tradizionali il discorso è in parte diverso, ma anche in quel caso sempre con la tecnologia e l’innovazione si dovranno fare i conti.
Questa è innovazione o tragedia?
Io preferisco chiamarla innovazione perché se riusciamo tutti insieme a inquadrare bene il termine ‘rivoluzione digitale’ – e tutto quello che ha portato nella nostra società – potremo riuscire a creare sempre più possibilità per il nostro presente.
radiostile – il progetto editoriale che ho pensato anni fa per dare voce alle idee in tutte le sue forme: musica, fumetto, arte, impresa, socialità e così via – è un esempio di tutto questo, anche se al momento non parlerei tanto di lavoro quanto di passione.
Il world wide web ci ha dato questa possibilità di connetterci, quindi di conoscerci e allora mi pareva giusto creare un contenitore aggregativo che rispondesse a quella meraviglia che è la ‘radio’.
C’è ancora molto lavoro da fare per quanto mi riguarda, ma il progetto è bello così perché va avanti con passione e dedizione. E sta pure crescendo e in arrivo ci sono delle novità importanti (che oggi fa molto figo chiamare ‘partnership’).

FLORIANA COPPOLA
Leggendo il mito di Niobe, mi è sembrato  perfettamente capace di porsi come  una metafora preoccupante dei tempi moderni, perché la superbia del mondo informatizzato può diventare un sentimento miope e ottuso, autodistruttivo, quando non è compensato da una effettiva ricerca di contatto immediato, autentico, non virtuale, tra le persone.
La piazza virtuale non può sostituire il luogo reale, le strade, i cortili, i bar, tutti i luoghi dove le persone si incontrano e si riuniscono per lavorare insieme.
Insegno in una scuola superiore, un liceo artistico, e credo che anche la scuola pubblica, tanto poco apprezzata, fabbrica in via di dismissione, debba invece essere valorizzata come luogo di incontro tra le generazioni, luogo di trasferimento e di significazione dei paradigmi culturali,  politici e sociali, in via di trasformazione,  luogo di passaggio delle consegne tra i vecchi e i giovani, luogo dove i saperi vanno utilizzati come occasione per capirsi, per individuarsi, per corazzarsi culturalmente  contro le difficoltà dell’esistenza reale. Il virtuale è solo l’anticamera protetta della relazione tra l’uomo e il mondo.
La guerra si fa per strada.

Ecco i figli di Niobe trafitti dai loro stessi doni
superba la madre, è montagna di roccia scura
inamovibile e storta come una visione tronca
qui la bellezza veloce  è  l’inganno dei videonauti
ha passi falsi, ruba comete e le spedisce lontano
oltre il naufragio virtuale.  Non so dove sono le mani,
gli occhi, lo sguardo, la schiena, la bocca
navigazione bendata senza vascello né albero maestro
solo una ciurma sbracata di sirene e satiri
uno stormo di anime senza ali
solo uno schermo che riflette, desiderio spostato oltre la carne
questo film è una prigione senza finestre
ritorna indietro la parola e l’immagine,
spezza la diga di ogni dolore
centomila specchi dove infrangere i corpi
già perduti nella traduzione del danno famelico
non trovo le belle pagine, la scrittura dei vecchi
il canto intorno ai fuochi, la polvere delle battaglie
qui emozioni a poco prezzo, ubriacatura notturna senza vino.
Dove sono le piazze assolate degli incontri veri e fugaci?
Dove sono le strade affamate di folla?
I bar, isole assunte di gioia e stupore?
Ecco lo schermo luminoso, rimanda il mio nome
il mio solo nome centinaia di volte e cento ancora
masturbazione narcisa dell’internauta.
Siamo macchine con protesi raffinate
uomini/tastiera, un cuore modem da incistare sotto pelle
dita mouse per accarezzare a distanza assoluta
dichiarazioni d’amore in vetro/acquario
tocco il file congelato della memoria hard
ardo in fatui  fotogrammi senza voce
parlo un codice cifrato , copio un link
va via la luce,  stop adesso, rimango sola
al buio, non  ho  più  vita
mi spengo.

ELA SIROMASCENKO
Caro Vincenzo,
per prima cosa rispondo alla domanda “il lavoro esisterà ancora?” con un Sì categorico, nel senso che secondo me, anche se più e più operazioni saranno realizzate dalle varie macchine, software, app e così via, ci saranno altrettanti tipi di lavoro che continueranno ad essere svolti dalle persone. E appunto, la tecnologia in questi casi non farà altro che arricchire e aumentare il contributo personale e creativo del fattore umano nel prodotto/servizio risultato dal lavoro.
Proprio per questo le due parole di cui ho scelto di parlare sono bellezza e innovazione.
Le ho accoppiate perché nel loro accoppiamento ritrovo le caratteristiche del lavoro che faccio.
Nei miei abiti cerco di mettere bellezza. Ma non solo la bellezza intesa come qualcosa di piacevole per l’occhio o per la mano, come l’armonia dei colori, la morbidezza dei tessuti, la scintilla di una perlina, il gioco di volumi e di consistenze dato dalla sovrapposizione di un pizzo su un taffetà di seta, o il taglio che da una forma in grado di valorizzare quella della persona. No, non è solo questo.
La bellezza che cerco di mettere nel mio lavoro la ritrovo anche nella soddisfazione di aver ottenuto la precisione millimetrica di due cuciture in vita che combaciano alla perfezione sul centro dietro una volta montata la cerniera.
La bellezza la ritrovo pure nel prendere un pezzo di tessuto di 1,5 x 2 m, nel vederlo poi scomposto in pezzettini corrispondenti ai vari parti dell’abito (corpino davanti e dietro, maniche, teli della gonna ecc.) e poi nel vedere i pezzettini unendosi e diventando pezzi più grandi per poi rimanerci solo uno di pezzo, l’abito finito.
E la bellezza la ritrovo pure nelle parole di donne e ragazze che mi scrivono dall’altra parte del mondo, contente dell’abito che hanno appena ricevuto, e nelle foto che mi mandano, con loro indossando questi abiti nei momenti importanti delle loro vite, balli, matrimoni, feste.
Qua, caro Vincenzo, per me entra in gioco l’innovazione. Se non ci fosse stata l’innovazione – intesa in senso tecnologico, l’ecommerce, Paypal, i corrieri express, ecc, ma anche in senso di mentalità con la riscoperta del “fatto a mano” e con l’idea che si possono far fare degli abiti su misura anche se la sarta è a 10.000 kilometri di distanza -, io queste donne non le avrei mai incontrate. Di più, così piccola nel mio laboratorio di tre metri per tre in un mondo dominato dai giganti della moda, non avrei mai neanche potuto fare questo lavoro. E poi sai una cosa… per me l’innovazione è importante non tanto perché presto avremo dei robot che faranno tutto quello che a noi non piace fare, ma soprattutto perché l’innovazione è quella che fa connettere le persone. E, non meno importante, per me l’innovazione è quella che fa diffondere la bellezza. Ecco, anche per quello le ho accoppiate.
Si, alla fine mi ritengo fortunata per il lavoro che faccio, perché il mondo può anche cambiare, ma la gente si vestirà anche tra 100, 200,1000 anni ( a meno che non inventeranno una app che ci vestirà di ologrammi con opzione di regolarizzazione della temperatura corporea … ma questo chi lo sa?)

VALLERIA BOTTONI
Ciao Vincenzo,
ho letto il tuo post e ho deciso di utilizzare le parole bellezza e innovazione per descrivere il mio quartiere, il Rione Sanità.
Io trovo la bellezza del mio quartiere anche nella sua bruttezza e nel suo degrado civile. E’ un quartiere  la cui bellezza  non è evidente al primo impatto anche se gode di un patrimonio storico-artistico di grande importanza. La bellezza la ritrovo nelle case delle persone oneste che si spaccano la schiena pur di portare avanti le loro grandi famiglie. La bellezza la ritrovo nella solidarietà nei confronti delle comunità straniere che sono parte integrante del Rione. La bellezza la ritrovo nel salumiere, nel macellaio, nel fruttivendolo, nel pasticciere, nel pizzaiolo e tanti altri che mi salutano tutte le mattine e se non ricambio si offendono. La bellezza la ritrovo nei gesti affettuosi della gente del mio quartiere che mi coccola e non mi fa mai sentire sola. La bellezza la ritrovo negli abbracci e nei baci che mi regalano i bambini nell’associazione dove svolgo il ruolo di educatrice.
La mia speranza è che questa bellezza venga fuori anche dal lavoro che stiamo facendo al NetizenLab, il laboratorio di storytelling digitale del Rione Sanità.
Per me il NetizenLab è un’ulteriore dimostrazione che il quartiere si sta aprendo all’innovazione per cercare di emergere dal ghetto in cui si ritrova da più di duecento anni. Sì, penso proprio che il NetizenLab determinerà una rivoluzione comunicativa. E penso anche che il quartiere ne ha un gran bisogno.

MASSIMO CHIRIATTI
Sei pagato di più quando non pensi, Tit for Tat, Nòva Il Sole 24 Ore

FRANCESCO ESCALONA
Caro Vincenzo,
oggi ci hai dato dei compiti a casa davvero complessi.
Rispondere alla domanda se con la terza rivoluzione industriale esisterà ancora il lavoro, è già complesso di per se. Poi, ci proponi un metodo, quello delle parole accoppiate ed allora il compito diventa ancora più difficile. Difficile perché ricco, intrigante, coinvolgente.
Ma tu sei un Maestro per queste cose, ed io in queste tue avventure ho deciso di seguirti, sempre. Perciò ci provo.
Credo che per risponderti al meglio, però, dobbiamo innanzitutto chiarirci su cosa si intendiamo per “lavoro”. Tutto cambia in questo tempo strano, è vero, anche, forse soprattutto, il senso delle parole.
Non intendiamo di certo il Lavoro del passato. Ancora presente, chiaramente, ma che sta progressivamente venendo a mancare. Quello “con sudore”, alla latina, tanto per intenderci.
Non intendi quel lavoro lì, penso proprio di no. Spero di no. Una gran parte delle attività “faticose”, potranno infatti, ragionevolmente, essere effettuate dalle macchine, portando a termine un lungo percorso avviato agli inizi del secolo scorso.
Intendi, ne sono certo, il lavoro creativo, quello, si. Quel Lavoro esisterà ancora. Non c’è dubbio. Anzi, diciamo così: Tutti i lavori diventeranno creativi.. Quelli senza sudore.  E quelli, resteranno. E, bada bene, non è detto che, per la nostra felicità e la nostra salute, ciò sia un bene.
Per esempio, se non saremo bravi,  ci porteremo il lavoro sempre con noi. A casa, mentre mangiamo uno spaghetto a vongole o mentre siamo nel letto. Perché quel lavoro, il lavoro creativo, non finisce mai.
Se le “macchine” assorbiranno una forte  quota di lavoro materiale, cum sudore, tutti i lavori potranno essere creativi. Anzi, dovranno essere creativi. Ma ci vuole tempo perché tutto prenda senso e recuperi l’armonia.
Ed è Lavoro anche quello non retribuito. Tanti di noi, lavorano così, più della metà del proprio tempo. Perché, finché il processo culturale ed economico non sarà terminato, molti di noi avranno un lavoro per mangiare, quello con sudore, ed “un lavoro” per crescere, per la gioia di farlo, per la propria felicità, perché lo dobbiamo fare in quanto lo sentiamo come il nostro karma.
La seconda domanda era quella di cercare di dare un senso alla accoppiata di due parole.
Io sceglierei “Città intelligenti e Bellezza”, dedicandola a Napoli ed alla sua rivoluzione silenziosa. Non tutti hanno ancora percepito, infatti, la straordinaria opportunità che ci viene offerta dalla nascita a gennaio delle tredici Città metropolitane.
Bada bene, Vincenzo: non sarà solo una innovazione o un adeguamento amministrativo. Si tratta di una vera rivoluzione concettuale, Copernicana oserei definirla per quello che comporta.
Cambia tutto. E cambiare la Visione e il più grande investimento che si può sperare in una Società che fa della creatività la sua potenza.
Creativi del terzo millennio, lavoratori, griderebbe Totò col megafono in mano: sveglia! sta nascendo la nuova Napoli! La baia di Napoli! Così la chiamerei …  La Smart bay.
Sono le nuove tecnologie che stanno cambiando tutto: rete, trasporti, relazioni …
Sarà, se la “vedremo”, la città antica, densa, viscerale che conosciamo, ma, allo stesso tempo, intelligente, leggera, moderna e colorata.. e soprattutto, sarà  raccolta ed organizzata intorno alla sua baia.
La baia di Napoli. Questa alleanza di territori straordinari, è la nuova Visione intorno a cui lavorare per costruire il prossimo millennio.
La vecchia gloriosa Napoli, sarà alleata ai territori che si affacciano sullo stesso mare: i Campi flegrei, il Vesuvio, la Costiera sorrentina, Capri, Ischia e Procida con alle spalle la città della trasformazione, quella con più coefficiente di innovazione, che chiama creatività; la terra che va da Giugliano a Nola. Una sola grande metropoli di tre milioni e mezzo di abitanti. Una collana di perle raccolte intorno alla baia. Immaginiamola un attimo Vincè: scorriamo lentamente questo film.
Posillipo, San Martino, il Centro antico, Ercolano, Pompei, Torre del greco,Vico Equenze, Meta, Sorrento, Capri, Ischia, Procida, Pozzuoli, Miseno, Cuma. Un solo Sindaco, uno Statuto,  un Consiglio, una metropolitana sfolgorante nei suoi nodi vitali, le stazioni dell’Arte, le collegherà insieme a traghetti veloci che solcheranno il mare e attraverseranno veloci, e lenti, la Baia e tre vulcani attivi, anzi attivissimi a darle l’energia, il paesaggio e la ricchezza, come sempre da millenni.
Si, Vincenzo, il lavoro esisterà. Questo nuovo lavoro.  E credo che per realizzare questa Visione, questo sogno, come sempre del resto, ci sarà tanto, tanto da “lavorare”.

ROBERTO PAURA
Caro Vincenzo,
non credo sia un caso che la domanda “La fine del lavoro?” sia stata quella che ha colpito di più l’attenzione dei partecipanti al Congresso Nazionale di Futurologia. Il lavoro ci tocca tutti e qualcuno, tra i presenti a quell’evento e tra coloro che ci leggono, non vedono quella frase come una domanda, ma come una realtà, che si chiama disoccupazione. A cosa è dovuta? Non lo so, ovviamente, altrimenti farei l’economista, ma sicuramente il motivo più importante risiede nel cambiamento. Non c’è questa parola tra quelle che hai suggerito, ma è ovviamente al cambiamento che ti riferisci citando il discorso di Morpheus e Niobe in quella saga cinematografica che ha colpito molto l’immaginazione delle generazioni più giovani, alle quali appartengo, per la sua capacità di immaginare un futuro dal quale dobbiamo rifuggire.
Leggo da anni sui giornali dei lavori che stanno scomparendo, i mestieri tradizionali che nessuno sa più fare: il panettiere, l’artigiano, l’idraulico e così via. Poi ci sono quelle professioni nuove di cui non si trovano abbastanza persone in gamba: gli sviluppatori informatici, i programmatori, i sistemisti. Sembra che la maggior parte di noi viva in un limbo, incapace di portare avanti i mestieri di un tempo e incapace di intraprendere le nuove professioni che il cambiamento richiede. Stiamo perdendo la sfida del cambiamento.
Nel manifesto dell’Italian Institute for the Future abbiamo scritto che la spinta verso il futuro non deve portarci a perdere il contatto con il passato, non deve tradursi in un’estinzione di massa di usi, costumi, tradizioni, saperi e competenze. A questo si lega l’altra coppia di parole che hai proposto: Innovazione e Lavoro Ben Fatto. Dobbiamo portare l’innovazione all’interno dei mestieri tradizionali di cui ancora abbiamo bisogno, prima che scompaiano per sempre. Conservare il passato attraverso il futuro. Qualcuno lo sta facendo – sono gli artigiani 3.0, i makers – ma non basta. E allo stesso tempo dobbiamo renderci conto che le nuove professioni, soprattutto quelle legate al digitale, meritano la stessa attenzione e la stessa cura che richiedono i lavori manuali di un tempo.
Se perdiamo la sfida del cambiamento rischiamo due cose. La prima è la disoccupazione permanente di una vasta parte della popolazione occidentale, cosa che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Alcune inquietanti stime per il futuro parlano di una disoccupazione strutturale per la società occidentale, di lunghi periodi di mancanza di lavoro per tutta la durata della nostra vita. La seconda è la vittoria delle macchine sull’uomo. Le macchine – l’automazione – devono diventare nostre alleate nella costruzione di un nuovo modello di lavoro, meno faticoso e impagnativo, più creativo e progettuale: il modello della terza rivoluzione industriale. La seconda rivoluzione industriale produsse gravi contraccolpi nel tessuto sociale, legando i lavoratori alla catena di montaggio. Spetta a noi evitare che la terza produca effetti ancora più nefasti, rendendoci schiavi di macchine che ci ruberanno il lavoro. Anche nella dicotomia Uomini e Macchine, dunque, il modello dev’essere quello della Collaborazione piuttosto che della Competizione.
Ho riletto di recente “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, che mi sembra rappresenti un possibile scenario futuro. Chiuderemo nelle riserve i seguaci della “vita semplice”, quelli che sono rimasti legati al passato e non hanno voluto cedere alle sirene del progresso, un progresso disumano che ha sacrificato tutto nel nome dell’efficienza? Dobbiamo lavorare perché non sia quello il mondo verso cui stiamo andando.

MARIAGIOVANNA FERRANTE
Caro Vincenzo,
quando ho letto la lista di parole da te proposta, mi sono venute in mente delle associazioni di idee che tI trasmetto.
Approccio e cultura o approccio alla cultura? “Approccio”, inteso come “avvicinamento”. Esiste l’approccio all’amore, quello alla danza, quello a un’arte. E poi esiste l’approccio alla cultura, che è diverso da quello culturale. Il secondo reca già in sé l’idea di una cultura formata, o almeno presente nell’individuo. L’approccio alla cultura è altra cosa. Mi viene in mente l’immagine di un timido avvicinarsi a un essere gigantesco, le cui fattezze rimandano alla leopardiana Natura di una nota operetta morale: assumiamo un atteggiamento timido, impaurito nei confronti di una montagna da scalare, che ci sembra più impervia dell’Everest. Eppure, davanti a noi, intorno a noi, non c’è una montagna: c’è un mare di bellezza. Non è necessario partire da una lettura di Kafka, o conoscere le teorie sui massimi sistemi, per compiere questo viaggio: quel che conta è l’entusiasmo della scoperta di altri mondi.

Approcciarsi alla cultura significa compiere piccoli passi verso il “fuori” e verso l’Altro, ma anche e soprattutto verso se stessi, scoprendosi capaci di gioire e di soffrire attraverso molteplici esperienze. Cultura è conoscenza profonda del prossimo, senza la paura della diversità. E “cultura” non è soltanto “sapere”. È “saper fare”, nel senso di saper rendere vivo il sapere acquisito.

Per un’insegnante è inevitabile vedere una stretta parentela tra queste due parole e il proprio lavoro, sebbene all’immagine del docente sia spesso associata quella di mero dispensatore di nozioni. Questo succede se non c’è passione, se non si ha voglia di fare. Cosa significa fare? Significa rendere i contenuti materia dinamica, dotata di un’anima. Significa spingere i propri studenti ad aprire le finestre della mente, a chiedersi il “perché” delle cose senza per questo indurli a sentire tradita la propria natura di adolescenti. E non è necessario essere insegnanti per collaborare all’affermazione della cultura, e della cultura del fare. Già, perché fare significa essere ogni giorno capaci di amare quel che si fa, come se fosse sempre la prima volta. Perché ogni giorno è diverso da un altro e si impara anche insegnando. La formazione culturale nasce dalla collaborazione tra individui capaci di dare e di ricevere in ruoli che non siano mai di opposizione – gara, ma di fattiva volontà dI crescere insieme, a qualunque età. In questo senso, fare cultura sarà sempre un lavoro ben fatto.

VINCENZO LUISE
Vorrei proporre una breve riflessione su due delle parole proposte da Vincenzo, Competizione e Collaborazione.
Lo faccio partendo una citazione, che non vuole essere un richiamo politico poiché non è questa la mia intenzione, ma un dipinto di cosa oggi ci propone il contemporaneo: “Questa società offre ai giovani solo la prospettiva di essere una rotella di un ingranaggio volto a favorire la prepotenza, il privilegio e la corruzione”, recitava Enrico Berlinguer.
Spesso si contrappongono le parole competizione e collaborazione, come se una fosse il bene e l’altra il male. Ma cosa vuol dire competizione? In latino “cum-petere” voleva dire andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare ad un obiettivo comune, non sopraffare l’altro.
Abbiamo risemantizzato questa parola con significati distorti. Ma perché?
Certo, io non ho la risposta ma mi piace provare ad immaginare che i semi di una nuova società siano nelle parole di Tiziano Terzani che in merito alla felicità diceva: “Non sarebbe meglio avere poco ma il giusto, e per tutti?”
E voi siete disposti ad abbandonare le vostre certezze materiali per un futuro dove competizione e collaborare raccontino la stessa storia?
Vi consiglio di ascoltare Tiziano, lui per me è stato di grande ispirazione.

ANNA UNTITLA
Uomini e macchine
, prendo insieme, e non come due cose contrapposte.
Mi piacerebbe anzi parlare di Uomo e Macchina, singolare, perché è l’Uomo a fare la Macchina. Intendo quindi Macchina non come mostro ma come espressione luminosa di un pensiero (ecco Pensare), e di un progetto di Fare (ecco Fare).
C’era una canzone di Lucio Dalla che si chiamava Il motore del 2000.
Prima di tutto mi commuove ogni volta che la sento perché un tempo il 2000 era il nostro futuro imperscrutabile (noi lo immaginavamo come il futuro delle astronavi). Poi mi spaventa, perché quella canzone parla di un motore che si stacca delicatamente dall’uomo e vibra solitario nello spazio. E terzo mi fa incazzare perché per un breve periodo quella canzone è stata utilizzata per uno spot, cioè la cosa più imbecille che potessero fare, quando si dice abusare della poesia, esserne completamente incuranti.

Allora, per via dell’irritazione continua e violenta che ci sta dando la modernità, molti sono portati a immaginare un futuro senza macchine, fatto solo di cose “naturali”.
Con la fine delle macchine finisce anche un certo tipo di lavoro, quello industriale, e finisce anche un certo tipo di idea di futuro. Quello che voglio dire è che, per antitecnologici che vogliamo essere, comunque continuiamo a riscaldarci con delle caldaie, a farci il caffè con una moka, a usare un computer, a scrivere co una biro: tutte macchine, oggetti con un processo dentro, “invenzioni”, con tutto il carico di allegria e di fiducia nel futuro che contiene la parola invenzione.
In conclusione, avanzo una piccola ipotesi: che la maggior parte delle persone non voglia più saperne delle macchine perché non le sa più progettare. Cioè pensare. Perché non le sa più disegnare, perché non sa più immaginare un processo.
Questa è la cosa che diciamo davvero, quando parliamo di mancanza di Innovazione (eccone un’altra!). E dire che è male quello che non riusciamo più a fare è un po’ come la storia della volpe e l’uva.
Un altro grosso problema che oggi abbiamo con le macchine è che non le sappiamo più giudicare, motivo per cui la pubblicità e la propaganda politica parlano delle macchine, e del Motore del 2000, in modo così sciatto, come un qualsiasi ragazzino che impenna con la moto smarmittata e ti viene addosso per quel senso di potenza fessa che sappiamo. Quindi la mia conclusione è: reimparare a progettare per costruire, perché queste che ho detto (progetto, costruzione, macchina etc.) non sono brutte parole, ma bellissime, a patto di essere capaci di rispettarle – ed ecco che arriva, finalmente e a compendio di tutto, il Lavoro Ben Fatto, l’unico rispettabile perché a sua volta rispetta e ripensa.

GRAZIA COPPOLA
Caro Vincenzo,
mi prendo 4 parole delle sedici, un quarto di input e, a parte, una per divagare.
Le prime parole sono Fare è Pensare.
Ho conosciuto a Morano Calabro Nicola che prende una a una le case del paese e le recupera, ne ha fatto un’ospitalità diffusa. Nicola è ingegnere e molte cose le fa con le sue mani. Ha detto che noi abbiamo smesso di usare le mani. Sto pensando a questo fatto e a quanto poco costruiscono queste mani.
“Costruiscono”, non eseguono, non compiono un pezzettino di un processo del quale sfugge forse il fine. Una cosa che puoi fare senza pensare ma che se non la pensi non è tua.
Caro Vincenzo, adesso scivolo sulla vecchia amata questione delle costruzioni lego, il tempo in cui costruivamo liberamente quello che il pensiero ci diceva e invece quello dell’esecuzione di una costruzione pensata da un altro (il vero giocatore).

E vengo a Internet delle cose e Internet dell’energia. E’ in costruzione una cosa che è una casa, la Casa della Paesologia. Lei già esiste, è fatta di mattoni e tutto il resto e sta in un paese che si chiama Trevico. Ma se esiste perché dico che è in costruzione? Perché è in costruzione l’utilizzo comune di questa casa da parte di un gruppo di persone che nemmeno si conoscono tutte, che stanno sparse in 16 regioni italiane e 2 a Parigi. E tutte queste persone insieme decidono che hanno una casa-comune che, attento, non è una multiproprietà ma un tetto di tutti e anche tutti insieme. E’ una casa espandibile e quando si è in tanti diventa una comune-paese e quando si è in pochi ci si muove nell’impronta dell’altro che ha lasciato cibo in dispensa, un libro in biblioteca, una medicina nel cassetto infermeria e che altro ne so, vedremo.
In una multiproprietà non sai manco chi c’è andato alla settimana x che corrisponde alla tua y+1, in questa casa invece l’economia è strana, ti svegli e invece di sapere se il Pil è cresciuto puoi prendere notizie sullo stato del raccolto o sulla quantità di luce. Il meteo te lo fai da te, il paese sta più vicino al cielo che alla terra perché 1.094 metri sono tanti. Ah, poi si pratica il baratto, da cosa nasce cosa e casa.
Internet c’entra perché è nella rete che sta avvenendo questa miracolosa energia che porta sempre più persone a volere fare questo esperimento di riaprire le porte chiuse di un paese spopolato dell’Appennino, di vedere lì che aria (fredda d’inverno) tira e quanto silenzio ci prendiamo a metro quadro. Questa comunità ‘fare è pensare’ nasce dalla poesia e la poesia- poiesis – è fare dal nulla, creare, costruire, inventare. il capitano della nave logos, in questo caso e casa, è Franco Arminio, ed eccoci alla quinta parola.

STEFANO NICOLETTI

Competizione – Collaborazione
Caro Vincenzo,
nei primi anni ’90 vivevamo in un’Italia dove l’influenza dello Stato nell’economia era forte, predominante (nelle banche, nelle assicurazioni, nelle industrie, nei trasporti, nella sanità, nell’istruzione e chi più ne ha…).
Un bel giorno abbiamo iniziato a sentir parlare di concorrenza, perché molti ci hanno raccontato quali interessanti vantaggi avrebbe tratto un consumatore dall’apertura dei mercati: ad esempio trasparenza, costi più bassi, libertà di scelta e nuove occasioni di lavoro.
Oggi, a distanza di più di vent’anni, forse iniziamo a capire che quel cambiamento non riguardava solo la possibilità di risparmiare sulle bollette o sulle commissioni bancarie. L’introduzione nel “nostro” mondo di un pieno concetto di concorrenza ha finito infatti per riguardare il nostro stesso approccio alla vita di tutti i giorni. Nel lavoro, che della nostra vita di tutti i giorni è parte importante quanto l’aria che respiriamo, è entrato a far parte il concetto di “competizione” e, come diretta conseguenza di un mercato in cui le aziende combattono per aumentare il proprio peso, siamo di fatto diventati tutti venditori: di prodotti, servizi o anche solo di stati d’animo.
Giusto o sbagliato? La questione principale non è questa, ma piuttosto se questo sistema sia alla lunga efficiente e sostenibile. Per rispondere a questi quesiti ci aiuta forse, più di ogni altra cosa, la Rete. Se infatti ipotizziamo di dar retta a chi sostiene che il mercato si regola da solo, forse non è un caso che il mercato stesso abbia creato anche le basi di un sistema collaborativo virtuale perfetto (la Rete, i Social Network, etc.) come antidoto a un sistema reale in cui il “tutti contro tutti” sembra essere spesso l’unica regola valida.
Anche di questo, senz’altro, ne sapremo di più tra vent’anni.

MASSIMO SCOLARO

Morpheus
Terza rivoluzione industriale, il lavoro esisterà ancora. Come ogni rivoluzione mette ansia o crea panico. L’uomo è un animale per metabolismo e per impostazione sociale abitudinario, teme ogni probabile cambiamento e ne focalizza solo i lati negativi. Morpheus è in qualche modo l’occhio lungimirante, anche se guidato da una profezia, cerca in questa la via per migliorare e bilanciare con effetti positivi i mutamenti in corso. “Devi lasciarti tutto dietro, Neo. Paura, dubbio, scetticismo. Sgombra la tua mente…Devi capire che la maggior parte di loro non è pronta per essere scollegata. Tanti di loro sono così assuefatti, così disperatamente dipendenti dal sistema, che combatterebbero per difenderlo” Confessa senza alcun dubbio ad un timoroso e ancora “indottrinato” Neo. La paura del cambiamento, della trasformazione dei lavori spesso bloccano l’essere umano. Le paure lo accecano facendogli dimenticare i ciclici cambiamenti avvenuti in passato, la scomparsa di lavori e la nascita di nuove professionalità. Dal fabbro di cavalli, al metalmeccanico al programmatore di computer. Ma l’innata curiosità e la voglia di adattamento se ben guidate da un occhio lungimirante prima o poi fugano ogni timore. Si sono sicuro il lavoro esisterà ancora, in altre forme e mestieri ma esisterà.

CLAUDIA FABRIS
da Parole Sotto Sale, PiccoloVocabolarioPoetico

Cultura
La pratica che mantiene vivo il culto.
Quale culto?
Di quale divinità?
Direi intuitivamente della Bellezza.

Intelligenza
Capacità fisica e spirituale
di creare collegamenti
dal latino inter-legare
Nel nostro cervello fisico si manifesta
con le sinapsi, gli infiniti e continui collegamenti elettrici tra neurone e neurone
Nella nostra vita
con l’ampiezza della Comprensione,
ovvero di tutto ciò che riusciamo a prendere con noi,
comprendere per l’appunto
dato che Tutto è Uno
Anche tu
Anche noi
Anche loro
Anche voi
Anch’io!
Quanto più te ne accorgi
tanto più sei intelligente
Se non te ne accorgi
passi le giornate a dividere e distinguere per comprendere
e allora
dato che non si può prendere con sé separando da sé sei deficiente
dal latino mancante
… mancante di collegamenti e dunque di intelligenza
è una questione piuttosto geometrica.

fablab8a