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I racconti di Fedele Menale

Caro Diario, come sai il tempo passa per tutti, anche per i ragazzi come Fedele, che insomma adesso è un insegnante con abilitazione e concorso vinti e anche se non ha ancora una sede il suo rapporto con il lavoro e con la vita è diverso da quello che aveva prima. Sì, diverso, ma per fortuna come dice Morpheus a Niobe in Matrix Reloaded, «nella vita ci sono cose che cambiano e altre invece no» e a Fedele la voglia di raccontare il lavoro non è passata, e così quando l’altra sera mi ha scritto per propormi una nuova storia lo sapevo già che mi sarebbe piaciuta, anche se non glielo ho detto, che per fare bene le cose non bisogna avere fretta, e insomma l’ho letta e adesso eccola qua.
Come dici amico Diario? Bisogna che prima o poi racconto anche la sua storia? Prima o poi ti prometto che lo faccio, però in realtà lo sto già facendo, siamo quello che raccontiamo amico mio, perciò segui le sue storie e scoprirai il suo codice dell’anima, il suo daimon, la sua streppegna. Buona lettura.

INDICE
Storia di viaggi, di musica e coraggio 2
Storia di viaggi, di musica e coraggio 1
Quattro amici, il talento e una startup
Le parole, la bellezza e la speranza
Il cuore, il sudore e l’inchiostro
La rabbia buona di Catello

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Storia di viaggi, di musica e coraggio 1 Torna all’indice
“Jamme bell Fedez, ma quando iniziamo? Stai facendo tardi e tra poco inizia il concerto di Paolo!”, mi ricorda Silvia con fare interdetto. Mi guarda con un po’ di insofferenza; sbuffa il fumo di una sigaretta verso l’alto e dal suo viso traspare una leggera e bonaria preoccupazione, di quella che si prova quando stai facendo qualcosa di nuovo, mai compiuto prima, eppure accattivante.
“Uff, ma vai di fretta Silviè? Jà, attendi un attimo, sto cercando l’ispirazione per il giusto attacco”, proseguo io sornione davanti al pc che non aspetta altro che un mio gesto.
È una caldissima sera di giugno: io e la mia interlocutrice ci siamo incontrati in un parco pubblico in prossimità del Dipartimento di Lettere e beni culturali di Santa Maria Capua Vetere, un piccolo grande centro vicino Caserta. Il luogo non è affatto casuale: abbiamo studiato entrambi qui. E qui condiviso molti dei momenti più belli del nostro percorso universitario e, perché no, di vita. Insomma, uno di quei luoghi dell’anima che ognuno si porta dentro e che si difendono a spada tratta appena ce n’è bisogno. E poi, il motivo di questa scelta è anche un altro: sta per cominciare un grande evento, un concerto davvero speciale, durante il quale si esibirà anche Paolo, il suo ragazzo. Silvia, dal canto suo, è appena tornata dalla Russia, lì dove ha concluso i suoi studi universitari con grande successo, conseguendo un doppio titolo molto prestigioso. Queste felici occasioni mi hanno concesso la possibilità di ‘sfruttare la situazione’: è il momento giusto per bloccarli entrambi, magari offrire loro un caffè e farmi raccontare le loro storie, così diverse e così straordinariamente belle. Silvia però continua a guardarmi impaziente, si accende un’altra sigaretta e comincia a battere le dita della mano destra sulla panchina di legno.
“Silvia, mi stai mettendo un’ansia terribile! Stai tranquilla, è solo una chiacchierata!”, riprendo io scherzoso.
“Sì, la fai facile tu! Io poi non ho capito perché ho deciso di accettare ‘sta cosa: non ho mai fatto un’intervista, non penso di esserne capace… Dai, facciamo un’altra volta…”.
“No, non esiste che io non racconti la tua storia. È qualcosa che devo fare, devi darmi modo di farla conoscere. Almeno proviamoci. E poi comme dice ‘o proverbio?! C’è sempre una prima volta!”. Ora tocca a te, poi dopo il concerto toccherà pure a Paolo. Coraggio!”. Le sorrido, attacco il registratore portatile e apro il file con le domande che ho scritto piuttosto velocemente. “Bene Silvia, si parte! Mi aspetto risposte straordinarie, proprio come quello che hai da raccontare”.
“Ci provo, Fedez!”.

Allora Silvietta, pure avendo una giovane età, hai già avuto modo di concludere molte esperienze positive, sia qui in Italia che all’estero, che ti hanno arricchita e ti hanno fatta crescere. Si tratta, purtroppo, di qualcosa che molti giovani tuoi coetanei non possono fare. Tra tutti, quali consideri i tuoi traguardi più belli e perché? Cosa ritieni sia tuttora imprescindibile e cosa consigli ai tuoi colleghi più giovani e più maturi?
Il mio viaggio in Russia è stato fondamentale ed imprescindibile a farmi essere ciò che sono oggi anche se probabilmente l’esperienza alla quale sono più legata è stata quella della mia partecipazione al NMUN, una simulazione diplomatica multilaterale tenutasi nel 2011 a New York. Si è trattato del mio primo viaggio oltreoceano ma anche della possibilità di essere inserita all’interno di un contesto estraneo. Ero l’unica studentessa di lettere in mezzo a tanti altri ragazzi che avevano interessi diametralmente opposti, tra politica ed economia. Questo è stato sicuramente il dato più stimolante oltre al fatto che fossi la più piccola della mia delegazione. Fu una prima dose di autostima che mi ha fatto guardare, da quel momento in poi, al futuro in chiave abbastanza positiva. Inoltre il fatto di collaborare con altri studenti in lingua straniera e di dover organizzare degli speech pubblici ha implementato anche, ed in senso positivo, quel minimo pizzico di eccentricità che non guasta. Ai giovani consiglio anche se è difficile di non aver paura e di provare a fare cose nuove, senza mai sentirsi inadatti o ridicoli. Il segreto sta nel comportarsi sempre esageratamente, nel vivere pienamente il momento che cavalcano. A quelli più maturi indirizzo lo stesso messaggio ma magari ben più accentuato, visto che la loro consapevolezza può essere un’ulteriore guida.

Sempre meno persone terminano gli studi, o scelgono di non iscriversi all’università, in nome di un pragmatismo che non concede spazio ai sogni e ai desideri più autentici e profondi. I risultati che hai conseguito raccontano una storia diversa, fatta di sacrifici e di rinunce ma anche di grandi soddisfazioni e riconoscimenti. Cosa cambieresti se ti fosse dato modo di tornare indietro? C’è qualcosa che non sei riuscita a realizzare lungo il tuo percorso e per la quale provi del rammarico?
Spesso mi è capitato di definirmi una persona “reinventata”. Chi mi vede oggi non sa che magari dietro c’era tutto altro progetto. Spesso mi capita di pensare cosa penserebbe la bambina che sono stata della persona che sono oggi e credo che a tratti si intristirebbe. Non ho realizzato alcun sogno finora. Successi tanti, titoli di più; ma signori, i sogni sono un’altra cosa. Non avrei voluto altro che proseguire la mia carriera sportiva da pugile e alla quale ho offerto i più begli anni della mia giovinezza, ma la vita non mi ha chiesto cosa volevo. Il cambio di rotta in un certo senso è stato obbligatorio, per cui penso che la mia “salita” sia cominciata in modo un po’ forzato dopo una “rinuncia”. L’università, in un certo senso, mi ha offerto una nuova prospettiva ma non ci sarà mai nessuna toga, diploma o riconoscimento che mi darà la stessa emozione di dodici corde di ring che vibrano insieme.”

Chi viaggia ha modo di scoprire il mondo, completare la propria formazione, arricchire il proprio bagaglio culturale ed esperienziale. Viaggiare, soprattutto da soli, a volte significa lasciare tutto ciò che assume un valore di certezza, come la casa in cui si è cresciuti, i luoghi del cuore, i familiari, gli affetti. Cosa hai dovuto sacrificare lungo questo tuo percorso di internazionalizzazione e cosa hai guadagnato in cambio? Cosa consiglieresti ai tuoi colleghi impauriti o semplicemente non preparati a questo ‘salto nel vuoto’?
Partire significa prima di tutto partire da soli. Chiudere nello zaino qualche cosa e molti pensieri e girare inevitabilmente le spalle alla realtà che ti lasci dietro. Partire significa riuscire ad assumersi la responsabilità di correre il rischio, il rischio che la vita di chi lasci cambi e tu potresti esserne giustamente fuori. Quindi si, c’è paura del cambiamento… ma non tuo, di chi resta. Ho sacrificato amicizia e famiglia, affetti e amore ma solo per riscoprire che ne esiste di più. Il viaggio è anche questo, una sorta di prova del 9 che ti fa capire che qualche migliaia di km non può niente contro le cose “vere” della vita. Consiglio a chiunque di partire ma non per cercare qualcosa, piuttosto per apprezzare diversamente ciò che si ha già e che troppo spesso ci passa distrattamente sotto gli occhi. Si parte per perdersi e si finisce per trovare se stessi.

Albert Einstein affermava che è più facile scindere un atomo che un pregiudizio. Molto spesso i giovani provenienti dal sud Italia, da percorsi universitari non celeberrimi e blasonati, da realtà più umili, decentrate rispetto alle grandi città e meno altisonanti, sembrano avere più difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, proprio in virtù di questa dilagante onta di impreparazione, mancato coraggio, tendenza alla connivenza e all’omertà, alla scarsissima capacità di adattarsi che li accompagna un po’ ovunque. Ti sei mai scontrata con questi scomodi pregiudizi lungo il tuo percorso? Se sì, come li hai affrontati?
Avendo studiato all’estero ho vissuto di meno il fenomeno della discrepanza diastratica e diamesica italiana. Per intenderci, non sono mai stata classificata come una “napoletana”, una “casertana”, una del “sud“vma ero in senso più generale un‘”italiana all’estero”. Per tale ragione non credo di avere vissuto propriamente determinate sensazioni direttamente sulla pelle. In Italia sempre più tristemente per emergere si ha bisogno di essere figli o fratelli di… In Russia, non mi è stato neppure mai chiesto se avessi una madre e un padre. Esisti tu e quello che sai fare. Tutto il resto non conta.

Bene Silvia, un’ultima domanda: come ti vedi tra dieci anni e perché?
Ho molta difficoltà ad immaginarmi tra dieci anni, ma non più di quanta ne abbia ad immaginarmi tra uno o due. Finora infatti la mia vita è stata costellata di scelte diametralmente opposte al mio percorso che hanno compromesso ogni cosa. L’unica speranza, l’unica promessa che posso alimentare è semplice: tra dieci anni vorrei poter coricarmi la sera pensando che il mio lavoro ha fatto qualcuno felice almeno il doppio di quanto abbia reso me.

Dopo quest’ultima risposta stacco il registratore, abbasso lo schermo del portatile e smetto di guardarla con il mio fare forse un po’ minaccioso ma tuttavia di grande ammirazione. Silvia è emozionata, davvero tanto; ha messo molto cuore ed energia in ogni sua risposta, molto di sé in tutto ciò che ha detto. “Ti ringrazio Silvia. Per le tue risposte così sincere, così autentiche. Ora però stacchiamo tutto, lo spettacolo sta per cominciare!”.
“Mannaggia a te, Fedez! Paolo apre il concerto e mi hai fatto fare tardi… Andiamooooo!”.
Sì, andiamo. Ma questa storia non può e non deve finire così.

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Il concerto è stato un grande successo. Più di due ore di buona musica, di suoni differenti, di parole lanciate libere e arrivate dritte al cuore. Insomma, qualcosa che sconvolge chi ascolta, che non lascia delusi nel tornare a casa. Silvia è stata davanti al palco per tutta la durata dell’evento; Paolo, dal canto suo, ha dato il meglio di sé, e con umanità e professionalità ha generato nei suoi ascoltatori buone impressioni accanto a forte, fortissimo, entusiasmo e senso di appartenenza nel pubblico del Casertano. Il suo pubblico. Anche io, non lo nascondo, mi sono sentito trasportato e accolto in qualcosa di avvolgente e indescrivibile. Sapevo che ascoltarlo non mi avrebbe lasciato impassibile; ora, spero che intervistarlo mi restituisca frutti ancora migliori. Ma devo darmi da fare, non posso più perdere tempo prezioso. Appena sceso dal palco, Paolo raggiunge assieme a Silvia il luogo assegnatomi dal biglietto che avevo acquistato. Io lo saluto con un abbraccio, condividiamo convenevolmente un po’ di strada e ci accomodiamo appena è possibile.

“Ciao Fedè, come stai? Grazie per essere qui. Allora, il concerto ti è piaciuto?”, prosegue Paolo con grande affabilità.
“Certo che mi è piaciuto! Non provavo da tempo delle sensazioni così forti in un evento pubblico. Ti faccio i miei complimenti, sei davvero bravo. Ora però ti tocca: Silvia ha già pagato dazio con la sua intervista. Ora è il tuo momento!”, proseguo io con fare scherzoso e picchettante.
“D’accordo, tu sei venuto qui da me per vedermi. E il minimo che io possa fare è dedicarti del tempo. Attacca il tuo registratore e cominciamo subito…”.
“Bene Paolo, non chiedo di meglio!”, e così dicendo riapro velocemente il mio computer.

Allora Paolo, tu sei un rapper. La musica e le parole sono gli strumenti che ti permettono di analizzare lucidamente la realtà in cui vivi. La Campania è da sempre un territorio ricco di contraddizioni e di bellezza: da dove trai ispirazione per i tuoi testi e cosa ti preme comunicare quando scrivi una canzone? Quale significato si cela dietro il nome di Razza B?
Le radici sono molto importanti e specialmente quando il tuo territorio è sofferto, martoriato, ti preme raccontarlo. Tuttavia non sempre è corretto dire che l’ispirazione delle mie canzoni mi è stata data dal posto in cui vivo; sarebbe più corretto dire che è stato il posto in cui vivo che il più delle volte è riuscito a trasparire inevitabilmente dai miei testi. Questo perché nel bene o nel male la mia terra ha visto ogni mio passo, ogni mia lacrima versata. È un po’ come il sangue: ti scorre nelle vene ma mica te ne accorgi. Il nome Razza B invece è nato per gioco. Razza B in realtà è un’inversione del mio cognome, ma per me rappresentò molto di più. Gli diedi il significato di Razza Bastarda. Non si trattava di una cosa dispregiativa come può sembrare ma al contrario si trattava spontaneamente di inserirsi in un altro ambiente sociale; lo stesso ambiente che nel giro di qualche anno mi ha fatto capire che anche le brave persone per andare avanti devono essere un po’ “bastarde”.

In una società ogni giorno più complessa, liquida e veloce quale quella attuale, sempre meno giovani ritengono importante il valore della cultura: stime recenti raccontano, soprattutto al sud, una storia infelice di prematuri abbandoni scolastici, di lavoro nero sempre più invadente e crescente, di guadagni facili con un click o di sogni e desideri infranti dalla criminalità organizzata. La denuncia sociale resta dunque uno dei compiti più importanti che ogni rapper decide di assume su di sé. Dalla tua esperienza di giovane impegnato a cambiare le cose, cresciuto in un mondo non facile, cosa ti sentiresti di dire ai tuoi coetanei sempre più sfiduciati da tutto ciò che li circonda? La musica può rappresentare una speranza concreta di salvezza?
Nella realtà in cui viviamo è veramente difficile riuscire a raccontare qualcosa di giusto. Io sento in un certo qual modo di dover regalare il mio personale senso di verità agli altri, a prescindere dal fatto che sia giusta o sbagliata. Mi limito a raccontare la mia verità in tutte le sue sfaccettature. Negli anni, la mia verità l’ho trovata in Dio, nella fede e tutte le domande alle quali non sono riuscito a rispondere da solo le ho poste a Dio. Nell’era in cui le canzoni non durano più un “pranzo” ma un fast food, mentre prestiamo attenzione al cellulare guardando la tv e fingendo di ascoltare nostra madre, è davvero complicato riuscire a trasferire un messaggio. Per me la musica è stata la salvezza. Potevo fare altro e probabilmente se non ci fosse stata non sarei neanche qui a fare questa intervista.

Durante i tuoi concerti, così come nei tuoi testi, non hai mai fatto mistero di essere particolarmente fiero delle tue origini casertane. Eppure molti giovani scappano impauriti da questa terra, soprattutto per far fronte ad un’angoscia crescente per il lavoro che non c’è, a causa di un’inciviltà diffusa e rincorrendo il falso mito della ricchezza da ricercare all’estero. Le conseguenze di questo cortocircuito culturale sono ormai percepibili a più livelli, tra le più svariate fasce di popolazione. Quali sono le armi che un giovane cantautore come te può impugnare per combattere il qualunquismo e il pressappochismo così dilaganti? È giusto secondo te invitare a restare a non andare via? Quale potrebbe essere, dal tuo punto di vista, una soluzione utile al recupero della speranza perduta da molti? Credi esista davvero una Generazione Gomorra che non ha comunque scampo di salvezza?
Non voglio consigliare di andar via o di restare perché credo che qualsiasi essere umano abbia bisogno di trovare una dimensione personale prima che locativa. Magari la propria realizzazione personale è dietro l’angolo, per molti altri invece è nascosta in qualche posto del mondo. C’è comunque un altro fattore da non sottovalutare: la ricerca dell’eldorado induce molti a catapultarsi in situazioni ben più grandi e inadatte. Con la mia penna e la mia voce io ho solo una piccola arma ma che in certi casi può preparare una rivoluzione. Se riesce ad aiutare anche una sola persona che non sia io, ho già vinto tutto.

Albert Einstein affermava che è più facile scindere un atomo che un pregiudizio. Molto spesso i giovani provenienti dal sud Italia, da percorsi universitari non celeberrimi e blasonati, da realtà più umili, decentrate rispetto alle grandi città e meno altisonanti, sembrano avere più difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, proprio in virtù di questa dilagante onta di impreparazione, mancato coraggio, tendenza alla connivenza e all’omertà, alla scarsissima capacità di adattarsi che li accompagna un po’ ovunque. Ti sei mai scontrato con questi scomodi pregiudizi lungo il tuo percorso? Se sì, come li hai affrontati?
Nel corso della mia vita ho constatato che esiste parecchia discriminazione e non solo tra Nord e Sud. Ciò che mi indigna di più è che ultimamente si è accentuata la differenza ricco/povero in modo esponenziale anche nel mondo della musica. Il talento è sempre più spesso oscurato da montagne di banconote. La combo di essere del Sud e di provenire da una famiglia operaia mi ha spesso penalizzato ma, con il tempo, mi sono reso conto che di questa mia posizione di svantaggio avrei potuto trarne forza. Con il tempo ho capito che la chiave di tutto sta nell’essere felici di ciò che si è. Ed è proprio questo che mi ha garantito il rispetto di tutti.

Tra tutti, quali consideri il tuo testo più bello e perché?
Il mio testo più bello è LETTERA. Questa canzone tratta di un dialogo tra me e Dio. Tutte le domande che gli pongo sono le stesse che ancora oggi se ne stanno lì, senza una risposta. Credo sia le più significativa per me soprattutto perché è nata in un periodo spartiacque della vita: quando cresci e te ne accorgi, quando diventi consapevole dei tuoi sospetti sul mondo e capisci che erano tutti fondati.

Anche questa seconda intervista termina come la prima, e cioè con stupore e bellezza. In questi pochi attimi ho avuto l’impressione di aver imparato tantissimo, e non lo si può fare se non ascoltando e condividendo esperienze di chi ha vissuto cose che tu hai solo sognato o immaginato. Il coraggio sta tutto lì, nello scegliere quando iniziare a pensare come concretizzare ciò che hai pensato. Silvia e Paolo mi hanno dato una grande, grandissima lezione. Nulla è dovuto a questo mondo, ma tutto si può raggiungere. Questi pensieri mi tengono compagnia mentre metto a posto tutta la mia attrezzatura; la serata sta per volgere al termine ed è giunto il momento di tornare a casa. Chiacchiero ancora un po’ con Paolo e Silvia, che ancora una volta mi dimostrano la loro simpatia e la loro gentilezza innata. Tra tante risate e riflessioni mi preparo a salutarli con affetto, lo stesso che mi hanno dedicato. Ci lasciamo con un sorriso e con la speranza di rivederci presto. Il mio cuore è più leggero e la mia valigia, quella dietro la porta della mia stanza, anche grazie a questi due straordinari talenti da stasera ha dentro di sé qualche sogno in più.

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È incredibile quanto possa essere stimolante apprendere che a pochi passi da casa propria, senza fare troppa fatica, ci siano dei ragazzi che hanno idee brillanti, a tratti quasi geniali, capaci di ridare un po’ di sana speranza ad una coscienza dormiente o quanto meno assuefatta al pensiero che nulla possa essere effettivamente cambiato o trasformato. La nostra terra, da qualche tempo ex Campania felix, ha tristemente imparato a estrarre pessima fama da tutto ciò che rappresenta lo scandalo, il regresso, l’ignoranza dei costumi e dei comportamenti. Da campano triste, non credo sia possibile nascondere ciò che non va, mettendo la polvere sotto il tappeto o provando a mimetizzarsi dietro il classico dito. No, è stato già fatto e i risultati si vedono. E poi, le nuove generazioni non hanno affatto bisogno di questo. C’è, invece, bisogno di freschezza, di vitalità, di bellezza. Un po’ come il sole e il mare che ti accolgono ogni giorno, il profumo di una sfogliatella (rigorosamente frolla!) che ti inebria, o il senso di briosa positività che provi quando l’umanità di un popolo ti coinvolge in tutto e per tutto. Abbiamo bisogno di questo. E, certamente, anche di buone idee, tali da illuminare il futuro, rendendolo meno pauroso e terrificante. Proprio per questo, proprio perché sono convinto di quello che scrivo e che vivo ogni giorno, da buon profano che si occupa di tutt’altro, ho accolto con una particolare positività l’invito che mi è stato fatto qualche giorno fa da Martina, mia amica dottoressa e collega, che studia a Napoli per diventare, molto presto, ingegnere. Quando tra una cosa e un’altra mi ha parlato di questo evento organizzato dalla Federico II, ho storto un po’ il naso. Pensavo, francamente, ad un’operazione di marketing vera e propria, una delle tante, da cui poter cavare poco o nulla di davvero interessante. Ancora una volta, il dna di disfattista cronico (altra caratteristica a cui questa terra ti abitua) ha prevalso, rendendomi sulle prime poco lungimirante e disattento al gioco di prospettive. Il viaggio in treno verso la città partenopea ha alimentato poi i dubbi e le incertezze sul senso di quella mia sortita. Pensieri come ‘la prossima volta sto a casa’ e ‘ma chi caspita me l’ha fatto fare stamattina con questo caldo’ mi hanno tenuto amabilmente compagnia durante tutto il tragitto. Una volta arrivato a destinazione in una delle sedi distaccate di Ingegneria, però, ammetto di essermi ricreduto abbastanza presto: l’atmosfera delle grandi occasioni, il brulichio degli studenti e un ambiente piuttosto futuristico – diverso da quelli a cui mi sono abituato negli anni – hanno fatto decisamente il resto. Ad attendermi sull’uscio, anche fin troppo puntuale, la solita Martina, che da buon cicerone esperto e anche un po’ rompiscatole (in senso buono, ovviamente!) provvede subito a prendermi in giro (in napoletano, mi parea addosso) per la mia titubanza da antico e trecentesco uomo di lettere. Mi ringrazia per aver accolto l’invito e, percependo probabilmente la mia scarsa convinzione in relazione alla cosa, mi spiega in poche parole il senso di quella giornata: tutti quei giovani elettrizzati, provenienti da ogni parte d’Italia, si sono impegnati nei mesi precedenti a (ri)progettare il futuro con le loro competenze e le loro conoscenze e, proprio quella mattina, avrebbero presentato soluzioni e idee per dare vita a delle startup innovative.
Da una prima spiegazione, ogni cosa sembra avere un senso. Riecco che però il disfattista esce fuori ancora una volta, quasi subito. Beninteso: so bene cos’è una startup, certo. Però, come concetto mi convince davvero poco, soprattutto in un mondo che ha bisogno di pragmatica concretezza e pochi, pochissimi, fronzoli. Non lo dico ad alta voce; tuttavia, continuo a mostrarmi poco convinto alla mia gentile interlocutrice che, durante il giro, si preoccupa pure di indicarmi i progetti più interessanti. C’è decisamente un po’ di tutto: dall’uso domestico delle energie alternative, alle prospettive di progettazione intelligente per svariati settori, fino poi ad arrivare allo studio delle effettive capacità di alcune intelligenze artificiali nello svolgere i più piccoli lavori a supporto delle forze umane.
Comincio finalmente a condividere l’entusiasmo contagioso di quei giovani progettisti. Alcune cose sono davvero ben fatte e molto intelligenti.
“Allora prufessò, se ti è piaciuto il giro e non ne hai ancora abbastanza, ora ti parlo del mio progetto”, replica coscienziosamente Martina.
“Ma come, hai anche tu un progetto di startup?”, faccio io piacevolmente sorpreso.
“Certamente! È anche per questo che sono qui”, mi sorride felice. “In questo ambiente tutti siamo spronati a partecipare: e, comunque vada, la cooperazione positiva resta un requisito fondamentale anche per noi futuri ingegneri. Non è possibile lavorare in autonomia. È sconveniente, più che altro. Ognuno può dare un suo contributo, accrescendo così le probabilità che un determinato progetto o idea vada effettivamente in porto. Oh, noi collaboriamo sempre!”.
“Hai capito tu questi ingegneri! Beh, in teoria è un discorso giusto. Certo, puoi avere una buona idea. Ma se sei da solo, ci fai veramente poco. Mi piace questo modo di fare. Ora però devi svelarmi l’arcano. Di cosa ti sei occupata?”, chiedo io perentorio.
“Di cosa ci siamo occupati?”, e qui Martina si preoccupa di mettere un marcato accento sul plurale, “beh, te la butto lì semplice, di modo che anche uno come te possa comprendere un po’ tutto”, prosegue lei divertita. “Vedi, la nostra startup intende occuparsi di prospettive future di formazione e di occupazione”.
“Formazione e occupazione. Caspita. Quindi, vi occupate anche di lavoro?”, ribatto io sempre più interessato. Drizzo le antenne e comincio a rimuginare: penso che ne potrebbe venire una bella storia per il mio amico professore.
“Anche di lavoro, ma quello è più un risultato a cui tendere nella fase successiva. Quello che più ci interessa è l’analisi dell’orientamento dei giovani studenti italiani. La nostra domanda capitale è: come si decide il percorso di studio più adatto alle necessità e alle competenze di ogni individuo?”, continua Martina sempre più presa.
Sì, questo preambolo ha decisamente catturato la mia attenzione. La fermo un attimo, chiedendole se ha un po’ di tempo per poter prendere un caffè. Non sono, generalmente, un grande consumatore di questa portentosa bevanda. Ma quando vado a Napoli, combatto contro ogni mia granitica abitudine o modo di fare, e mi lascio volutamente catturare da quel senso di napoletanità inconfondibile e imperante, dai suoi tratti più famosi e genuini, resettando per un po’ ciò che sono, cosa penso e cosa faccio. Raggiungiamo un bar vicino alla sede e ci accomodiamo. Ordiniamo due caffè, macchiato per me, l’altro decaffeinato. Un po’ un insulto visto il luogo, ma può andare.
“Bene futuro ingegnere, ora puoi continuare”, faccio io scherzoso, ancora preso dall’aroma e dalla particolarità del luogo.
“Ah, quanta grazia prufessò! Allora, dove eravamo rimasti. Sì, ti spiego. Il nostro progetto è molto preciso. Innanzitutto, per metterlo in pratica, abbiamo dapprima simulato la creazione di una identità imprenditoriale che abbiamo chiamato F4I – Friends for idea. Oltre a me, ci sono Roberta, Renato e Valentina, altri tre colleghi del percorso Magistrale in Ingegneria Gestionale. Studiamo tutti qui a Napoli e ci siamo trovati subito in grandissima sintonia. Anche questo è molto importante. Amare ciò che si fa e farlo con chi ama quanto te. Comunque… Appurata la prima fase, abbiamo poi delineato la mission del progetto”.
“Caspita, sembra davvero interessante. Però aiutami a capire meglio, entra un po’ più nel dettaglio. Un po’ di pazienza”, faccio io sempre più incuriosito.
“Ci provo. Allora, come ti ho detto il nostro progetto è abbastanza virtuoso: l’idea è quella di creare uno strumento di supporto decisionale, didattico e professionale, capace di guidare lo studente dalla scuola secondaria di primo grado, passando per l’università fino poi all’affermazione professionale. E bada che ti ho riportato pari pari la dicitura che abbiamo scritto tutti insieme. Una bozza di progetto a 8 mani”, fa lei divertita, prima di ridiventare seria e continuare a parlare. “In questo grande contenitore on-line carichiamo informazioni inerenti alle scuole e agli atenei presenti sul territorio nazionale. Poi, chiediamo ad ogni individuo di caricare il suo curriculum, le sue esperienze e le sue competenze. Incrociamo i dati e vediamo quale potrebbe essere il match, cioè il risultato, più adatto ad ogni esigenza. Ovviamente, ogni caso ha i suoi parametri e le sue specifiche, ma evito di calarmi nei tecnicismi”.
“Aspetta un attimo. Quindi, da quello che ho capito, vorreste progettare una piattaforma integrata con informazioni, esperienze e strumenti necessari ad accompagnare l’ipotetico ’studente x’ nel suo percorso di apprendimento prima e di lavoro poi?”
“Esatto! Vedi che anche uno come te l’ha capito?!”, non smette di prendermi bonariamente in giro, ma si vede che è davvero presa e soddisfatta.
“Lascia perdere gli sfottò… Guarda è davvero una bella idea! Ti e vi faccio i miei complimenti! Non solo per l’impostazione, ma anche perché avete toccato un nerbo scoperto. Da insegnante (apprendista!) so bene quanto l’orientamento sia prezioso per un giovane studente che lascia la scuola media. Ogni tentativo di incanalare energie, competenze e voglia di fare verso lo sbocco più giusto può essere pericoloso, o perché mal impostato o peggio ancora perché del tutto infruttuoso. Senza dubbio, imboccare il percorso corretto aiuta non solo a crescere come individuo, ma anche a indirizzare ogni sforzo possibile verso un unico obiettivo selezionato, coerente con i propri mezzi e le proprie possibilità. Di rimando, potrebbe essere più semplice trovare il lavoro più adatto alle proprie attitudini”.
“Esattamente. Hai centrato il punto. Dai dati che abbiamo raccolto, nella grandissima maggioranza dei casi, oltre all’indecisione, si evince che sono i genitori a compiere la scelta degli studi per i propri figli. L’immaturità dei ragazzi, la scarsa comprensione delle proprie abilità innate si mescolano, drammaticamente, alle attitudini dei genitori, alle loro esperienze e perché no, anche a tutti quei sogni non realizzati in giovinezza. Sembra un dato secondario, ma ti posso assicurare che non è così: quella che potremmo definire ‘amorosa proiezione’ dei genitori sui propri figli a volte è davvero ingannatrice e spesso porta a compiere delle scelte completamente errate rispetto al background di partenza dello studente. Scelte che poi si ripercuotono sull’individuo per tutta la vita. Noi vogliamo evitare soprattutto questo, cioè la dispersione dei talenti, attraverso una scelta oculata e ben gestita nel tempo. Insomma, il compito che ci prefiggiamo è quello di segnare un percorso, un po’ come un faro che traccia, illumina e rischiara la rotta per le navi durante le navigazioni più impervie. Non per nulla l’abbiamo chiamato Pharus. E sì, il nome l’ho scelto io!”, continua lei ammiccando.
Il modo di esporre il progetto e la sua ardente voglia di fare quasi mi ipnotizzano. Faccio presente a Martina quelle mie sensazioni e lei, di rimando, ritorna a pariarmi addosso.
“Dici la verità, quando mai tu avresti pensato ad una cosa così? Ci vogliono ingegneri a questo mondo. Non c’è niente da fare. Noi progettiamo ciò che verrà e il futuro è nelle nostre mani. Checché se ne dica…”.
“Ah, su questo non ho alcun dubbio. E smettila di sfottere!”, ribatto io piacevolmente. “Ascolta, ritornando seri per un attimo, voglio chiederti un’altra cosa. Dopo aver concepito l’idea di partenza, come l’avete messa poi in pratica? Intendo, quale è stato il passaggio successivo per la concretizzazione del progetto?”.
“Bella domanda. Allora, dopo aver snocciolato l’idea nelle sue più varie sfaccettature, abbiamo analizzato con uno studio di settore i possibili nostri concorrenti sul mercato (non ce ne sono tanti, in realtà). Una volta appurato ciò, abbiamo approntato un breve questionario con alcune domande attinenti principalmente alla formazione personale, all’autonomia nella scelta del percorso di studi e all’eventualità di utilizzo di un ausilio pratico di un supporto di orientamento on-line. In pochi giorni, inviando il questionario un po’ ovunque, abbiamo avuto centinaia di feedback positivi, ovvero di risposte. Da quel punto, il progetto ha preso sempre più corpo”.
“D’accordo… Mettiamo il caso che qualcuno decida di finanziare la vostra startup. Come vi regolate, come la gestite e quali sono per voi le prospettive di effettivi introiti?”, replico io polemico. Il discorso si è fatto interessante, e il mio lato pragmatico prende ancora una volta il sopravvento.
“Beh, se qualcuno decidesse davvero di finanziarci, dovrebbe staccare un assegno bello grande”, continua Martina, scherzosa. “Seriamente, questo progetto avrebbe bisogno di finanziatori attenti al mercato e anche, per certi versi, coraggiosi. Perché investire nella nostra startup costringerebbe a forti elargizioni di denaro, almeno per la prima fase, soprattutto per l’acquisto, lo studio e l’utilizzo consapevole dei pacchetti di dati necessari alla formazione di quel sistema integrato, come l’hai definito tu poco fa. Da una nostra stima, tuttavia, abbiamo evidenziato anche un fortissimo margine di guadagno (a parecchi zeri) successivo al recupero dei costi iniziali, calcolabile già dopo il primo biennio di piena attività. Insomma, è un’avventura. E ogni avventura ha bisogno di una buona dose di rischio. Per il momento, il nostro obiettivo però è terminare gli studi in maniera fruttuosa; poi, questo progetto sarà sicuramente ripreso, ampliato e migliorato in ogni suo aspetto”.
“Io me lo auguro per voi. Quella che mi hai mostrato è davvero una buona idea. Semplice, ma allo stesso tempo particolarmente positiva e interessante. Un po’ come tutte quelle che mi hai dato modo di conoscere oggi, invitandomi qui”, faccio io soddisfatto. Gli indugi, ormai, sono rotti e mi accorgo di aver completamente sbagliato la mia personale interpretazione su quella giornata. Per fortuna, c’è sempre tempo per cambiare idea, per tornare indietro, per dare vita a qualcosa di buono.
“E non hai ancora visto nulla! Qui non si perde tempo. Soprattutto con i grandi talenti che girano, una cosa basta volerla davvero. Poi, i mezzi e i soldi sono molto secondari. Ma una idea, se è davvero buona, paga fin da subito. Te l’assicuro. Come ti ho detto, noi progettiamo il futuro. Siamo un po’ scienziati, un po’ maghi, un po’ pazzi. Ma oggi, c’è bisogno anche di questo, no? Io non potrei immaginare nient’altro e non potrei fare altro”.
“Hai assolutamente ragione, cara Martina. Affamati e pazzi, diceva qualcuno”, continuo io sorridendo. “A proposito, ma questo bar le sfogliatelle ce l’ha?”.
“Ma quali sfogliatelle e polacche! Mannaggia a te, mi hai fatto fare tardi! Tra dieci minuti c’è la presentazione del nostro progetto e devo scappare… Vedo che i miei colleghi mi hanno tempestato di messaggi e telefonate! Corriamo!”.
“Ma come, ora dai la colpa a me?! Cose da pazzi! Vai vai dottorè, io intanto pago il caffè e ti raggiungo con calma. E non dimenticare al tavolo tutte le idee di cui mi hai parlato…”, continuo io sornione ma, al contempo, davvero molto affascinato.
“Sì sì, sfotti tu prufessò! Ci vediamo dentro allora!”, e così dicendo mi sorride e scappa via, veloce come il vento.
Sorseggiando l’ultima parte di caffè rimasta, ancora particolarmente buona nonostante si sia raffreddata, ripercorro per qualche istante le varie tappe della chiacchierata fatta con Martina. Sì, mi sa tanto che può venire fuori una bella storia. Ma bella per davvero.

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Le parole, la bellezza e la speranza Torna all’indice
L’attesa è fatta di attimi. In ognuno di questi il cervello si prende il suo tempo per rielaborare, attraverso ragionamenti anche confusi, fatti, pensieri, schemi più o meno coerenti che si ripetono nelle nostre giornate. L’attesa, il prodotto tra l’impotenza dell’azione e lo scorrere del tempo, ci permette di capire davvero in quale categoria umana poter rientrare: quella degli indifferenti, quella dei placidi, quella degli ansiosi, degli incazzosi cronici oppure, semplicemente, di quelli rassegnati all’idea che in alcuni momenti non si possa fare altro che attendere. Attendere qualcosa, attendere qualcuno. Ecco. Tutto ha davvero un senso se aspetti qualcuno. Ripeto interiormente questo passaggio e nel frattempo dirigo, per l’ennesima volta, il mio sguardo in direzione dello schermo posizionato sul binario 4 della stazione di Aversa. Il regionale veloce delle 13.46 partito da Roma Termini e diretto a Napoli Centrale sta tardando di qualche minuto. Sorrido silenziosamente. Non ho fretta e mi è concesso ancora un po’ di tempo per riflettere su quello che dovrò dire di lì a qualche minuto.
L’emozione prende il sopravvento quando, circa un quarto d’ora più tardi dell’orario previsto, il treno si ferma al binario e apre fragorosamente le sue porte cigolanti: uscendo, un fiume di gente fa del suo meglio per guadagnare le scale del sottopasso e raggiungere così l’uscita. Molti altri restano fermi sulla banchina: controllano le notifiche sul cellulare, fanno qualche chiamata oppure compattano i propri bagagli il più che possono, per evitare che rechino intralcio ad altri passanti. In questa stupenda, umana, confusione generale, riesco ad avvistare la persona che sto aspettando. Lui mi vede da lontano, accenna un saluto felice e mi indica di attendere lì, fermo dove mi trovo, facendomi intuire che sarebbe venuto lui da me. Così accade.
“Allora, Flavio… Ce ne hai messo di tempo per ritornare a casa, eh?”, dopo avergli stretto calorosamente la mano e preso qualche bagaglio.
“Lo sai Fede’, i treni sono un po’ come i desideri e le belle notizie. Più li invochi e più non arrivano! Non rispettano mai i nostri tempi. Che vuoi che ti dica, va bene così!”, continua lui allegro e soddisfatto. Si vede negli occhi, nel linguaggio del corpo, che è felice di essere tornato a casa. Io glielo chiedo comunque, quasi volessi caricare con più colore quel ritratto di umanità che mi appartiene, fatto di partenze e di arrivi, di ricordi e di attese, accanto a molte emozioni passate. Lui annuisce un po’ affaticato ma contento. Mentre ci incamminiamo verso l’auto, la sua curiosità prende il sopravvento. “E quindi, allora, hai deciso davvero di intervistarmi?”, mi chiede risoluto. “Certo che sì! Altrimenti che senso avrebbe avuto attendere tutto questo tempo sul binario, ritardo compreso!?”, faccio io divertito.
“Sì, faccio finta di crederci. No, scherzi a parte, non mi era mai capitato, lo sai? Cioè, non avrei mai immaginato che la mia storia potesse finire dentro un racconto. Grazie, penso che sia una cosa molto bella”.
“Lo è davvero. Sai Flavio, un mio amico docente, studioso della comunicazione e grande appassionato del lavoro, quello fatto bene e con passione, qualche tempo fa mi ha trasmesso una lezione molto importante: è il nostro lavoro che ci qualifica, ci gratifica e che ci rende migliori, sia come individui che come professionisti. Saper fare bene il proprio lavoro, con volontà positiva e dedizione (tenendo conto che dal nostro impegno può nascere qualcosa di positivo per qualcun altro), è un concetto straordinario, applicabile sempre, e che vale la pena di mostrare a tutti. Lui ha scritto delle storie molto belle di persone normali ma, per certi versi, anche uniche. Vedi, anche io ne ho. E lui, con pazienza e amicizia, mi offre un luogo virtuale dove poterle raccogliere, riportarle e farle conoscere.”
“Mi sembra davvero un progetto interessante. Ringrazialo anche da parte mia. Soprattutto per la costanza che usa nel ricercare la bellezza un po’ ovunque, scovando senza paura ciò che oggi sembra ormai perso: la speranza.”.
“Sì, hai ragione. È anche per questo che si va avanti. Qualcuno diceva che la bellezza salverà il mondo. Ecco, lui ci prova con grande ardore e io lo seguo!”.
Arriviamo all’auto e, dopo aver sistemato un po’ tutto, siamo pronti a metterci in viaggio verso casa. Flavio è davvero adrenalinico e nemmeno io, in effetti, posso più attendere. Un attimo prima di partire tiro fuori dalla tasca interna della giacca un piccolo registratore portatile (un vecchio e glorioso Sony, che durante i miei corsi universitari ha sempre fatto il suo dovere), lo appoggio sul cruscotto e subito avvio la registrazione. Flavio mi guarda divertito e incuriosito: il momento è solenne.
“Allora, fai proprio sul serio, a quanto pare! Sembri un giornalista arrivato!”, scherza lui.
“Dai dai dai, bando alle ciance. Allora Flavio, oggi ho scelto di raccontare la tua storia perché è davvero diversa da molte altre in cui mi sono imbattuto. Hai un lavoro molto particolare: sei un giovanissimo consulente politico e attualmente lavori a Roma, presso la Camera, nello staff comunicazione di un deputato della Repubblica italiana. Un lavoro non proprio comune, soprattutto per un’età come la nostra. Questa cosa genera certamente un grande fascino. E reca in sé una grande responsabilità”, faccio io diretto al punto.
“Aspetta, voglio bloccarti subito. Hai detto bene: il mio è un lavoro di grande responsabilità, perché dalle mie parole e dai miei studi può dipendere il successo o il fallimento di una determinata strategia di comunicazione politica. Tuttavia, la definizione di lavoro non è proprio la più giusta: per me si tratta del compimento di una grande passione, di un’attitudine che ho scoperto, coltivato e fatto maturare durante gli anni dell’università. Non volevo contraddirti; solo, ritengo che tutto ciò che si fa con amore, assecondando le propensioni naturali e innate, alla fine non sia nemmeno un lavoro. È una cosa che non possiamo non fare. Come respirare, parlare o mangiare. Tutto qui.”.
“No, figurati Flavio. Hai fatto benissimo a puntualizzare. E sono d’accordo con te. Come ti ho detto, sono estremamente affascinato dalla posizione che ricopri e ti rinnovo i miei complimenti. Lavorare a Roma, nella capitale, il luogo in cui confluiscono tutte le espressioni politiche e democratiche di casa nostra, deve essere davvero stimolante e gratificante. E poi, per una persona giovane, fresca di studi, trovarsi al cospetto di quelle istituzioni deve essere un’esperienza intensa e unica. Forse, fa quasi paura.”.
“Sì Fedele, concordo. Sai, sono arrivato a Roma dopo aver fatto molti, intensi, sacrifici: l’università mi ha gratificato tantissimo e, nonostante l’ostacolo dei pochi sbocchi lavorativi offerti dai nostri studi umanistici (e tu lo sai bene, visto che ci siamo laureati insieme), non mi sono mai arreso. Ammetto che è stata dura: nei primi tempi del post-lauream ho cercato di sbarcare il lunario come potevo, evitando di gravare sulla mia famiglia e sulle tante spese da portare avanti. Sono riuscito a trovare un lavoro part-time presso una famosa catena di articoli sportivi. Lì mi sono divertito moltissimo: ho imparato a dare un nuovo senso alle cose, a ricercare la bellezza nelle difficoltà che mi si paravano davanti, a modificare il mio modo di pensare, a gestire i conflitti con i clienti, il rapporto con i colleghi, i tempi del lavoro con quelli dello studio. Perché, anche dopo il conseguimento del titolo, non mi sono mai fermato. Beninteso, non mi considero un eroe, eh… Ho fatto solo ciò che migliaia di giovani del sud e del nord fanno tutti i santi giorni: continuano a formarsi, senza sosta, affamati di traguardi e di successi perché immaginano un mondo più bello e autentico. Il rapporto intenso con la letteratura, con l’uso delle parole, la necessità di raccontare e di dialogare continuamente, il richiamo di alcuni scritti senza tempo, poi, mi hanno aiutato molto in questo. Come del resto anche te.”.
“Aspetta Flavio, però c’è qualcosa che non mi è chiaro!”, riprendo io interrompendo il flusso di quei suoi pensieri. “Come ti sei ritrovato dal negozio sportivo catapultato a Roma?”, ribatto un po’ confuso.
“Beh, quando finivo il lavoro ritornavo a casa e cercavo di rilassarmi nell’unico modo che conoscevo: la lettura. Nicolò Machiavelli, ancora oggi, è il mio scrittore preferito. Lui ha svelato il gioco della politica, ne ha scoperto le carte, ha istituzionalizzato alcuni processi e creato molte di quelle categorie scientificamente intese riguardanti lo studio e la gestione della cosa pubblica. Da sempre Machiavelli è stato il mio amoroso cruccio. Come un’ossessione non riuscivo a non pensare alla sua genialità. Mi sono laureato con una tesi su di lui e sul suo Principe; attraverso il suo progetto letterario ho imparato a interpretare anche il mondo della politica universitaria e territoriale, realtà queste che mi hanno dato modo di affinare alcune tecniche di comunicazione”.
“Quindi mi stai dicendo che la tua passione per le lettere, così lontana dalla concretezza materiale, si è unita poi ad un’altra passione, quella per la politica, così pratica e complessa. E questa fusione ha dato vita al tuo lavoro.”.
“Sì, non è esattamente così, ma ti ci sei avvicinato. Vedi, desideravo fare qualcosa di buono, con l’obiettivo di portare avanti un mio desiderio, di spianare una strada tutta mia, con tutto l’entusiasmo possibile. Etimologicamente il termine entusiasmo, derivante dal greco, significa “avere dio dentro di sé, essere ispirati”. Ecco, nella politica, intesa come la più nobile delle attività umane scevra dai particolarismi e dagli egoismi, ho trovato la mia ispirazione massima. E così ho deciso di iniziare un master in consulenza e comunicazione politica proprio a Roma, perché avevo bisogno di intrecciare le mie competenze con quelle tecnicamente proprie del mestiere. Quel percorso, in cui ho investito molte energie e sforzi economici, è stato molto fruttuoso e interessante; proprio grazie a quei mesi intensi ho potuto poi inoltrare varie candidature. Lo sai anche tu che il mio/nostro background non è propriamente di natura giuridica o amministrativa. Anzi. Tuttavia, conoscendo bene il racconto e le sue strutture, le tecniche della narratologia e raffinando un po’ gli approcci alla comunicazione ho deciso di buttarmi. Anche lì all’inizio è stata dura. I miei primi colloqui con alcuni deputati non sono stati positivissimi e solo dopo aver limato ancora di più le mie tecniche e aver preso la mano con altri artifici retorici, sono risultato idoneo a entrare nello staff del deputato con cui lavoro attualmente. Mi occupo del settore comunicazione, preparo interventi e contenuti, soprattutto multimediali, che poi vanno ad essere riversati sui social e che accompagnano costantemente la vita politica del mio datore di lavoro. Mi trovo molto bene. Sono soddisfatto di quello che produco e di ciò che arriva in ufficio, anche perché lavoro molto bene.” .
“Esattamente. Volevo chiederti appunto questo: quali strumenti usi per essere sempre al massimo in questo lavoro ‘non convenzionale’?”.
“Beh, a tutta prima ti dico che, dopo la passione, è la pazienza il valore più alto nella comunicazione politica. Questo ce lo ha insegnato la filologia: lo studio critico delle fonti, l’approccio metodico, lento e accurato verso i testi e alle informazioni che arrivano, la volontà di vagliare più contenuti e scegliere comunque quelli che hanno più credibilità, restano di certo le condizioni imprescindibili per svolgere il mio lavoro con tutti i crismi. Se non hai pazienza e voglia di fare tardi la sera, non è la professione adatta a te. Vedi, a me piace anche trattenermi in ufficio quando tutti gli altri sono andati via. Mi riesce quasi difficile, a volte, abbandonare la mia postazione. Può sembrare un attaccamento morboso a quel che faccio, quasi come se io non avessi una vita privata al di fuori di quelle mura. Un osservatore distratto probabilmente potrebbe pensarla così. Ma il fatto è che io vivo di questo e per questo, sono felice quando arrivo e felice quando vado via. Non solo perché faccio ciò che mi piace, ma perché sento di star creando qualcosa di unico nella mia vita. Per questo spero di poter crescere e migliorare ancora.”.
Flavio continua a raccontare e io devo sbrigarmi a porgli un’ultima questione, prima che si arrivi a casa sua. Scusandosi, mi chiede solo un attimo di interruzione per controllare alcune notifiche sul cellulare, dato che lì a Roma stanno preparando dei dossier molto importanti e lui deve coordinarsi velocemente con altri colleghi responsabili. Dopo qualche minuto, riprende a parlarmi. Io riattacco deciso: “allora Flavio. Come ho detto poco fa, pur essendo molto giovane, ti ritrovi a lavorare in un mondo che, a molti, appare estremamente lontano, tortuoso e inaccessibile. Leggendoti, spero che altri giovani capaci possano trovare quella spinta emotiva per approcciarsi a questo mondo, proprio come hai fatto tu”.
“Beh, ti ringrazio Fedele. Però, proprio perché gravato da una certa complessità, posso dirti che attualmente non esiste una formula precisa per raggiungere determinati obiettivi in questo lavoro. Certo, ci arrivi dopo esserti formato tanto. E uno dei segreti per fare bene in questo ambito è non stancarsi mai: leggere sempre, approfondire tanto, studiare senza sosta. Poi, è anche necessario credere appieno nelle proprie potenzialità per riuscire a coltivare la giusta speranza di arrivare, un giorno, a lavorare in uno di quei palazzi. Però, se proprio vuoi sapere come stanno le cose, ti dico che il vero segreto è un altro: anche in questo lavoro, come in tutti gli altri, specie quando si inizia, conta essere umili, avere il coraggio di cambiare prospettiva e il proprio punto di vista, di rimettersi in gioco, di chinare il capo, di ritornare sulle proprie scelte e ammettere di aver sbagliato. Ogni lavoro genera necessariamente un rapporto di fedeltà tra chi lo eroga e chi lo accetta. Fedeltà deriva dal latino foedus, che significa appunto patto, accordo o alleanza. Mi piace giocare con le parole, lo sai. Lo faccio per lavoro e poi amo capirne profondamente il senso, le varie sfumature, per apprezzarle e utilizzarle a dovere in ogni contesto. Chi ti accorda la sua fiducia, chi ti affida un lavoro, chi mette anche parte della sua carriera nelle tue mani, crede fermamente in quello che fai. Ripone la sua fiducia in te. E il minimo che tu possa fare è restituire un lavoro fatto bene, senza fronzoli o sbavature di sorta, sempre al meglio, fino a quando quello che hai fatto non ti reca una soddisfazione profonda, tale da scandire in positivo le tue giornate. Se fai bene ciò che ami, quell’amore ti farà stare bene. Io ci credo fermamente…”
Intanto, giungiamo purtroppo a casa. Purtroppo per me, che avrei voluto fargli ancora tante altre domande. Tuttavia, sono felice di quello che mi ha raccontato durante la nostra piccola traversata e poi anche per aver condiviso un po’ di tempo con un amico. Parcheggio accanto alla porta d’ingresso, stacco il registratore e scendiamo dall’abitacolo. Mentre gli recupero i bagagli, lo ringrazio di cuore, stringendogli la mano e promettendogli di chiamarlo presto per sapere come va a Roma; lui, di rimando, sorridendo mi promette di prendere un “caffettone” insieme, come lo chiamavamo noi, ai vecchi tempi degli studi e delle risate. Sento squillare il suo telefono. Deve rispondere assolutamente, e di fretta, e comprendo quindi che non è più il momento di parlargli. Accenniamo entrambi ad un saluto con la mano, rapido e tuttavia caloroso, che lascia le porte aperte alla speranza di rivedersi presto. Poi, risalito in auto, riparto alla volta di un altro viaggio.
Felice, entusiasta e con una storia in più da raccontare.
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Il cuore, il sudore e l’inchiostro Torna all’indice
Attraversare i luoghi storici della città in cui vivo, Aversa, mi reca sempre una sensazione di piacevole appagamento: ogni volta che me ne vado per vichi e vicarielli non riesco a non innamorarmi daccapo, come fosse la prima volta, dei tesori che riposano a cielo aperto, tra archi e castelli medievali, straordinari e nascosti palazzi rinascimentali e manufatti contemporanei. Insomma, la Storia davanti agli occhi. Però, quello che mi colpisce di più sono le scoperte che si possono fare così, per caso, senza un obiettivo o uno scopo ben preciso. Si fanno e basta. Ed è proprio di una di queste che voglio scrivere.
Tutto è successo in un giorno di primavera di quest’anno: ritrovandomi a passeggiare senza troppi pensieri per un’arteria centrale della città, decido all’improvviso di cambiare percorso, e di entrare in una di quelle viarelle strett e long che non è difficile trovare qui da noi. Continuo a passo lento, tranquillo, e nun me smove niente: sono assorbito dalla conformazione particolare e misteriosa di quel tratto di strada che mi si para davanti. So bene dove sto andando, sia chiaro. Ma mi piace allungare un po’ il brodo e fare qualche passo in più. Proseguo nella traversata, accompagnato da odori e suoni che mi appartengono da sempre: sono miei, fanno parte del mio patrimonio genetico, riesco a distinguerli, li catalogo e li memorizzo. Ancora e ancora una volta. Non mi interessa altro, in quel momento. Tuttavia, qualcosa mi distrae. Il rumore di un attrezzo che schiaccia una superficie, assimilabile più o meno ad una pressa idraulica, giunge inaspettato da un lato sconosciuto, turbandomi alquanto. Non riesco a comprendere cosa possa essere, e su che cosa si sta accanendo quell’immaginario mostro metallico: tendo l’orecchio e comincio a squadrare la situazione, allertando tutti i miei sensi. È così, in quest’opera di visione a 360 gradi, seguendo il rumore vicino, il mio sguardo cade su un’insegna strana, piuttosto consumata dal tempo: “Tipografia. Giovanni S. Titolare”, e poi un numero di telefono senza alcun prefisso. Intanto lo stantuffare continua e io, incuriosito, decido di entrare. Dietro al grande bancone verde acqua, nessuno. Evidentemente il titolare non può materialmente accogliere i clienti dato che sta lavorando nel retrobottega. Pochi attimi dopo, il rumore cessa improvvisamente. Sono accolto da un signore anziano, canuto, dal fisico compatto e dalla prestanza che non ti aspetti. 

“Buongiorno, mi dica”, mi chiede il signore attento, ma anche incuriosito da quel mio ingresso.
“Buongiorno a lei! Guardi, le domando scusa se l’ho interrotta”, faccio io, “ma sono entrato perché ho sentito un rumore forte, come una sorta di chiamata potente. E poi, mi è sempre piaciuto vedere come si lavora in una tipografia”, replico dicendo esattamente la verità. In quello sguardo c’è infatti qualcosa che non mi autorizza a dire nessuna bugia, nemmeno per manierata cortesia.
“Non le occorre nulla, quindi”, riprende garbatamente il signore.
“Lei è il signor Giovanni?”, incalzo io.
“Sì, sono io. Padrone dell’omonima e premiata ditta”, risponde lui sorridendo divertito.
“Le faccio i miei complimenti, qui si respira un’aria di lavoro duro e onesto, di grande storia familiare e di soddisfazione. E non glielo dico per dire. Ma solo perché questa è la prima impressione che ho avuto entrando”.
“La ringrazio assaje. È sempre bello sentirselo dire. Sa, come vede ho una certa età. Il mercato mi ha divorato, ma nun me ne ‘mport. Voglio che il lavoro sia fatto sempre come dico io. Cioè bene e con una certa crianza. E non accetto comandi, ccà è a casa mia, mi ribatte fiero e risoluto.”
Comprendo che la conversazione potrebbe andare su un binario affettivo, intenso e molto sentito. Avverto che il signor Giovanni vuole, implicitamente, raccontarmi la sua storia di vita e di lavoro fatto come piace a lui. Mi ha dato degli indizi di confidenza, alcuni dei quali ritengo da subito siano molto importanti. E così, la mia curiosità cresce e le domande vanno in questo senso: sapere come ha messo su la sua attività.
“Ho notato che qui non ci sono computer o strumenti digitali. Ma come fa a stampare tutto, bigliettini, inviti, e tutto il resto?”, chiedo incuriosito.
Guagliò, chest è verament ‘na bella domanda.Ti rispondo così: non mi piacciono i computer. Non è che io non sappia usarli, eh! So’ vicchiariell, ma so bene il fatto mio. Ho messo in croce pure mio figlio dottore. Solo, io ho sempre lavorato con la mia manualità, sporcandomi le mani di inchiostro e acidi, componendo sul tavolo di lavoro ogni lettera, dando il senso che volevo io e io soltanto. Il computer è sinonimo di serialità spenta, senza vita né anima; le mie stampe, invece, sono opere d’arte. So’ quadr ‘a pittur, come diciamo noi… Uniche e irripetibili”.
“Quindi, lei continua a lavorare alla vecchia maniera. Manualità e arte. Le faccio i miei complimenti. Però, bisogna dire che, forse, è anche per questo che il mercato, così veloce e continuamente in movimento, non prova alcuna pietà per esercizi così piccoli come il suo…”, riprendo io sferzante e polemico.
Ce cumbatt tutti e juorn cu ‘sta cosa. Però mi piace sempre dire che m’accuntent di quello che ho: lungo la mia vita ho avuto commissioni importanti, di un certo rilievo, anche per alcuni ministeri di Roma. Me ne vanto ancora adesso. Però, in verità, non ho mai desiderato stampare migliaia e migliaia di esemplari tutti uguali, e magari produrli anche male, di fretta. È una mia filosofia. Oggi su internet decidi tu tutto: cosa stampare, quanto, in quale formato e dove fartelo arrivare. Non vedi mai il lavoro, se non quando è finito. Non lo puoi seguire, non lo puoi vedere crescere, non te lo puoi godere… Lo devi accettare così com’è. Punto e basta. Io non posso fare una cosa del genere. Guagliò, i figlie se crescen, nun s’abbandonano”.
“Sono d’accordo con lei. Ogni cosa è fatta bene se tutto parte da un forte amore di base. Come le dicevo prima, percepisco una forte passione nelle sue parole e, attraverso queste, la bellezza di ciò che fa. Certo, è una sfida. Oggi le cose non sono guadagnate: si preferisce essere serviti subito, anche se male. Non c’è più la cultura dell’attesa, dell’assaporare i momenti. E anche sul lavoro è così…”.
“Eh, caro ragazzo, tieni ragione. Continuo a darti del tu, perché ti posso essere padre. Però, chi vene ccà, deve sapere che tutto ha il suo tempo. Non esiste la fretta in quello che faccio. È un lavoro millimetrico, fatto di sguardi e di respiri. Ci tengo a dire che io metto sempre a disposizione il mio tempo ai miei clienti e, chi mi sceglie, mi paga anche per questo. Il minimo che posso fare è restituire un lavoro degno di questa fiducia, prezioso, incontestabile e sotto il quale poter mettere fieramente la mia firma. Nun esist che ‘o client mi impone il tempo di cottura per quanto sono chiamato a eseguire. Quello lo decido io, perché sto a casa mia. Al limite, ce pozz offrì ‘nu cafè nell’attesa. Ma il pranzo lo imbastisco io…”
Mi metto a ridere, affascinato da quella serie di risposte. Resto un po’ perplesso di fronte a quel modo di fare, ma comunque catturato dalla modalità di racconto e dalla fierezza stoica del signor Giovanni. Sembra che il mercato non gli interessi, che la sua attività sia la migliore, che non esista altro se non la sua tipografia, il suo modo di intendere la vita e il lavoro.
Te dico n’ata cos guagliò”, riprende deciso, “in questi anni ne ho viste tante e mi è capitato spesso di avere a che fare con persone che aspettano solo il tuo fallimento. Io ho sempre dimostrato il contrario, perché tengo ’na famiglia. Dovevo e devo dare loro da vivere con dignità e onestà. E in più, ho sempre apprezzato la fatica della sfida. La bellezza del superare il proprio limite. Ho due figli laureati che possono andare fieri di me, a cui ho insegnato il senso del sacrificio, la necessità della battaglia giusta e che cosa vuol dire avere fame di obiettivi e di traguardi. Anche adesso, che la mia carriera sta finendo, mi ritrovo ad avere offerte di lavoro. Perché ‘a gent me cunosce bbuon. E chi sa apprezzare, chiama me. Io il mercato me lo mangio a colazione. Però, è pur vero che bisogna farci i conti…”.
“Ecco, signor Giovanni. Io questo volevo chiederle. Ma gli affari, come vanno?”
“Eh, e come devono andare… Ormai si stampa a mano sempre di meno. La mia arte è ancora richiesta, per carità. Stampe per eventi di prestigio e di una certa caratura portano la mia firma. Però lo abbiamo detto poco fa: si preferisce la velocità, la comodità e l’abbattimento dei costi. Io sto per chiudere bottega, guagliò. Ma non mi preoccupo tanto per questo. Perché posso portare, grazie a Dio, la mia qualità altrove, in un centro copie (mo’ così si chiamano) più grande, moderno, in cui sarei capo assieme agli altri capi, e soprattutto avrei libertà di lavorare come dico io. Devo solo decidermi ad abbassare la serranda, una volta e per tutte…”
“Ah, allora diciamo che così vincono un po’ tutti! Lei continua a lavorare, magari guadagnando di più. Poi, ha la speranza di poter fare quello che vuole per quanto tempo vorrà. È bello sapere di avere tali assicurazioni, no?”, faccio io rincuorante.
“Sì, è bello, come no. Però vedi, mescolato all’inchiostro qui ci trovi il mio sangue, il mio sudore e le mie lacrime. Non penso di poter rendere l’idea; magari per te sono solo macchine, alcune delle quali arrugginite, altre desuete, altre non le fanno nemmeno più. Guagliò, queste macchine mi hanno aiutato a costruire un sogno e a renderlo concreto. Con loro, e grazie al lavoro che ho avuto modo di apprendere, ho capito come funziona la stampa ma anche la vita: ho cominciato a guadagnare soldi, ho preso moglie, ho messo su casa, mi sono realizzato come uomo e come individuo. E adesso, lasciare tutto così, non è facile. Me chiagn ò cor al solo pensarci. Tu sei giovane, e forse un giorno mi capirai…”.
Commosso, gli faccio un cenno affermativo col capo; lui comprende il momento e comincia a mostrarmi in rassegna le bozze delle cose più belle che ha realizzato nel corso del tempo in quel luogo, e che lui ha conservato per vanto e ricordo: inviti su carta filigranata con rilievi in oro, libri e raccolte di grande fattura e stampe più o meno svariate. In ogni cosa si percepisce il suo tocco di uomo, maestro e artista.
“E tutti questi macchinari, che fine faranno dopo la sua chiusura?”, riprendo io imperterrito, mentre continuo a sfogliare cataloghi e a soppesare al tatto varie grane di carta.
“Beh, per fortuna ho già avuto modo di venderli quasi tutti. Resteranno con me fino a quando non avrò terminato l’ultimo lavoro importante che ho in cantiere. Non ho guadagnato molto, in verità. Però non posso tenerle con me. Dio solo sa se vorrei, ma non posso farlo… Ho parlato con loro, le ho accarezzate e guidate tutti i giorni, per decenni. Questi macchine sono figlie mie. E loro mi comprendono, in ogni mio gesto. So che anche questa cosa ti potrà sembrare assurda. Ma fidati, non lo è… Per esempio, vedi quella stampatrice a pressione in fondo?”
“È molto simile alla stessa utilizzata da Totò e Peppino de Filippo nel film La banda degli onesti.” “Esatto, bravo. Quella che viene utilizzata per stampare soldi falsi che poi nessuno spende. Eh no, quella non la vendo. Quella è un pezzo di cuore e viene a casa con me”, e questa volta si commuove lui.
“Posso comprendere ciò che dice, signor Giovanni. Però, forse, è meglio staccarsene. La aiuterà ad andare oltre, nel suo lavoro come nella vita. Tutto ciò che ha fatto le fa onore. Deve esserne contento e fiero. Ora però è meglio che vada, perché le ho già fatto perdere troppo tempo. Mi dispiace.”, rispondo io mortificato, guardando l’orologio e pensando al lavoro interrotto per causa mia.
“Ma no, non ti preoccupare assolutamente. Mi capita spesso di raccontare storie sul mio lavoro, soprattutto ai miei conoscenti e agli amici. Forse però loro ne hanno un po’ le tasche piene e, dunque, quando mi arriva una persona interessata, non mi faccio scappare l’occasione!”, continua lui ridacchiando. “Anzi, visto che sei a casa mia, sei anche mio ospite. Mo’ te faccie ‘nu bello cafè. Attenzione eh… Sei a casa mia, anzi, nel mio mondo. Nun me può dicer che no”.
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La rabbia buona di Catello Torna all’indice
Fedele lo incontro a un dibattito qualche giorno fa, c’è ancora mezzora buona prima dell’inizio e così lo invito a prendere un caffè e a fare quattro chiacchiere.
Mentre aspettiamo che la ragazza che prende le ordinazioni giunga dalle nostre parti mi racconta che sta leggendo con maggiore assiduità le mie storie di lavoro ben fatto – e qui un sorriso non glielo posso negare – e che  sta pensando di cominciare anche lui a raccontare il lavoro, la sua estrema necessità e le sue conseguenze – e qui invece mi aggiusto sulla sedia e mi faccio serio.
«Mi sembra un’idea ottima – gli dico -. Come sai credo molto nella narrazione come strumento per attivare processi di innovazione e di cambiamento sociale e sono convinto che più siamo in tanti a raccontare il lavoro e meglio è. Insomma, cosa aspetti a cominciare?»
Questa volta è lui a sorridere prima e a farsi serio poi. Mi dice che ci sta pensando da un po’, che probabilmente inizierà con la storia di un amico perso di vista dai tempi del liceo.
«Prof., se mi dà dieci minuti gliela riassumo. Lo prometto, solo le cose principali, che dice?».
Già, che dico? Dico che dieci minuti si trovano sempre, però aggiungo che se la sua storia non mi piace glielo dico e passiamo oltre.

«Affare fatto. Se è d’accordo il mio amico per ora lo chiamiamo Catello, al liceo ci siamo frequentati molto, anche se lui aveva molta più intelligenza che voglia di studiare, era uno spirito libero in cerca di avventure, insomma il classico studente della serie “potrebbe fare molto di più se solo si impegnasse”. Ci siamo dati appuntamento al bar dove ci incontravamo un tempo, lui ci è arrivato con la faccia più stanca e io con il fisico più rotondo. Ci siamo seduti al solito tavolo, il nove, quello davanti, dove si sta comodi e si vedono meglio le belle ragazze passare, e abbiamo ordinato io un caffè macchiato e lui un caffè e basta. A proposito prof., vedo che la ragazza non arriva, vuole che vada io?»
«Lascia perdere la ragazza, continua.»

«Perfetto. Dopo un po’ di chiacchiere varie Catello  mi racconta che sono un po’ di anni che lavora; che dopo che suo padre è stato licenziato tante cose sono cambiate; che non lo sa che effetto fa rimanere senza lavoro dopo 32 anni di onorato lavoro in una fabbrica di scarpe, ma di certo ti distrugge; che suo padre dalla persona buona e generosa che era si era fatto scostante, arrabbiato col mondo, infelice, che insomma non era più lui.
Prof., lo confesso, io che sono figlio di uno statale sono rimasto impressionato dal suo, discorso, se permette glielo racconto come lui l’ha raccontato a me.»
«Vai!»

«Vedi Fedele – mi ha detto -, per aiutare la mia famiglia ho dovuto lasciare da parte sogni e aspirazioni. Non rinfaccio nulla, sia chiaro, ma a casa sono l’unico figlio maschio e qualcuno, dopo tutto quello che stava succedendo, doveva pure fare qualcosa.
Alla fine direi che sono stato fortunato, nel senso che un giorno insieme a infiniti altri ho risposto a un annuncio come consulente aziendale per una grande azienda italiana. Sinceramente, non avevo un’idea precisa di che cosa avrei dovuto fare, però io avevo bisogno e loro non chiedevano esperienze pregresse nel settore e quindi ci ho provato.
Le idee mi si sono schiarite nel corso del colloquio, si trattava di andare porta a porta per fare contratti e distribuire pacchetti luce e gas. Pensavo di durare poco e invece grazie alla rabbia che avevo in corpo già il primo giorno feci tre nuovi clienti e altrettante attivazioni. Come ho scoperto dopo, era l’equivalente medio di tre giorni di lavoro.  Comunque il secondo giorno zero contratti, il terzo due, insomma producevo, continuavo a pensare di non essere adatto a quel tipo di lavoro e invece mi veniva naturale, mi riusciva bene, e la sfida con me stesso mi stuzzicava sempre di più.
Proprio così, cercavo di battermi da solo, tenendo conto dei risultati precedenti e così, pian piano, grazie alla mia caparbietà, mi sono guadagnato la fiducia del responsabile di zona e l’isolamento dei miei colleghi. Forse è giusto e forse no, sta di fatto che quando sei troppo bravo gli altri non ti sopportano, e così più producevo risultati e più mi sentivo isolato, per fortuna che a fine mese assieme ai primi contratti sono arrivati i primi soldi e mi sono sentito felice.
Dentro di me sapevo di fare una cosa fatta bene, anche se nulla nella vita mi aveva preparato a quello. Comunque quando ho portato il mio primo stipendio a casa è stata una festa. Settecento euro, tutti guadagnati con fatica. E la mia famiglia che cominciava a vedermi come un uomo e non più come un ragazzino.
Sono partito da lì ma dopo oltre trecento nuove utenze e la fidelizzazione di molti clienti ho fatto carriera, adesso non faccio più contratti, sono diventato responsabile della formazione dei consulenti e dei praticanti, insegno loro a presentarsi, a fare contratti e a vendere la merce nel migliore dei modi. Sì Fedele, proprio io che nemmeno sapevo cosa fosse tutto ciò, adesso ho un lavoro fisso, un contratto a tempo indeterminato.
Che belle parole: tempo indeterminato. Quasi duemila euro al mese, sei ore di lavoro al giorno, straordinari pagati,  weekend libero e la mia famiglia felice di avermi a casa il più possibile.
Detto questo, non pensare che io mi sia montato la testa, perché mica me la scordo la fine che ha fatto mio padre dopo 32 anni di lavoro.
Come si dice a Napoli, “stamme sott ‘o cielo”, non posso certo giurare che questa situazione durerà in eterno. Però mio padre mi ha insegnato che l’importante è fare il proprio dovere, cercare di farlo bene fino in fondo, e io la penso come lui, niente ripaga un uomo più di un lavoro fatto come Cristo comanda.
Lo dico ogni giorno ai miei allievi: prima di uscire per vendere una cosa, non solo ci devono credere e ci debbono mettere tutta la passione che occorre, devono anche cercare di farlo nel miglior modo possibile, con onestà, coerenza e un pizzico di cattiveria quando serve, perché ci vuole anche quella nella vita, perché la cattiveria solo se la conosci puoi evitarla e soprattutto puoi evitare di infliggerla al tuo prossimo.
Io l’ho provata amico mio, ho provato la cattiveria quella autentica, quella che ti prende quando vedi tuo padre privato totalmente del suo lavoro che se la prende con moglie, figli e soprattutto con se stesso, perché si sente perso, inutile, incapace di reagire a una ingiustizia, a una infamità.
Su una cosa però sono stato bravo, nel senso che quella cattiveria l’ho saputa trasformare prima in rabbia buona e poi in efficienza.
E’ stata la rabbia buona che mi ha aiutato a crescere, a crederci, a rendermi conto che la mia fatica ha senso perché la faccio bene. Si Fedele, la faccio bene per me, per mio padre, per i miei clienti e per tutti quelli che come me si alzano la mattina convinti che nelle cose bisogna metterci la testa e anche il cuore.»

«Ecco prof., questa è la storia del mio amico Catello, dica la verità, non è bella?»
«È bella Fedele, è bella.»
«Che dice, glielo troviamo un posticino su #lavorobenfatto?»
«Glielo troviamo, certo che glielo troviamo. Però poi tu scrivila e raccontala sul tuo blog.»
«Sarà fatto. Glielo prometto.»

fedele