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Il Manifesto di Gaia

Gaia (Alessandra) Ghirardi è entrata nella mia chat e nella mia vita una sera di un po’ di giorni fa. Dopo essersi presentata mi scrive che ha con un po’ di amici comuni ha partecipato all’edizione 2014 de La notte del lavoro narrato, che ha sentito parlare del mio impegno per il lavoro come valore e che quando ha scritto le considerazioni che seguono ha pensato da subito di rendermene partecipe.
Nessun cenno alla possibilità che io racconti la sua storia, forse perché il suo “Manifesto” è già girato su Facebook, di certo perché non intende essere invadente, mi saluta, mi ringrazia, io ricambio, salvo il file sulla mia scrivania e ritorno a fare quello che stavo facendo.
La mattina dopo apro il file, leggo e mi dico “mannaggia, ma perché non ha aspettato prima di pubblicare la sua nota”. Perché si, la cosa mi disturba non poco, e così la faccenda è rimasta in sospesa fino a stasera, quando ho riaperto il file e mi sono detto “no, non esiste, una storia così i miei lettori non se la possono perdere”.

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Siamo le artigiane al tempo di internet. Siamo quasi sempre donne. Siamo mogli, mamme, single, lavoratrici a tempo pieno, part time, a progetto, a contratto, cassintegrate, inoccupate, disoccupate, casalinghe.
Semplicemente siamo quelle che cercano di far diventare la loro passione e le loro capacità un lavoro.
Ora, detto così, sembra un argomento semplice e concluso, e invece vi dico  veniteci a trovare che scoprirete un mondo.

Ci incontrate spesso tra le bancarelle dei mercati, mescolate a cineserie e vendita dell’usato, non di rado vagamente raggirate da pessimi organizzatori che promettono mercatini dell’artigianato ma non sanno distinguere un pupazzetto industriale da un lavoro fatto a mano, un centrino ricamato da uno stampato, basta che si paghi la quota d’iscrizione e c’è posto per tutti.
Ci trovate in rete, sui social network o sui siti deputati alla vendita di creazioni originali. Anche qui spesso mischiate con prodotti industriali che con l’artigianato non hanno neanche un lontanissimo rapporto di parentela.
Se ve lo lo dico io che ne ho girati parecchi, di mercati e di siti, vi potete fidare, e comunque di tanto in tanto si trova anche il posto giusto, l’organizzazione che funziona, la classica goccia nell’oceano.

Sovente la nostra passione o esperienza l’abbiamo ereditata dalla famiglia: mamme, nonne, vecchie zie che ci hanno tramandato i loro lavori antichi e pazienti e però noi, che siamo più brave e più sveglie, cerchiamo di farlo fruttare questo tesoro che abbiamo ereditato e perciò studiamo. Studiamo tanto. Per rielaborare e dare nuova vita a queste tecniche, per allargare il nostro campo di conoscenza, per perfezionarci. Spesso con corsi e lezioni private. Costose.
Guardate sui siti dove vendiamo le nostre cose: troverete manufatti meravigliosi, dai gioielli ai ricami, dai lavori a maglia alla ceramica, dalle miniature alle borse.
Sì, manufatti, perché ogni singolo pezzo è fatto a mano. Con competenza, con buoni materiali, con cura nei dettagli e con l’orgoglio di aver prodotto qualche cosa che non somiglia a nessun’altra.
Guardatele con attenzione le nostre foto, spesso sono dei piccoli capolavori di precisione, nitidezza e luminosità. Un trionfo di colori e di dettagli.
Sì, anche le foto sono opera nostra, perché oltre a creare le cose abbiamo imparato a fotografarle, studiando, provando e riprovando.

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Ve lo devo dire un’altra volta? Cercateci in rete che scoprirete non solo una marea di blog e di articoli specifici, ma anche che molte di quelle meravigliose foto di quei meravigliosi oggetti sono state costruite e scattate sul tavolo di cucina, mentre il minestrone cuoce e il bambino fa i compiti,  usando la lampada da scrivania al posto dei faretti, la carta forno, l’alluminio e i coperchi delle pentole al posto dei filtri e degli specchi riflettenti.
Tra di noi ci passiamo consigli e suggerimenti, e appunti, e documenti, e così sviluppiamo la capacità di usare l’ingegno, usando le mollette dei panni e le cartelline in acetato o il vassoio delle paste per creare e sostenere scenari e sfondi.

Ebbene si, siamo brave a creare anche sogni e magie, e le immagini che vedete hanno anche una postproduzione, vengono ridimensionate, ritoccate e perfezionate, per essere ancora più belle ed attraenti, perché vogliamo che le nostre creazioni brillino e luccichino come il tanto lavoro che c’è dietro.
Perché si, anche questo lo abbiamo fatto noi, imparando il fotoritocco tra la cena da preparare, la riunione di lavoro, la fila alla posta per le bollette e la quotidianità, facendo a pugni con la saturazione, la luminosità e il contrasto.
Come vi ho detto ci aiutiamo molto tra noi, e abbiamo imparato a “sfruttare” la  in rete, con il suo universo di manuali, suggerimenti, programmi e programmini gratuiti.

Pensate che sia finita qui? E invece no, perché molti dei siti su cui vendiamo non sono in Italia, per cui dobbiamo conoscere almeno l’inglese per descrivere il nostro prodotto, per contrattare con le clienti e risolvere eventuali diatribe e contestazioni, per fare fronte al fatto che online si vende principalmente all’estero, perché da noi c’è crisi, perché da noi “non c’è la cultura dell’artigianato” (ma non eravamo dei maestri in questo campo?).

E come la mettiamo con il fatto che i siti su cui vendiamo sono superaffollati di prodotti? La mettiamo che bisogna fare in modo che, oltre alle foto, belle e ben fatte, si venga intercettati quanto più è possibile dai motori di ricerca della rete, e così studiamo SEO e discutiamo animatamente di parole chiave, statistiche e tag, sempre supportate dalla nostra solidarietà interna e da tonnellate di documenti e manuali in rete che ci passiamo come carbonari e li studiamo come se avessimo fatto altro nella nostra vita.

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E dal vivo? Dal vivo si cerca di vendere nei mercatini dell’artigianato, dove dobbiamo competere con tutto quello che artigianato non è, ma che viene spacciato come tale, che poi non ti sorprendi di sentire il cliente che ti dice ”Venti euro? Ma se due bancarelle più avanti ce n’è una simile che ne costa tre!”. Oppure ci si affida agli amici, ai parenti, insomma al passaparola, girando spesso con il borsone, di riunione in riunione, neanche vendessimo enciclopedie. Non tutti gli amici i parenti però, che alla voce “soggetti da evitare” ce ne stanno tanti che ti chiedono: “come vanno i tuoi lavoretti?” o, più affettuosamente, “ma un lavoro vero, quando te lo trovi?”.
Qualche coraggiosa apre la partita iva, ma è difficile reggere i costi, capita che si debba fare marcia indietro, ripiombare nei sottoscala ai margini della legalità, che alla fine per chi ci si trova è una sconfitta, ma se non cambiano le regole, se continuano a definirci delle “hobbiste” che  “vendono opere del proprio ingegno” è difficile che le cose possano cambiare.
Si, è troppo poco, pensiamo di avere diritto di esistere in maniera meno sotterranea, di essere riconosciute in una categoria precisa con precisi diritti, spazi, tutele e naturalmente doveri.

Siamo artigiane, curiamo da sole e per intero la filiera, dall’acquisto delle materie prime, alla produzione, fino alla promozione, alla vendita, all’imballaggio e alla spedizione. Siamo prevalentemente donne. E la vogliamo smettere con questa storia del rosa che ci imprigiona in un mondo di cuoricini, di casette di Barbie, di principesse e di mulini bianchi. Abbiamo tutti i colori del mondo. E vogliamo brillare.