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Alessandro che non si arrende

Caro Diario, Alessandro Bartolucci è un’altra delle persone che ho conosciuto a #JMO2019, se ti ho detto che ogni anno è un crogiolo di belle connessioni una ragione c’è. Ha raccontato la sua ultima creatura alla voce idee imprenditoriali, si chiama Besafe Rate.
Ora ti devo dire che mentre la sua idea mi è piaciuta subito molto – del resto non devi essere un genio per capire che se uno dice di avere la soluzione per tenere insieme l’esigenza dell’albergatore di vendere camere e non doverle rimborsare e quella del turista barra viaggiatore di avere una tariffa concorrenziale che però possa essere rimborsata sta dicendo una cosa interessante assai – lui invece no.
Troppo bello, troppo sicuro, troppo abbronzato, troppo con la camicia bianca sbottonata al punto giusto per i miei gusti, a un certo punto devo aver pensato una cosa tipo “certo è in gamba, intelligente, ha fatto una bella pensata, però lo volevo vedere se alle spalle non aveva papà con i soldi se la cacciava tutta questa scienza”. Confermo, l’ho pensato, e quando qualche ora dopo me lo sono trovato di fianco nella hall glielo ho pure detto.
Come dici amico Diario? Questa volta sono stato maleducato e non va bene? Ti concedo che ho pensato maleducato – direi meglio drastico – però non lo sono stato, perché ad Alessandro ho chiesto con la dovuta gentilezza quanto c’era di suo e quanto c’era di ereditato nella sua vita da imprenditore, e la sua risposta è stata così stravolgente che gli ho chiesto immediatamente di raccontarsi, e poi ho continuato a corteggiarlo fino a quando non l’ha fatto, perciò adesso passo la parola a lui, io ritorno alla fine, che ancora una cosa te la debbo dire.

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«Ciao Vincenzo, come sai mi chiamo Alessandro Bartolucci e la maggior parte delle persone che mi conoscono dicono di me che sono un bravo ragazzo. Io non riesco a giudicarmi facilmente, però posso dire con certezza di essere un uomo leale. Se dovessi scegliere il titolo di un film per descrivere la mia vita sarebbe Forrest Gump, è il film che adoro per mille motivi, soprattutto perché a volte mi sembra di aver vissuto gli stessi magici momenti con la semplicità e la naturalezza del protagonista.

Piacere, mi presento
Sono nato a Roma da una famiglia modesta, papà fattorino di rullini Kodak e mamma casalinga. Per i primi 3 anni della mia vita, mio padre e mia madre, non potendosi permettere una loro casa, hanno vissuto a casa di mia nonna materna, nelle case popolari di un vecchio quartiere dell’Eur di nome Decima, dopo di che finalmente i miei genitori sono riusciti a trovare una casa in affitto in un quartiere piccolissimo di periferia ai piedi di Tivoli, Favale. Da lì i mei primi ricordi di bambino, fatti di gioie ma anche di fantasmi che ancora mi porto dietro, di molti aspetti oscuri che hanno forgiato il mio carattere.
Sebbene la nostra casa fosse molto piccola – io e mia sorella, nata nel frattempo, dormivamo nel salone in letti singoli che mamma apriva la sera e richiudeva la mattina – in definitiva non ci mancava nulla. Del resto tutto il quartiere era molto povero, una cosa che mi rimase impressa e che oggi ricordo con un sorriso è che i miei amici dicevano che ero fortunato perché avevo sempre il frigorifero pieno, forse per questo ce li trovavamo sempre a casa nostra. Immagina un piccolo concentrato di palazzine comunali dove i cortili, il pallone e i campi di terra e polvere erano la nostra gioia di vivere. Per me il pallone era la vita, andavo a dormire con la maglia del mio beniamino e con il pallone e gli scarpini sotto il letto.

Storie di ordinario bullismo
In quel quartiere però insieme alla brava gente vivevano anche molti avanzi di galera, ricordo le siringhe che trovavamo nei prati, mai una volta che siamo potuti uscire di casa senza la raccomandazione della mamma che ci diceva di stare attenti alle siringhe! Personalmente la vivevo come un’ossessione, i più grandi che cadevano preda della droga, i cosiddetti bucatini, erano davvero tanti. Del resto, con così tanti padri che venivano presi dalle camionette dei Carabinieri cosa ti vuoi aspettare.
I soprusi che abbiamo ricevuto noi ragazzini di brava gente da parte di questi ragazzi più grandi che di fatto non avevano una famiglia mi hanno indurito, penso che sia stata la rabbia e la voglia di ribellione contro le ingiustizie che ho accumulato in quegli anni che mi ha portato ad avere il carattere che ho. Ancora oggi è difficile fermare la mia rabbia e la mia impulsività di fronte a una ingiustizia, che si arrecata a me o ad altri non importa.
Ricordo che avevo tanti amici nel quartiere, ma principalmente eravamo sempre in tre, io, un mio cugino e il mio amico del cuore, ci divertivamo con poco, però come ti ho detto eravamo terrorizzati dai soprusi quotidiani dei ragazzi più grandi, quello che oggi si chiama bullismo.
Una delle violenze – per fortuna mai sessuali – che abitualmente subivamo era quella di metterci addosso al muro sfidandosi tra loro con il pallone a chi ci colpiva in testa, sì, ci prendevano letteralmente a pallonate. Però la violenza che non scorderò mai e che di fatto ha cambiato la mia vita, molto più dolorosa delle botte e delle pallonate prese, è quella che ho subito il giorno in cui mi costrinsero a leccare le scarpe di uno di loro. Vincenzo ero piccolo, avevo circa 8 anni, mi ricordo che piansi per ore da solo, in mansarda, laddove le mamme del palazzo usavano stendere i panni. E però da quel momento la mia vita cambiò radicalmente, giurai a me stesso che mai nessuno mi avrebbe più umiliato in quella maniera.
Non sono stati anni facili, anche il mio migliore amico d’infanzia – ci eravamo divisi a 13 anni perché i miei genitori cambiarono casa – a un certo punto è caduto nel giro di eroina, per fortuna poi dopo un percorso di recupero è riuscito a venirne fuori.

Il calcio
Ma veniamo alle gioie, che per fortuna ci sono state anche quelle. A 6 anni comincio a giocare a pallone per la squadra di Tivoli, per me è un sogno. Ero il bambino più promettente, fui subito nominato capitano della squadra. Tutti dicevano che sarei diventato un giocatore professionista. A 8 anni mi notò una piccola squadra di Roma, il Kolbe Ponte Mammolo. Dopo una decisione non facile data la lontananza da Roma, i miei genitori decisero di accettare. Era mamma che faceva tutti i sacrifici per portarmi a giocare, con mia sorella al seguito; papà lavorava sempre, tornava la sera tardi, non è mai potuto venire agli allenamenti, però veniva alla partita della domenica, anche se non sempre era un bene, io ero un bambino e lui mi caricava di troppe aspettative, se non giocavo bene mi teneva il broncio, nella sua testa lo faceva a fin di bene ma per me era pesante, vivevo le partite temendo la reazione non felice di mio padre.

Il rapporto con mio padre
Sai Vincenzo, non ho mai avuto un rapporto facile con mio padre, non siamo mai riusciti a costruirlo del tutto. Oggi che le cose vanno meglio, capisco che non ci ha aiutato il fatto che lui non abbia mai avuto un padre – nonno è morto quando papà aveva 6 anni – e per di più a un certo punto si è visto entrare in casa un compagno della madre che non lo ha mai considerato né dato fiducia. Sì, penso sia per questo, che non è poco, che tra noi per troppo tempo è andata come è andata, ma come ti ho detto per me è stata dura, per esempio mi sono mancati i suoi consigli, anche quelli stupidi che però ti fanno sentire grande. Mi ricordo una cosa che sembra cretina ma che a me faceva incazzare. Quando ho cominciato ad avere la prima barba ho sempre sperato che lui si avvicinasse per spiegarmi come si facesse la barba senza che mi tagliassi, e invece nulla. Non mi ha mai spiegato le cose, anche il sesso è stato sempre un tabù. Ricordo che anche se eravamo soli in macchina, quando passava una bella donna, lui distoglieva subito lo sguardo come se fosse peccato guardarla invece di farci una risata insieme con complicità, alla fine non ci sarebbe stato nulla di male.
Papà è stato sempre un tipo silenzioso con me, non ha mai avuto il tempo di giocare, tornava sempre molto stanco, invece quando stava con gli altri, in particolare con la famiglia di mia madre, numerosissima, era più estroverso, quasi un caciarone. Ricordo che quando andavamo da mia nonna lui giocava sempre a cazzotti con il fratello di mia madre, io cercavo di partecipare ma loro mi cacciavano, forse per paura che mi facessi male, ma io non ne capivo il motivo, e mi chiedevo perché giocasse a lotta con mio zio mentre con me non lo faceva mai.
Alla fine quello che ho imparato da lui è stato per la mia voglia di tenerlo vicino, di sentirmi uguale a lui, di condividere le sue stesse passioni, anche quelle banali. Credo sia per questo che ho la passione per la storia, adoro l’acqua e limone e l’anguria e ho un valore altissimo della famiglia.

Mia mamma e io
Il rapporto con mamma è stato diverso. La ricordo fin da piccolo come una bellissima donna, ne ero molto geloso. Era giovane, mi ha avuto che aveva 19 anni quindi a 25 – quando io ne avevo 6 – era nel pieno della sua bellezza ed io ero già grande abbastanza per essere geloso di lei. Comunque è stata una mamma severa, di sicuro io non l’aiutavo, ero molto vivace e ricordo che da più grande uscivo di casa per tornare la sera tardi. Quante cucchiarellate e zoccolate ho ricevuto, ricordo anche che una me la ruppe addosso.

Il pallone, again
Ma torniamo al pallone. La mia “carriera” da mini calciatore andava avanti, sempre con la fascia da capitano vinco mini tornei e coppe di miglior calciatore fino a quando, avevo 9 anni, mi nota una squadra importante di Roma, La Lodigiani, famosa per essere all’epoca, a livello giovanile, addirittura migliore della Roma e della Lazio. Dopo tre provini decidono di ingaggiarmi, lo ricordo ancora oggi con un brivido che mi scorre per tutta la schiena, anche perché la notizia arrivò il giorno stesso che mi premiavano per essere stato il miglior calciatore di un torneo di periferia.
Avevo più di un’offerta all’epoca, ma decisi di andare lì, era la scelta migliore. Ricordo che eravamo in macchina tutta la famiglia ed andavamo verso la sede della Lodigiani a firmare il contratto, eravamo al settimo cielo tutti e quattro. A ripensarci adesso mi viene da ridere, ma il Kolbe Ponte Mammolo ricevette un indennizzo di 600 mila lire. Era il 1985, avevo 10 anni e iniziava la mia carriera da “professionista” alla Lodigiani, mi dividevo tra lo studio, il calcio e la distanza abissale.
Ci allenavamo quasi ogni giorno, mamma mi prendeva da scuola e con la borsa in macchina passavamo praticamente la giornata fuori. La squadra era fortissima, c’era la crema di tutti i migliori bambini promettenti della mia età.
Tutto era diverso da prima, per esempio i campi in erba, ricordo che la cosa più bella era fare i takle senza rialzarsi con una sbucciatura, ci davano l’abbonamento dell’autobus, avevamo degli spogliatoi che non puzzano di muffa, massaggiatori che ti curavano, infermeria dentro il centro sportivo e la cosa che mi faceva impazzire era che a Natale ci davano una sacca piena di regali! Eravamo bambini d’altronde.

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Un capitano unico al mondo
Vincemmo per 4 anni tutti i tornei e tutti i campionati, eravamo una squadra formidabile, con un capitano unico al mondo, Francesco Totti, che ho frequentato sporadicamente, per via di amici in comune e per il nostro passato, fino all’età di 25 anni. Non c’era solo lui promettente in quella squadra, molti erano indirizzati a fare una carriera da professionista, compreso me.
Francesco era un talento già a 9 anni. Era introverso, come me del resto, ma in campo era un fuoriclasse e noi tutti lo sapevamo. Eravamo comunque tutti quanti ad un livello superiore alla norma. Nell’ultimo anno alla Lodigiani, avevo 13 anni, mi infortunio seriamente alla gamba, rottura dell’osso. Salto molte partite per mesi e perdo il posto da titolare in squadra.
È stata una cosa che non sono riuscito ad accettare, da quel momento la sfiducia mi pervade e non sono più sicuro di me stesso, con mio padre che invece di sostenermi con il suo essere severo di certo non mi aiuta. Alla fine decido di lasciare il calcio professionistico, nonostante tutti mi esortassero a non farlo, compreso l’allora presidente della Lodigiani, Rinaldo Sagramola.

Anni difficili
In quegli stessi anni papà perde il lavoro, l’azienda dove lavora chiude e mette tutti a cassa integrazione. Prova a reinventarsi ma sono anni difficili. Ricordo che abbiamo avuto bisogno di aiuto per fare la spesa. Papà però non si è mai arreso, anche nei momenti più bui. Il senso della famiglia, del rispetto per mamma e del lavoro non gli è davvero mai mancato. Per questo suo lato l’ho sempre ammirato. Alla fine, tempo 2 anni e riescono a rimettersi in pista, prima papà trova lavoro come operatore ecologico e poi mamma, con pochi soldi e tante rate, apre insieme sempre a papà – che era un esperto di sviluppo e stampa foto – un negozio di ottica e fotografia. Così, piano piano, le cose riprendono ad andare meglio.

Con le mie forze
Naturalmente continuo a studiare ma a casa le regole sono sempre le stesse, se desidero qualcosa me la devo conquistare con le mie forze. Ti faccio un esempio, a 14 anni decido che voglio avere il motorino e mio padre mi dice che se lo voglio veramente devo comprarmelo da solo. È così che comincio a lavorare, d’estate, in una gelateria. Era dura ma io avevo la volontà di un toro e non mi sono arreso fino a quando non ho raggiunto il mio obbiettivo. Avevo 16 anni, avevo messo da parte i soldi e ho potuto comprare il mio primo motorino. A proposito Vincenzo, non ti ho detto ancora che dai 14 anni fino ai 19 giochicchio per qualche squadra non professionistica, ma cose così, di fatto come ti ho detto la mia carriera da calciatore si è interrotta a 13 anni, anche se a un certo punto ancora il calcio mi salva letteralmente la vita.
Lo sai come funziona, quando hai 18 – 19 anni non è che sei proprio uno stinco di santo, la voglia di divertirsi con gli amici è tanta e non superare il limite è difficile ai limiti dell’impossibile. In ogni caso, io cercavo di fare una vita pulita ed equilibrata, in partcolare il giorno prima della partita.
Accadde un sabato sera non diverso dagli altri, ero con tutta la comitiva, tre auto che facevano baldoria. Dopo qualche birra al bar dove ci ritrovavamo ogni sera, dico ai ragazzi con cui ero in macchina di lasciarmi a casa. Loro avrebbero proseguito per la discoteca ma io avevo una partita importante il giorno dopo e l’allenatore si era raccomandato personalmente con me di fare il bravo, di non bere e di non fare le ore piccole. Come ti ho detto sono una persona leale, quando prendo un impegno mi piace mantenerlo, insomma le parole dell’allenatore mi avevano responsabilizzato al punto di farmi dire al mio amico di svoltare e di lasciarmi a casa.
Alle tre del mattino mi sveglia mia madre, al telefono uno dei miei amici mi dice di andare immediatamente all’ospedale di Tivoli. Per strada vedo già le macchine accartocciate, la polizia mi fa deviare per una strada secondaria, ricordo come fosse ieri, non lo scorderò mai, il mio arrivo al pronto soccorso. Raggiunti gli amici, appena il tempo di iniziare a spiegarmi cosa era accaduto che esce un infermiere e ci chiede se siamo noi gli amici dei tre ragazzi che sono dentro, naturalmente rispondiamo di si, ci dice che uno se l’è cavata e due sono morti, dopo di che lo sentiamo richiudere la porta con un rumore assordante e vediamo sparire la sua sagoma dietro i vetri opachi.
Sembra un film dell’orrore, due nostri amici carissimi, di quelli con cui condividi praticamente tutto, erano morti. Ero in quella macchina qualche ora prima, li avevo appena salutati, a uno di loro dovevo 5 mila lire e me lo ripetevo continuamente nella testa, come se questo fatto che gli dovevo ancora 5 mila lire avesse potuto avere un senso. Da quel momento, niente sarà come prima. D’un colpo perdo la corazza dell’immortalità che tutti noi pensiamo di avere quando abbiamo vent’anni.

Vado a vivere da solo?
Con il compimento dei 19 anni termino i miei studi di ottico optometrista e mio padre mi dice “beh, direi che è ora che te ne vai a vivere da solo”.
Non ti nascondo che al tempo mi sono sentito tradito e ripudiato, ma sta di fatto che faccio di tutto per accontentarlo; forse, ripensandoci adesso, dico che quella è stata la spinta che mi ha fatto diventare quello che sono oggi.

Un amore acerbo
In questi stessi anni incontro la mia prima infatuazione, un amore acerbo, sicuramente passionale ma malato, fatto di rinunce e gelosie da una parte e dall’altra.
Lei diventa quasi subito famosa nel mondo della televisione, prima con M. I. e poi con una trasmissione di B. mentre io vengo notato un giorno sulle scale di piazza di Spagna da un agenzia di moda che stava facendo un servizio per una famosa di abbigliamento e inizio la carriera di indossatore/modello.
Secondo me eravamo troppo giovani per gestire il nostro rapporto e vivere allo stesso tempo nel mondo per molti aspetti falso della tv. Sono stati cinque anni che nel bene e nel male ci hanno fatto crescere anche se sono stati interrotti per ben due volte da un tradimento che non sono riuscito a perdonare, io che ho sempre messo la fedeltà al primo posto.
In realtà dopo che ci eravamo lasciati la prima volta avevo preso a frequentare una ragazza splendida, di animo gentile, sensibile, profonda e fuori dal comune che avevo conosciuto tramite amici. Nonostante tutto sia durato soltanto qualche sporadico incontro ne ero rimasto folgorato, al punto che a un certo punto le dico “io un giorno ti sposerò”, e invece mi lascio convincere dalla mia ex e torno con lei.
La nostra storia si interrompe definitivamente quando, dopo una lite accesa dovuta alla mia gelosia e alla lontananza, decido all’improvviso di raggiungerla. Faccio diverse ore con la mia Twingo sgangherata, arrivo a notte inoltrata arrivo nel resort dove girano il film e mi rendo conto, anche a causa della sua agitazione, che il bungalow dal quale esce non è il suo ma quello di un altro attore. Da quel giorno, nonostante le sue insistenze,
non ho voluto più saperne.

Promesso sposo
Trascorre qualche mese e ritorno a frequentare la ragazza con la quale, sul serio e per gioco, mi ero promesso sposo. Vincenzo, non te lo so spiegare, provavo per lei un sentimento diverso, forte, sentivo che era la donna giusta per me eppure non ero ancora pronto. La morale della storia è che nemmeno questa volta ho saputo e potuto mantenere la mia promessa, forse era troppo recente la fine del rapporto con l’altra. A questo punto lei, probabilmente stufa dei miei continui tentennamenti, si fidanza con un altro ragazzo e comincia a girare il mondo, fino a che non si trasferisce in Australia.

Professione Modello
Alla voce lavoro la mia carriera di modello prosegue. Giro tutti i continenti, tocco le città più importanti della moda, comprese quelle asiatiche. Sfilo e faccio servizi fotografici per brand come A., C. K., V., V. e tanti altri. Insieme alla moda arriva la televisione, partecipo a diverse trasmissioni nelle quali interpreto il beato tra le donne, ricordo U. M., F. e tante altre. Contemporaneamente comincia a venir fuori il mio spirito imprenditoriale, lo inizio a percepire più forte di qualsiasi voglia di emergere come modello o attore e insomma, dopo l’ennesimo viaggio in Asia, cominciai a fare da tramite tra uno dei fotografi più importanti della Cina e diversi modelli europei. Ora magari ti sembrerò incontentabile caro Vincenzo, ma il mondo della moda e della televisione non è stato mai il mio sogno, lo trovavo troppo superficiale e soprattutto facevo fatica a capire come – facendo quella vita – avessi potuto crearmi una famiglia ed essere presente con i miei figli.
In ogni caso, un po’ perché come sai le cose della vita non sono mai lineari e un poco perché ero stufo di girare il mondo in continuazione, accetto la proposta di fare un provino per la trasmissione Carràmba che fortuna! di Raffaella Carrà.
Questa esperienza mi ha aiutato a superare molta della mia timidezza, ho conosciuto moltissimi personaggi dello spettacolo, ho potuto apprendere per due anni interi dalla professionalità di una donna splendida come Raffaella. Guarda, te lo dico sinceramente, già di mio pensavo fosse una donna speciale, ma conoscerla e viverla dal vivo quasi ogni giorno tra le prove e la diretta è stata un’esperienza unica. In quegli anni mi sono ritrovato spesso a cena con persone uniche e personaggi molto famosi.

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La CB Band
Non so se te lo ricordi Vincenzo, ma quello era il periodo delle Boyband, così comincio a studiare ballo e canto e insieme ad alcuni amici creiamo un gruppo musicale, la CB Band. Ci divertiamo girando l’italia in ogni dove, facciamo 50 concerti l’anno per 3 anni di seguito, scriviamo e incidiamo un CD, nel 2011 veniamo presi come gruppo musicale in TV, a D. I. con C. C. e M. V.

 

È stato un periodo fantastico, incredibilmente intenso, pieno di soddisfazioni e di emozioni. Eravamo un gruppo affiatato, ci divertivamo un mondo insieme. Abbiamo vissuto praticamente dalla mattina alla sera insieme per tre anni. Sul palco si poteva notare il nostro affiatamento che andava oltre l’essere un semplice gruppo, uscivano le fiamme tanto eravamo coesi e convinti di quello che eravamo.
Da questo gruppo nascono anche due amicizie importanti, Emanuele e Matteo, persone a cui voglio un bene dell’anima e con cui condividiamo con le nostre famiglie tutt’ora qualsiasi cosa. Amici veri.

In quello stesso anno dell’incisione del CD, partecipiamo alle selezioni per Sanremo e per poco non finiamo sul palco dell’Ariston, per la verità a un certo punto ci abbiamo creduto e ce lo hanno fatto credere, poi d’un tratto è cambiato tutto, la delusione fu grande, forse non avevamo gli amici giusti. Comunque questo è il video della canzone, poi fammi sapere se ti piace.

 

E intanto il tempo se ne va
A questo punto della storia ho 25 anni e vivo da solo ormai da 5. Le donne di certo non mi mancavano, ma vivevo di rapporti senza uno scopo mentre dentro di me avevo una grande voglia di stabilità, mi mancava l’amore, quello vero, mi mancava Xenia, la ragazza che mi aveva rubato il cuore a 20 anni ma che non era mai arrivata al momento giusto, o che non avevo saputo tenere per me al momento giusto, nonostante le avessi promesso che l’avrei sposata.
Per la verità già qualche tempo prima avevo cercato di riallacciare il rapporto, ma lei era dall’altra parte del mondo e, come se non bastasse, aveva ricevuto una proposta di matrimonio dal suo fidanzato.
Non lo so tu che cosa avresti fatto Vincenzo, ma io non mi sono arreso, l’ho ricontattata via mail, lei anche se in modo freddo mi ha risposto, del resto era fidanzata e aveva una promessa di matrimonio in stand-by. Quando vengo a sapere del suo ritorno a Roma per far visita ai suoi genitori faccio di tutto per incontrarla e con tutte le mie forze, con tutta la passione e l’amore che provo per lei, riesco a riconquistarla, questa volta definitivamente. Torna in Australia giusto per andare a prendere le sue cose e comunicare la sua decisione al suo ex ragazzo. Tornata a Roma viene a vivere da me da subito, io nel frattempo apro un Pub a Via Ostiense e continuo a fare qualcosa in televisione e con il gruppo, anche se piano piano le cose si spengono, anche per mio volere, ti ripeto che volevo un lavoro normale. Tra le proposte che rifiuto più volte anche quella di fare il tronista da M. D. F.

Xenia, mon amour
Con Xenia va sempre meglio, è la donna che difenderò sempre come tutto e tutti, e lei lo sa, è già capitato una sera in cui fu importunata da un gruppo di bulli e lo rifarei ancora. Per quanto riguarda il pub dopo un anno vendo la mia parte e lascio un lavoro sicuramente bello che però mi toglieva la vita.
Ormai avevo 26 anni e mi trovavo di fronte all’ennesimo momento chiave della mia vita: potevo fare tanto, tutto, ma in realtà ancora non sapevo cosa volevo fare. Studiare e fare l’attore, visto che continuavo ad avere proposte? Iniziare definitivamente la mia carriera da imprenditore? È qui che è stata ancora una volta fondamentale Xenia, del resto come si dice?, “vicino a un grande uomo c’è sempre una grande donna”. A parte le battute, un giorno, vedendo che non riesco ad uscire dal mio stato di incertezza, mi fa capire con le parole e il tono giusto che è il momento di decidere: “se vuoi fare televisione studia e dedicati a quello al 100%”, mi dice, “altrimenti lascia perdere una volta per tutte e fai altro”.
Non è stata una decisione facile, anche perché fare televisione e moda era molto remunerativo, ma dopo quelle sue parole non accetto più nessun tipo di lavoro né in TV né nella moda e mi rimetto a lavorare a testa bassa.
Nell’arco di tre anni mi costruisco diversi lavori che seguo contemporaneamente, sono responsabile sampling per una famosa multinazionale in giro per l’Italia nel periodo estivo, mentre negli altri 9 mesi sono un rappresentante di lenti oftalmiche ed occhiali. Nonostante la fatica, troviamo ulteriore stabilità sia economica che di coppia.
Un giorno torno a notte inoltrata da un lavoro durato diversi giorni in Sicilia, preparo il nostro salone con tante candele intorno a due cuscinoni, sveglio Xenia, la faccio sedere dentro il cerchio di candele, entro anche io e guardandola negli occhi le chiedo di sposarmi. Era la promessa fatta a 20 anni che, 8 anni e tante traversie dopo, si avvera: non dimenticherò mai le sue lacrime e la mia gioia mentre mi disse sì. Con i soldi messi da parte ci compriamo casa, organizziamo il matrimonio praticamente da soli, a parte un piccolo aiuto dei genitori, facciamo una cerimonia modesta ma bellissima.

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Navona 49 e altri hotel
Il 2007 non è solo l’anno del nostro matrimonio ma anche quello di una ulteriore svolta nella mia esistenza. Il mio lavoro di rappresentante prosegue con successo ma ancora non trovo pace. Un mio amico che apre un piccolo hotel mi suggerisce una nuova possibilità e così mi metto alla ricerca di qualche struttura che possa fare al mio caso. La trovo e insieme a un amico la compriamo.
Per il primo anno non lascio il lavoro precedente, è davvero dura fare tutto insieme, ma è necessario per poter pagare il costo della struttura. Capisco rapidamente che ho trovato finalmente il lavoro della mia vita, il fatto di dovermi applicare per studiarlo a fondo non mi spaventa e, insomma in breve tempo mi innamoro follemente di questa professione, voglio a tutti i costi diventare un albergatore.
La prima società non va bene, non per gli affari che anzi procedono benissimo, a causa della diversità di vedute con il mio socio, probabilmente non era la persona giusta.
Lascio l’azienda e dopo circa un anno trovo il mio attuale socio con in quale in 10 anni abbiamo creato bellissime strutture di successo, abbiamo 16 dipendenti e siamo come una famiglia che produce e si diverte lavorando.
Una volta che sei a Roma ti porto a vederle, per aspetti diversi sono tutte e quattro dei gioielli, da Navona 49 a Residenza Spada, da Residenza Gonfalone a Maison Giulia.

Viola
La ciliegia sulla torta dell’amore e della felicità con Xenia è Viola, nostra figlia. Nasce nel 2012, in una giornata talmente fredda da far svegliare Roma sotto un manto bianco mentre io avevo il cuore che mi impazziva dentro il petto.
È uno splendore di figlia Vincenzo, diventare padre è la cosa più bella che possa accadere a un uomo. Il giorno che nacque promisi a me stesso che i miei consigli, la mia fiducia in lei e tutte le mie attenzioni nei momenti difficili che la vita le riserverà non le mancheranno mai.
Non c’è giorno che passa che non ci diciamo “ti voglio bene”, con una figlia è difficile trovare il giusto equilibrio per non viziarla e per farla essere indipendente quando sarà grande, ma per ora me la godo attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, perché insieme a Xenia è la cosa più preziosa che ho nella vita.

Besafe Rate
Alla voce lavoro l’ultima arrivata è una startup, si chiama Besafe Rate, ne ho parlato a JMO2019.
È nata lo scorso anno, dopo le incessanti problematiche relative alla tariffa prepagata cosiddetta non rimborsabile per noi albergatori.
Sì Vincenzo, la considero un’assurdità, un’ingiustizia, e decido di provare a cambiare le cose con un grande sforzo di sviluppo digitale e nonostante mille difficoltà oggettive, comprese leggi assurde di ogni tipo, quando hai qualche minuto dai un’occhiata al video.

 

Ad oggi, a pochi mesi dalla nascita, siamo una realtà che conta più di 170 alberghi affiliati in tutta Italia e che a breve espanderà il suo progetto a livello internazionale. Siamo riusciti ad avere spazio su tutti i giornali più importanti di settore e stiamo avendo consensi in ogni associazione alberghiera, compresa Federalberghi, con cui abbiamo stretto una partnership molto importante.
Insomma, dopo aver sfiorato il sogno di diventare un calciatore professionista, dopo aver sfiorato la possibilità di diventare un cantante o un attore o un personaggio televisivo, oggi ho un’altra occasione per poter emergere, questa volta in campo imprenditoriale.
Magari mi sbaglio, ma finalmente penso di essere pronto per farcela. Al tempo del pallone ero troppo piccolo, avrei avuto bisogno di un appoggio psicologico e morale, di una persona che credesse di più in me e mi spronasse ad andare avanti nei momenti di difficoltà, ma purtroppo non ce l’ho avuta. Al tempo della moda e della televisione sono stato io a lasciarmi alle spalle quel mondo, non era semplicemente il lavoro per me, troppa apparenza e poi come ti ho detto faceva un po’ a pugni con il mio desiderio più importante, quello di poter un giorno diventare marito e padre e crescere una famiglia da vicino, senza assenze e distrazioni, senza che ai miei figli mancasse il mio appoggio quotidiano.

Amo molto il mio lavoro attuale e le mie strutture alberghiere, quello che facciamo lo facciamo bene e con passione, il successo è solo una conseguenza, e poi c’è Besafe Rate che è ancora un altro treno, una nuova occasione che mi sono creato nel momento migliore, quello in cui penso di essere maturo al punto giusto per non lasciarmela scappare.
Vedi Vincenzo, penso che Besafe Rate sia una soluzione rivoluzionaria che risolve il problema delle cancellazioni alberghiere, una tariffa che aiuta il viaggiatore a non perdere i propri soldi in caso di cancellazione tardiva e l’albergatore a non ritrovarsi con la camera vuota all’ultimo momento. Naturalmente anche in questa nuova avventura sono stato più volte tacciato di essere un sognatore, mi è stato detto che il mio è un progetto troppo ambizioso, impossibile. Ma come puoi immaginare, più mi dicevano no, più avevo porte sbattute in faccia e più aumentava la mia forza interiore. Se oggi siamo arrivati a questo punto con il progetto lo devo soprattutto a tutti quelli che mi hanno detto no. Loro mi hanno dato e mi daranno la forza per arrivare un giorno a poter dire che si sono sbagliati, senza alcuna rivincita, non è quello che cerco, io voglio solo portare a termine ciò che ho cominciatoA settembre partiamo con ulteriori investimenti e uno staff già selezionato di prim’ordine, siamo molto carichi e non vediamo l’ora di diventare una realtà importante.

Si può fare, si fa
Caro Vincenzo, una vita come la mia fatta di incredibili avventure, di difficoltà, di abnegazione, di voglia di emergere e di migliorarsi alla fine sai secondo me che dice? Che qualsiasi cosa una persona voglia ottenere, che sia un amore, che sia un obbiettivo di lavoro, se ci mette il cuore, se ci mette tutta la passione che ha nelle vene, e naturalmente tutta la fatica e la lealtà necessaria, ce la può fare.
Secondo me è tutto un mix di competenza, di tenacia, di voglia di migliorarsi, di umiltà, di cuore e di grinta. Soprattutto non bisogna arrendersi mai, neanche quando tutto sembra perduto. Sì Vincenzo, personalmente ne sono convinto, anche quando hai la millesima porta sbattuta in faccia c’è la 1001esima pronta ad aprirsi per te. Un abbraccio.»

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Ecco caro Diario, questa è la storia del mio nuovo amico Alessandro. Una storia particolare, che a me ha detto e dice molte cose, anche meno lineari di come le racconta lui, ma per molte ragioni te ne metto qui soltanto una, alla fine è giusto che tu dopo averla letta ti faccia una tua opinione senza essere condizionato o anche solo orientato dalla mia.
La cosa che ti voglio dire è che più vado avanti negli anni, più ascolto e racconto storie vere, più mi rendo conto che funziona come ha scritto James Hillman nel suo Il codice dell’anima. Te lo dico con le parole di Carl Gustav Jung che Hillman cita nelle epigrafi a mo’ di prefazione all’inizio del suo libro: “in ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata”. E però poi anche con quelle di Platone: “Quando tutte le anime si erano scelto la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano a Lachesi. A ciascuna ella dava come compagno il genio [daimon] che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E il daimon guidava l’anima innanzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto è ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l’anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di lì, senza voltarsi, l’anima passava al trono di Necessità”.
Ecco, tu adesso Jung e soprattutto Platone non li leggere in senso letterale, piuttosto leggi il libro di Hillman per farti un’idea, quello che ti voglio dire è che io man mano che leggevo questa storia ho pensato più volte al daimon, al codice dell’anima, alla streppegna, come la chiamava mio padre. Senza, faccio fatica a connettere il ragazzino preso a pallonate in faccia e costretto a leccare le scarpe del bullo di quartiere con l’uomo che ho conosciuto e che si è raccontato a cuore aperto su queste pagine. Sì, solo questo ti volevo dire, alla prossima.