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Andrea, le startup e il mercato

Questa storia qui comincia con il mio amico Antonio Grillo, presidente dell’Associazione FabLab Napoli che sabato scorso, durante Tutto il FabLab minuto per minuto mi dice per la quinta volta «Vincenzo guarda che lunedì ci viene a trovare Andrea Danielli, vi dovete conoscere assolutamente, vedi come devi fare per esserci, sarebbe un peccato perdere questa occasione» e con me che gli dico per la 30esima volta – perché si, anche la storia del mio incontro con Andrea ha parecchie puntate precedenti – che farò il possibile, ma le cose sono tante e io sono uno, e anche se ce la metterò tutta non sono sicuro di farcela.

Com’è finita? E’ finita che come sempre ha vinto lui, il mio senso di colpa, e così Lunedì sono andato al FabLab un po’ per Andrea, che mi faceva piacere conoscere, e tanto per Antonio, che non volevo si pigliasse collera. 
Ecco, adesso che vi ho detto come è finita posso aggiungere che sono davvero felice che sia andata così? Perché si, aveva ragione Antonio, anche di più, infatti non solo abbiamo creato le condizioni per mettere su qualche nuovo cantiere delle idee, e delle azioni necessarie a tradurle in fatti, ma mi sono anche detto che io uno così lo dovevo raccontare, e dunque eccomi qui.

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Come dite? #Lavorobenfatto a prima vista? Va bene, si può dire anche così, stavolta non è servito neanche il mio  intuito scugnizzo, perché se uno a un certo punto ti dice che dopo il Collegio di Milano si è trasferito a Parigi e si è iscritto al dottorato in Filosofia alla Sorbona, coltivando le sue aspirazioni accademiche anche senza borsa di ricerca, e che per sopravvivere ha fatto quello che capitava, distribuzione, imbianchino, correttore di bozze, traduttore dal francese, non è che hai bisogno di molto altro per capire che ha l’approccio giusto per finire da queste parti.

Lo abbiamo fatto mentre mangiavamo il pane pizza con le salsicce e i «friarielli» – niente commenti per favore – con me che gli ho chiesto di raccontarmi i suoi lavori, tutti i suoi lavori, e Andrea che mi ha risposto così:



«Il mio primo lavoro pagato è stato alle medie: ripetizioni di matematica. Durante le superiori ho accompagnato spesso mio padre nel suo lavoro: faceva il cameraman e i montaggi video, aveva una ditta. Io portavo le attrezzature, davo una mano a preparare il set, le luci, i microfoni. Ho continuato a dare ripetizioni fino al terzo anno di università, poi sono entrato come ti dicevo al Collegio di Milano dove ho trascorso due anni splendidi con alcuni dei migliori studenti delle università milanesi. Eravamo ambiziosi, curiosi, brillanti: ho imparato grazie a loro a non darmi dei limiti, a studiare e scrivere fino a notte fonda; ricordo che in biblioteca eravamo sempre in tre a finire alle quattro del mattino. Molti collegiali sono oggi imprenditori, finanzieri, consulenti aziendali, ricercatori. E nessuno ha mai detto di no di fronte a nuovi progetti da pensare e sviluppare insieme: di notte c’è un sacco di tempo a disposizione! Per quattro semestri ho co-diretto una specie di progetto di ricerca in scienze cognitive che ha prodotto un libro edito da il Mulino, anticipando alcuni temi poi dibattuti sui media, come l’uso acritico degli strumenti di brain imaging. Attualmente lavoro la mattina part-time presso la Banca d’Italia. Sono entrato un po’ per caso, vincendo un concorso nazionale dove avevo una probabilità su 4000 di farcela. Non sono riuscito a portare a termine il dottorato, un po’ per le difficoltà teoriche che stavo incontrando, molto perché con il lavoro non è stato possibile. Del lavoro in Banca d’Italia mi piace sentirmi un servitore dello Stato, provo a fare la mia parte, soprattutto quando mi occupo di tutela dei consumatori e di antiriciclaggio. Nel giugno 2014 sono stato “comandato” dal Ministro per raggiungere la Segreteria Tecnica del MIUR. In questo luogo strategico per contribuire al rilancio di questo Paese, mi sono distinto per aver contribuito alle fasi iniziali del piano di investimenti da 45 milioni di euro per fondare i laboratori per l’occupabilità. La mia esperienza è durata dieci mesi. Da qualche mese dedico molto tempo alla collaborazione con Thinkalize, start-up che si occupa di open innovation in ambito manifatturiero. Porta avanti concretamente alcune riflessioni che avevo lanciato gli scorsi anni prima su Lo Spazio della Politica e poi su CheFuturo, dove continuo a scrivere. 
Con un team eterogeneo e interdisciplinare stiamo aiutando gli inventori e i makers a raggiungere il mondo della produzione, a fare della propria passione un lavoro. Siamo convinti che serva un’iniezione di cultura progettuale tra gli innovatori di prodotto italiani, e che per le aziende nazionali sia fondamentale innovare i propri prodotti e adattarli alle nuove tecnologie. Proviamo pertanto a fare scouting di buoni progetti e cerchiamo le migliori aziende per realizzarli e portarli sul mercato.»

Scusate, non vi ho detto che c’era anche il pane pizza con provola e peperoni, è stato a quel punto che ho chiesto ad Andrea quando è stato che il lavoro è entrato per la prima volta nella sua vita.
«Il primo ricordo di come la cultura del lavoro si sia fatta spazio nella mia vita è negativo: dover sopportare alcuni clienti di mio padre, persone arroganti e limitate, negli anni in cui si è solitamente portati all’aggressività (in piena adolescenza) non è stato sempre facile. Ma il lavoro è anche essere costantemente professionali e accontentare le richieste dei clienti. E così mi sono sempre comportato professionalmente. In generale direi che non ho un evento particolare che denoti la mia percezione del lavoro, la differenza qualitativa dallo studio o dallo svago. Per me è una costante da qualche anno, una percezione di fondo che fa sì che quando ho una scadenza lavorativa non esistono scuse, limiti, stanchezza. E pretendo lo stesso dalle persone con cui collaboro. Anche se siamo amici. Questo atteggiamento può provocare qualche attrito e sta avendo un effetto profondo sul mio carattere. Sono più serio e severo, con me stesso e con gli altri. Faccio più fatica a essere empatico e mi accorgo di essere molto deciso, talvolta al limite del brusco. Che stia diventando mentalmente un imprenditore ancora prima di esserlo formalmente?»

Se non ricordo male è stato qui che Salvatore e Sergio, li vedete nell’immancabile foto ricordo finale, sono tornati con un pacchetto contenente alcuni roccocò, che quest’anno sembra ci sia una gran fretta di arrivare al Natale, forse per esorcizzare la crisi e le prospettive da guerra civile, e così i negozi e le strade sono già addobbati e i dolci natalizi già compaiono nelle vetrine. Voi non ne avreste approfittato? E così ho fatto pure io, e ho chiesto ad Andrea perché per lui il lavoro vale.


«Bella domanda, domanda importante direi, anche alla luce delle 12 – 13 ore che dedico quotidianamente alle diverse attività che mi interessa sviluppare. Mi piace il lavoro che mi sfida intellettualmente e che mi sottopone sfide e problemi da risolvere quotidianamente. È in parte una buona risposta del perché lavoro tanto: perché non posso fare a meno dell’adrenalina di un’idea nuova, di una soluzione strappata dal caos e dagli imprevisti. Il lavoro deve diventare il mio strumento di cambiamento della realtà: mi piacerebbe essere un imprenditore e dedicare una parte delle mie attività a progetti ad alto impatto sociale. L’impresa ci obbliga a pensare in maniera chiara ed efficiente, ci vincola alle richieste del mercato: non è facile barare, né inventarsi scuse. Diversamente dall’Accademia che, oggi, è un mondo auto-referenziale, priva di qualunque meritocrazia e di sistemi di auto-controllo. Nelle discipline umanistiche non disponiamo di un filtro anti-scemenze e tanti se ne approfittano. Nel mercato una sciocchezza può essere fatale. E  a me questo brivido piace moltissimo.»



Ecco, questo è un po’ del racconto del mio incontro con Andrea Danielli e del suo approccio al lavoro ben fatto. Cosa aggiungere ancora? Che Andrea ha scritto non molto tempo fa un ebook sull’impresa open source che potete scaricare e leggere qui; vi consiglio di farlo, perché magari si potrebbe ripensarlo e discuterlo a più teste e più mani da queste parti.  E che gestisce un bel po’ di gruppi di discussione  sui social network, uno per tutti vi segnalo Fabber in Italia.
Si, direi che per adesso può bastare. Ma solo per adesso. Torniamo presto. Restate sintonizzati.

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