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Diego e il Salotto Nunziata

Caro Diario, Diego Garzia l’ho conosciuto ieri sera, e mi è piaciuto assai, e pure il fratello Gianmaria, e cosi Claudia, la ragazza di Gianmaria, e Lino, il cognato di Diego.
Come dici amico Diario? Quando comincio così sembra che lo faccia apposta a non farti capire niente?
Forse hai ragione, facciomo così, ricomincio dal principio, che al principio ci sta il mio amico Francesco Panzetti che mi invita a cena, e mi passa a prendere al mio ritorno da Roma e mentre andiamo mi spiega che lui insieme alla cena mi vuole far conoscere i due fratelli che gestiscono questo posto, Salotto Nunziata si chiama, e aggiunge che quello non è solo un posto dove si mangia, che ha dietro di sé una storia e davanti a sé un futuro che se me lo faccio raccontare mi piacerà sicuramente.
Ora tu lo sai come sono fatto caro Diario, all’inizio non la prendo bene, non proprio come Salvo Montalbano, che lui è esagerato e mentre mangia non si può neanche parlare, però insomma se è cena è cena, non voglio altri pensieri, ma alla fine Francesco è Francesco e io gli voglio troppo bene, così rimetto subito l’interruttore sulla posizione “sereno” e arriviamo dove dobbiamo arrivare in santa pace.
Mi credi amico mio?, siamo entrati e mi è bastato un attimo per sentirmi contento. Che ti devo dire, prima ci si è messo il posto, poi le facce di Gianmaria e Diego, poi il fatto che sono di Scampia, insomma tutto mi è sembrato così bello che tempo 10 minuti e non ho voluto fare a meno di raccontarlo. Non lo so perché tra i due fratelli ho scelto Diego, forse perché è il cuoco e io sono come Totò, della serie “sposati il cuoco, un cuoco in famiglia fa sempre bene”, oppure perché è quello laureato in archeologia, sì, pensa che cosa assurda, voleva fare l’archeologo in una regione come la Campania, mentre Gianmaria sognava “solo” di fare il direttore d’albergo. Come è stato e come non è stato prima di mangiare sono partito con le mie tre domande, prima le ho raccontate e poi le ho inviate, poi Diego oggi mi ha inviato le risposte e leggi un po’ che storia.

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«Caro Vincenzo, per cominciare ti voglio dire che sono una persona che vive di passioni, uno di quelli che si immerge fino alla testa in tutto quello che fa, basta che mi dia emozioni.
Sin da piccolo avevo le idee chiare, volevo fare l’archeologo e quindi è stato tutto automatico: liceo classico e finalmente università. Ricordo i primi anni di impazienza, volevo scavare, stare nel terreno e trovare meraviglie, insomma speravo che la mia passione diventasse il mio lavoro.
Più in generale sono un curioso cronico, devo capire ciò che non mi è chiaro, devo andare in profondità, non mi accontento della copertina. Ricordo che gli amici, mia moglie Orsola compresa, mi prendevano bonariamente in giro: quando mi fissavo su una cosa mi dicevano “oilloco, mo’ addeventa esperto mondiale ‘e n’ata cosa”, eccolo, adesso diventa esperto mondiale di un’altra cosa.
La verità è che amo perdermi nelle cose, amo approfondire e capire, è più forte di me.
Con il senno del poi mi sono reso conto che questo approccio ti aiuta anche ad aprire la mente, a non essere chiuso per partito preso nei confronti delle persone, in particolare delle minoranze, in generale delle cose etichettate come “strane” dalla società.
Come avrai capito non sopporto chi si ferma alle apparenze, oggi non puoi essere giustificato nel farlo. Con la facilità di accesso al sapere che esiste non puoi permetterti di dire non lo sapevo o fermarti al parere della massa. Io dico sempre che se potessi tornare indietro rifarei tutte le scelte che ho fatto, farei la stessa università, magari con più calma, ma rifarei tutto. Mi ha aiutato, gli studi classici mi hanno aiutato, mi hanno dato la possibilità di riuscire a capire e riuscire a parlare anche di cose di cui non avevo mai sentito parlare in vita mia. Non so come sia possibile, ma è così.
Non riesco però a vedere e a capire il marcio nelle persone, questo è un mio limite. Non ci do tanto peso, ma a volte sarebbe utile riuscire a leggere tra le righe dei comportamenti altrui, almeno per non cadere poi dalle nuvole.
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Ho sempre cercato di lavorare, ovviamente durante gli studi in maniera saltuaria.
Mi ricordo che per comprare un regalo ad una delle prime ragazze feci per qualche settimana il muratore in una casa in ristrutturazione, e anche lì, cercai di mettere tutto me stesso per non eseguire semplicemente dei movimenti meccanici e alienanti.
Qualsiasi lavoro mi capita di fare cerco sempre di impegnarmi al massimo, di lasciare un segno, di non eseguire semplicemente, ma di farlo con amore.
In seguito, durante gli anni di università, ho iniziato a lavorare in qualche scavo archeologico universitario, mi sembrava un sogno, anche se ero malpagato. Avere anche solo un rimborso spese per fare qualcosa che facevo per gioco da bambino era un’emozione intensa. Poter stare a Pompei, non solo a contemplare la sua bellezza, ma a poter arrivare al suo cuore, alle sue epoche più remote, era destabilizzante tanto che era bello.
Ho sempre amato la numismatica, mia grande passione prima ancora dell’archeologia. Sin da bambino studiavo le monete antiche, e mi risultava quindi semplice riconoscerle e capirle, questo mi ha aiutato a intraprendere altri lavori come numismatico in scavi archeologici e musei: Ercolano, Pompei, Cuma, Alba Fucens, il museo di Chieti, mi aprirono le porte ai loro magazzini, ero come un bambino in un negozio di caramelle. Purtroppo con gli anni si capisce che non si vive di sola passione e insomma questi lavori erano sempre mal pagati o non pagati addirittura.
Ho fatto il fotografo per un breve tempo, altra passione forte. Poi grazie a questo amore per la fotografia ho iniziato a collaborare con amici che si occupavano di video. Ho fatto documentari, cortometraggi, piccole cose, ma che mi stizzicavano. Da lì ho iniziato a lavorare come tecnico sui set cinematografici e televisivi. Ho iniziato a fare l’ennesima gavetta, provando comunque a metterci tutto il cuore.
Quando mio fratello mi ha parlato del progetto di aprire un ristorante mi ha subito entusiasmato. L’idea è arrivata quasi in automatico, ci siamo guardati e abbiamo detto: “tu hai il tuo mestiere da una vita, hai studiato all’alberghiero, hai sempre lavorato in hotel, ristorante e resort. Io sono un archeologo, se uniamo i nostri saperi e le nostre passioni, credo che possa solo venir fuori qualcosa di buono”.
Vincè, è così che è nato Salotto Nunziata. È un piccolo ristorante, nato dalla costola di tutti e due. Il nome è dedicato a nostra mamma e non solo per l’aiuto economico che ci ha dato, ancora più prezioso dato che è una “semplice” insegnante, ma perché ci ha sempre abituato a mangiare bene, a ritualizzare il cibo, a studiarlo!
L’apertura del locale, con un budget ristrettissimo, è stata dura. Avevi mille idee, ma le dovevi convogliare e spingere a forza nello stretto portafogli. Alla fine ci siamo creati quasi tutto da soli: illuminazione, arredo, decorazioni, insomma tutto quello che era alla nostra portata e che la legge permette di fare senza dover avere certificati firmati da professionisti del settore.
Mi fa piacere dirti che nel menù abbiamo molti piatti presi da fonti antiche, romane e greche, e rielaborati con ciò che prima non era presente.
Quando leggo un passo di Catone, dove mi spiega come facevano il libum (focaccia di farina e formaggio) quasi cerco di capire cosa avrebbe fatto lui se avesse avuto la possibilità di accedere alla varietà di prodotti che abbiamo oggi. E così rielaboriamo piatti di 2000 anni fa con ingredienti presenti solo da 500 anni o meno.
C’è L’aspetto storico e filologico, che cerco di rispettare il più possibile, e c’è l’innovazione personale, dettata dal gusto. E far nascere alcuni di questi piatti mi ha dato la stessa emozione che provavo quando scavavo nel cuore della storia all’epoca dell’Università. E come se stessi cercando il piatto, nella stratigrafia del tempo.

Il lavoro, oltre che per sostentamento, per me serve a lasciare agli altri qualcosa di buono. Perciò cerco sempre di fare il meglio che posso in ogni lavoro che mi capita. Se fatto con passione e dedizione, sarà sicuramente un buon lavoro a prescindere dalla sua importanza. Per fortuna ho sempre avuto il coraggio di iniziarne di nuovi, di ricominciare più volte. Questa è una di quelle giuste secondo me, o almeno questa volta ci metto più speranza del solito.
Tu che sei di Secondigliano come noi lo sai come si dice, ” ’o napulitano se fa sicc’ ma nun more”, il napoletano diventa magro ma non muore. Ecco, secondo me se il napoletano è pure archeologo, abituato ad arrangiarsi per mancanza perenne di soldi, se fa pure meno sicc’.»
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Come dici amico Diario? Capitano tutti a me questi personaggi incredibile? No, questa volta ti sbagli, ce ne stanno molti, se avessi raccontato il fratello Gianmaria sarebbe stato uguale, e anche se avessi raccontato Lino o Claudia, che dovevi vedere in che modo mi ha detto “Vincenzo, io Gianmaria lo appoggio in qualunque cosa che fa, merita”, oppure Orsola o la sorella dei ragazzi, Martina, senza parlare della madre che a 62 anni insegna in una scuola di Milano.
La verità è che queste persone bisogna raccontarle di più, non mi stancherò mai di dirlo, sono loro i nuovi eroi, solo loro che possono cambiarlo veramente questo Paese, le persone come Diego, come Gianmaria, come Giovanni Ambrosio, che pure lui l’ho conosciuto ieri sera e pure a lui prima o poi te lo racconto.
Dai, mi fermo qui, altrimenti poi dici che divento palloso. Ti voglio dire solo che il caffè me lo sono preso seduto in una bellissima poltrona, Francesco mi ha fatto pure la foto. Niente, il resto è stato tutto normale, abbiamo mangiato benissimo, abbiamo bevuto altrettanto, il Panzetti ha pagato – ieri era il 4 Ottobre e toccava a lui – e ce ne siamo andati contenti assai. Alla prossima.

Post Scriptum
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Scusami amico Diario, mi è sfuggita una cosa, l’hashtag che vedi nella nuova foto di Francesco, l’ultimo in basso, sì, proprio quello, #conlaculturasimangia, Diego me ne aveva parlato però io me ne ero scordato, e anche lui.
Ecco, a me il fatto che Diego e Gianmaria di Scampia, che il primo sognava di fare l’archeologo e il secondo il direttore d’albergo, decidano che con la cultura si mangia e si facciano un cuore così per mettere in pratica la loro decisione conferma che tiene ragione Yoda, “fare o non fare, non esiste provare”, mi dice che ce la possiamo fare, che ce la dobbiamo fare.

Post Post Scriptum
Caro Diario, lo so che quando faccio così non ti do pace, ma la foto l’ho incrociata sui social stamattina, però è la citazione da Apicio che mi ha fatto impazzire.
Va bene, lo so, sono io che ignoro un’infinità di cose, però dai, ammettilo, #conlaculturasimangia vicino a questo piatto ci “azzecca” alla grande.
“Metti a bagno ceci, lenticchie e piselli secchi. Sfrega l’orzo per togliergli la buccia e fallo lessare con gli altri legumi. Quando saranno cotti, mettici olio e tagliuzza porro, coriandolo verde, aneto, finocchiella e gettali nella pentola. Lessa cime di cavolo e trita assieme parecchio seme di finocchiella, origano, silfio e fin occhio. Dopo averli tritati, insaporisci con liquamen ed aggiungili ai legumi.”
Apicio, De re coquinaria IV.IV.2
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