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Il racconto strampalà di Caterina

Caro Diario, appresso a questa storia qui ci sto da più di tre anni, forse per questo è così lunga, o forse perché parafrasando Eduardo in Natale in casa Cupiello, quella Caterina scrive, è rumanziera. Mi fermo qui, ti lascio a Caterina, non te la perdere la storia di questa ragazza di 25 anni, perché davvero dice un mondo.
caterina1 «Ciao Vincenzo, Sono Caterina Dadà, una ragazza di 25 anni anche se ancora mi viene da scrivere 22,  chissà perché sono rimasta ferma a quell’età. La verità è che a volte ne dimostro di più e a volte molti di meno, perché se faccio la seria so essere molto riflessiva e critica, se invece la situazione permette di prenderla sul ridere so essere un pagliaccio coi fiocchi. Insomma mi piace sia ridere e scherzare che farmi dei grandi viaggi mentali, come le amiche definiscono le mie riflessioni a voce alta, stimolate dall’esperienza e dalle emozioni.
Inutile dire che con gli amici che mi danno corda facciamo dei viaggi extragalattici, che vanno dal cosa faremo da grandi, a cosa si considera frutta e cosa verdura, a come saremmo stati se fossimo nati in un’altra epoca, a cosa intendiamo con i tanto abusati concetti di sviluppo e di sostenibilità, fino all’immancabile tema ragazzi e “mosconi” vari.
Vengo da Fosdinovo, un piccolo, incantato paesino a cavallo tra Toscana e Liguria. È un borgo di 300 anime, una trentina di ragazzi, scuole, un parco giochi, i servizi fondamentali e tanta natura, insomma un posto ideale dove crescere in totale libertà, in cui da un lato trovi abbastanza facilmente un ritaglio di spazio per proporre iniziative e metterti con le mani in pasta e dall’altro covi tanta voglia di esplorare cosa c’è là fuori. E poi c’è che i genitori ti lasciano fare tanto, perché perdersi è impossibile e i compaesani, quelli che mio babbo chiamava “una farfallina mi ha detto …”, non esitano a venirti a riferire se tua figlia sta prendendo una brutta piega.

A proposito di lavoro, Fosdinovo e la sua piccola dimensione mi hanno permesso di stare sul pezzo a partire da quando avevo 6 anni. Durante l’estate infatti, la commessa che stava il pomeriggio in edicola andava in ferie e così io e mia sorella potevamo giocare alla compra-vendita con soldi e persone vere. Non potevamo immaginare di meglio! Ogni giorno però alle 5 smontavamo perché andavamo a servire la messa: la suddivisione dei compiti quali campanella, il servizio delle ampolline, la lettura delle preghiere dei fedeli e compagnia bella erano oggetto di una lunga negoziazione giornaliera. Le sere dei fine settimana, poi, eravamo sempre impegnate a servire alle sagre delle varie associazioni, è lì che ho cominciato a coltivare il sogno di diventare “capo-sala” di ristoranti di lusso, sostituito col tempo da sogni forse di maggiore utilità sociale ma di gran lunga più utopistici.
Una volta più grandicelle, le estati hanno cominciato a essere occupate dall’organizzazione de La Forza del Sorriso Festival, la 3 giorni di storie positive che i giovani del paese organizzano supportati dall’associazione dei commercianti locali e che lo scorso anno ha raggiunto la sua 5° edizione.
Con le sue tradizioni (la festa del patrono S. Remigio, il giro a cantare la befana il 5 di gennaio, le cacce al tesoro estive, il vin brulee dopo la messa di natale di mezzanotte, il teatro in dialetto fosdinovese, etc.), con il suo enorme patrimonio culturale e storico, i suoi scorci panoramici mozza fiato e soprattutto il legami con i suoi abitanti, Fosdinovo mi ha dato salde e soffici radici che sento vibrare anche quando sta da un’altra parte del mondo.

I viaggi mi piace farli anche fisicamente: ogni opportunità educativa, progetto europeo, amico o famigliare all’estero sono l’occasione per fare lo zaino e andare a scoprire i modi di organizzare la vita privata e collettiva di altri popoli. E come si può facilmente dedurre dai presupposti, le occasioni sono state tante: ho cominciato alle scuole medie andando a visitare con la scuola il paese francese gemellato con il nostro.
L’esperienza super positiva ha lasciato un seme che è rimasto a riposare nella terra finché al secondo anno di università non è sbocciato con un corso di 2 settimane di volontariato in India che si è in realtà rivelato essere un corso per operatori di ONG del medio oriente e sud-est asiatico su sviluppo comunitario sostenibile. Che fantastico cambio di programma Vincenzo!
In quell’occasione babbo e mamma non volevano, ma come dire no a un’occasione di fare volontariato, con spese pagate, in India? Poi è arrivato il momento di fare domanda per l’Erasmus: come non fare domanda se studio lingue straniere? Ed ecco che parto per 6 mesi per Nancy, in Francia, dove scopro il fantastico mondo dell’economia sociale e solidale e della sostenibilità. Poi, a conclusione di una corso sulle radici europee, vengo selezionata per partecipare alla celebrazione della festa dell’Europa in Polonia. Come dire di no a una viaggio pagato e a un incontro tra giovani europei sulle radici comuni? E anche lì, i genitori un po’ a malincuore accettano. Poi arriva il momento di scegliere la laurea specialistica, e dopo un periodo di intensissime ricerche, scopro un programma fantastico di sviluppo territoriale sostenibile che si sviluppa su 2 anni in 4 università di 4 paesi diversi. Fa parte di quella fantastica invenzione chiamata Erasmus Mundus. Invio i mille uno documenti per fare domanda, e intanto in casa ripeto «mamma non ti preoccupare, tanto non mi sceglieranno mai» ed ecco che invece a Maggio arriva la risposta positiva, con borsa di studio per giunta.
«Mamma scusa ma non posso rifiutare, è un’occasione unica, che sembra essere fatta su misura per me, e per di più mi pagano per studiare!! E poi, non ti preoccupare, i primi 6 mesi sono a Padova.» Come dici Vincenzo? Sì, è vero, in quell’occasione ho pensato che era secondario stare a specificare che il secondo semestre aveva luogo in Belgio, il terzo a Parigi (a cui ho accodato visita d’oltremanica per visitare la fantastica esperienza del paese in transizione di Totnes in Gran Bretagna), e il quarto in Brasile. Perché sì, dai, perché poi nel semestre in Brasile ci ho incastrato anche due mesi di stage in Cile e un viaggio in Patagonia alla scoperta dei popoli originari dell’America Latina.

Lo so Vincenzo, potrebbe sembrare un guazzabuglio di esperienze sconclusionate e ammassate, ma in realtà sono tutte accomunate da un grande tema che è la mia passione: la sostenibilità. La sostenibilità nel suo senso più ampio e nobile: come questo o quel popolo gestisce le sue risorse e organizza la sua società in maniera che possa godere della vita senza impedire un’altra tanto piacevole vita futura.
Potrà sorprenderti che in questa definizione spontanea e casereccia di sostenibilità non compaia la parola sviluppo, come nella tanto osannata definizione di sostenibilità sbandierata nel report Brundtland, ma in realtà sto cercando di disabituare la mia mente al paradigma dello sviluppo. Sviluppo, almeno come l’ho sempre percepito, mi fa pensare a qualcosa che deve “migliorare”, implica uno stato di mancanza che va colmato e un cambiamento costante che quasi si autogiustifica, una sorta di diktat della trasformazione, della crescita e dell’hard working.
Bada bene Vincenzo, non penso che questi concetti siano da demonizzare, anzi, possono essere fantastici stimoli di creatività e progresso umano, ma, come ho imparato proprio con questo master e con l’esperienza diretta in America Latina, il concetto di sviluppo con tutti i suoi concetti accessori può essere uno strumento molto pericoloso per giustificare una logica di sfruttamento della Terra e delle persone.
L’invasione delle Americhe (“scoperta” non si può sentire!) e il conseguente sterminio della maggior parte delle popolazioni native e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali è iniziato e tuttora continua sotto l’egida dell’espansionismo europeo e dello “sviluppo” del “potenziale inespresso” delle Americhe. Il termine sviluppo, poi, generalmente porta con se una chiara idea di come questo sviluppo debba avvenire: la nomenclatura di paesi “in via di sviluppo” non solo stabilisce una inferiorità strutturale basata su specifici criteri in realtà discutibili, ma presuppone una specifica “ricetta” per curare questa terribile “malattia” del sottosviluppo (che corrisponde generalmente a una bella apertura del mercato e a una copia acritica di standard occidentali quanto a educazione, sanità, mercato del lavoro, ecc.).
Vincenzo, scusa la divagazione, ma l’accaparramento delle risorse naturali e la tendenza ad emulare acriticamente valori e ricette preconfezionate di crescita che si annidano nel paradigma dello sviluppo occidentale sono state caratteristiche costanti che ho trovato in Brasile e in Cile e che sono alla base di molti disastri sociali e ecologici come la deforestazione dell’Amazzonia, le favelas, le mono coltivazioni intensive e conseguenti incendi forestali,  lo sterminio dei popoli indigeni, solo per nominarne alcuni.

Comunque, per farla breve, possiamo dire che sono una pischella stra-appassionata di trovare nel mondo alternative o, per tenere in considerazione il fatto che non tutto è da buttare via, aggiornamenti (ma di quelli potenti!!) del nostro attuale modello di società. Il che per me significa rivedere due cose fondamentali: il nostro stile di vita e il nostro contributo in termini di cittadini alla gestione della cosa pubblica.
Questo nel concreto della mia vita si è tradotto per esempio in:
adottare alcune piccole pratiche di sfida dolce ma costante del sistema, come per esempio mangiare locale e di stagione (tornata dall’America Latina ho messo su una piccola serra sperimentale di permacultura!), poca carne e quella poca di produzione locale, portare sempre con me un piccolo set “zero rifiuti ” che mi aiuta a non utilizzare imballaggi usa e getta, utilizzare bici e piedi anziché l’auto, e il treno/bus anziché l’aereo quando possibile;
indagare come oggetto della mia tesi le caratteristiche di quegli spazi /iniziative/ progetti che stimolano la volontà, la capacità e la possibilità dei cittadini di incidere in modo efficace sulla gestione del territorio in cui abitano.
Non ho trovato per ora esempi perfetti e grandiosi, ma tanti piccoli tentativi che sì indicano che il cammino è ancora lungo, ma almeno ne schiariscono i primi passi.
Proprio per cercare di capitalizzare tutti questi piccoli contributi, e, ammettiamolo, per riconnettermi con il mio amato paesello dopo due anni di semi-assenza, ho organizzato un piccolo gruppo di ricerca con alcuni compaesani per vedere quali di queste idee, e di quelle che raccoglieremo intervistando abitanti, autorità e organizzazioni, può aiutare un maggior coinvolgimento e coordinazione degli abitanti nelle cose pubbliche del nostro meraviglioso, ma un po’ frammentato, territorio;
per ultimo ma non ultimo, trovare un lavoro nel campo dello sviluppo sostenibile, e più in particolare nella gestione di progetti di transizione ecologica o nella facilitazione di processi decisionali collettivi (che sia a livello di quartiere/città o azienda). La tentazione di mettere a frutto, nel vero senso della parola, il campo di famiglia poco distante da casa, trasformando i rovi che imperano ormai da 2 generazioni in un giardino di sperimentazione dove coltivare assieme a qualche compagno di avventura frutta biodinamica, ortaggi organici e chissà magari anche canapa per stimolare un’economia locale e un’alimentazione sana a tratti è forte. Ma la voglia di scoprire ancora un po’ cosa succede là fuori e “farmi le spalle” mi spinge a rimandare questo sogno nel cassetto a più avanti.

Vincenzo mi hai chiesto dei miei hobby.
Mi piace tantissimo giocare a pallavolo: posso stare giornate intere a giocare a beach volley a Marinella di Sarzana senza sosta.
Amo collezionare le foglie autunnali, il che rende l’autunno, insieme all’odore di caminetto, ai cachi e alle castagne, la mia stagione preferita.
Amo chiacchierare con gli amici.
Amo cucinare, mescolando gli ingredienti con le mani e sperimentando quello che mi viene in mente al momento, anche se devo ammettere che il gradimento dei piatti che cucino è spesso inversamente proporzionale al divertimento e al piacere con cui li ho preparati.

Amo mangiare tutto, ma in particolare mi piacciono da morire i legumi, specialmente lenticchie e ceci, le patate dolci, il pomodoro in tutta la sua perfezione fisica e in quasi tutte le sue preparazioni.
Amo gli sgabei del babbo, la torta di riso salata della mamma con aggiunta illegale di zucchero, la pizza di mia sorella e la torta di semolino e di amaretti delle nonne. Aggiungerei anche la zuppa di zucca e granoturco della mia coinquilina cilena, la crostata di amarene di campo della mamma  di un’ amica umbra, il dolce vegano di zucchini di un’amica francese e il cuchari (un improbabile ma fantastico piatto a base di ceci, sugo, cipolle, riso, spaghetti rotti e lenticchie) di un amico egiziano, ma l’elenco è infinito.
Mi piace suonare l’armonica, il piano e la chitarra e cantare improvvisando con le amiche. Ma diciamocelo, sono un disastro. Un disastro consapevole e innocuo però!
Alla voce musica, rock’n’roll, gospel, Mumford and sons, De Andrè e, dopo l’esperienza in America latina, bossa nova e Banda Conmocion, c’è molto di quello che coinquilini, vicini e colleghi si devono sorbire.

Il mio colore preferito è il giallo: amavo la cucina della casa di Milano con tutti i mobili gialli e ancora rimpiango un cappotto giallo che una amica mi ha convinto a non comprare perché sembri Pikachu. Detesto il rosa, probabilmente perché si ricollega a quella concezione maschilista di sesso femminile che ama il rosa, cura la sua immagine alla perfezione, cresce i figli e ha paura dei film horror.
Sì, mi piace questo lato femminista del mio carattere che in realtà è solo una gran voglia di uguaglianza tra i sessi e di agire spontaneamente secondo quello che sento e non secondo un modello superato che devo imitare. Inoltre, la previsione nettamente inferiore di stipendio che riceverò a parità di lavoro svolto rispetto a un uomo mi sembra una buona ragione per non credere a chi dice, a volte donne comprese ahimè, che in Occidente regna l’uguaglianza dei sessi.
Amo leggere romanzi e riviste specialistiche e mi piace viaggiare, ma credo che questo si sia capito già.
Non sopporto veder limitata la mia libertà e sono essenziale nella cura personale.  I capelli sono liberi di fare i ribelli a loro piacimento, mi trucco solo per occasioni speciali (rovina la pelle, prende tempo, soldi e non è necessario) e i tacchi li ho banditi ormai da qualche anno, però adesso non ti preoccupare, non è che vado in giro col pigiama.
Mi piace scrivere lettere e corrispondenza varia: lettere a due amici con cui facciamo un sacco di quei voli pindarici sopra citati, una lettera a catena per rimanere in contatto con gli amici dell’università, cartoline dal mondo, biglietti di auguri e lettere a un condannato alla pena di morte del Florida.
Il prezzo del francobollo e la fatica di trovare una buca (nella super servitissima Milano una volta ho camminato 20 minuti per trovarne una) non sono niente a confronto del legame e dei minuti di calma e riflessione che leggere e scrivere corrispondenza offrono.
Sono creativa, la definirei una creatività un po’ goffa e buffa, ma super elastica e anche questa essenziale per affrontare le sfide e le possibilità che si dispiegano ogni giorno.

Il mio primo lavoro formale è stato uno stage di 6 mesi a Milano, appena dopo essermi laureata alla triennale. Alla ricerca di un’esperienza che mi permettesse di mettere alla prova l’inversione di rotta che volevo attuare dalla triennale in lingue a una magistrale nel campo della sostenibilità, ho fatto domanda presso una fondazione no profit impegnata a traslare gli imperativi della sostenibilità nei processi economici, con cui avevo già collaborato per la stesura della tesi. Ed ecco aprirsi un altro mondo: quello del “networking” tra enti, imprese e persone. Può sembrare scontato, ma nel contesto in cui sono cresciuta non mi era mai capitato di vedere una tale collaborazione al di fuori delle mura famigliari. E quello che mi ha sorpreso ancora di più è stato il fatto che queste relazioni e scambi si andavano in molti casi a sostituire al denaro: la grafica dell’evento era curata dal professionista con cui condividevamo l’ufficio, la parte pubblicitaria era garantito dal socio, gli ospiti e gli speaker erano mobilitati grazie al grande numero di contatti che il presidente dell’associazione aveva intessuto negli anni. Alla parte organizzativa, infine, contribuiva una stagista, la sottoscritta, che in cambio accresceva la sua esperienza e le sue abilità. Per quanto ci sia rimasta male quando l’ultimo giorno di stage il capo mi ha detto: «per quanto riguarda il suo compenso, non si preoccupi, la mia casa a Ginevra è a sua disposizione», riguardando all’esperienza sono decisamente convinta che il tempo che ho donato è stato più che ripagato da ciò che ne ho tratto:
1) mi ha insegnato (a uno scotto relativamente basso visto che comunque avevo un lavoro serale che mi garantiva di non finire in mezzo alla strada, o peggio, chiedere a mamma e papà) a non fidarmi delle promesse se non messe nero su bianco;
2) mi ha insegnato a relazionarmi con le persone in ambito formale, a non avere paura di chiedere, al massimo si può ricevere un no;
3) le cose fatte bene non sono quelle fatte alla perfezione, ma quelle che, nei limiti del tempo e risorse a disposizione, meglio esprimono la volontà iniziale con cui le si è intraprese. E ti garantisco che per una “perfettina” come me, come soleva chiamarmi mio babbo, è stata una grande lezione di concretezza;
ma soprattutto, ho imparato che 4) dopo le cadute ci si rialza, e senza piangere sul latte versato, con tranquillità si pensa ad un’altra strada (o se ne vale la pena si persiste con allegra consapevole testardaggine sulla stessa);
e ancora, ma questa è davvero l’ultima cosa, 5) che se vuoi, non diciamo cambiare il mondo, ma contribuire a far andare le cose nella direzione che trovi giusta e non in quella in cui la società corre affannata, non puoi demonizzare il nemico, uscire dalla società e crearti il tuo paradiso terrestre. O meglio, lo puoi fare, ma avrai più probabilità di cambiare qualcosa se pianti il tuo seme di diversità nel bel mezzo della società e ogni giorno, con creatività e caparbietà, lo fai germogliare e intrecciare con quello che lo circonda.

Il secondo lavoro è stato lo stage a Banco Palmas, ONG famosa per aver coniato una moneta alternativa nel cuore di una favela di Fortaleza, città nel Nord-Est del Brasile, regione ricca di cultura e tradizioni ma quanto mai povera e secca. Per 4 mesi ho ideato e portato avanti insieme ai giovani impiegati della ONG una Ricerca-Azione Partecipative sui neonati Consigli di Quartiere. Lezioni imparate:
1) se vuoi fare un lavoro di squadra, devi saper smussare i tuoi obiettivi, il tuo metodo di lavoro e il tuo ritmo lavorativo; in cambio però avrai tutti i benefici di un’intelligenza collettiva e che conosce il contesto locale;
2) la realtà non è mai in un modo o nell’altro, è sempre  in tutti e due i modi. Negare uno dei due modi significa mettersi un bel paraocchi e continuare allegramente a trotterellare nell’ignoranza. Costa fatica, ma funziona;
3) Soprattutto dove non si conosce il contesto, meglio partire dal piccolo, con obiettivi chiari e raggiungibili. Poi se il terreno è fertile e ci sono braccia volenterose, allora ci si espande.

Il mio  terzo lavoro è stato lo stage a Surmaule, una ONG nel centro del Cile impegnata in progetti a livello locale per capacitare e includere i cittadini nella cosa pubblica. Un sogno! Quando ho visto la loro descrizione su internet, mi sono detta: ci devi assolutamente andare.
L’università brasiliana quando ero già in Brasile me lo ha vietato, ma ci sono andata lo stesso, come esperienza extra-curriculare. E non me ne sono pentita. Anzi, mi dispiace non esserci andata prima. Avendo solo due mesi a disposizione ho osservato, imparato, e aiutato dove potevo. Quasi tutti i giorni mi recavo all’ufficio basato nel quartiere dove l’organizzazione portava avanti un progetto di “fortalecimento comunitario” e aiutavo nella comunicazione, nell’organizzazione e conduzione delle attività con la comunità. Ho anche tradotto il sito dell’organizzazione in inglese e ho partecipato super attivamente alla pianificazione strategica quinquennale dell’organizzazione. Ma la mia principale occupazione (oltre a portare avanti la tesi con improbabili skype a mezzanotte con la relatrice brasiliana) era osservare. Osservare e prendere nota. La sera poi a casa rielaboravo tutte le meravigliose scoperte e aneddoti della giornata discutendo con la coinquilina-collega e scrivendo mail di aggiornamento a famiglia e amici che dall’altro lato dell’oceano seguivano le mie peripezie. Cosa ho imparato:
1) quando lavori con le persone, la cosa primaria e più importante è instaurare buoni rapporti umani. Costano tempo, fatica e a volte anche qualche rospaccio da ingoiare, ma senza di quelli qualsiasi progetto difficilmente durerà nel tempo. L’affetto e il tempo che i professionisti della ONG dedicavano agli abitanti era sbalorditivo, soprattutto all’inizio quando non ero ancora dentro il mondo di modi garbati dei cileni.
2) Le incomprensioni più grandi coi colleghi nascono quando smettiamo di parlare. Più di un collega aveva perso la voglia di controbattere, specificare e questo stava portando a una supina accettazione di predisposizioni non condivise che è come una bomba a orologeria.
3) il cambiamento non dipende solo dalla tua buona volontà. Quando lavori all’interno di un sistema anche cose che sembrano semplicissime possono trovare ostacoli inaspettati. Qui entra in gioco la capacità di dialogo. Senza di quello la mia collega della comunicazione non mi avrebbe mai dato i testi da tradurre perché questo implicava lavoro di riorganizzazione del testo da parte sua. Sapere trovare un accordo e un compromesso sono qualità inestimabili, senza le quali si rimane soli e frustrati.

Ora, Gennaio 2018, (sono passati 5 mesi da quando ho cominciato a scrivere questo testo) sono alla ricerca di un lavoro pagato. Ebbene dopo 3 stage non pagati e tanto volontariato (questo continuerà a farlo sempre) ho bisogno di qualcuno che mi paghi perché io li possa aiutare a massimizzare l’impatto positivo delle loro azioni. Potrebbe essere all’interno di una ONG, di un’amministrazione o di un’azienda. L’importante è che stia aiutando a fare cose che abbiano un impatto positivo non solo sul bilancio di fine mese, ma anche e primariamente sulle persone (siano questi cittadini, consumatori o fornitori) e sull’ambiente. Sono in attesa di una risposta da un lavoro che mi piacerebbe tanto in un’organizzazione tedesca che si occupa di facilitare l’adozione di politiche di resilienza da parte delle città. Staremo a vedere!!!

Vincenzo, forse ti starai chiedendo com’è che una persona così affezionata al suo paesello non si trova un lavoro vicino a casa? Beh, non è così facile come sembra, dovrei crearmelo, visto che non c’è nessuno che è pronto a pagare uno stipendio perché mi prenda cura della sostenibilità, e per crearmelo ho bisogno di esperienza, contatti e qualche soldino (o almeno poter vivere senza entrate per qualche mese). Penso che una volta che avrò le spalle solide da un po’ di buona esperienza e qualche compagno pronto a tuffarsi nell’avventura, tornerò volentieri al paesello. Sì, spero vivamente che quel momento arriverà, e non all’età della pensione, perché non voglio rinunciare al panorama dicembrino delle 5, alle relazioni di prossimità con i vicini, agli uccellini che la mattina fanno colazione con me sul terrazzo grazie all’enorme quercia secolare di fronte a casa e all’orticello pieno di leccornie e medicamenti a tutte le stagioni. E, soprattutto, non voglio che babbo e mamma invecchino da soli.

Infine, mi hai chiesto perché per me il lavoro è importante, vale.
Come credo si sia capito, per me il lavoro è importante, ma a una condizione: che sia sorretto dalla passione e dalla necessità. Lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Avevo già sentito questo detto prima di partire per l’America Latina ma non ne coglievo la differenza in tutta la sua profondità finché in Brasile e in Cile non ho conosciuto ritmi di vita più lenti e rilassati, in cui l’esecuzione del lavoro si intreccia indissolubilmente con le relazioni personali, con il passare “buon tempo”, il divertirsi e il riposarsi. Mi sono stupita quando, all’ufficio dove lavoravo in Cile, alcuni colleghi arrivavano un po’ prima per potersi installare con calma e iniziare la giornata con una bella colazione – chiacchierata con chi di passaggio in cucina. Allo stesso modo, mi sono accorta che per la prima volta dopo essere uscita dal mondo un po’ fatato di Fosdinovo mi trovavo in un ambiente in cui i colleghi a mezzogiorno vanno a casa a mangiare. E me la sono spassata un sacco quando, di passaggio da San Paolo, ho accompagnato un’amica coi suoi colleghi a controllare alcune cooperative di riciclo dei rifiuti urbani e tra una cooperativa e l’altra siamo andati a passeggiare e a pranzare in una città vicina. Siamo rientrati più tardi a casa, ma abbiamo vissuto una bella giornata. Insomma, un modo di lavorare ben diverso da quello di cui avevo fatto esperienza fino a quel momento. Molto diverso, in particolare, dall’esperienza di alcuni amici che appena laureati sono entrati nel mondo della consulenza: 8 ore o più al giorno di focalizzazione assoluta sui tuoi obiettivi quotidiani, 8-9-10 ore di quasi non vita, in cui il tuo solo obiettivo è compiere le specifiche missioni per cui ti stanno pagando e in caso di rilievo di errore le disposizioni sono di nasconderlo, così da “non perderci tempo e non creare problemi”.
Ecco, per me il lavoro ben fatto è il lavoro fatto con passione e voglia, che risponda alle esigenza esterne ma che allo stesso tempo ti permetta di “metterci del tuo”, di solleticare la tua fantasia e le tue capacità per rispondere al meglio all’obiettivo che si compie. Un lavoro che non innovi per il gusto di innovare, ma che innovi perché farlo in questo o tal modo porta a un vantaggio collettivo che non va a discapito degli altri vantaggi già presenti.
Un lavoro che ti metta in contatto con altre persone, tanto del tuo stesso ambito per condividere conoscenze e esperienze specifiche, quanto con persone di ambiti diversi, che ti aiutino a ricordare che il mondo non gira solo intorno a quello di cui ti occupi e che ti faccia esplorare altre realtà, necessità, soluzioni, modi di pensare che tengono la mente ossigenata, connessa e creativa, della creatività che rende un giorno diverso dall’altro, ti fa trovare soluzioni, ti fa divertire e, dal momento che ti spinge a esplorare la realtà da angoli diversi, ti fa costruire  originali legami di cooperazione. La creatività che aggiunge colore alle giornate e ti aiuta a mantenere viva la passione per la quale ci si imbarca in lavori ardui e impegnativi. Altrimenti qualsiasi sfida e obiettivo diventano logoranti schiavitù autoimposte che determinano frustrazione e insoddisfazione.
Vincenzo, mi fermo qui se no non te lo invierò mai questo racconto strampalà, come diremmo a Fosdinovo.»

P. S. del 5 Febbraio 2018
«Ultimo aggiornamento sulle mie peripezie: sono a Berlino, ultima tappa di un tour delle capitali dell’Europa Nord-Occidentale (Berlino, Parigi, Bruxelles, Londra) che ho iniziato un mese fa alla ricerca di un bel lavoro, di eventi interessanti e di amici da ritrovare!»

P. P. S. del 8 Marzo 2018
«Vincenzo, da lunedì 12 Marzo lavorerò per un’organizzazione di Parigi che si propone di supportare le idee di cittadini e start up che hanno un impatto sociale positivo.»
Io in particolare sarò focalizzata sull’ambito rifiuti. Se hai per le mani delle belle storie o iniziative italiane, non esitare a comunicarle! Grazie, e a presto!